Israele sta violando i cessate il fuoco a Gaza e in Libano, e Trump lo sta permettendo

Assopace Palestina - Saturday, November 29, 2025

di Mitchell Plitnick

Mondoweiss, 27 novembre 2025.  

Negli ultimi giorni, Israele ha intensificato drasticamente le violazioni del cessate il fuoco sia a Gaza che in Libano, cosa che è stata accolta col totale silenzio da parte degli Stati Uniti. Questo potrebbe significare un ritorno alle atrocità su vasta scala degli ultimi due anni?

Benjamin Netanyahu con Donald Trump all’aeroporto Ben Gurion nel maggio 2017. (Foto: Amos Ben Gershom GPO)

Secondo il dizionario Merriam-Webster, la parola “cessate il fuoco” significa: “sospensione delle ostilità attive”. La cosiddetta “definizione per i bambini” è: “interruzione temporanea della guerra”. Tutto sembra abbastanza chiaro.

Ma la definizione di Israele è molto diversa. Essi intendono “cessate il fuoco” nel senso di: “loro cessano, noi spariamo”.

Questo non è una novità per i palestinesi, i libanesi o qualsiasi altro vicino di Israele. Proprio come Israele e i suoi sostenitori amano dire che prima del 7 ottobre 2023 c’era “pace”, le questioni relative alla violenza non sono mai definite dalla presenza o meno di sparatorie o bombardamenti, ma dal quesito se gli israeliani vengono colpiti o no da quei proiettili e quelle bombe.

Quando gli Stati Uniti hanno imposto o mediato cessate il fuoco tra Israele e Hamas e Hezbollah, era ben chiaro a tutti che Washington avrebbe dovuto tenere Israele sotto stretto controllo affinché gli accordi fossero rispettati. Non era difficile prevedere che l’attenzione a tale compito non sarebbe stata sostenibile sotto Donald Trump.

I recenti avvenimenti hanno dimostrato che è proprio così. Israele non ha mai rispettato nessuno dei due cessate il fuoco, ovviamente. Ma negli ultimi giorni ha intensificato drasticamente le sue violazioni sia a Gaza che in Libano, e queste violazioni sono state accolte con il silenzio assoluto da parte degli Stati Uniti.

Stiamo per assistere a un ritorno alle atrocità su vasta scala a Gaza e in Libano che sono diventate così disgustosamente familiari negli ultimi due anni? E perché gli Stati Uniti si sono presi la briga di mediare questi accordi di cessate il fuoco se poi hanno lasciato che Israele li violasse in modo così facile e flagrante?

Soprattutto, cosa sta cercando di ottenere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che sembra avere il controllo diretto o indiretto della situazione?

Gli obiettivi di Israele

Gli obiettivi di Israele sono abbastanza chiari: una guerra senza fine.

Dopo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha vergognosamente votato a favore del piano colonialista di Donald Trump di imporre condizioni ai palestinesi come prezzo per fermare il genocidio su vasta scala di Israele a Gaza, Netanyahu ha reagito non come un leader che aveva ottenuto ciò che voleva, ma come un uomo che aveva appena visto uno sviluppo che doveva impedire.

“Israele tende la mano in segno di pace e prosperità a tutti i nostri vicini” e invita i paesi confinanti a “unirsi a noi nell’espellere Hamas e i suoi sostenitori dalla regione”, ha affermato in una serie di post su X.

L’espulsione di Hamas non faceva parte del piano di Trump né della risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Netanyahu ha ovviamente aggiunto questo punto per punzecchiare Hamas, alimentare i suoi sforzi volti a minare il piano di Trump e gettare un osso da rosicchiare alla sua ala destra.

Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Più di 340 palestinesi, in stragrande maggioranza non combattenti, sono stati uccisi da quando è stato istituito il cessate il fuoco e oltre 15.000 strutture a Gaza sono state distrutte, proprio mentre le inondazioni, le fognature traboccanti, le piogge e il freddo dell’inverno che si avvicina iniziano a colpire la popolazione già martoriata.

Solo negli ultimi giorni, però, Israele ha ucciso più di 60 palestinesi a Gaza, segno di un’escalation. Non è una coincidenza che questo aumento segua la visita a Washington del principe ereditario saudita Muhammad Bin Salman (MBS), che ha insistito ancora una volta, con grande fastidio di Trump, che se Donald Trump voleva vedere un accordo di normalizzazione tra il suo regno e Israele, sarebbe stato necessario un percorso chiaro e impegnato verso uno stato palestinese con una tempistica. Che MBS fosse sincero o meno, Netanyahu non ha alcuna intenzione di fare anche il minimo gesto in quella direzione, e l’escalation a Gaza è stata, almeno in parte, la sua risposta a quella parte della conversazione tra Trump e MBS.

