Irène Némirovsky / Le prime scritture brevi
Nei diciassette racconti scritti tra il 1921 e il 1937 pubblicati ora da
Adelphi, ritorna prepotente quel giubilo argentino a cui i lavori di
Némirovsky ci ha abituati. Pur essendo opere giovanili – e lei per prima le
definirà “Infantili e allegre” – la dimensione che più torna è quella del
prima. La raccolta si apre con i quattro dialoghi comici di Nonoche e si chiude
con una vera chicca: “I giardini di Tauride”, con gli appunti e le correzioni
dell’autrice. Se in tutti i racconti si respira la volontà di lavorare col
metro della forma breve (conoscendo perfettamente i canoni e le griglie del
romanzo), con la pubblicazione di un lavoro in corso appare ancora di più la
disciplina con la quale Némirovsky si dedicava alla stesura delle opere. Non si
tratta soltanto di varianti, variazioni, aggiustamenti di forma ma veri e propri
appunti per sé stessa, al suo modo di vedere il mondo e di filtrarlo con la
scrittura. Una auto-critica ironica. Non sorprende quindi ritrovare ricordi o
suggerimenti nell’utilizzo della propria esperienza umana nella costruzione dei
personaggi, un dialogo interiore vivo capace di influenzare gli scenari e
immaginarne altri, altrettanto spassosi e altrettanto malinconici.
Sì, perché il rimpianto per ciò che non c’è stato o per una decisione presa
frettolosamente corre sottotraccia in tutti i racconti e li lega come se fossero
perle di una collana. L’utilizzo di dialoghi di stampo teatrale, di flashback e
anche di piani sequenza cinematografici (“Il carnevale di Nizza” ne è l’esempio
più eclatante) fanno sì che il lettore contemporaneo trovi una narrazione
altamente fruibile e dinamica, vicina ai tempi e al realismo (verità, lei
scriveva così) vissuto. Ciò non avvenne come riporta nelle note di chiusura
Teresa Lussone, anzi la critica non apprezzò lo sperimentare dell’autrice.
Il “prima” necessita che ci sia anche un “poi”, una successione temporale
lineare, ma che Némirovsky reinventa: ogni singola pagina è impregnata di vita e
gioia, tutta quella vita e gioia che dovrà abbandonare nella seconda parte del
suo percorso, ma che pare sapere già come verrà perduta. Una veggenza circa il
non poter afferrare nulla in maniera definitiva, una precarietà tanto temuta
quanto forse bramata, e necessaria per il dopo. I racconti rappresentano il
“prima”, ciò che ha reso possibile la stesura dei romanzi: in
essi Némirovsky propone soluzioni e temi distinti che verranno ripresi in Suite
francese e negli altri lavori lunghi. Quasi una sorta di palestra nella quale
scoprire e indagare il quotidiano, le sue pieghe scomode: in “Giorno d’estate” e
“I fiumi del vino” viene riversata tutta la frustrazione nell’appartenenza a una
classe borghese e ipocrita, serva di convenzioni sociali e di un ambiente
asfittico quanto perverso. Come sempre la realtà, il sogno, la ricerca interiore
e quella delle radici storiche si mescolano e si fondono. Il tema dell’altro e
della non inclusione reale, quello dell’abbandono dell’infanzia e dell’ingresso
in un mondo grigio fatto di forma e apparenza. Il “prima” della ricerca di un
sé, abbandona e lascia spazio a un “dopo” nel ricordo e nella riscoperta. Questo
percorso e, soprattutto, la possibilità di poter leggere le note dell’autrice,
pone un faro sulla coerenza e sull’eccezionale consapevolezza
di Némirovsky nello scrivere breve, in quel tessere perfetto “a piombo”, senza
sbavature, con l’allegria del poter muoversi libera tra le righe e tra le arti,
affinando quella che sarà la voce di una delle autrici più lette d’Europa.
L'articolo Irène Némirovsky / Le prime scritture brevi proviene da Pulp
Magazine.