LA RESISTENZA È UNA QUESTIONE PRIVATA?
La scia della narrativa sull’epopea della Resistenza continua ancora oggi; per
evidenti motivi anagrafici, gli autori non raccontano più ciò che hanno vissuto
in prima persona. Tra i contemporanei agli eventi, a parte la memorialistica e
l’autobiografia, mi sembrano più efficaci quegli autori e autrici che hanno
raccontato la guerra civile in maniera non agiografica. In particolare, Beppe
Fenoglio ha saputo restituire il senso di rivolta di tanti giovani insieme
all’inquietudine propria dell’età. Il romanzo che più di tutti mi rimane nella
memoria, e che ho più volte riletto, è Una questione privata.
Scrive Italo Calvino nella prefazione al suo romanzo sulla Resistenza Il
sentiero dei nidi di ragno, in occasione della ripubblicazione nel 1964 per il
Club degli Editori:
> E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo
> sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a
> scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato nel pieno
> dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è e
> il nostro lavoro ha un coronamento, un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio,
> possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è
> veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una
> questione privata.
Calvino conclude con una frase che è un’ammissione sincera e encomiabile: «È al
libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.»
Due partigiani sono fermi davanti a una villa presso Alba, nelle Langhe. È qui
che viene in villeggiatura Fulvia, la ragazza di uno dei due, che in montagna è
conosciuto come Milton. Fulvia e i genitori sono fuori casa, probabilmente a
Torino; Milton ha chiesto all’altro partigiano, Ivan, qualche minuto per
abbandonarsi ai ricordi piacevoli che la villa gli evoca.
Ivan freme, vorrebbe tornare al comando perché se si avviano in ritardo, teme di
incontrare nella nebbia pattuglie di soldati repubblichini; ma Milton è ormai in
balia dei ricordi. Ogni albero intorno alla villa gli ricorda Fulvia, la vita
prima della guerra, e forse la vita che si aspetta dopo la guerra.
È stato l’amico Giorgio Clerici, che adesso è pure lui in montagna, in un’altra
brigata partigiana, a presentargli Fulvia al termine di una partita di
pallacanestro. Fulvia è una torinese di sedici anni che con i genitori viene in
villeggiatura presso Alba. Giorgio ha introdotto Milton con parole di elogio:
«Fulvia, questo è un dio in inglese», e Fulvia l’aveva invitato alla villa
perché le traducesse il testo di Deep Purple, la canzone di Peter DeRose.
> Lui tradusse, dal disco al minimo dei giri. Lei gli diede sigarette e una
> tavoletta di quella cioccolata svizzera. Lo riaccompagnò al cancello. «Potrò
> vederti, — domandò lui, — domattina, quando scenderai in Alba?» «No,
> assolutamente no.»
Non ci si aspetterebbe di trovare in un romanzo sulla Resistenza la citazione di
un brano pop (che, tra l’altro, ha anche suggerito a Ritchie Blackmore il nome
del suo famoso gruppo hard rock: Deep Purple del pianista Peter DeRose, scritta
nel 1933, era infatti la canzone preferita di sua nonna, un titolo suggestivo
che gli rimase impresso nella memoria); ma questa è solo un’ulteriore riprova
della freschezza, dell’attualità della Resistenza, e degli uomini e donne che
l’hanno fatta, spesso imbalsamati in una capsula atemporale in cui i ruoli sono
predeterminati da una tradizione agiografica.
Milton porta alla ragazza libri americani, come Edgar Allan Poe, poi racconti
tradotti da lui stesso, finché da un certo momento in poi Fulvia non legge
nient’altro che ciò che la letteratura che le passa lui. Costretta dai genitori
a ritornare a Torino dopo l’8 settembre, quando le colline e la campagna sono
diventate più pericolose delle città bombardate, Fulvia fa promettere a Milton
di scriverle lettere, e lui ubbidisce, innamorato perso.
