
Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione
Popoff Quotidiano - Thursday, January 8, 2026Dopo tre decenni di vessazioni, sanzioni, confische e golpe falliti, Trump ha ripreso la più antica tradizione della politica estera Usa: l’intervento militare diretto
Roberto Montoya su El SaltoDopo tre decenni di vessazioni politiche, sanzioni economiche, confische di beni e falliti colpi di Stato, Trump ha fatto ricorso alla più antica tradizione della politica estera statunitense: l’intervento militare diretto.
“Quando me ne sono andato, il Venezuela era sul punto di crollare. Avremmo potuto impadronirci del Paese e di tutto il suo petrolio. Ora lo compriamo al dittatore e lo rendiamo più ricco”. Il 12 giugno 2023, Donald Trump ha rilasciato queste controverse dichiarazioni durante un comizio elettorale in North Carolina, all’inizio della sua campagna per le elezioni del novembre 2024 che lo avrebbero riportato alla Casa Bianca nel gennaio 2025.
Trump aveva chiaro il suo obiettivo in Venezuela sin dal suo primo mandato, non lo ha mai nascosto: frenare la crescente influenza cinese in America Latina e riprendere il controllo sul suo “cortile di casa”, senza perdere l’accesso alle terre rare e al petrolio.
“Trivellare, trivellare, trivellare” è stato uno dei suoi slogan durante l’ultima campagna elettorale e ha rapidamente abbattuto tutte le limitazioni imposte dall’ex presidente Joe Biden alle energie fossili per poter inondare l’Europa – ancora di più – con petrolio e gas liquefatto estratti attraverso la tecnica inquinante del fracking, sostituendo così quello fornito per anni dalla Russia, più economico e sicuro.
Ma Trump non si accontenta e vuole che corporation Usa controllino, direttamente e in esclusiva, la produzione e l’esportazione del petrolio del Venezuela, paese che conserva le maggiori riserve al mondo, non meno di 303.000 milioni di barili.
Il ricatto per evitare un Vietnam 2.0
Il governo Trump ha preparato meticolosamente il colpo di Stato in Venezuela, scartando l’opzione più rischiosa, quella di un’invasione terrestre in un Paese di un milione di chilometri quadrati con centinaia di migliaia di militari e civili armati e con un confine molto permeabile con la Colombia, un altro Paese con decine di migliaia di soldati e una proliferazione di gruppi armati.
Nonostante la sua schiacciante superiorità militare, un’occupazione militare convenzionale con truppe di terra comporterebbe per gli Stati Uniti un grande dispiegamento di forze a tempo indeterminato che potrebbe significare un Vietnam 2.0.
Per aggirare un voto al Congresso, Trump aveva bisogno di presentare l’attacco come una semplice “operazione chirurgica”, come una “rimozione” del presidente e non come un atto di guerra, personificando in Nicolás Maduro la responsabilità della situazione critica del Venezuela. In questo modo, il governo Trump cerca di costringere con il ricatto il regime venezuelano, che rimane intatto, e le sue onnipresenti forze armate ad accettare l’imposizione imperiale.
La sua scommessa è quella di cercare complicità interne all’apparato statale e alle forze armate venezuelane, allontanare gli irriducibili e cercare, attraverso le minacce, una transizione negoziata. Trump minaccia di lanciare una seconda e più ampia ondata di attacchi militari se la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e il resto del nucleo duro del regime rifiuteranno l’ultimatum, ma il Pentagono sa che l’opzione di una guerra in campo aperto è un’operazione ad altissimo rischio da cui gli USA potrebbero uscire scottati come in tante altre esperienze precedenti.
Dopo l’iniziale gioia di María Corina Machado ed Edmundo González, che sembravano destinati ad atterrare nel giro di pochi giorni nei giardini del Palazzo di Miraflores, è arrivata la delusione. González si è proclamato in un comunicato “presidente legittimo” del Venezuela e comandante in capo delle forze armate, pronto ad assumere immediatamente il potere. Tuttavia, almeno nella fase iniziale, non sembrano essere inclusi nel piano di Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio.
L’Amministrazione Trump sa che imporre con la forza l’opposizione potrebbe scatenare una guerra civile in Venezuela e vanificherebbe tutti i suoi piani per iniziare rapidamente a pompare petrolio. Trump non parla delle elezioni in Venezuela, non parla dell’opposizione, parla come priorità e richiesta che il governo di Delcy Rodríguez ceda immediatamente il controllo del petrolio alle società statunitensi. L’atteggiamento di Trump sconcerta totalmente l’opposizione, diventata solo un altro tassello dei suoi piani per il Venezuela, che utilizzerà a suo piacimento.
