Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela

Popoff Quotidiano - Sunday, January 4, 2026

Quello che è successo al Venezuela può accadere ovunque. Le parole della vice di Maduro. L’urgenza dell’internazionalismo

Iniziata con le prime notizie dei raid sul Venezuela e del rapimento di Maduro, la giornata del 3 gennaio 2026 passerà alla storia come una cesura storica, come lo sono stati, ad esempio, il 1° settembre 1939, l’11 settembre 2001, o il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre dell’anno successivo. Nulla, insomma, sarà come prima. Nella sera italiana, arrivano le due conferenze stampa, quella scioccante con cui Trump annuncia che si prenderà il petrolio (“Le grandi e belle compagnie petrolifere statunitensi stanno arrivando per ricostruire, beneficiando delle vaste riserve di petrolio del Venezuela, il che renderà molte persone in Venezuela e negli Stati Uniti molto ricche e molto felici”) e quella della vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez che ha rivendicato Nicolás Maduro come unico presidente del Paese dopo che, nelle prime ore di sabato mattina, gli Stati Uniti hanno attaccato Caracas e rapito il presidente e la first lady, Cilia Flores. Ha inoltre affermato che sono “pronti a difendere il Venezuela” e ha chiesto il sostegno dei paesi della regione. “Quello che oggi hanno fatto al Venezuela possono farlo a qualsiasi paese”, ha avvertito.

“C’è un solo presidente di questo Paese e si chiama Nicolás Maduro Moros”, ha detto Rodríguez in una conferenza stampa tenuta dal Palazzo di Miraflores, dopo aver presieduto una riunione d’urgenza del Consiglio di Difesa. Ha definito l’operazione condotta dall’esercito statunitense “un rapimento illegittimo e illegale” e ha chiesto l’immediato rilascio di Maduro e di sua moglie. La vicepresidente ha ribadito la decisione di mantenere il dialogo diplomatico per trovare una soluzione pacifica. Ma ha assicurato: “Siamo pronti a difendere il Venezuela”.

Da parte sua, a Mar-A-Lago, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato che il segretario di Stato, Marco Rubio, aveva avuto una conversazione telefonica con Rodríguez, che “aveva già prestato giuramento”. “Ma è stata scelta da Maduro. Quindi Marco sta lavorando direttamente su questo. Ha appena avuto una conversazione con lei ed è sostanzialmente disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere di nuovo grande il Venezuela”, ha detto in una conferenza stampa.

Nel frattempo, Rodríguez ha sottolineato che l’azione del governo Trump “è una barbarie che viola i meccanismi internazionali dei diritti umani” e che “costituisce un crimine contro l’umanità”. “Riprendo le parole del presidente Nicolás Maduro quando due giorni fa ha ribadito la disponibilità di questo governo a mantenere relazioni di dialogo per affrontare un’agenda costruttiva e la risposta è stata questa flagrante aggressione che viola gli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite”, ha detto.

Appello all’unità

Rivolgendosi alla popolazione, Rodríguez ha invitato il popolo venezuelano a “mantenere la calma” per affrontare l’attacco “in unione nazionale e in difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza”. “In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, usciamo uniti a difendere la nostra amata Venezuela che abbiamo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri”, ha proclamato. “Un popolo che non si arrende, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi, vecchi o in declino”.

Il petrolio

La vicepresidente ha affermato che il popolo venezuelano “sa cosa significano i suoi idrocarburi e le sue risorse”. Ha inoltre sottolineato che il vero obiettivo degli Usa è “il cambio di regime in Venezuela” per poter appropriarsi delle “nostre risorse energetiche, minerarie e naturali”.

Alla conferenza di Mar-A-Lago, il presidente Donald Trump ha ammesso che l’intenzione è quella di far sì che le compagnie petrolifere statunitensi inizino a “fare soldi per il Paese”.

“Chiediamo ai popoli della grande patria di rimanere uniti perché ciò che oggi è stato fatto al Venezuela può essere fatto a qualsiasi paese”, ha concluso Rodríguez. “Il popolo venezuelano, che è paziente, saprà trovare la strada per difendere la pace e la patria”.

Stato di emergenza esterno

Durante la conferenza stampa, Rodríguez ha annunciato l’attivazione di un decreto di “stato di emergenza esterno” che era già stato firmato da Maduro e che ha consegnato alla presidente della Corte Suprema di Giustizia per la sua approvazione costituzionale.

Mesi fa, Nicolás Maduro aveva valutato la possibilità di dichiarare lo “stato di emergenza esterno” di fronte a un possibile attacco degli Stati Uniti. L’obiettivo, ha spiegato allora il presidente, è che “tutta la nazione, tutta la repubblica, tutte le istituzioni, tutti gli uomini e le donne, i cittadini e le cittadine di questo Paese, abbiano il sostegno, la protezione e l’attivazione di tutta la forza della società venezuelana, per rispondere alle minacce o, se del caso, a qualsiasi attacco contro il Venezuela”.

Secondo il governo venezuelano, mentre è dichiarato lo stato di emergenza, il potere esecutivo può adottare misure straordinarie, anche se comportano la limitazione temporanea delle garanzie costituzionali, senza tuttavia includere il diritto alla vita, alla libertà personale, all’integrità fisica o al giusto processo, diritti tutelati dalla Legge organica sugli stati di eccezione venezuelani e dai trattati internazionali.

