Le aziende israeliane che fanno affari con le rinnovabili in Italia
Internazionale.it. Di Luigi Mastrodonato. uando a ottobre la provincia di Biella
ha comunicato i dettagli del progetto per il nuovo impianto agrivoltaico da
realizzare a Cavaglià, Daniele Gamba, presidente del circolo ambientalista Tavo
Burat, ha avuto un sussulto. In parte perché da tempo quell’area fatta di campi
di cereali e vecchie cascine subisce profonde trasformazioni. Prima le cave, poi
le discariche, ora gli impianti fotovoltaici: tutto questo ha creato un certo
malcontento nella comunità locale.
Nel caso del nuovo progetto, però, Gamba è rimasto colpito soprattutto da un
altro aspetto. A presentarlo è stata la succursale italiana della Econergy,
un’azienda israeliana che lavora in partnership con altre aziende attive nei
territori palestinesi occupati.
Quello di Cavaglià non è l’unico progetto di aziende israeliane in Italia nel
campo delle rinnovabili. Alcune di queste imprese sono in qualche modo coinvolte
in quella che è stata definita come “economia dell’occupazione”.
Terra sacrificata.
Il progetto della Econergy riguarda 117 ettari sul lato ovest della strada
provinciale 322 e prevede un investimento di 29 milioni di euro per installare
3.200 strutture per il fotovoltaico e riseminare i campi per far crescere nuova
vegetazione.
L’area è ricca di depositi di ghiaia e sabbia trasportati dal fiume Dora Baltea.
Proprio per estrarre questi materiali si è dato vita a uno sfruttamento
intensivo. Inoltre, in altre parti si sono create delle vere e proprie
discariche e ci sono stati casi di inquinamento delle falde acquifere, com’è
emerso nello scandalo Alice 2. Più di recente si sono diffuse invece attività
legate all’economia circolare, con progetti come il termovalorizzatore, al
centro di un lungo contenzioso, e parchi per le energie rinnovabili. Le
associazioni locali parlano di una “terra sacrificata”.
“Non contestiamo le energie rinnovabili ma il fatto che la transizione
energetica sia stata affidata ai grandi colossi del settore. Queste aziende
investono su campi e terreni invece che su aree più piccole come parcheggi,
tetti e spazi vuoti intorno ai capannoni”, spiega Gamba.
La Econergy però attira critiche anche per altri motivi. “In questi anni di
genocidio a Gaza le associazioni e i collettivi impegnati nelle campagne di
boicottaggio hanno acceso i riflettori su chi collabora con aziende israeliane o
vende i loro prodotti”, continua Gamba. “Non ci era mai capitato però di avere a
che fare con investimenti diretti di aziende israeliane sul nostro territorio”.
Un settore in crescita.
La Econergy sviluppa e gestisce progetti di energia rinnovabile. L’azienda è
stata fondata a Kfar Saba nel 2009, periodo in cui è cominciato il boom delle
energie rinnovabili in Israele. Tra il 2018 e il 2022 la capacità degli impianti
israeliani di energia rinnovabile è aumentata in media del 37 per cento
all’anno, più del doppio rispetto ai quattro anni precedenti. Nello stesso
periodo il numero di aziende del settore quotate alla borsa di Tel Aviv è
raddoppiato.
Questa crescita è andata di pari passo con lo sviluppo di progetti in
Cisgiordania e nelle alture del Golan. Impianti fotovoltaici sono stati
costruiti negli insediamenti di Kalya, Maale Amos, Barkan, Meitarim, Netiv
Hagdud, Shadmot Mehola e Petzael, mentre nel Golan sono nate le wind farms di
Ruach Beresheet, Aran e Emek Habacha.
