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Crisi geopolitica internazionale e carenza strutturale di medici in Italia
L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, con attacchi su obiettivi strategici e la risposta di Teheran su basi e assetti nell’area, sta determinando una nuova fase di instabilità in Medio Oriente. Le tensioni si estendono dal Golfo al Levante e incidono direttamente sulla sicurezza delle comunità straniere, tra cui migliaia di professionisti sanitari italiani. Secondo le rilevazioni aggiornate delle organizzazioni professionali della rete AMSI-UMEM, nell’area compresa tra Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Oman, Giordania, Libano, Iraq e Iran operano oltre 16.000 professionisti della sanità tra medici specialisti, ortopedici, fisiatri, neurochirurghi, dermatologi, chirurghi plastici, neurologi, pneumologi, farmacisti, fisioterapisti, logopedisti, podologi, osteopati e altre figure dell’area riabilitativa e territoriale. Di questi, il 35% — pari a circa 5.600 professionisti — manifesta la volontà di rientrare in Italia in tempi brevi per ragioni di sicurezza personale e familiare. Parallelamente, tra i professionisti sanitari iraniani — molti dei quali laureati o specializzati in Italia, con piena conoscenza della lingua e in diversi casi già iscritti agli albi professionali — oltre il 30% dichiara la disponibilità a trasferirsi stabilmente nel nostro Paese. Le principali aree di specializzazione riguardano ginecologia, dermatologia, chirurgia generale, fisiatria, ortopedia, pneumologia, farmacia, fisioterapia e odontoiatria, con una presenza significativa di dentisti. QUANDO LA GEOPOLITICA INCROCIA LA CARENZA DI MEDICI Il dato assume un peso ancora maggiore se inserito nel contesto italiano, dove la carenza strutturale è stimata in oltre 30.000 medici e più di 65.000 infermieri, con criticità nei pronto soccorso, nella medicina territoriale e nelle aree interne. Un medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata, il professor Foad Aodi osserva: “Il 35% dei nostri colleghi che opera nell’area mediorientale e desidera rientrare rappresenta un segnale chiaro. Parliamo di circa 5.600 professionisti altamente qualificati, molti inseriti in strutture ospedaliere di eccellenza. La loro tutela deve essere una priorità diplomatica e sanitaria. Accogliamoli e reinseriamoli rapidamente nel Servizio Sanitario Nazionale. In parallelo registriamo la disponibilità di oltre il 30% dei professionisti iraniani formati in Italia, già integrati nei nostri percorsi accademici e professionali. In una fase di forte pressione sul SSN, questa situazione impone una risposta organizzata. Non possiamo permetterci di perdere competenze né di lasciare senza prospettiva chi desidera contribuire al sistema sanitario italiano”. “Rivolgiamo un appello diretto al Governo e al Ministro della Salute – conclude Aodi – Serve una cabina di regia tra Ministero della Salute e Ministero degli Esteri. La sanità non può essere vittima delle tensioni geopolitiche. Può e deve diventare un ponte di stabilità e cooperazione in una fase segnata da conflitti e incertezze”. UN PIANO STRAORDINARIO PER NON DISPERDERE COMPETENZE La rete composta da AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (rete internazionale agenzia di informazione senza confini) e Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE chiede l’attivazione immediata di un piano straordinario di monitoraggio, tutela e reinserimento professionale, con procedure snelle per il rientro sicuro dei sanitari italiani e per l’inserimento regolato dei professionisti già formati nel nostro Paese. www.unitiperunire.org – www.amsimed.org – www.aiscnews.it – www.ciscnetwork.org Redazione Italia
March 3, 2026
Pressenza
Quando i soldi per curarsi non bastano
Nonostante il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), l’accesso alle cure in Italia è oggi fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli. È quanto emerge dal rapporto “Quando i soldi non bastano – Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da ACLI, CAF ACLI, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata e con il supporto di Comipa, Federcasse BCC, Federazione Lombarda BCC e Federazione Toscana BCC e IREF. La ricerca, basata sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024, documenta l’esistenza di un razionamento sanitario implicito. Dividendo la popolazione in 5 scaglioni di reddito, dal più basso al più alto, la spesa media “di tasca propria” (out of pocket) ed escludendo i ticket sanitari, evidenzia che i contribuenti con i redditi più elevati spendono mediamente fra quattro e cinque volte in più rispetto ai contribuenti con i redditi più bassi. Un fenomeno dovuto ai limiti di accesso alla sanità pubblica (lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale) che