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Naza, il risveglio dell’empatia
Naza non è un “semplice” docufilm, non è neanche intrattenimento e non è nemmeno un documentario che indugia, come tanti altri che al pari hanno trattato il tema Palestina-pulizia etnica-genocidio, su di un minimo essenziale di “confezionamento” cinematografico, che prevedrebbe anche solo un minimo di colonna sonora dedicata a singoli frame o quantomeno di musica di sottofondo, quando alle fine scorrono i titoli di coda. Nulla di tutto questo. Al contrario, al silenzio delle immagini, o meglio al solo rumore di fondo reale registrato dai terrazzi di Tel Aviv dove si sono svolte le interviste, ha corrisposto in sala il silenzio tombale del pubblico: questa è stata la “non colonna sonora” del film. Nella nota sala cinematografica di Roma Prati, il Giulio Cesare, l’ascolto del pubblico è stato quasi da raccoglimento empatico e meditativo, (per rendere l’idea, nemmeno qualche colpo di tosse!), né tantomeno l’accendersi qui e là di qualche display di cellulare silenziato, come purtroppo capita in altri contesti-situazioni. Non ho udito nemmeno i plausibili commenti a latere, oppure sospiri o altra forma comunicativa non verbale, mentre ho percepito qua e là in qualcuno/a come me, gli effetti su naso e occhi inevitabilmente lucidi: in particolare, al sentire il racconto cinico e razionale di quello che i militari ascoltavano, spiando attraverso il cellulare infettato dal sistema di spionaggio ultra-avanzato Lavender basato sull’intelligenza artificiale, (in cui Israele è punto di riferimento per tutto il mondo, proprio perché testata sul campo), ossia i suoni e le conversazioni dei familiari – bambine/i, figli, mogli – della vittima designata, del “target” nel momento esatto in cui il missile, definito a torto “bomba intelligente”, centrava l’intero palazzo. Lavender è un sistema basato sull’intelligenza artificiale che, secondo un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call (aprile 2024), l’IDF avrebbe usato nello sterminio a Gaza, per individuare presunti militanti di Hamas e della Jihad islamica palestinese. Il sistema analizza grandi quantità di dati di sorveglianza (comunicazioni, contatti, abitudini, ecc., peraltro descritti nel dettaglio proprio dalle testimonianze dei suoi utilizzatori diretti raccolte in “Naza”) e assegna a ogni persona un punteggio da 1 a 100, che indica la probabilità di appartenere a un gruppo armato. Per avvalorare la realtà di questo sistema di “targettizzazione”, per andare alla radice di come il sistema di controllo pervasivo di Israele su tutti i palestinesi, non solo rispetto ai guerriglieri della resistenza dal ’48 ad oggi, i registi hanno inframmezzato il racconto con alcuni documenti d’archivio risalente agli anni Settanta in cui si mostra il cosiddetto “regalo” offerto ai palestinesi, ossia l’infrastruttura telefonica e di comunicazione. Israele controlla tutto, anche questa preziosissima fonte di dati: quindi non solo acqua e rifornimenti vari essenziali per la vita, ma anche i dati che contribuiscono a cancellare queste stesse vite dal territorio legittimo dei palestinesi. Secondo le stime sono stati circa 37.000 i palestinesi individuati come “sospetti” nelle prime settimane dopo il 7 ottobre, con un margine di errore, appunto i “Naza”, i danni collaterali, intorno al 10%, calcolando nell’errore (o meglio orrore) anche le verifiche, sempre rapide e sommarie, dell’operatore in carne ed ossa. Ci sarebbe un altro sistema, raccontato nel dettaglio dai militari israeliani nel film anche rispetto alle parole-chiave utilizzate dai militari, chiamato cinicamente “Where’s Daddy?” per segnalare quando un “obiettivo” entra in casa. Un altro sistema distinto, “Habsora” (The Gospel), riguarderebbe invece l’individuazione degli interi edifici. I detrattori del film sostengono che non ci sono prove evidenti avvalorate da nomi e cognomi e da circostanze segnate da orari e luoghi precisi, come dire che le prove testimoniali dirette dei protagonisti dei massacri non sono sufficienti. Chi si oppone a queste atrocità, da cittadino israeliano di religione ebraica rischia moltissimo: dai ragazzi