La transizione energetica e le sue infrastrutture sono uno dei modi con cui
Israele sta consolidando il controllo sulle terre occupate, spiega Who Profits,
un’ong israeliana fondata nel 2007 che analizza le attività commerciali di
aziende israeliane e internazionali nei territori palestinesi e siriani. “Le
comunità palestinesi subiscono sfollamenti forzati, demolizioni di case,
mancanza di servizi di base e sono soffocate economicamente”, si legge nel
rapporto Greenwashing dispossession dell’ong. “Le autorità israeliane confiscano
e distruggono i pannelli solari dei palestinesi, privandoli della possibilità di
usare le risorse naturali per sostenersi”. Nel caso delle alture del Golan, Who
Profits denuncia “estese espropriazioni di terreni, ostacoli allo sviluppo
dell’agricoltura e l’ulteriore sfruttamento delle risorse naturali locali”.
Tra le aziende coinvolte in alcuni di questi progetti c’è l’israeliana Phoenix
Financial, attiva nel settore assicurativo e degli investimenti patrimoniali, e
che tra le altre cose fornisce servizi al ministero della difesa e alla polizia
israeliana. Dal 2023 ha concesso alla Econergy prestiti di centinaia di milioni
di euro per realizzare impianti fotovoltaici in Polonia e Romania. In alcuni
casi è diventata comproprietaria finanziaria degli impianti.
Il no dei comitati.
Il circolo Tavo Burat e altre realtà locali hanno lanciato una mobilitazione
pubblica per raccogliere rilievi contro il progetto della Econergy. Diversi
cittadini hanno risposto all’appello inviando i propri e alla fine di novembre
il documento è stato inoltrato alla provincia di Biella.
“Abbiamo chiesto di considerare la criticità di un progetto legato a un
investitore che ha sede legale in Israele, ha tratto profitto dal notevole
rialzo della borsa di Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023 e collabora con un’azienda
legata all’economia dell’occupazione”, dice Daniele Gamba. Per ora non sono
previsti presidi e manifestazioni. “Siamo un territorio a bassissima densità
abitativa, non è facile organizzare iniziative incisive”, sottolinea Luca
Giacone, coordinatore del collettivo Biellesi per la Palestina. “Abbiamo
lanciato una campagna d’informazione e sensibilizzazione. Dopo aver inviato le
osservazioni alla provincia, stiamo capendo come andare avanti”.
Il progetto a Cavaglià non è l’unico della Econergy in Italia. Sul sito
dell’azienda risultano altri parchi solari in fase di costruzione o valutazione
nel canavese, a nord di Torino. “Il nostro obiettivo è sostenere il carattere
rurale del Piemonte, preservandone il patrimonio agricolo, migliorando le
performance ambientali e garantendo che i benefici restino all’interno della
comunità locale”, spiega Luca Talia, manager della Econergy in Italia. “È
spiacevole che alcuni attori locali, nel tentativo di ostacolare lo sviluppo di
un progetto di energia rinnovabile, stiano sollevando contestazioni estranee al
progetto stesso o alla società che lo sta sviluppando”.
La Econergy non ha risposto alle domande sull’eventuale coinvolgimento della
Phoenix Financial nei progetti italiani e sui legami con l’esercito israeliano,
visto che tra i vertici c’è una figura con una lunga esperienza in quel settore.
“L’azienda opera in Italia dal 2009 e può contare su un team di 43
professionisti italiani, tutti dipendenti della Econergy Italy”, aggiunge Talia.
L’azienda oggi è impegnata in altri progetti in Sicilia e a settembre
l’Unicredit le ha concesso un finanziamento da 58 milioni.
Da nord a sud.
Se il legame tra la Econergy e l’economia dell’occupazione israeliana deriva
dalla sua partnership con la Phoenix Financial, per altre aziende coinvolte in
progetti in Italia è più forte.
La Enlight Renewable Energy è nata nel 2008 in Israele. Come sottolinea Who
Profits, negli ultimi anni ha partecipato a diversi progetti sulle alture del
Golan caratterizzati dall’installazione di turbine, dalla costruzione di strade
e dall’ampliamento delle linee ad alta tensione. Ha installato pannelli solari
nelle basi militari e nel suo budget filantropico del 2024, che rendiconta le
varie donazioni fatte a persone ed enti privati e pubblici, risultano fondi
destinati all’esercito israeliano.