spingono chi può permetterselo verso il privato, lasciando indietro le fasce più fragili. Questi i risultati più salienti dell’indagine: 1. A parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti. 2. Circa il 57% dei contribuenti appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria privata. Nel sottocampione degli anziani la differenza tra basso e alto reddito si fa più evidente: il 55-60% non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi. 3. Il valore medio annuo della spesa farmaceutica passa da circa 278 euro nello scaglione di reddito più basso a oltre 415 euro nello scaglione più elevato; queste differenze non riguardano solo la probabilità di acquistare farmaci, ma anche il valore medio della spesa sostenuta. 4. Un aumento di reddito per chi si trova negli scaglioni più bassi aumenta la spesa sanitaria di più di quanto avviene per chi si trova negli scaglioni più elevati evidenziando il peso maggiore di bisogni insoddisfatti. 5. Il COVID-19 ha agito come amplificatore delle diseguaglianze. Mentre i redditi alti hanno recuperato rapidamente i livelli di spesa sanitaria pre-pandemici, per i ceti fragili, gli anziani e le donne il recupero è ancora incompleto. 6. Dove i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono più alti, funzionano meglio prevenzione e servizio pubblico e il ricorso forzato al privato diminuisce sensibilmente. Il fenomeno del razionamento che viene evidenziato dal rapporto ha almeno quattro dimensioni: una quota  maggiore di cittadini a basso reddito che non ha accesso alla sanità privata, accesso che vorrebbe per completare le proprie cure; una spesa minore rispetto a quella desiderata in sanità privata; una minore spesa in farmaci e dispositivi medici e acquisto di farmaci e dispositivi di minore qualità; una maggiore elasticità del reddito alla spesa sanitaria, indice di un bisogno di spesa non soddisfatto dai livelli di reddito correnti. Queste evidenze indicano la presenza di bisogni sanitari insoddisfatti nelle fasce più deboli e sollevano interrogativi sull’equità del sistema attuale. “I dati mostrano una realtà preoccupante. Il nostro Servizio Sanitario sulla carta è universale, ma, fuori dall’emergenza e dai codici rossi, barriere economiche e lunghi tempi d’attesa costringono i più fragili a rinunciare alle cure, ha sottolineato Leonardo Becchetti, fondatore di NeXt Economia e professore dell’Università di Roma Tor Vergata, curatore della ricerca, parliamo di una spesa sanitaria inferiore fino a 2.000 euro tra il primo e l’ultimo scaglione di reddito. Miglioramento della sanità pubblica e delle case di comunità, prevenzione, ottimizzazione della spesa, progressività fiscale sono le azioni che servono per rimettere al centro i territori e la comunità, trasformando la salute da bene di mercato a pilastro di una nuova economia civile”. Dalla ricerca emergono alcune possibili direzioni di policy per contrastare la crescita delle diseguaglianze: 1. Potenziamento del sistema pubblico con prevenzione e LEA. La prevenzione è una leva cruciale: dove screening, medicina territoriale e sanità pubblica funzionano meglio, la necessità di sostenere spese private si riduce e l’accesso alle cure diventa meno dipendente dal reddito. Un miglior livello di LEA riduce le diseguaglianze. 2. Valorizzazione delle “Case di comunità”. L’integrazione con i servizi sociosanitari, con il contributo sussidiario del terzo settore, aumenta l’accesso al diritto alla salute. 3. Maggiore equità nella fiscalità sanitaria. Superare l’attuale sistema che esclude chi si trova nella “no-tax area” e rendere le agevolazioni fiscali più progressive e introdurre meccanismi rimborsabili per i redditi più bassi. 4. Sanità e territorio. Il mancato accesso alle cure non si concentra tanto sulle emergenze, quanto sulle prestazioni differibili ma essenziali: visite specialistiche, diagnostica, follow-up e cure croniche. Ridurre i tempi di attesa in questi ambiti significa ridurre la necessità di ricorrere al privato e può essere possibile integrando Stato, Mercato e Comunità. 5. Sistema assicurativo complementare. Il rafforzamento di forme di assicurazione sanitaria integrativa a carattere mutualistico e no profit potrebbe contribuire a ridurre le diseguaglianze, offrendo una copertura accessibile anche a lavoratori precari, anziani e famiglie a basso reddito. 6. Procurement orientato al valore. Adottare politiche di acquisto di dispositivi medici che premino la sostenibilità sociale e la trasparenza libera risorse da reinvestire dove realmente serve. 7. Monitoraggio costante. Creare un coordinamento nazionale, collegando i diversi osservatori nazionali già esistenti, darebbe la possibilità di avere un “cruscotto di indicatori” capace di misurare sistematicamente il razionamento sanitario. Qui per approfondire e scaricare il Rapporto:  https://www.nexteconomia.org/progetto/il-razionamento-sanitario-in-italia/. Giovanni Caprio