Ma quel giorno di nebbia, davanti alla villa deserta, il tarlo atroce del dubbio
si insinua in Milton. Cos’è accaduto tra Fulvia e Giorgio? Milton si era accorto
di quanto i caratteri della ragazza e dell’amico fossero compatibili. Vuole a
tutti i costi scoprire se è accaduto qualcosa tra i due, mentre lui era in
montagna: «Il fatto è che più niente m’importa. Di colpo, più niente. La guerra,
la libertà, i compagni, i nemici. Solo più quella verità».
Al ritorno al comando di brigata, Milton chiede mezza giornata di permesso,
vuole andare al comando partigiano a Mango, dove sa che si trova la formazione
in cui milita Giorgio: «Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non
poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati
più a morire che a vivere.»
Giorgio però non si trova a Mango, al ritorno da una missione è rimasto
indietro, gli altri l’hanno perduto nella nebbia fitta.
Le ore passano, le peggiori ipotesi di Milton e dei compagni trovano conferma:
vengono a sapere che Giorgio Clerici, perduto nella nebbia, «un mare di latte»,
si è imbattuto in una pattuglia di fascisti. L’hanno riconosciuto subito come
partigiano, dal momento che è armato e indossa una delle divise paracadutate dal
cielo dagli inglesi insieme ai rifornimenti.
Ora è prigioniero in città, ma i prigionieri non durano molto in questa guerra.
È essenziale un veloce scambio di ostaggi: ma i badogliani, le formazioni
partigiane in cui Milton milita, non hanno ostaggi in questo momento.
Milton si reca al comando della formazione garibaldina che occupa una vicina
collina; tra le due anime della Resistenza non corre buon sangue, i comunisti
sono gelosi perché gli alleati paracadutano armi e vettovaglie solo agli
“azzurri”, i badogliani. Milton conosce personalmente il comandante comunista
Hombre perché hanno combattuto insieme, ma il suo tentativo va a vuoto, l’ultimo
fascista nelle loro mani è stato fucilato il giorno precedente.
Perché si dà tanto a fare, Milton? Per salvare Guido, l’amico più caro, o per
sapere la verità su quello che considera un tradimento sentimentale?
Una questione privata è un titolo redazionale, scelto recuperando quello che
Fenoglio usava nel parlare del romanzo con la moglie, e che riflette la
convinzione dell’autore per cui la Resistenza sia stata soprattutto una tragedia
personale, una guerra civile dell’anima.
Alla morte, a 41 anni di età, Fenoglio lascia numerosi manoscritti, generalmente
privi di titolo; tra essi “il libro grosso sul quinquennio 1940-1945”, su cui
lavora a lungo, oggi pubblicato come Il partigiano Johnny, dal quale si ricaverà
però anche Primavera di bellezza. È sua abitudine cannibalizzare i testi più
lunghi per ricavarne storie autonome e brevi: La paga del sabato smembrato in
due testi brevi, L’imboscata, che pure ha per protagonista il partigiano Milton,
diviso per ricavarne racconti sulla Resistenza, che finiranno nell’unica
raccolta pubblicata durante la vita, I ventitré giorni della città di Alba.
Sorpreso dalla malattia nel mezzo della maturità, anche artistica, Fenoglio si
preoccupa di lasciare su un biglietto istruzioni sull’ordine in cui avrebbero
dovuto essere pubblicati i suoi racconti, tralasciando di disporre per i
romanzi: forse perché non li considera pubblicabili nella versione parzialmente
completa in cui si trovano.
In Una questione privata, che tanto ha impressionato Calvino, pubblico e privato
si intersecano in un intreccio indissolubile, che rende ancora più vera la
storia. La disperata ricerca di Milton di un metodo per salvare il compagno non
è dettata da amicizia o cameratismo, ma dal più umano e ambiguo sentimento della
gelosia.
Secondo il fratello, Fenoglio sul letto di morte avrebbe chiesto alla famiglia
di distruggere tutti i suoi scritti con l’eccezione di due racconti e di Una
questione privata, segno che era consapevole quantomeno del valore del romanzo,
anche se non considerava pubblicabili altri testi, forse perché incompiuti. Per
nostra fortuna, il suo desiderio non è stato esaudito.
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