
1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche
Popoff Quotidiano - Monday, December 29, 2025Trent’anni dopo gli scioperi contro il piano Juppé, il mito fondativo che ha paralizzato la sinistra francese
Trent’anni fa giunsero anche in Italia le immagini di Parigi completamente bloccata dallo sciopero dei lavoratori dei trasporti e del settore pubblico contro i tentativi del governo Juppé di riformare i regimi pensionistici. Colpì soprattutto l’empatia con cui centinaia di migliaia di utenti solidarizzarono con gli scioperanti, partecipando a manifestazioni oceaniche in tutto il Paese.
In Francia, il trentennale degli scioperi dell’autunno 1995 ha riaperto un dibattito importante. Nel senso comune, quelle settimane di scioperi riconducibili contro il “piano Juppé” restano l’ultimo esempio di una sinistra capace di far arretrare un governo. Per altri, al contrario, il 1995 rappresenta una trionfo solo apparente, una sorta di vittoria di Pirro che in realtà ha contribuito a disarmare strategicamente il movimento sociale per i decenni successivi.

È questa la tesi centrale sviluppata da Romaric Godin su Mediapart: il mito del 1995 non rafforza le lotte contemporanee, ma le indebolisce, perché fissa come orizzonte insuperabile una forma di mobilitazione che ha prodotto più passività che potenza collettiva.
Il punto chiave è la natura stessa del movimento: uno “sciopero per procura”, fondato sulla centralità dei settori pubblici strategici – in particolare SNCF e RATP – e sull’adesione benevola, ma sostanzialmente passiva, del resto del mondo del lavoro. Un modello spettacolare, per usare il lessico di Guy Debord, che mette in scena una minoranza attiva mentre la maggioranza osserva, sostiene nei sondaggi, applaude nelle manifestazioni, ma si continua ad andare al lavoro o a cercare di andare al lavoro, applaudendo gli scioperanti. Chi ha vissuto il movimento del 1995 ricorda le barche affollate sulla Senna che trasportavano, come potevano, i lavoratori favorevoli al movimento, ma sempre desiderosi, da parte loro, di andare al lavoro.
Scrive ancora Godin: L’immensa ondata di occupazioni di fabbriche che ha invaso il Paese tra il 15 e il 31 maggio 1968, poi all’inizio degli anni ’70, appartiene ormai al passato. I lavoratori sono ora terrorizzati e atomizzati. Ognuno cerca di cavarsela al meglio, anche se i sogni neoliberisti, dall’ingresso nell’euro alla globalizzazione, stanno distruggendo la sua vita quotidiana.
I giorni passano e lo sciopero continua. Ogni giorno, ingorghi mostruosi complicano l’accesso e l’uscita dalla capitale. Come quel 30 novembre 1995 a Bagnolet (Seine-Saint-Denis).Dallo sciopero spettacolare alla passività politica
Lo schema dello sciopero per procura segna una rottura netta con i grandi movimenti offensivi del Novecento, dal 1936 al 1968. Nel dicembre 1995 non si occupano fabbriche, non si costruisce un controllo diffuso dei luoghi di produzione, non si generalizza lo sciopero oltre i comparti già sindacalizzati. La “solidarietà” si gioca nello spazio mediatico: dichiarazioni di intellettuali, come quella celebre di Pierre Bourdieu alla Gare de Lyon sulla “lotta contro la distruzione della civiltà”, e una aspettativa diffusa che il governo ceda prima delle vacanze di Natale.
Quando Alain Juppé ritira la parte del piano relativa ai regimi pensionistici speciali, l’episodio viene letto come una vittoria. A rafforzare questa percezione contribuisce la vittoria elettorale della “sinistra plurale” nel 1997. Ma proprio qui si annida un secondo pilastro del mito: l’idea che l’unità sindacale e la mobilitazione sociale conducano automaticamente a uno sbocco politico progressivo.
In realtà, l’elettoralismo che segue il 1995 riproduce la stessa passività: si delega al voto ciò che non si è costruito come rapporto di forza permanente. Il governo Jospin potrà così sviluppare, senza una pressione sociale costante, un compromesso di classe che combina globalizzazione, privatizzazioni e finanziarizzazione con la riforma delle 35 ore, ultimo grande aumento di produttività a beneficio del capitale.
Per aiutare i lavoratori non scioperanti a recarsi al lavoro, vengono messi a disposizione mezzi di trasporto sorprendenti. Autobus e battelli gratuiti vengono così messi a disposizione degli utenti, come in questo caso, il 4 dicembre 1995.Una vittoria che apre la strada alle sconfitte
Il punto forse più controverso dell’analisi riguarda però la natura concreta della “vittoria” del 1995. Perché mentre la riforma delle pensioni viene congelata, il cuore del piano Juppé sulla sicurezza sociale passa.
Come ricorda J.-C. Delavigne sull’ Hebdo L’Anticapitaliste (il settimanale del Noveau Parti Anticapitaliste), è in quegli anni che vengono introdotti strumenti destinati a strutturare l’austerità sanitaria e sociale per i decenni successivi:
– la CRDS (Contribution au remboursement de la dette sociale), un contributo proporzionale che finanzia la CADES (Caisse d’amortissement de la dette sociale), sottraendo risorse alla Sécurité sociale;
– l’ONDAM (Objectif national des dépenses d’assurance maladie), che fissa tetti di spesa annuali per la sanità, aprendo la strada all’austerità ospedaliera;
– l’aumento delle tariffe ospedaliere, la riduzione dei rimborsi dei farmaci, la fiscalizzazione crescente del finanziamento della protezione sociale.
Il risultato paradossale è che la “vittoria” del 1995 crea le condizioni politiche e mediatiche per il racconto del “buco della Sécurité sociale”, utilizzato poi per giustificare riforme sempre più dure. In questo senso, il 1995 non frena il neoliberismo: ne stabilizza l’architettura.
Il ciclo che si chiude: dal compromesso alla violenza
Secondo Godin, l’umiliazione politica di Juppé ha un effetto duraturo: insegna ai governi successivi a non cedere più. Dopo la crisi del 2008, l’ipotesi stessa di compromesso sociale scompare. Alle sconfitte del 2003, 2010, 2016, 2020 e 2023 risponde una crescente violenza istituzionale, in particolare poliziesca, che mira a disciplinare il conflitto sociale. Popoff ha scritto spesso del vistoso aumento della delinquenza poliziesca in Francia. Dal 2005, più di 500 persone sono morte durante un’interazione con le forze dell’ordine – come segnala un rapporto della Ong Flagrant déni – negli ultimi anni, il numero di questi omicidi ha raggiunto soglie senza precedenti – fino a 65 morti nella sola annata 2024.
Così il “sostegno senza partecipazione” non basta più. Le manifestazioni restano l’unica arma, ma sono strutturalmente incapaci di bloccare le riforme. Il movimento sociale, anziché fare la storia, la subisce.
È in questo vuoto che prospera l’estrema destra, capace di catturare la rabbia sociale e di trasformarla in razzismo e autoritarismo, mentre il neoliberismo radicalizzato e la reazione culturale finiscono per funzionare come due facce della stessa dominazione.
Sul piano strategico, lo «sciopero spettacolare» ereditato dal 1995 presenta fragilità strutturali destinate a emergere nel tempo. La prima è la dipendenza da una minoranza attiva chiamata a “scioperare per gli altri”, una dinamica difficilmente riproducibile all’infinito per stanchezza o mancanza di interesse diretto. Non a caso, nel 2023 i trasporti – storicamente perno del blocco del Paese – hanno in larga parte disertato la mobilitazione contro la riforma delle pensioni. Di fronte alla passività della maggioranza, diventa sempre più arduo mandare ripetutamente in prima linea gli stessi settori.
La seconda fragilità riguarda il fatto che il capitale non resta mai immobile: ridefinisce continuamente i propri snodi strategici, costringendo il movimento sociale a inseguirli. Digitalizzazione, telelavoro ed espansione del terziario hanno ridotto il peso dei settori tradizionali, mentre moderazione salariale, delocalizzazioni e precarietà hanno accresciuto i costi dello sciopero nel settore privato. In questo contesto, i trasporti risultano meno decisivi di un tempo e le alternative appaiono rare e frammentate.