February 28, 2026
Pressenza
L’iniquità dell’assistenza sanitaria in Italia
I dati rilevati, analizzati e recentemente forniti da Corte dei Conti e CREA mostrano una situazione molto preoccupante, e in peggioramento. Dalla relazione che la Corte dei Conti ha presentato al Parlamento si evince che la gestione dei Servizi Sanitari Regionali, quindi del SSN / Sistema Sanitario Nazionale, risulta segnata da forti disomogeneità territoriali e criticità. A fronte della sua incidenza stabile sul PIL (6,3-6,4% – inferiore alla media europea, pari al 6,9%), la spesa sanitaria pubblica riferita al triennio 2022-2024 è incrementata da 131,3 a 138,3 miliardi di euro, con una crescita del 4,9% rispetto al 2023 (5,4% sul 2022). Ma, evidenziando una dinamica di spesa più difensiva che espansiva, la magistratura contabile specifica che tale aumento, trainato dalle voci di spesa relative a personale (+5,6%) e consumi intermedi (+7,5%), per effetto dell’inflazione è di poco superiore all’1%. Dalla relazione emerge come la spesa privata e i divari territoriali indeboliscano l’equità di accesso e l’universalità del servizio. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva è stata di 185 miliardi, di cui il 74% a carico di PA e assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% a carico dei regimi volontari, con una crescita della quota riferita alla componente privata che colloca quest’ultima tra le più elevate nel raffronto con la media europea. Persistono significative diseguaglianze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e un evidente disallineamento Nord-Sud. Le regioni in piano di rientro – Calabria, Molise, Sicilia, Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia – continuano a mostrare difficoltà strutturali, nonostante alcuni miglioramenti nei conti. L’aumento della mobilità sanitaria interregionale segna, inoltre, divari nell’attrattività e nella capacità di erogazione dei servizi: i dati mostrano evidenti disparità regionali, con le Regioni del Nord che beneficiano di un saldo positivo e quelle del Sud che affrontano il contrasto al fenomeno, costituito perlopiù da prestazioni che si snodano nell’ambito della mobilità ospedaliera e quella ambulatoriale: nel 2023, queste rappresentano circa l’85% della spesa complessiva per mobilità sanitaria. Le Regioni che hanno una maggiore capacità di attrazione risultano essere quelle che ottengono i punteggi più elevati nell’ambito della valutazione dei Lea (le prime tre sono le Regioni benchmark adoperati per il riparto del FSN); all’opposto, troviamo quelle che soggiacciono ai Piani di rientro (Abruzzo, Puglia, Sicilia, Lazio, Calabria, Campania), ad eccezione del Molise. Si osserva, inoltre, che la Regione che genera un saldo della mobilità interregionale maggiore è la Lombardia, ad eccezione del 2022 e 2023, anno in cui il primato spetta all’Emilia-Romagna; il Veneto, invece, permane costantemente in terza posizione. Sul personale, si registra il significativo ricorso a contratti flessibili e, in alcune regioni, ai cosiddetti “gettonisti”, istituto che comporta maggiori costi e richiede un monitoraggio costante. In generale, la carenza di risorse pubbliche si riflette nella difficoltà di reclutamento e di mantenimento in servizio del personale. L’INSOSTENIBILE STATICITÀ DELL’INTERVENTO PUBBLICO (IN SANITÀ E OLTRE) Parallelamente, l’XXI Rapporto Sanità del CREA – Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (già consorzio promosso dall’Università di Roma Tor Vergata e dalla FIMMG) evidenzia che rispetto agli anni ’80 la quota di famiglie che spende privatamente per la Sanità è aumentata dal 50,8% al 70%: un risultato disallineato rispetto alla “promessa” di una copertura universale e globale dei bisogni di salute, intrinseca nella istituzione del SSN. L’84% dell’incremento del numero di famiglie soggette a spese sanitarie private si è accumulato nel decennio 1990-2000, in cui la spesa pubblica è aumentata del 4,4% medio annuo (+0,8% in termini reali), mentre quella privata più del doppio (+10,7%). L’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci delle famiglie si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3%, e toccando il 6,8% per quelle “meno istruite”. E il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6%. L’equità traballa: intitolato L’insostenibile staticità dell’intervento pubblico (in Sanità e oltre), il rapporto CREA evidenzia che fra le famiglie meno abbienti la percentuale di spesa è aumentata tre volte più che fra quelle con più “possibilità” economiche. E ancora peggio è andata (+28,7%) alle famiglie appartenenti al “gruppo di quelle meno istruite”, ovvero quelle con persona di riferimento dotata di basso livello di istruzione. Anche a livello