Le giustificazioni di Israele per i suoi attacchi ai palestinesi sono inconsistenti e riflettono quanto poco importi a Washington.

Netanyahu sostiene che Hamas abbia ripetutamente violato il cessate il fuoco inviando i propri membri oltre la linea arbitraria tracciata da Trump a Gaza, quando in realtà si tratta di membri di Hamas che sono stati sorpresi dalla parte sbagliata quando è stato imposto il cessate il fuoco e sono stati tagliati fuori dai loro comandanti.

Altre affermazioni israeliane sono altrettanto inconsistenti e ingannevoli, come la falsa affermazione che Hamas stia uccidendo civili palestinesi o che abbia inscenato il recupero di un cadavere, il che è vero ma difficilmente giustifica il massacro di massa compiuto da Israele in risposta.

Ma per la maggior parte, Israele non si preoccupa nemmeno di giustificare le proprie azioni. Si limita a dire: “C’era un membro di Hamas lì”, e questo è sufficiente per gli Stati Uniti e la maggior parte dei media occidentali mainstream. Questo nonostante il fatto che Hamas abbia rispettato la propria parte dell’accordo, astenendosi dagli attacchi contro gli israeliani, nonostante il fatto che, legalmente, abbia tutto il diritto di attaccare un esercito di occupazione.

Occhi puntati sul Libano

Tuttavia, per quanto Israele continui a intensificare le operazioni a Gaza, teme di riaccendere le proteste globali che si sono un po’ placate, poiché alcune persone – soprattutto quelle desiderose di tornare a disinteressarsi della sorte del popolo palestinese – accettano l’idea che il ritmo leggermente più lento del genocidio in corso possa essere definito un “cessate il fuoco” e la fine della “guerra”.

Israele spera che il suo isolamento, creato soprattutto dai movimenti popolari, durante il genocidio possa attenuarsi. Netanyahu, che è sempre alla ricerca di modi per ottenere il meglio da entrambi i mondi, non porrà fine alle uccisioni a Gaza per raggiungere questo obiettivo, ma spera che l’illusione della fine del genocidio possa prendere piede. Finora non è stato così, nonostante molte fonti, anche alcune arabe, continuino a riferirsi al cessate il fuoco come se fosse autentico.

Netanyahu ha bisogno di una guerra perpetua. Un Israele che deve affrontare sfide diplomatiche all’estero e questioni interne in patria non è favorevole alle possibilità elettorali di Netanyahu per il prossimo anno.

Il Libano offre un’alternativa. Malgrado ci possano essere proteste anche per gli attacchi al Libano, questi non hanno generato lo stesso tipo di risposta globale degli attacchi a Gaza. Con una provocazione da parte di Hezbollah ancora minore di quella ricevuta da Hamas (che era praticamente nulla), Israele ha intensificato gli attacchi al Libano, che non aveva mai cessato.

Non potrebbe esserci prova migliore del fatto che Israele non ha alcun interesse alla pace e alla stabilità regionale, ma preferisce uno stato di guerra costante.

L’accordo di cessate il fuoco raggiunto lo scorso anno tra Israele e Libano prevede che l’esercito libanese assuma la difesa del paese nel sud, dove Hezbollah è stato per decenni la forza di difesa de facto. Il nuovo governo libanese ha accettato di farlo e di collaborare con Hezbollah per portare all’assorbimento dell’ala armata del gruppo nell’esercito libanese, unificato sotto il comando unico del governo libanese.

Questo dovrebbe essere esattamente ciò che vuole Israele. Significherebbe che Hezbollah, che continuerebbe a essere un’entità politica in Libano, non avrebbe più un’ala armata indipendente. I suoi combattenti e le sue armi sarebbero invece controllati da un governo non solo amico dell’Occidente, ma anche fortemente dipendente da esso per la sua ripresa economica.

L’esercito libanese ha chiarito fin dall’inizio che non avrebbe disarmato Hezbollah con la forza, e che in realtà non avrebbe potuto farlo. Non sono disposti a rischiare un’altra guerra civile dopo che l’ultima ha devastato il piccolo paese.

I persistenti attacchi israeliani e il rifiuto di Israele di lasciare le zone chiave nel sud del Libano hanno complicato notevolmente le cose. Hezbollah ha evacuato le sue postazioni nel sud, ma non è disposto a disarmarsi finché Israele continua a occupare il territorio libanese e a lanciare attacchi regolari. Non è una posizione irragionevole: chiedono semplicemente che Israele rispetti la sua parte dell’accordo di cessate il fuoco.

Domenica scorsa Israele ha assassinato il capo di stato maggiore di Hezbollah Haytham Ali Tabatabai, in una chiara escalation che è stata ampiamente interpretata come un avvertimento al Libano e agli Stati Uniti per quello che consideravano il “ritmo lento” del disarmo di Hezbollah e le loro affermazioni secondo cui Hezbollah sta lentamente ricostituendo un arsenale di armi.