Il resto dell’atto di guerra compiuto sabato 3 gennaio dagli Stati Uniti è solo la scenografia necessaria: che Nicolás Maduro è un “narcoterrorista” a capo di un fantasmagorico Cártel de los Soles – la cui esistenza è stata negata dalla stessa intelligence statunitense – o del cartello Tren de Aragua con l’obiettivo di inondare gli Stati Uniti di droga; che è coinvolto nel traffico di armi o nello svuotamento delle carceri venezuelane dai criminali per inviarli negli Stati Uniti, e molto altro ancora.
La stessa intelligence statunitense ha riconosciuto che solo tra il 5% e il 10% della cocaina mondiale transita per il Venezuela e che sul suo territorio non viene prodotto né transita il fentanil, la droga che uccide più di centomila statunitensi all’anno. Ma nulla di tutto ciò ha importanza, così come non ha importanza che le accuse su cui si baserà il processo a Maduro – che sarà presieduto dal giudice ebreo ortodosso Alvin Hellerstein, ex avvocato dell’esercito di 92 anni – si fondino essenzialmente sulle testimonianze di trafficanti condannati o di vecchi funzionari del regime accusati in Venezuela di corruzione che hanno accettato di collaborare con la giustizia in cambio di un ribasso delle pene.
36 anni dopo l’invasione di Panama
Il 3 gennaio 1990, 36 anni prima del rapimento di Maduro e di sua moglie, il presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, si consegnò alle forze statunitensi dopo giorni di scontri armati con le truppe invasori. I migliori avvocati di cui Noriega disponeva per la sua difesa non riuscirono a rompere il muro dei tribunali federali statunitensi: i giudici si rifiutarono di considerare la legalità dell’invasione, ritenendo che, anche se l’imputato fosse stato portato con la forza da un altro Paese, ciò non influiva sulla giurisdizione penale. Noriega fu condannato a 40 anni di carcere.
Mentre gli Stati Uniti preparavano il rapimento di Maduro, parallelamente prendevano altre decisioni politiche di grande portata che avrebbero permesso di completare il piano.
Nel gennaio 2025, gli Stati Uniti approvarono l’Ordine 1457 con cui il cosiddetto Cártel de los Soles e il Tren de Aragua furono dichiarati organizzazioni terroristiche straniere, legittimando le esecuzioni extragiudiziali nei loro presunti narco-barconi nei Caraibi. E lo scorso 15 ottobre, Trump ha annunciato pubblicamente di aver ampliato l’autorizzazione alla CIA di espandere le sue operazioni letali in territorio venezuelano.
Dicembre è iniziato con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con la quale l’amministrazione Trump ha ripreso i principi della Dottrina Monroe del 1823, quella in cui si avvertiva allora gli imperi europei che gli Stati Uniti non avrebbero permesso a nessuna potenza straniera di immischiarsi negli affari del continente americano. Con il ‘Corolario Trump a la Doctrina Monroe’ si rinforza la decisione di imporre l’egemonia totale degli Usa su quello che viene definito Emisfero Occidentale.
La decisione di attaccare il Venezuela è giunta nel momento culminante dello scandalo degli archivi di Epstein e nel mezzo di un’importante crollo della popolarità di Trump a meno di un anno dall’ascesa al potere I drastici tagli alla sanità, all’istruzione, all’assistenza sociale, alle sovvenzioni e alle borse di studio, nonché il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti pubblici, insieme ai passi indietro in materia di diritti dei lavoratori e a una gestione politica sempre più autocratica, stanno minando il sostegno dei settori popolari che lo hanno portato al potere nel 2016.
Trump ha dedicato gran parte delle sue prime dichiarazioni pubbliche dopo l’attacco al Venezuela a rivolgersi a questi settori, spiegando loro perché aveva infranto la promessa di non aprire nuovi fronti di guerra nel mondo invece di chiudere quelli in cui gli Stati Uniti erano coinvolti.
La pessima esperienza delle interventi militari degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam fino alle recenti esperienze in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o Ucraina – di cui sono stati responsabili sia i governi repubblicani che quelli democratici – ha creato un crescente rifiuto da parte della società statunitense nei confronti di questo tipo di avventure belliche.