geografico le traiettorie registrate non risultano quelle attese: mentre in origine la quota di famiglie spendenti per le cure era maggiore nel Nord-Est, risultato coerente con un reddito maggiore delle media nazionale, ora è maggiore nel Centro e nel Mezzogiorno, indicando che l’aumento della spesa privata non sia correlato a maggiori disponibilità economiche, bensì a carenze del Servizio Pubblico. Fra le ragioni che spingono le famiglie a ricorrere a spese sanitarie private spicca la constatazione di un difficoltà di accesso al sistema di tutela pubblica per i nuclei più fragili/deprivati, desumibile dal fatto che la spesa per prestazioni comprese in un percorso di cura sono sostanzialmente omogenee, mentre quelle per scopi classificati come preventivi sono maggiori per le famiglie meno abbienti e meno istruite. In altri termini, si presenta il rischio che le famiglie con minore “capacità di accesso” siano costrette a effettuare prestazioni privatamente per riuscire ad “entrare” (in tempi congrui) nei percorsi di cura offerti dal SSN. Questo spiega perché 2,3 milioni di residenti registrano un disagio economico o un impoverimento o una rinuncia per ragioni economiche alle prestazioni, un dato in lenta ma costante crescita durante la “storia” del SSN; dato particolarmente incidente sulle famiglie del Mezzogiorno, meno abbienti e meno istruite. Come anche perché oltre quattro milioni di famiglie sono soggette a spese sanitarie che incidono in modo rilevante sui bilanci familiari (cosiddette “spese catastrofiche”), dovute specialmente all’odontoiatria e alla assistenza di lunga durata a pazienti non autosufficienti (LTC): due settori in cui la tutela appare largamente non sufficiente. In definitiva è palese che l’assistenza sanitaria nel nostro Paese è sempre più iniqua, e il CREA descrive questa situazione osservando che “a più di quarant’anni dalla sua istituzione, si può confermare che il SSN sia stato capace di garantire l’universalismo e di contrastare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, ma non ha prodotto gli effetti sperati in termini di riduzione delle disuguaglianze sanitarie”. Fonti: * Corte dei Conti –  RELAZIONE AL PARLAMENTO SULLA GESTIONE DEI SERVIZI SANITARI REGIONALI * CREA – 21° RAPPORTO SANITÀ / L’insostenibile staticità dell’intervento pubblico (in Sanità e oltre)   Giovanni Caprio
January 27, 2026
Pressenza
Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud
Un sistema sanitario che cresce sulla carta, e che invece nella realtà fatica a garantire i servizi essenziali e a colmare le storiche fratture tra Nord e Sud del paese. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali, […] L'articolo Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
C’era una volta in Italia. Un’ntervista a Vittorio Agnoletto
C’era una volta in Italia: Giacarta sta arrivando, un docufilm che racconta il diritto alla salute sotto attacco e l’eroismo di chi lotta per una sanità dedicata alla sua comunità. A cinquant’anni dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, il tema del diritto alla salute torna al centro del dibattito pubblico in un contesto segnato da privatizzazioni, diseguaglianze territoriali e da una crescente difficoltà di accesso alle cure. Il Governo Meloni aveva promesso di ridurre le liste d’attesa e invece sono diventate una delle principali criticità del Servizio Sanitario Nazionale, con un numero crescente di cittadini che rinuncia alle cure o alle visite specialistiche a causa dei tempi troppo lunghi per accedere ai servizi pubblici. Secondo i dati ufficiali dell’Istat, quasi un italiano su dieci ha rinunciato a trattamenti medici nel 2024 a causa delle difficoltà legate alle liste d’attesa e ad altri problemi del sistema sanitario. Un dato in aumento sia rispetto all’anno precedente sia rispetto al periodo pre-pandemico. Le lunghe attese non riguardano solo visite specialistiche o esami di base. In diverse regioni le tempistiche per prestazioni come visite ginecologiche, mammografie o colonscopie possono superare anche i due anni. In alcune aree del Paese si registrano attese di oltre 700 giorni per esami diagnostici, mentre in regioni come Sardegna e Puglia i tempi medi per prestazioni considerate di routine arrivano a superare i 600-900 giorni, evidenziando profonde disuguaglianze territoriali. Una conseguenza sempre più evidente di questa situazione è il ricorso crescente alla sanità privata o, in alternativa, la rinuncia alle cure. Molti cittadini, soprattutto appartenenti alle fasce più fragili, non riescono a sostenere i costi delle prestazioni a pagamento e finiscono per posticipare o abbandonare del tutto controlli e terapie. Le liste d’attesa diventano così uno strumento di selezione sociale, che mina il principio costituzionale dell’universalità del diritto alla salute. In questo quadro, mentre