Oltre la nostalgia: il problema strategico della sinistra
Qui si innesta il ragionamento di Joseph Confavreux, sempre su Mediapart, che invita a diffidare di una nostalgia “in seppia” per il 1995. Quel momento storico conteneva già molte delle contraddizioni esplose negli anni successivi: politiche di rigore, securitarismo, razzializzazione del dibattito pubblico, fratture interne alla sinistra.
Il problema, oggi, non è rimpiangere una presunta età dell’oro, ma interrogarsi sulle condizioni di possibilità di un fronte per l’uguaglianza e l’emancipazione in un contesto segnato da un’offensiva reazionaria globale, sostenuta da miliardari, apparati mediatici e nuove tecnologie.
Le divisioni della sinistra – sull’Europa, sulla laicità, sull’anticolonialismo, sulla geopolitica – non possono essere superate né dall’irenismo colpevole né dal settarismo. Come ricorda Frédéric Lordon, si tratta di riconoscere l’uguale legittimità delle lotte contro le dominazioni, senza pretendere che una annulli le altre.
Mettere fine al mito del 1995 non significa rinnegare quella mobilitazione, ma liberarsi della sua ombra paralizzante. Significa riconoscere che uno sciopero fondato sulla delega e sulla passività non può affrontare un capitalismo entrato in una fase autoritaria.
Se una lezione può essere tratta, è quella indicata – in modo paradossale – da esperienze recenti come la vittoria di Zohran Mamdani a New York: centralità delle questioni sociali materiali, radicamento territoriale, rinnovamento generazionale, capacità di tenere insieme conflitto sociale e battaglia culturale senza irrigidirsi in una postura minoritaria.
Trent’anni dopo, il problema non è celebrare il 1995, ma evitare che continui a funzionare come un alibi. Perché, parole di Godin, con vittorie di questo tipo non c’è nemmeno bisogno delle sconfitte.

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