Trump attribuiva da anni la colpa del fatto che Maduro rimanesse al potere e impedisse agli Stati Uniti di assumere il controllo di un Paese di così grande importanza strategica come il Venezuela all’atteggiamento morbido che avrebbe mantenuto l’amministrazione Biden quando gli è succeduta al potere (2021-2025).
Il presidente sembrava non ricordare che alla guida della Casa Bianca c’erano stati presidenti sia repubblicani che democratici durante i 27 anni di vessazioni e guerra sporca contro i governi del Venezuela, prima contro Hugo Chávez (1999-2013) e poi contro Nicolás Maduro (2013-2026).
L’ossessione di porre fine a quella rivoluzione bolivariana che si sarebbe deteriorata e diluita nel corso degli anni, e di impossessarsi del petrolio del Venezuela, è iniziata durante il governo con il maggior numero di rappresentanti dell’industria petrolifera nella storia degli Stati Uniti, quello di George W. Bush (2001-2009).
Il repubblicano iniziò con vessazioni politiche, sospensione di crediti e aiuti finanziari e continuò a favorire nel 2002 il colpo di Stato civile-militare e il sequestro di Chávez per 48 ore. Il governo di Bush e quello di José María Aznar si affrettarono a congratularsi con lo stesso leader del padronato, Pedro Carmona, come presidente ad interim, ma la grande mobilitazione popolare e la reazione delle forze militari fedeli liberarono Chávez e frustrarono il colpo di Stato.
María Corina Machado e Leopoldo López – ospitato dal governo di Sánchez in Spagna dopo averlo aiutato a violare gli arresti domiciliari e a fuggire dal Paese – furono due dei firmatari di quel comunicato di sostegno al colpo di Stato e al governo che Pedro Carmona intendeva presiedere. Da allora, le attività golpiste di María Corina Machado non hanno avuto tregua.
Sete di petrolio
Il petrolio venezuelano era stato nazionalizzato molto prima, nel 1976, dal socialdemocratico Carlos Andrés López, ma durante il suo secondo mandato presidenziale (1989-1993) iniziò a invitare grandi compagnie straniere, in particolare statunitensi, a investire nel settore petrolifero del Venezuela.
Tuttavia, nel 2007 Chávez cambiò queste regole e pose dei limiti agli investimenti delle società, dando loro la possibilità di diventare soci di minoranza della statale PDVSA o di ritirarsi dal Paese. Per questo motivo Trump avrebbe detto il 17 dicembre scorso, due settimane prima dell’attacco al Venezuela: “Ricordate che ci hanno tolto tutti i nostri diritti energetici. Ci hanno tolto tutto il nostro petrolio non molto tempo fa. Lo rivogliamo indietro. Ce lo hanno tolto illegalmente”.
Nonostante quella affermazione di sovranità di Chávez che ha creato tanta tensione nei rapporti con gli Stati Uniti, il governo repubblicano di Bush ha continuato a importare dal Venezuela un terzo del petrolio che consuma e ha permesso, per convenienza, le attività negli States di CITGO, filiale della PDVSA, la grande azienda petrolifera statale venezuelana. CITGO continuò a mantenere negli anni le raffinerie e più di 5.000 stazioni di servizio negli Usa.
Tra il 2002 e il 2003 l’Amministrazione Bush incentivó un furto petrolifero in complicità con il grande padronato venezuelano che debilitó enormemente la PDVSA causandole grandi perdite, il che, sommato a una cattiva gestione e a gravi casi di corruzione, l’avrebbe fatta sprofondare sempre più nel corso degli anni. Chávez finì per espellere dal Venezuela la DEA, l’agenzia antidroga degli Stati Uniti, accusandola di spionaggio e di incentivare il traffico di droga per interessi personali.
L’arrivo al potere del democratico Barack Obama nel 2009 istituzionalizzò ulteriormente le pressioni sul Venezuela con la firma, il 5 marzo 2015, dell’Ordine Esecutivo 13.692, che dichiarava il governo venezuelano “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale”. Come conseguenza di tale ordine presidenziale, furono bloccati i primi beni negli Stati Uniti di funzionari venezuelani, che col tempo sarebbero stati estesi a molti altri.
Già durante il primo mandato di Trump (2017-2021), sia Citibank che JPMorgan hanno chiuso i conti venezuelani, facendo schizzare il rischio paese fino a raggiungere il record mondiale e nel 2017 è stato vietato l’acquisto di debito venezuelano e la distribuzione dei dividendi di CITGO, la filiale statunitense di PDVSA. Da parte sua, ConocoPhillips ha sequestrato i beni di PDVSA, mentre Euroclear ha congelato 1,65 miliardi destinati all’acquisto di generi alimentari.