che rifiutano, fino al gesto estremo del suicidio, un servizio militare di tre anni e un futuro costellato di richiami di aggiornamento annuale sotto le armi fino a oltre 50 anni di età (vedi il significativo docu-film israeliano INNOCENCE, di Guy Davidi), ai militari in questione, che se scoperti rischiano tanto, a cominciare dal carcere. Segue l’ostracismo da parte di una società che ha come agenzia principale di socializzazione, oltre che di “ufficio di collocamento” ante-litteram, l’apparato a porte girevoli del connubio tra industria bellica, sistema formativo/scientifico/accademico e mercato del lavoro. Ai detrattori di Naza, dopo aver osservato le foto satellitari di Google Maps o Google Heart con le foto di interi quartieri rasi al suolo e spianati con i caterpillar, di cui peraltro si vedono anche le tracce, chiederei di definire “scomparsi” (oltre che “bambino”) i palestinesi che mancano all’appello. Solo un censimento generale potrà dire un giorno in modo statisticamente inconfutabile quanti sono quelli che si andranno ad aggiungere agli oltre 74.000 morti accertati, ma sarà sempre troppo tardi.   Stefano Bertoldi
October 2, 2026
Pressenza
Il comandante Kirk contro Trump
Questo scoop è un’esclusiva mondiale – anzi intergalattica – della “bottega” grazie al fanta-archivista Fabrizio Melodia (*). Per chi non lo sapesse James Tiberius Kirk è il Capitano della USS Enterprise NCC-1701 (**). E stasera troverete un altro post (primo di una serie) di Giuliano Spagnul sul “centenario” della fantascienza. Un work in progress, fortemente polemico. # Io sono James
January 20, 2026
La Bottega del Barbieri
11 luglio 2025, Cardinal Battaglia: “Urlare per una spesa militare più alta non è sicurezza, ma suicidio collettivo.”
L’11 luglio 2025, in occasione della festa di San Benedetto patrono d’Europa, presso l’Abbazia di Montecassino, l’Arcivescovo di Napoli cardinale Domenico Battaglia ha pronunciato forti parole in nome della pace contro la guerra e l’industria bellica. Ecco di seguito il testo della sua omelia:   Fratelli e sorelle nel Signore, oggi celebriamo San Benedetto, patrono d’Europa, fondatore del monachesimo occidentale, ma ancor prima, custode del tempo e dell’uomo. Lo facciamo ascoltando la Parola di Dio, che lo ha formato, ispirato, e guidato come una bussola nel cuore di un’epoca smarrita, come una fiamma che non si spegne anche quando tutto intorno è cenere. “Figlio mio, se accoglierai le mie parole, se farai tesoro dei miei precetti, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio” (Pr 2,1.5) È così che ci parla il libro dei Proverbi. Con una voce che non grida, ma si china, che non comanda, ma chiama per nome. Parole di padre a figlio. Parole che Benedetto ha ascoltato tante volte, forse in una cella di pietra, mentre il silenzio fuori sembrava più vasto della storia. Le ha ascoltate come si ascolta una sorgente nella notte, e dentro quelle parole ha riconosciuto una via. Non impose la sapienza, non la trasformò in sistema, non la custodì in una biblioteca. Fece qualcosa di più umile e più rivoluzionario: la offrì come un seme. E i semi, lo sappiamo, non fanno rumore. Non cercano il sole: lo attendono. Non si difendono: si lasciano accogliere dalla terra. E nella pazienza di chi sa aspettare, cominciano a trasformare tutto. Così Benedetto: non gridò la verità. Non la sventolò come una bandiera in tempo di guerra. Scelse di seminarla nel cuore degli uomini, affidandola a gesti quotidiani, a regole minime, a ore di preghiera e lavoro. E mentre il mondo intorno crollava, lui ordinava le giornate come si ordina una mensa per gli ospiti: con cura, con misura, con amore. La sapienza – ci ricorda il testo sacro  – si conquista mettendo in ordine il cuore. E Benedetto lo ha fatto come si mette ordine in una casa dopo una tempesta: con mani stanche, con occhi lucidi, con fede ostinata. Ha dato forma ai giorni, ha insegnato che c’è una bellezza nascosta nella ripetizione, che non serve una vita straordinaria per cercare Dio, ma una vita semplicemente fedele. E ha capito qualcosa che ci riguarda ancora oggi: che in un mondo che corre e si perde, servono uomini e donne che facciano silenzio