“Cittadinanze sospese”, tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti
I diritti non mancano solo quando non vengono formalmente riconosciuti. Essi
possono essere garantiti sulla carta, ma difficili da esercitare nella pratica,
accessibili solo ad alcune persone e inaccessibili ad altre. E l’erosione dei
diritti non si manifesta soltanto attraverso negazioni esplicite o ritrattamenti
legislativi; può riprodursi anche tramite difficoltà di accesso, mancata
applicazione o progressivo deterioramento delle tutele esistenti.
E’ da queste considerazioni che è partita l’indagine di Semia Fondo delle Donne,
che ha analizzato la distanza tra il riconoscimento formale dei diritti e la
loro reale applicazione in Italia, mostrando come, nonostante un ampio consenso
sociale su uguaglianza, inclusione e libertà individuali, il sistema politico
fatichi a trasformare questo sostegno in politiche efficaci e accessibili.
Attraverso l’analisi dell’opinione pubblica, della produzione legislativa e dei
vissuti delle persone più esposte all’esclusione, il report evidenzia un
“deficit di conversione”: i diritti trovano spazio nel dibattito pubblico, ma
raramente diventano tutele concrete. La ricerca definisce questa situazione una
“democrazia imperfetta”, in cui i diritti sono riconosciuti formalmente ma non
garantiti in modo uniforme. Donne, persone LGBTQIA+, migranti, persone con
disabilità e soggettività economicamente vulnerabili vivono così una condizione
di crescente marginalizzazione, definita “cittadinanza sospesa”.
Secondo il rapporto Freedom in the World 2026 di Freedom House, l’Italia rimane
formalmente libera, con elezioni competitive e istituzioni pluraliste, ma
registra flessioni significative nel punteggio (87/100, in calo rispetto
all’anno precedente) e carenze strutturali nell’esercizio dei diritti, nella
cittadinanza e nella qualità dell’intervento istituzionale. Il Democracy Index
del The Economist Intelligence Unit classifica poi l’Italia come “flawed
democracy”, o democrazia imperfetta. L’indice riprende la tradizione teorica
della “democrazia difettosa”, contesto in cui le elezioni si tengono
regolarmente e i diritti sono formalmente sanciti, ma la capacità del sistema di
garantire uguaglianza civile, tutela delle minoranze, controllo orizzontale del
potere e accesso alla giustizia rimane selettiva e fragile.
L’analisi di cinque aree (uguaglianza di genere, salute sessuale e riproduttiva,
diritti di migranti e rifugiati, persone LGBTQIA+ e persone disabili) attraverso
i principali indici comparativi prodotti da istituzioni e organismi europei,
danno l’esatta collocazione del nostro Paese nel contesto europeo. La salute
sessuale e riproduttiva è uno degli ambiti in cui il divario tra diritti formali
e accesso reale è più evidente. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia perde circa
tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e anche
sull’accesso alla contraccezione l’Italia si ferma al 62,7%, ben sotto Francia
(97,9%), Regno Unito (95,8%), Portogallo (93,8%), Germania (78,6%) e Spagna
(68,8%). Per quanto l’integrazione e i diritti delle persone migranti e
rifugiate, l’Italia è tra i dodici Paesi che hanno peggiorato le proprie
politiche nel periodo considerato (2020-2023).
“Tra le misure più significative di questi anni, si legge nel report, è il
Decreto Legge n. 20 del 2023, noto come Decreto Cutro, che ha ristretto
l’accesso alla protezione speciale, eliminato la possibilità di convertire il
relativo permesso di soggiorno in un permesso di lavoro, e aumentato da 120 a
135 giorni il periodo massimo di trattenimento nei centri di permanenza per il
rimpatrio (CPR). Tra il 2014 e il 2024 si contano 15 decessi avvenuti
all’interno o in diretta conseguenza del trattenimento nei CPR. Nel giugno 2025,
uno dei cinque quesiti referendari proponeva la riduzione da dieci a cinque anni
del requisito di residenza per ottenere la cittadinanza italiana; attualmente
tra i più restrittivi nel panorama europeo”. Scoraggiante è poi l’analisi delle
politiche LGBTQIA+: l’edizione 2025 della Rainbow Map assegna all’Italia solo 24
punti su 100, l’unico Paese dell’Europa sud e occidentale con un indice al di
sotto del 30%.
In ordine all’inclusione delle persone con disabilità, infine, l’Italia registra
un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. Il 67,7% delle persone con
disabilità grave tra i 15 e i 64 anni risulta fuori dalla forza lavoro, cioè né
occupato né in cerca di occupazione. Una condizione di inattività strutturale,
spesso legata a ostacoli cumulativi di natura sanitaria, sociale e
istituzionale. L’analisi di Semia Fondo delle Donne documenta anche come
discriminazione, molestie e violenza si concretizzano nella vita delle persone,
evidenziando esperienze di marginalizzazione e forme diffuse di ostilità
quotidiana che si sedimentano nel tempo e determinano l’esperienza complessiva
delle persone esposte. Forme di discriminazione spesso di natura sommersa che le
rende ardue da intercettare con gli strumenti istituzionali tradizionali seppure
siano quelle che maggiormente erodono la qualità della cittadinanza.
Il Rapporto effettua anche una “lettura dei dati per governi”, sottolineando
come il colore politico dell’esecutivo non modifichi le regole del gioco:
l’asimmetria tra Parlamento e Governo resta costante. “Cambiano però la
direzione, si legge nel report, e l’intensità con cui questo meccanismo
strutturale viene utilizzato. Il governo Renzi è l’unico a collocarsi nettamente
sopra la media per tasso di conversione parlamentare ed è anche l’unico sotto
cui le leggi approvate si distribuiscono su un ampio ventaglio di aree, incluse
le unioni civili (L. 76/2016). Sotto il governo Meloni, invece, il volume degli
atti parlamentari raggiunge il massimo storico, mentre la capacità del
Parlamento di trasformarli in legge scende a uno dei livelli più bassi.
Parallelamente cresce la componente restrittiva, distribuita su più aree –
migrazione, infanzia, istruzione, libertà religiosa, governo locale, famiglia –
e sostenuta sia da decreti governativi (decreto Cutro, D.L. 127/2025), sia da
iniziative parlamentari coerenti con l’agenda dell’esecutivo (L. 169/2024 sulla
GPA, DDL Valditara)”.
Qui il Rapporto
Giovanni Caprio