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Napoli accoglie i bambini saharawi, piccoli ambasciatori di pace
«SONO NATI NEL DESERTO, NON HANNO MAI VISTO IL MARE». A PALAZZO SAN GIACOMO IL BENVENUTO AI BAMBINI SAHARAWI DEL PROGETTO NAZIONALE “PICCOLI AMBASCIATORI DI PACE” «Sono nati nel deserto questi bambini. Non hanno mai visto né una piscina né il mare. Portarli al mare e in piscina è la cosa che loro amano di più.» Bastano queste parole di Francesca Doria, presidente dell’associazione Tiris OdV, per comprendere il valore umano del progetto “Piccoli Ambasciatori di Pace”, che anche quest’anno ha portato a Napoli un gruppo di bambini saharawi provenienti dai campi profughi, offrendo loro un periodo di accoglienza, assistenza sanitaria e scambio culturale. La delegazione è stata ricevuta a Palazzo San Giacomo, dove le istituzioni cittadine hanno dato il benvenuto ai piccoli ospiti, protagonisti di un’iniziativa che da anni rappresenta uno dei più significativi esempi di cooperazione e solidarietà internazionale promossi sul territorio. Come ha spiegato Francesca Doria, il progetto è un’iniziativa nazionale che ogni estate coinvolge bambini saharawi accolti in diverse città italiane. L’obiettivo principale è quello di consentire loro di effettuare uno screening medico completo, verificandone le condizioni di salute attraverso visite specialistiche. Accanto all’assistenza sanitaria, il soggiorno diventa un’importante occasione di crescita personale e di incontro con i coetanei italiani. «Il progetto consiste principalmente in uno screening medico, nell’appurare le condizioni di salute dei bambini, dopodiché in uno scambio culturale con i nostri bambini. Il mio progetto è finanziato dal 5 per mille e da varie iniziative con cui cerchiamo di coinvolgere la società civile per avere delle donazioni, assolutamente di privati.» Parole che raccontano un’iniziativa resa possibile soprattutto grazie all’impegno del volontariato e alla generosità di tanti cittadini. Ad accogliere i bambini anche la presidente del Consiglio comunale di Napoli, Enza Amato, che ha sottolineato come questo appuntamento rappresenti ormai una tradizione per la città. «Con grande piacere ospitiamo gli ambasciatori di pace del popolo saharawi. Ormai è una tradizione che, insieme all’associazione Tiris e al Comune di Napoli, il Consiglio comunale dedica qualche ora a questi piccoli ambasciatori che saranno qui per un po’ di tempo nella nostra città.» Nel suo intervento, Amato ha ricordato anche il significato storico e politico dell’iniziativa, richiamando l’attenzione sulla lunga vicenda del popolo saharawi. «Il popolo saharawi vive nel Sahara Occidentale, in una terra desertica lontana dal mare. Proclamata nel 1976, la Repubblica Saharawi è solo in parte riconosciuta a livello internazionale. Per noi è molto bello ospitarli e far sentire la nostra vicinanza e il nostro affetto rispetto a questo popolo e alla sua battaglia per l’autodeterminazione.» I bambini accolti a Napoli provengono dai campi profughi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria, dove una parte consistente della popolazione saharawi vive da decenni in condizioni difficili, in attesa di una soluzione politica della questione del Sahara Occidentale. Per molti di loro, il soggiorno in Italia rappresenta un’opportunità preziosa non solo per ricevere cure mediche e partecipare ad attività educative e ricreative, ma anche per vivere esperienze semplici che assumono un significato speciale: una giornata al mare, un bagno in piscina, l’incontro con bambini della loro età. L’accoglienza di Palazzo San Giacomo rinnova così il legame tra Napoli e il popolo saharawi, confermando il valore di un progetto che, attraverso piccoli gesti concreti, continua a promuovere la cultura della pace, della solidarietà e del dialogo tra i popoli. FONTI Comune di Napoli – Festa a Palazzo San Giacomo con i bambini Saharawi ANSA Campania – Servizio sull’accoglienza dei bambini saharawi a Napoli (edizione 2026) Lucia Montanaro
July 9, 2026