l’esecutivo rivendica l’adozione di misure organizzative, i dati indicano che la situazione complessiva è peggiorata. I tempi di accesso alle cure continuano ad allungarsi e cresce il numero di persone escluse di fatto dal Servizio Sanitario Nazionale, confermando come senza un deciso cambio di rotta e senza investimenti pubblici adeguati il problema delle liste d’attesa sia destinato a restare una ferita aperta del sistema sanitario italiano. È in questo scenario che si colloca il docufilm C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando, diretto da Federico Greco e Mirko Melchiorre, presentato in numerosi festival e proiettato in tutta Italia come strumento di informazione e mobilitazione civile e oggi disponibile su alcune piattaforme Il film intreccia la vicenda simbolica di Cariati, in Calabria, dove la popolazione lotta per la riapertura dell’ospedale chiuso, con una riflessione più ampia e globale sullo smantellamento della sanità pubblica, dando voce a esperti, attivisti e intellettuali come Ken Loach, Jean Ziegler, Gino Strada, Roger Waters e Vittorio Agnoletto. In questo quadro si inserisce la mia intervista a Vittorio Agnoletto, medico, attivista e da decenni protagonista delle battaglie per la difesa della sanità pubblica. Un dialogo che non si limita a raccontare un film, ma ricostruisce una storia lunga, che parte dalle conquiste del secondo dopoguerra, attraversa l’affermazione del neoliberismo e arriva fino alle sfide drammaticamente attuali, in Italia come nel resto del mondo. Il docufilm si sviluppa su differenti scenari: locale, nazionale e mondiale. Qual è il tema che tiene insieme queste differenti narrazioni? Il tema è molto semplice: la conquista del diritto all’assistenza sanitaria pubblica in tutto il mondo e l’attacco che il neoliberismo porta a questo diritto nel tentativo di trasformare la nostra salute in merce e di trasformare un diritto universale in un profitto per pochi. La particolarità del film è proprio quella di tenere insieme un racconto che si svolge in un piccolo paesino della Calabria – ed è una storia vera di una popolazione che si oppone alla chiusura di un ospedale, anzi che lotta per ottenerne la riapertura – con la dimensione nazionale, europea e globale, mostrando che la situazione è simile in diverse parti del mondo dove la sanità pubblica è sotto attacco. A livello mondiale nel 1948 l’OMS stabilisce che la salute non è solo assenza di malattia. Che rapporto sussiste tra questa affermazione e quanto stabilito nella nostra Costituzione? Vi è un parallelismo impressionante, una coincidenza incredibile di date tra l’elaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’affermarsi del diritto alla salute nel nostro Paese. Nel 1948 entra in funzione ufficialmente l’OMS che elabora la definizione di salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Nello stesso anno entra in vigore la Costituzione italiana che all’articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Trent’anni dopo, nel 1978, la conferenza dell’OMS a Alma Ata riafferma la salute come diritto umano fondamentale e, nello stesso anno, in Italia nasce il Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, universalistico e finanziato dalla fiscalità generale. Sono i due momenti più alti dell’affermazione del diritto alla salute. Poi inizia la fase discendente: si esaurisce la spinta dei movimenti e prende forza il pensiero neoliberista, che mette il mercato al centro di tutto. Da quel momento la sanità pubblica diventa un terreno di conquista per il profitto. Quali sono le principali tappe che ripercorre il film? Il film attraversa l’affermarsi del neoliberismo e i suoi effetti concreti sulla sanità pubblica, fino ai giorni nostri, quando arriviamo ad avere reparti gestiti da privati all’interno degli ospedali del SSN. In Italia un passaggio decisivo è stato il blocco delle assunzioni e il mancato adeguamento degli stipendi, che ha portato alla fuga all’estero in vent’anni di circa 180.000 operatori sanitari. A livello globale si racconta la trasformazione dell’OMS, sempre più condizionata da finanziamenti privati, e l’ingresso in campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che attraverso i Piani di Aggiustamento Strutturale hanno imposto tagli devastanti a sanità e istruzione in molti Paesi, soprattutto africani. Politiche che, negli anni successivi, sono state applicate anche in Europa, come in Grecia e Portogallo. Come si è sviluppato il rapporto tra neoliberismo e sanità? La sanità è diventata uno dei principali ambiti di investimento per il capitale privato. Nel film si ricorda come Wikileaks abbia svelato documenti riservati del TiSA, l’accordo sul commercio dei servizi, in cui la sanità viene indicata come settore strategico per ottenere enormi profitti, a patto che Stati, realtà religiose e