su tutto il resto, e ascoltino solo ciò che conta davvero. Perché a volte, per tornare a Dio, non bisogna fare mille passi avanti, ma uno indietro: tornare a quella voce che ci chiama “figli”. A quel luogo interiore dove il tempo è ancora sacro, la parola è ancora promessa, e la sapienza è ancora un dono che si riceve in ginocchio. Benedetto fu uomo di ascolto. La sua Regola inizia con una parola semplice: “Ascolta, o figlio”. Non dice: “Obbedisci”, non dice: “Costruisci”, non dice: “Agisci subito”. Dice: Ascolta. Perché ogni conversione vera comincia da lì: dal silenzio che fa spazio all’altro, dalla pazienza che impara i tempi di Dio, dalla fiducia che si lascia istruire. E Benedetto, prima di essere guida, fu figlio. Figlio della Scrittura, figlio del suo tempo, figlio della Chiesa. E così diventò padre, e generò un mondo nuovo nel grembo della storia. Nel Salmo 33, abbiamo pregato: “Venite, figli, ascoltatemi: v’insegnerò il timore del Signore” Questa è l’eco che attraversa tutta la vita monastica: ascolto e insegnamento, parola accolta e parola donata. Un salmo che Benedetto avrebbe potuto scrivere, tanto ne condivide il respiro: cercare la pace e perseguirla, custodire la lingua dal male, il cuore dal rancore. È la sapienza degli umili, non degli eroi. È la via della mitezza, che non fa rumore, ma trasforma la terra, pietra dopo pietra. Nel cuore della celebrazione, la voce di Paolo ai Colossesi ci ha chiesto qualcosa di straordinario: “Rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza…” Parole semplici, ma vertiginose. Perché non basta evitare il male. Occorre scegliere il bene, coltivarlo come si coltiva un giardino, senza aspettarsi applausi, senza cedere al disincanto. San Benedetto lo sapeva: non si educa alla santità con il timore, ma con la coerenza; non con parole solenni, ma con scelte quotidiane che creano comunione, e fanno della vita un’offerta eucaristica. È proprio nella vita fraterna – così difficile e così necessaria – che si misura la verità della nostra fede. Non c’è pace interiore che non passi dalla pace con i fratelli. E non c’è comunità viva senza perdono, senza gratitudine, senza gioia. Benedetto ha dato un corpo concreto a questa visione evangelica: il monastero, la Regola, la preghiera che scandisce il tempo. Ma tutto nasce da questo Vangelo vissuto: dal saperci scelti da Dio, amati da Lui, e perciò chiamati a rivestirci di Cristo. E infine, il Vangelo di Matteo. Un dialogo asciutto, essenziale, ma dentro, come in ogni parola evangelica, si muove una tensione eterna. C’è Pietro – quello che sbaglia spesso, ma non smette mai di amare – che guarda Gesù negli occhi e, con tutta la verità che ha, gli dice: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che cosa dunque ne avremo?” È la domanda di chi ha giocato la vita su una promessa. Di chi ha lasciato la riva, ma la barca si allontana e la terra promessa ancora non si vede. È la domanda di ogni discepolo, quando la sequela diventa asciutta, esigente, scomoda, quando la gioia cede il posto alla fatica, quando l’amore non basta più a spiegare tutto. Che ne sarà di noi, Signore? Dei nostri affetti, delle nostre case, delle cose buone che abbiamo lasciato indietro per Te? E Gesù risponde. Ma – come sempre – non risponde davvero. Almeno, non come ci aspetteremmo. Non fa calcoli, non mostra ricompense precise, non traccia un contratto. Parla invece la lingua del Regno: una lingua che mescola il paradosso alla promessa, la perdita alla fecondità. “Chi avrà lasciato tutto per me, riceverà cento volte tanto… e la vita eterna.” Centuplo. Ma non in banca. Centuplo in legami, in incontri, in lacrime condivise e pane spezzato. Centuplo nel cuore che si dilata quando smette di voler possedere e impara, finalmente, ad accogliere. Perché è così che funziona con Dio: chi perde, trova. Chi lascia, riceve. Chi fa spazio, viene riempito. Ma con misure che non sono le nostre. Con tempi che non possiamo decidere. Con doni che, spesso, non riconosciamo subito come tali. E dentro questo Vangelo, si colloca San Benedetto. Non come un commentatore, ma come un testimone. Un uomo che ha preso sul serio le parole di Gesù e ha fatto della