Pressenza
A Campi Bisenzio tornano i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi
Dopo alcuni anni, tornano a Campi Bisenzio i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi, il progetto di solidarietà internazionale che permette a bambine e bambini provenienti dai campi profughi saharawi di trascorrere alcune settimane in Italia, lontano dalle difficili condizioni del deserto algerino. L’accoglienza, in programma dal 4 al 12 agosto 2026, è promossa, con il sostegno della Fondazione CRFirenze, da Città Visibili APS in collaborazione con la Rete Saharawi, l’associazione toscana Hurria, il Comune di Campi Bisenzio e numerose associazioni, volontari e realtà del territorio. I minori saranno ospitati presso una scuola, che diventerà per alcuni giorni un luogo di incontro, amicizia, gioco e scambio culturale. Il progetto dei Piccoli Ambasciatori di Pace è coordinato dalla Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario e dalla Rete Saharawi e coinvolge ogni estate decine di associazioni italiane. Nel 2026 sono complessivamente 108 i bambini accolti in Italia, accompagnati da 21 accompagnatori, distribuiti in 7 regioni, grazie all’impegno di 9 associazioni capofila e 24 associazioni coinvolte direttamente. Per Città Visibili APS il ritorno dell’accoglienza a Campi Bisenzio rappresenta un momento particolarmente significativo. “L’accoglienza dei Piccoli Ambasciatori di Pace non è soltanto un gesto di solidarietà”, spiega Simone Bolognesi, presidente di Città Visibili APS. “È il naturale completamento del lavoro che la nostra associazione porta avanti da oltre 10 anni nei campi profughi saharawi attraverso progetti educativi, sanitari e di cooperazione internazionale. Allo stesso tempo rappresenta un’importante occasione per sensibilizzare la cittadinanza sulla storia e sui diritti del popolo saharawi, che da quasi cinquant’anni vive una condizione di esilio e attende di poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione”. Durante il soggiorno i bambini avranno la possibilità di partecipare ad attività ludiche, educative, sportive e culturali, effettuare controlli sanitari e beneficiare di un’alimentazione varia ed equilibrata. Saranno inoltre organizzati incontri pubblici, momenti di socializzazione e iniziative di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza. L’esperienza dell’accoglienza ha infatti una duplice finalità: da una parte offrire ai minori un periodo di serenità, svago e benessere; dall’altra mantenere viva l’attenzione sulla situazione del Sahara Occidentale, una delle più lunghe e dimenticate questioni di decolonizzazione ancora aperte a livello internazionale. Per rendere possibile il progetto, Città Visibili APS ha avviato una raccolta di materiali e beni utili all’accoglienza. In particolare sono richiesti indumenti per bambini e bambine, scarpe, ciabattine, prodotti per l’igiene personale, asciugamani, lenzuola e altri materiali di uso quotidiano. L’associazione rivolge un appello a cittadini, imprese, associazioni e realtà del territorio affinché possano contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità, alla riuscita di questa importante esperienza di solidarietà. Per informazioni e per offrire la propria disponibilità è possibile contattare Città Visibili APS attraverso i propri canali social o il sito internet dell’associazione. Per informazioni: Città Visibili APS www.cittavisibili.it cittavisibili.arci@gmail.com Redazione Toscana
June 21, 2026
Pressenza
Cittadinanza e riconoscimento: dal Sahara Occidentale ai municipi italiani, il valore politico di un gesto simbolico