associazioni di volontariato facciano un passo indietro. Per il neoliberismo non conta la salute, ma la malattia: più malati ci sono, più aumentano i profitti. La prevenzione non interessa ai privati, mentre per il pubblico dovrebbe essere l’elemento centrale, perché meno malattie significano meno spesa e più benessere collettivo. Quali sono i messaggi che lancia il film? Il messaggio è semplice e potente: cambiare è possibile. Se le persone si informano, si organizzano e lottano, possono ottenere risultati. La storia di Cariati (conclusasi positivamente con il reinserimento dell’ospedale nel piano sanitario regionale qualche mese dopo l’uscita del film) dimostra che l’iniziativa dal basso può arrivare a coinvolgere anche figure con grande visibilità e capacità di incidere. Il destino non è già scritto, ma il conflitto sulla salute è universale e non ha confini. Difendere il diritto alla salute significa difendere un bene comune fondamentale per tutte e tutti. LINK del TRAILER del DOCUFILM: https://www.youtube.com/watch?v=L6awHxd69Oc Laura Tussi
January 3, 2026
Pressenza
Il 1° gennaio 2026 in Liguria si celebra il funerale della riforma sanitaria
Sono nato nel primo dopoguerra in una piccola clinica privata, una delle pochissime a Milano, città dove fino al 1971, quando aprì l’Ospedale San Raffaele, non c’erano praticamente ospedali privati. La clinica era convenzionata con la mutua aziendale Pirelli (dove lavorava mio padre), una delle tantissime casse mutue (i medici della mutua…), unificate nel 1943 nell’INAM, che sono vissute fino al 1978, quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833 del 23 dicembre 1978. Una legge ispirata all’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Dagli anni ’60 era iniziata nel sindacato, nei partiti e nella società, con i contributi di tante personalità (tra cui mi sembra giusto ricordare Giovanardi, Macaccaro e Giovanni Berlinguer), un’analisi sulla salute e l’assistenza sanitaria in Italia, che fino al 1978 era frammentata e gestita da casse mutue di categoria, con forti disuguaglianze nell’accesso alle cure. Di certo sulla nascita della Legge 833, concordata da Dc, Psi e Pci nel clima del “compromesso storico”, hanno assai influito anche le grandi lotte operaie degli anni ’70 contro la nocività in fabbrica, le lotte per l’abolizione dei manicomi (la Legge Basaglia è del maggio 1978) e le numerose lotte ospedaliere (1975-77). Mi pare importante ricordare, in questi nostri anni bui, che l’Articolo 1 della Legge 833 prevedeva che “l’attuazione del SSN compete allo Stato, alle Regioni e agli Enti Locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini.” Il finanziamento del SSN doveva avvenire tramite l’istituzione di un Fondo Sanitario Nazionale (FSN), il cui ammontare veniva determinato annualmente dal governo. Con la 833 si legiferò la riunificazione di Prevenzione, Sanità e Riabilitazione nelle Unità Sanitarie Locali (USL), con la stesura di un Piano Sanitario Nazionale (art. 53), che doveva essere articolato in un Piano Sanitario Regionale dalle Regioni, a cui spettavano anche funzioni di controllo, ma che con l’ Art.13 attribuiva ai Comuni tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera, che non fossero espressamente riservate allo Stato ed alle Regioni. Negli anni ’80, con l’attacco allo Stato Sociale della coppia Reagan-Thatcher e l’esplosione del capitalismo finanziario, iniziò in Italia l’attacco liberista al SSN, realizzatosi in successive leggi, che alterarono del tutto spirito e dettato della 833. Il primo attacco fu l’introduzione dei ticket sanitari nel 1982, in contrasto col fatto che il SSN era finanziato con le entrate fiscali, che dovevano già essere progressive. Ma lo stravolgimento completo fu opera del governo Amato, che per ridurre i costi in aumento del SSN, deliberò la legge di Riforma De Lorenzo N. 502/1992, per cui le Regioni esautorarono i Comuni nella gestione della sanità, con le Usl diventate Asl, cioè Aziende Sanitarie e così pure i grandi ospedali, introducendo la gestione manageriale della Sanità: la legge sostituì nella gestione gli organi politici con organi tecnici, in cima un Direttore Generale nominato dal Presidente della Giunta Regionale. Ai Sindaci restavano solo le misure di emergenza sanitaria e igienica-ambientale. Come ciliegina, si introdusse l’attività libero-professionale all’interno delle strutture pubbliche da parte dei medici dipendenti, una particolarità del SSN italiano. Infine la legge n. 229/1999, la riforma Bindi, «per la razionalizzazione del sistema sanitario», ha consolidato il processo di aziendalizzazione, ridefinendo i principi della sanità pubblica in termini di sostenibilità, appropriatezza ed efficienza. Il decreto ha rafforzato il ruolo programmatorio dello Stato attraverso il Piano Sanitario Nazionale triennale, attribuendo