Le sanzioni sono diventate sempre più severe, Trump ha dichiarato illegale la criptovaluta Petro e ha esteso drasticamente le sanzioni a tutti i paesi o le aziende che commerciavano o collaboravano con il governo di Nicolás Maduro.
Lo strangolamento dell’industria petrolifera, da cui storicamente ha sempre dipeso l’economia venezuelana, così come il congelamento dei beni all’estero e le sanzioni a coloro che commerciavano con il Venezuela hanno limitato drasticamente le risorse dello Stato, provocando una carenza di beni (favorita anche dai grandi imprenditori), un’impennata dell’inflazione, una riduzione della spesa pubblica, il deterioramento della sanità e dei servizi essenziali e, con tutto ciò, un aumento del malcontento sociale e dell’emigrazione.
L’avventura di Guaidó
In questo clima di agitazione sociale, il governo di Donald Trump ha giocato una nuova carta, elevando nel 2019 il leader dell’opposizione di estrema destra Juan Guaidó a “presidente ad interim” del Venezuela. In un’operazione coordinata tra la variegata e tradizionalmente divisa opposizione venezuelana e l’amministrazione Trump, Guaidó si è autoproclamato “presidente ad interim” in una manifestazione di massa. Come tale è stato immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da decine di paesi sotto la pressione di Trump. Tra questi, il governo di Pedro Sánchez.
Gli Stati Uniti arrivarono addirittura a cedere a Guaidó e al suo team il controllo dei beni confiscati a CITGO e Monómeros Colombo Venezolanos, entrambe filiali della compagnia petrolifera statale PDVSA. Anni dopo sarebbe stata confermata la distrazione di parte di quei fondi verso conti personali di Guaidó e dei suoi collaboratori. Prima di cadere definitivamente in disgrazia ed essere destituito dalla stessa opposizione, Guaidó – decorato dal PP e da Vox durante i suoi tour europei – ha fatto un ultimo tentativo per porre fine a Maduro. Ha ingaggiato una società di mercenari, la Silvercorp, che nel 2020 ha portato avanti la cosiddetta Operación Gedeón, nel tentativo fallito di invadere il Venezuela attraversando la frontiera colombiana.
La legislatura di Biden
L’arrivo del democratico Joe Biden alla Casa Bianca nel gennaio 2021 non ha sostanzialmente modificato la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, anche se ha autorizzato Chevron a riprendere le operazioni e le esportazioni di petrolio venezuelano attraverso licenze concesse in via eccezionale per aggirare le sanzioni. Con queste licenze, note come OFAC, i profitti potevano essere utilizzati solo per pagare il debito e non rappresentavano nuove entrate per il Paese.
Il cambiamento di tattica era legato alla tensione sul mercato energetico mondiale causata dall’invasione russa dell’Ucraina, e anche al fatto che l’inasprimento delle sanzioni durante il primo governo Trump aveva aggravato la crisi sociale e, come un boomerang, gli Stati Uniti stavano ricevendo ondate sempre più massicce di immigrati venezuelani senza documenti.
La tattica è cambiata con Biden, ma la morsa sul Venezuela è continuata.
Già durante il suo secondo mandato, a partire dal gennaio 2025, Donald Trump è riuscito a ottenere che la giustizia federale autorizzasse finalmente la vendita della CITGO – la filiale statunitense della compagnia petrolifera PDVSA confiscata – alla Amber Energy, filiale del fondo speculativo Elliott Investment Management, per 5,9 miliardi di dollari, consumando così definitivamente il furto dei beni venezuelani negli Stati Uniti.
Trump aveva già smesso di affidare, come nel suo primo mandato, il controllo di tali beni all’opposizione venezuelana, toglieva protagonismo ai suoi leader, era arrabbiato per il fatto che fosse stato concesso il Premio Nobel per la Pace 2025 a Corina Machado e non a lui, e cambiava bruscamente i piani. Decise che era giunto il momento che fossero gli Stati Uniti a governare “temporaneamente” il Venezuela e a sfruttarne il petrolio.
Roberto Montoya, è membro del Consiglio di redazione di Viento Sur e autore di Trump 2. (Akal, 2025)The post Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione first appeared on Popoff Quotidiano.
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