rinuncia una casa abitabile. Ha lasciato onori, carriera, sicurezza. Non per amare l’idea di Dio, ma per vivere con Dio e per Dio, nella carne dei giorni, nella polvere del lavoro, nel canto dell’ufficio divino, nel volto dei fratelli. Ha lasciato tutto, ma non è scappato. Ha fondato. Ha costruito. Ha raccolto uomini dispersi e ha detto loro: “Venite, viviamo insieme qualcosa di più grande di noi.” E ha insegnato che perdere tutto può voler dire ritrovare il senso. Che lasciare il mondo può voler dire riscattarlo. Benedetto ha creduto davvero che il “meno” potesse contenere Dio. Meno parole, e più ascolto. Meno oggetti, e più tempo. Meno sé, e più fraternità. Ha creduto che la regola non fosse una prigione, ma una forma di libertà. Che la ripetizione fosse preghiera. Che il silenzio potesse guarire. Che la stabilità potesse redimere un mondo errante. E oggi ci interroga: cosa siamo disposti a lasciare, non per punirci, ma per aprirci? Cosa abbiamo il coraggio di perdere, non per svuotarci, ma per fare spazio a Dio? La Regola non è solo un’antica sapienza, ma una bussola per disertori dell’umano. Ci ordina un’altra economia: quella del cuore. Pregare e lavorare, sì—ma perché il mattone sia sollevato con rispetto, e il salmo cantato con una gola che non dimentica la sete di chi fugge dalle bombe. La Regola ci chiede di intrecciare le mani e le ginocchia: di costruire e di inginocchiarci. Di produrre senza sfruttare, di servire senza calcolare. Allora convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Facciamolo ora—non per idealismo, ma perché ogni ritardo ci rende complici. Complici del fuoco che brucia i villaggi, complici dell’applauso in Borsa quando un conflitto si allunga. Complici del marmo freddo delle coscienze che scorrono i notiziari senza lasciare che una sola immagine trapassi la pelle. Benedetto ci guarda. Non come un’icona ingiallita dal tempo, ma come un testimone che con il dito tocca le ferite del mondo e ne dice il nome senza paura: guerra, idolatria del profitto, viltà politica. E se noi tacessimo ancora una volta, sarebbero le pietre dei chiostri a gridare, a dire che non è il cielo a tradire l’uomo ma è l’uomo a tradire se stesso, ogni volta che preferisce un’esplosione di morte al pane spezzato che è vita. Per questo, sull’altare della festa di Benedetto, non stendiamo fiori, ma un appello accorato. Un grido a chi compra armi invece di pane, a chi brinda quando un titolo “difesa” sale in borsa, a noi stessi – che ci siamo abituati a scivolare sulle notizie come pioggia su pietra. Se l’Europa tollera ancora campi incendiati e sirene notturne, è perché qualcuno ha deciso che il sangue rende più del grano. Se il Sud del mondo conta bambini gonfi di fame mentre nei summit si sfoggiano cravatte di seta, è perché si investe nella morte come in un titolo sicuro. Benedetto griderebbe. Direbbe che ogni missile è un’eresia contro l’uomo, che ogni bilancio militare approvato è un atto di apostasia civile. Ai governi direbbe: avete violato la Regola del vivere – quella vera, che mette l’altro al centro e il denaro fuori dal tempio. Agli azionisti dell’industria bellica direbbe: state falsificando il Vangelo. State trasformando il ferro dell’aratro in schegge per dilaniare innocenti. E noi? Noi non possiamo cavarcela con un sospiro devoto. È tempo di sangue freddo e lingua di fuoco. Di chiamare i droni con il loro nome: fucilazioni telecomandate. Di dire che “danni collaterali” vuol dire bambini senza volto. Di urlare che una spesa per la difesa più alta di quella per scuola e sanità non è sicurezza. È suicidio collettivo. E tu Benedetto, Padre di pace e Custode del silenzio, insegnaci l’arte di perdere per trovare l’essenziale. Rendici artigiani di umanità, fedeli alla Regola dell’amore. Dona pace all’Europa: fa’ che ritorni alle sue radici, radici di pace, nutrite di giustizia, fondate sulla solidarietà e sull’amore. Sostienila con la tua intercessione, perché, guarita nel cuore, possa generare pace per un’umanità stanca e inquieta.   > Solennità di San Benedetto – Abbazia di Montecassino/ 11 Luglio 2025 Redazione Napoli
July 15, 2025
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