Ius soli, ius scholae: cittadinanza negata, confini di classe La questione della cittadinanza in Italia non è soltanto un tema giuridico o identitario: è un tema profondamente politico e, soprattutto, sociale. La normativa vigente — basata sullo ius sanguinis — riflette una visione arretrata e selettiva di appartenenza nazionale, che si traduce in una vera e propria discriminazione di classe. Chi nasce da genitori stranieri, pur crescendo in Italia, vivendo in italiano, studiando nelle scuole pubbliche e contribuendo alla comunità, rimane a lungo privo di cittadinanza. Ma non tutti subiscono questo vuoto in egual misura. In un sistema formalmente neutro, sono le condizioni socio-economiche a determinare le possibilità di accesso ai diritti. Serve tempo, serve stabilità economica, servono documenti, una casa, un reddito minimo. E serve anche familiarità con la burocrazia italiana, una lingua che spesso è ostacolo più che ponte. Così, la cittadinanza diventa il traguardo di pochi e non il punto di partenza per tutti. È una cittadinanza per ceti agiati, per famiglie stabili, integrate, con tempo da dedicare ai procedimenti e risorse per affrontarne i costi. Per tutti gli altri — precari, disoccupati, donne sole, famiglie numerose in affitto — il diritto a diventare italiani resta sulla carta. Questa distorsione produce un effetto perverso: la cittadinanza non è solamente negata a chi non ha il sangue “giusto”, ma anche a chi non ha il reddito “giusto”. Una cittadinanza su base patrimoniale che tradisce lo spirito stesso della Repubblica, nata sui valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale. È in questo contesto che lo ius scholae — la proposta di riconoscere la cittadinanza ai minori stranieri che abbiano completato un ciclo scolastico in Italia — si configura non semplicemente come un atto di civiltà, ma soprattutto come uno strumento di riequilibrio democratico. La scuola è il luogo in cui si costruisce il senso di appartenenza, di responsabilità, di cittadinanza attiva. Ed è proprio da lì che dovrebbe partire una nuova definizione dell’essere italiani. Tuttavia, anche questa proposta moderata e ragionevole viene bloccata da anni da chi cavalca paure identitarie e da una retorica dell’invasione sempre più pervasiva. Una retorica che ignora deliberatamente il fatto che il vero problema non è chi arriva, ma chi viene tenuto ai margini. In risposta, molte amministrazioni locali hanno scelto di agire. La concessione simbolica della cittadinanza onoraria a studenti e studentesse straniere nate o cresciute in Italia è un atto politico che denuncia l’ingiustizia del sistema nazionale e allo stesso tempo rivendica un’idea diversa di appartenenza: inclusiva, concreta, vissuta. Popoli invisibili: il Sahara Occidentale tra esilio e oblio La battaglia per la cittadinanza e per il riconoscimento non riguarda solamente chi vive in Italia: ci sono popoli interi per i quali la cittadinanza è un diritto negato da decenni. È il caso del popolo saharawi, costretto dal 1975 a vivere esiliato in campi profughi nel sud-ovest dell’Algeria, nella regione desertica di Tindouf. Dopo la fine del colonialismo spagnolo, il Sahara Occidentale è stato occupato dal Marocco con il sostegno degli Stati Uniti e della Francia. Da allora, il popolo saharawi — rappresentato dal Fronte Polisario — ha combattuto per l’autodeterminazione, ottenendo parziali riconoscimenti internazionali, ma restando sostanzialmente ostaggio di un conflitto congelato. Le promesse di un referendum per l’autodeterminazione non sono mai state mantenute, mentre i territori sono ancora occupati militarmente da Rabat, in violazione del diritto internazionale. Nel frattempo, oltre 170.000 persone vivono da oltre cinquant’anni nei campi di rifugiati di Tindouf, in condizioni climatiche estreme, con risorse scarse e prospettive di vita limitate. Una generazione intera è cresciuta senza patria riconosciuta, senza documenti ufficiali, senza futuro. La proposta spagnola: riconoscere la cittadinanza ai saharawi In questo quadro drammatico, una recente proposta politica ha riacceso il dibattito sul destino del popolo saharawi: il partito spagnolo Sumar ha proposto di riconoscere la cittadinanza spagnola a tutti i saharawi nati nel Sahara Occidentale durante il periodo coloniale (fino al 1975) e ai loro discendenti diretti. La proposta si fonda su un principio giuridico e storico: la responsabilità della Spagna come ex potenza coloniale, che ha abbandonato