E ora?

La portata di quanto accaduto pone l’America Latina di fronte alla prima aggressione militare diretta degli Stati Uniti dall’invasione di Grenada nel 1983. Un atto privo di qualsiasi fondamento giuridico internazionale e compiuto senza nemmeno il tentativo di costruire una parvenza di legalità. Nonostante ciò Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni non rinunciano a mistificare la realtà: la prima ricordando che l’UE non riconosceva la legittimità del governo di Maduro dopo le controverse ultime elezioni. La seconda arrampicandosi sugli specchi per descrivere i raid americani come operazioni difensive, dunque legittime, contro fantomatiche operazioni di guerra ibrida condotta dal regime venezolano contro gli States.

La violazione del diritto internazionale pubblico appare ormai come una pratica accettata e proclamata. L’amministrazione di Donald Trump ha reso norma le sanzioni unilaterali, l’appropriazione di risorse strategiche, la coercizione economica contro Stati sovrani e la delegittimazione dei meccanismi multilaterali soprattutto quando questi indagano sui suoi alleati.

Le sanzioni ai membri della Corte penale internazionale per aver indagato su Benjamin Netanyahu, il furto di petroliere accompagnato dalla pubblica ostentazione di appropriarsi del loro carico, o l’imposizione di misure coercitive contro paesi come il Messico, la Colombia o il Brasile per aver esercitato la loro sovranità costituiscono un modello coerente di comportamento. A ciò si aggiungono dichiarazioni esplicite di annessione o controllo territoriale con l’argomento della “sicurezza nazionale”, come l’annuncio di appropriarsi della Groenlandia perché gli Stati Uniti “ne hanno bisogno”. Lungi dall’essere episodi isolati, questi fatti esprimono una dottrina di potere basata sulla forza, l’intimidazione e il consapevole disprezzo di qualsiasi limite normativo.

Questo modello risponde a una concezione del potere che disprezza la legalità internazionale, trasforma la violenza in criterio di legittimità e presenta l’espansione imperiale come un diritto naturale del più forte.

In questa logica, la leadership politica si basa sull’esaltazione narcisistica del comando e sulla rivendicazione aperta del calpestamento di qualsiasi norma. Il risultato è un pericolo sistemico per l’umanità e per la stessa sopravvivenza del pianeta: mai un profilo così apertamente autoreferenziale e privo di contenimento etico aveva accumulato una simile concentrazione di potere militare, economico e comunicativo. Ma sarebbe miope leggere l’aggressione al Venezuela senza connetterla con l’invasione russa dell’Ucraina o con il genocidio a Gaza da parte di Israele (e senza connetterla con le difficoltà di Trump a dare risposte concrete di politica economica al suo stesso elettorato).

La risposta della comunità internazionale richiede una rottura con l’inerzia delle dichiarazioni rituali e dei comunicati di formale preoccupazione. La storia dimostra che il fascismo, quando assume una forma imperiale ed espansionistica, avanza laddove non incontra resistenza organizzata. L’esperienza del XX secolo conferma che i comunicati – anche quelli di vibrante sdegno – non fermano l’aggressione; un contenimento efficace richiede coordinamento politico, fermezza diplomatica e azioni proporzionate che facciano rispettare la sovranità e il diritto internazionale.

Affrontare questo neofascismo implica assumersi costi politici, economici e diplomatici e costruire alleanze in grado di imporre limiti reali all’esercizio arbitrario del potere.

In questo scenario, la cittadinanza organizzata svolge un ruolo decisivo. La difesa della democrazia e della sovranità dei popoli richiede una mobilitazione sociale sostenuta. presenza nelle strade e un appello diretto ai governi affinché agiscano con coerenza. E dentro i movimenti sociali, l’azione degli internazionalisti, degli anticapitalisti, deve servire a contrastare le derive campiste dentro cui le prospettive di emancipazione delle classi oppresse affogano in nome del multipolarismo e di una subalternità sciocca alla geopolitica.

È evidente che gli strumenti del diritto internazionale devono essere rivendicati anche se non funzionano, così come è evidente che né i paesi del sud del mondo né gli altri attori imperialisti (Russia, Cina) hanno in mano strumenti, capacità o desiderio di ribaltare la situazione in Venezuela. Ciò non deve impedire di esigere una posizione ferma da parte dei diversi governi e delle istituzioni.

La pace non si difende scegliendo uno degli imperialismi in atto (anche quando sono i principali fornitori di petrolio per il genocidio a Gaza, come la Russia di Putin), nemmeno esaltando governi che privano di ricchezze e libertà gran parte dei rispettivi popoli. La pace si difende guardando il mondo con gli occhi delle classi oppresse, dei paesi invasi, delle vittime e organizzandosi con esse in una mobilitazione di lunga durata che non si accontenti di eventi spettacolari ma sedimenti competenze, pratiche e passioni.

La passività, il calcolo e la titubanza hanno prodotto conseguenze devastanti. Il genocidio che Israele, con il patrocinio degli Stati Uniti e il petrolio di Putin, sta perpetrando contro il popolo palestinese a Gaza costituisce una dolorosa prova degli effetti dell’impunità e della subordinazione della legalità alla forza.

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