alle Regioni maggiore responsabilità nella gestione dei servizi sanitari locali e imponendo vincoli di bilancio alle Aziende Sanitarie. Questo progressivo accentramento ed esclusione dei Comuni e della partecipazione dei cittadini ha contribuito alla buffonata dilagante di chiamare i Presidenti delle Giunte Regionali Governatori ed anche alla richiesta di Autonomia Differenziata delle Regioni leghiste più ricche del Nord Italia. Nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, minore della media europea (6,9%), indecente rispetto alla Germania (10,6% del PIL) . Sempre nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca 14° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7, con un valore di $ 3.835, nettamente inferiore alla media dei Paesi europei ($ 4.689) e ridicola rispetto alla Germania ($ 8.080). I dati della Relazione sui servizi pubblici del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) hanno dimostrato che il ruolo della sanità privata in Italia, sempre più preponderante e in aumento, ormai sfiora i 48 miliardi, con un aumento tra il 2023 e il 2024 del 4%, (circa il 25% del totale della spesa sanitaria nazionale) e ha premiato la sanità privata pura, che dal 2016 al 2023 ha raddoppiato gli incassi (da 3,1 a 7,2 miliardi, +137%). A fronte di questa decadenza della Sanità Pubblica, la Regione Liguria, con la popolazione più vecchia d’Europa (età media 49,4 anni), già dal 2018 ha accentrato a livello regionale, sottraendolo alle sue 5 ASL, il Cup per le prenotazioni delle prestazioni sanitarie, rendendo certamente più difficoltoso l’accesso, specie per gli anziani. Dal 1° gennaio 2026 una riforma porterà la Regione Liguria a un’unica Azienda, la ATS-Associazione Tutela Salute, con una nuova gestione guidata da un super-commissario, che centralizza tutti gli aspetti amministrativi e burocratici e “si articola in 5 aree sociosanitarie liguri, corrispondenti ai territori delle attuali 5 aziende sociosanitarie.” Ci sarà un’Azienda Ospedaliera Unica per la città di Genova, a cui risponderanno gli ospedali Villa Scassi, San Martino, Galliera e il futuro ospedale degli Erzelli. Inoltre saranno unificate le centrali del 118. E’ da considerare che la Liguria è una delle regioni più piccole di Italia, con 5,4 mila KM2 di superficie, 350 Km di costa e 1,51 milioni abitanti. E ricordiamoci la decadenza della città di Genova: aveva 800 mila abitanti nel 1971 ora ne ha 525 mila! E le Case di Comunità, cioè i presidi nel territorio? Sono 33 le Case di Comunità previste dal Pnrr in Regione Liguria, da attivare entro il 2026, ma per ora solo 16 hanno almeno un servizio sanitario attivo, mentre il 51,5% non è ancora operativo. La cifra si riduce a 6 se si guarda l’attivazione di tutti i servizi obbligatori (eccetto presenza medica e infermieristica) e addirittura a 2 con tutti i servizi obbligatori attivi, inclusa la presenza medica e infermieristica (il 6%). Solo 2 su 11 ospedali di comunità sono operativi. In compenso aumentano di continuo in Liguria (e Piemonte) le Case della Salute private della famiglia Pesenti, che ha venduto Italcementi e dal 2020 investe nella sanità privata. In Italia hanno una sola ASL solo due Regioni con poca popolazione, Molise e Valle d’Aosta, ma questa riforma della Liguria sarà di esempio per le 9 Regioni con meno di 2 milioni di abitanti, soprattutto quelle gestite dal centrodestra? Penso di sì: la strada verso la ultra-privatizzazione della sanità e alle assicurazioni private, per chi ha i soldi e può farlo, è sempre più larga!. A Genova e in Liguria l’opposizione, pur dichiarando che la riforma era un favore ai privati e uscendo dall’aula al momento della votazione, ha contrastato debolmente questa decisione della Giunta di centrodestra (da anni assai influenzata dalla Lombardia, vedi l’ex Presidente Toti, ex berlusconiano di Mediaset) e l’ANCI non ha difeso l’ulteriore espulsione dei Comuni dalla sanità. I sindacati hanno manifestato durante la votazione con striscioni e fumogeni davanti al Consiglio Regionale e hanno parlato di salto nel buio, ma io ritengo sia ben più di questo: il Direttore Generale diventa il vero padrone e gli operatori sanitari, già insufficienti, potrebbero venire trasferiti a suo giudizio nei vari luoghi di lavoro dell’ATS unica. Antonio Lupo – Referente ISDE -Medici per l’Ambiente Liguria Redazione Italia
December 31, 2025
Pressenza
Cittadinanzattiva: l’emergenza italiana è l’accesso alle cure
La principale emergenza sanitaria in Italia non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. È un quadro a tinte fosche quello dipinto da Cittadinanzattiva, che un paio di settimane fa ha presentato presso il Ministero della Salute il “Rapporto civico sulla salute 2025” e il “Rapporto […] L'articolo Cittadinanzattiva: l’emergenza italiana è l’accesso alle cure su Contropiano.