il territorio senza assicurare un percorso di decolonizzazione. In realtà, già oggi vi sono saharawi con passaporto spagnolo, ma si tratta di casi isolati o frutto di ricorsi giudiziari individuali. Con questa proposta, invece, si riconoscerebbe un diritto collettivo, un atto di giustizia storica. Ma non si tratta soltanto di un tema giuridico: si tratta di dare un’identità, una protezione, un passaporto e un futuro a decine di migliaia di persone, finora condannate all’apatridia. Le reazioni non si sono fatte attendere: da una parte il Marocco ha condannato duramente la proposta, vedendola come una minaccia alla sua occupazione; dall’altra, numerose organizzazioni per i diritti umani, insieme a settori della sinistra iberica, l’hanno accolta come un segnale forte, necessario, a lungo atteso. Ambasciatori di Pace: l’Italia accoglie, i Comuni riconoscono Ogni estate, diverse associazioni italiane accolgono nelle loro città gruppi di bambine e bambini saharawi provenienti dai campi profughi. Il progetto, fortemente voluto dalla Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario e dalla Rete italiana di solidarietà col popolo sharawi, dei “Piccoli Ambasciatori di Pace” ha una valenza umanitaria — offrire cure mediche, sollievo dal caldo estremo, esperienze educative — ma anche fortemente politica: è un grido di attenzione lanciato alle nostre coscienze. Negli ultimi anni, molte amministrazioni locali hanno scelto di conferire a questi bambini la cittadinanza onoraria simbolica. È accaduto a Sesto Fiorentino, Montemurlo, Empoli, Livorno, Grottammare, Fucecchio, solo per citarne alcune. Gesti forti, capaci di trasformare l’accoglienza temporanea in un riconoscimento permanente. In alcuni casi, questi atti si legano a patti di amicizia e cooperazione sottoscritti con le istituzioni del popolo saharawi in esilio, rafforzando una diplomazia dal basso che ha un peso e una dignità propria. Questi bambini non sono considerati ospiti: sono portatori di memoria e di diritti negati. Il loro arrivo, i loro sorrisi, le loro storie, mettono in discussione la nostra idea di cittadinanza. Quando un Comune italiano concede loro la cittadinanza onoraria, sta affermando qualcosa che va ben oltre un gesto cerimoniale: afferma che l’identità non è una formalità, ma una relazione, un riconoscimento reciproco, un’appartenenza. Conclusione: la necessità di un diritto che riconosca la realtà, non il privilegio La cittadinanza non è soltanto un documento. È il diritto ad avere diritti, come scriveva Hannah Arendt. È una protezione giuridica, ma anche una legittimazione esistenziale. È uno strumento che può includere o escludere, valorizzare o discriminare. In Italia è urgente una riforma che riconosca i legami vissuti, i percorsi reali, le appartenenze costruite nella quotidianità, nei territori, nelle scuole, nelle relazioni sociali. Una riforma che abbandoni finalmente la logica classista e patrimonialista che oggi condiziona l’accesso alla cittadinanza: un meccanismo che favorisce chi ha risorse e stabilità e che esclude sistematicamente chi vive ai margini, pur contribuendo alla società. In questo senso, i gesti dei Comuni italiani verso i bambini saharawi — così come verso gli studenti stranieri nati o cresciuti qui — ci mostrano una strada. Sono pratiche di riconoscimento, atti di giustizia simbolica che evidenziano l’ingiustizia sostanziale dell’ordinamento vigente. Concedere la cittadinanza onoraria ai piccoli ambasciatori di pace non è un vezzo retorico, ma una denuncia politica che dà voce a un’idea diversa di appartenenza: si è cittadini dove si cresce, si studia, si partecipa, si costruiscono legami. È tempo che la politica nazionale raccolga il segnale di questa diplomazia dal basso. È tempo di una riforma profonda e coraggiosa, che superi l’arretratezza di una legge classista, inadeguata e discriminatoria, e che restituisca senso e dignità al concetto stesso di cittadinanza democratica. Simone Bolognesi, Presidente di Città Visibili APS Redazione Toscana
July 15, 2025
Pressenza