In effetti, il ritmo è lento e sembra che Hezbollah stia ricostituendo il proprio arsenale. Tuttavia, il sostegno dell’Iran è notevolmente diminuito, così come le capacità produttive interne; pertanto, qualsiasi riarmo è un processo molto più lento rispetto al passato.

Il rifiuto di Israele di rispettare anche solo per un momento i termini dell’accordo di cessate il fuoco è il principale ostacolo al processo che il governo libanese sostiene essere l’unico modo non solo per disarmare Hezbollah, ma anche per normalizzare l’intero apparato di sicurezza del paese, riunificandolo sotto un’unica autorità.

La scarsa attenzione degli Stati Uniti

Inizialmente, quando è stato annunciato il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, gli Stati Uniti sembravano comprendere che l’esercito libanese, per quanto debole, avrebbe dovuto collaborare con Hezbollah, e non contro di esso, per ottenere il risultato che tutti sembravano desiderare. Anche l’amministrazione Trump sembrava averlo capito.

Ma né l’amministrazione Biden uscente né quella entrante di Trump erano disposte a spingere Israele ad abbandonare le sue posizioni nel sud del Libano. Né l’una né l’altra erano disposte a rimproverare Israele per i suoi continui attacchi, anche quando tali attacchi erano diretti contro civili o persino personale delle Nazioni Unite.

I diplomatici americani hanno inviato segnali contrastanti. L’inviato speciale di Trump per la regione, Tom Barrack, ha oscillato tra parole di elogio per i progressi compiuti dal governo libanese nei colloqui con Hezbollah e minacce di un’azione israeliana se il processo di disarmo di Hezbollah non fosse stato completato in tempi brevi.

Quando Trump è entrato in carica, ha inviato messaggi altrettanto contrastanti. Pur esprimendo il suo sostegno al governo libanese, ha quasi immediatamente iniziato a spingere il governo ad accelerare il processo di disarmo di Hezbollah.

Sebbene Trump sembrasse comprendere che gli attacchi israeliani rendevano questo compito già difficile ancora più arduo per il governo libanese alle prime armi – chiedendo a Israele di “ridimensionare” i suoi attacchi – ha continuato a mostrare impazienza nei confronti di un processo che richiede passi cauti, non spavalderia.

Per Trump, i suoi obiettivi sono stati in gran parte raggiunti grazie alla sua capacità di rivendicare un cessate il fuoco a Gaza, per quanto falsa possa essere tale affermazione. In Libano, la tregua non è stata tecnicamente opera sua; probabilmente non gli dispiacerebbe un nuovo ciclo di guerra su larga scala, che potrebbe poi rivendicare di aver portato a termine. La realtà di tali affermazioni e il modo in cui si concretizzano sul campo non hanno alcuna importanza per lui.

Negli ultimi giorni, Trump ha concentrato la sua attenzione sulla Russia e sull’Ucraina e, di conseguenza, sta prestando ancora meno attenzione a Gaza e al Libano rispetto a prima. Netanyahu se n’è accorto.

Osservando ciò che Trump sta perseguendo in Ucraina e la potenziale ricchezza che potrebbe ottenere personalmente dai suoi piani in quel paese, è ovvio che qualsiasi interesse potesse avere nei casinò e nei grattacieli di Trump a Gaza o Beirut è insignificante rispetto ai profitti derivanti dai minerali e da altre fonti che spera di ottenere dall’Ucraina.

Alla fine, Trump ha deciso di agire a Gaza principalmente per preoccupazione nei confronti dei suoi partner commerciali in Qatar, dopo che l’attacco israeliano ha superato il limite. Quel rimprovero è stato ora registrato e il suo interesse è altrove.

Nessuno lo capisce meglio di Netanyahu. Continuerà a perseguire il suo Genocidio 2.0 a Gaza, consentendo l’ingresso di un quarto degli aiuti necessari a Gaza piuttosto che nessuno, e con un numero di uccisioni giornaliere leggermente inferiore rispetto a prima.

Il Libano è il luogo in cui immagina un ritorno a combattimenti su più ampia scala, ma, almeno per ora, ha bisogno che Hezbollah reagisca alle sue provocazioni. Finora, non hanno abboccato all’esca.

Ma quante altre provocazioni si può realisticamente aspettarsi che sopportino? Questa è la scommessa che Netanyahu sta facendo, ben consapevole che Trump ha distolto la sua attenzione da queste azioni. Trump, essendo il tipo volubile che è, potrebbe cambiare idea, ma al momento non ha molti motivi per farlo.

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Traduzione a cura di AssopacePalestina

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