Open science e research security: trovare il giusto equilibrio

ROARS - Wednesday, January 7, 2026

“Sembra tramontata la stagione dell'”Open Science”. Ora si moltiplicano le politiche di research security: basta condivisione, autonomia tecnologica, protezione dei sistemi…”

Così sta scritto in un articolo apparso sulla Lettura del Corriere della Sera di Alessandro de Angelis. L’articolo si riferisce al report OCSE:Science, Technology and Innovation Outlook 2025

In questi anni, più o meno dal Settimo Programma Quadro, mentre il resto dell’Europa implementava politiche connesse alla apertura, creava infrastrutture e reti di infrastrutture (EOSC), elaborava sistemi di valutazione più equi e inclusivi (CoARA) monitorava gli effetti di queste politiche e ne modificava gli assetti, in Italia ….non succedeva niente.

Dopo una inutile legge sull’open access promossa da un Ministero che non era quello della ricerca e ampiamente disattesa  e un Piano nazionale sulla Scienza aperta nato vecchio, senza sostegno economico e soprattutto mai monitorato e verificato nella impostazione, poco si è parlato di Open science nel nostro Paese ed esclusivamente in ottica adempimentale (per altro senza che nessuno abbia mai fatro verifiche). Alcune istituzioni si sono organizzate per supplire al vuoto lasciato dalla politica cercando di allinearsi alle istanze europee, altre invece si sono accontentate della stipula di contratti trasformativi come testimonianza dell’orientamento del Paese verso la apertura.

Con la research security, invece, le cose sono andate assai diversamente. Coerentemente con quanto avvenuto in Europa, sono state emanate raccomandazioni, linee guida, sono stati fatti incontri e proposti eventi formativi. E’ stato predisposto un sito su cui è possibile recuperare modelli e guide. La reserach security così come la open science sono temi importanti per l’Europa e per le politiche della ricerca, ma in Italia non abbiamo siti del Ministero dedicati all’open science, non abbiamo potuto assistere ad eventi formativi promossi dal Ministero, né sono state fornite linee guida e raccomandazioni. Semplicemente non se ne è parlato.

Per cui per tornare all’articolo e al suo incipit ci si chiede se in effetti possa tramontare qualcosa che non è mai nato. Leggendo il testo si ha l’impressione di imbattersi nell’errore tipico di chi ha poca dimestichezza con almeno uno dei due aspetti (l’open science), per cui sembra quasi che i due aspetti siano messi in contrapposizione o siano in alternativa.

Perché mai una ricerca sicura non dovrebbe essere riproducibile o replicabile? perché mai non dovrebbe essere tracciabile in tutti gli step effettuati. Perché l’open science dovrebbe essere in contrasto con una ricerca condotta in maniera sicura e soprattutto secondo principi ferrei di integrità della ricerca, rispondendo ai requisiti di trasparenza e fairness che sono alla base di una condotta responsabile?

O vogliamo dire che responsabilità, trasparenza, riproducibilità nella ricerca sicura non contano?

A blanket application of strict research security measures would pose a direct or indirect risk to the quality, productivity, integrity and, therefore, the societal and economic value of the national research system [così recita il report OCSE]

Misure di sicurezza ben progettate possono tutelare la libertà accademica, proteggendo ricercatori e istituzioni da pressioni indebite, e migliorare la qualità della ricerca grazie a una maggiore trasparenza su collaborazioni e finanziamenti. L’OCSE propone un principio guida chiaro:  proteggere in modo rigoroso solo ambiti scientifici realmente sensibili, lasciando il resto del sistema della ricerca il più aperto possibile. Un approccio proporzionato e basato sul rischio consente di salvaguardare sia la sicurezza sia i benefici dell’open science.

La sfida, oggi, non è scegliere tra apertura e protezione, ma trovare il giusto equilibrio che garantisca da un lato la sicurezza e dall’altro la affidabilità, un tema che in questi ultimi tempi è stato più e più volte messo in discussione.