Da qualche anno l’azienda ha messo gli occhi sull’Italia per installare,
attraverso sue sussidiarie, impianti solari, eolici e di storage. Alcuni, come
quello di Nardò, in Puglia, sono già stati approvati. Altri, tra Puglia,
Basilicata e Molise, sono in attesa del via libera.
Un’altra azienda israeliana arrivata da poco in Italia è la Shikun & Binui,
attiva nel settore immobiliare, in quello energetico e in quello delle
infrastrutture. Who Profits sottolinea che l’azienda è attivamente coinvolta
nella costruzione ed espansione di insediamenti e infrastrutture in Cisgiordania
e a Gerusalemme Est, e ha partecipato alla costruzione della barriera che
circonda la Striscia di Gaza.
Ha inoltre vinto diversi appalti per costruire nuove basi dell’esercito
israeliano e strutture per i servizi di sicurezza militare, e ha realizzato il
palazzo del ministero della difesa israeliano. Nel 2023 la Shikun & Binui ha
acquisito due progetti agrivoltaici in Toscana. Un altro investimento simile era
stato fatto pochi mesi prima in Sicilia, dove l’azienda ha avviato quattro
progetti. Altri impianti sono stati rilevati in Sardegna.
Abbiamo contattato queste aziende per avere informazioni sulle loro attività nei
territori della Cisgiordania e delle alture del Golan, sui loro investimenti in
Italia e sui loro rapporti con l’esercito israeliano. Non abbiamo ricevuto
risposta. Anche il ministero italiano dell’ambiente e della sicurezza energetica
non ha voluto commentare.
Lo scorso settembre a Zagabria un gruppo di persone si è presentato davanti al
palazzo del governo croato con oggetti per bambini coperti di sangue
finto. Protestavano contro il coinvolgimento della Enlight Renewable Energy
nella realizzazione di due centrali di energia rinnovabile in Dalmazia. Lo
stesso è successo in Spagna, dove movimenti della società civile e ambientalisti
si sono radunati nel parco eolico di Gegacama, sempre di proprietà della Enlight
Renewable Energy, esponendo striscioni contro il genocidio.
In Italia gli investimenti di aziende israeliane nella transizione energetica
non hanno suscitato contestazioni , a parte le prime forme di protesta in
Piemonte. Qui sta seguendo da vicino la questione la rete Confluenza, nata a
Torino per opporsi agli impianti estrattivi e di sfruttamento del territorio.
“Quello delle energie rinnovabili è un mercato molto redditizio, che ha assunto
un ruolo importante nelle scelte del governo israeliano”, sottolinea il
collettivo. “È una fonte di profitto legata in maniera indissolubile
all’occupazione delle terre palestinesi, un obiettivo e uno strumento
dell’occupazione per condurre il progetto coloniale israeliano”.
Confluenza sta portando avanti una mappatura e un’inchiesta aperta a
segnalazioni dal basso per capire chi c’è dietro i progetti di energia
rinnovabile in Italia e denunciarne le criticità. L’obiettivo è individuare
quelli che usano strategie di comunicazione come il socialwashing e
il greenwashing, per sembrare socialmente responsabili e attenti all’ambiente, e
più in generale costruire una rete a livello regionale che si batta contro lo
sfruttamento dei territori e del suolo.
“In Italia ci sono diverse aziende israeliane che promuovono progetti di eolico,
fotovoltaico o agrivoltaico”, denuncia Confluenza. “Israele è arrivato in Italia
per impiantate sui nostri campi agricoli, sulle nostre colline, sul suolo
nazionale pannelli fotovoltaici e turbine eoliche”.
(Immagine: https://greensquareitalia.it/2024/04/il-fenomeno-del-greenwashing/)