December 29, 2025
Contropiano
Una storia a lieto fine di ordinaria sanità
Mentre il Governo Nazionale rivendica in Legge di Bilancio 2025 un aumento sostanziale del finanziamento alla Sanità, le opposizioni parlano di misure “truffa” e la CGIL e i Sindacati di Base denunciano il sottofinanziamento strutturale del Servizio Sanitario Nazionale a cui vengono destinate solo le briciole, la Sanità, in una Sicilia travolta dalla bufera del secondo caso Cuffaro (ex senatore DC laureato in medicina, condannato e incarcerato per corruzione, poi tornato in politica) è oltre l’emergenza.  Cittadini e cittadine, confusi nel gioco di numeri che difficilmente hanno la possibilità di comprendere, vivono sulla propria pelle il disfacimento di un Sistema che era considerato uno dei migliori d’Europa. Frustrazione e rabbia di pazienti sempre meno pazienti si riversano su medici e personale sanitario che, nonostante tutto, continuano a prendersi cura di loro.  Da paziente di una storia a lieto fine mi rivolgo così al Direttore Sanitario di uno degli ospedali della mia città presso cui mi sono recata per cure di Pronto Soccorso. > Alla cortese attenzione del Direttore Sanitario del Policlinico Paolo Giaccone > di Palermo > > Mi sono recata al Pronto Soccorso dell’ospedale da lei diretto alle 14 del 14 > dicembre, domenica, con una ferita da taglio al quarto dito della mano > sinistra e ho effettuato il triage alle ore 14:53. La ferita è stata > disinfettata e il dito medicato.  > > Pazienza per l’attesa, il personale medico e sanitario era impegnato con un > codice rosso e va bene così. Non è colpa loro. Mi è stato detto che ero > fortunata, perché il chirurgo plastico c’era. Pare che nessun altro possa dare > punti di sutura, ormai. Quindi ho atteso.  > > Pazientemente. E ho più volte chiesto di accertarsi che il medico ci sarebbe > stato anche oltre il cambio turno, considerato il protrarsi dell’attesa.  > > Solo poco prima delle 21 è stata eseguita la radiografia del polso e della > mano, comprese le dita, e sono stata lasciata ancora in attesa. Poco male, se > poi la ferita sarà suturata, penso. Invece, intorno alle 22:30, un infermiere > mi chiama per dirmi che sarei dovuta tornare il mattino dopo, perché…il > chirurgo plastico non c’è!  > > Ho chiesto di parlare con il medico che mi aveva presa in carico e non avevo > ancora visto e scopro così che non c’è nessun chirurgo plastico in turno né > mai c’era stato prima.  > > Pazienza anche qui, nella confusione di tanti codici rossi e con tante persone > non sempre ragionevoli in attesa, si può sbagliare a controllare > l’organigramma. Io sono sola. All’ingresso, ormai ben nove ore fa, a mia > sorella era stato impedito di entrare, cosa che entrambe abbiamo ritenuto > giusta, salvo poi rendermi conto che il resto dei e delle pazienti in sala > d’attesa era tutto accompagnato.  > > Pazienza anche qui, non c’era nessun motivo di condannare mia sorella a un > pomeriggio in ospedale! Però, alle 22:30, con la ferita aperta, da sola, io > non torno a casa con i mezzi pubblici né penso proprio di pagare un taxi. > Quindi dichiaro che avrei aspettato lì, al pronto soccorso. Così, giustamente, > il medico mi assegna un letto in OBI.  > > Pazienza anche stavolta. Sono una contribuente onesta da 42 anni. E, per forza > di cose, una paziente. Finalmente il mattino dopo vengo accompagnata in > chirurgia plastica, mi vengono applicati i punti di sutura e, alle 11:30 > circa, vengo dimessa. > > 4 punti di sutura! > Non mi lamento della professionalità del personale tutto, che lavora in > condizioni di estremo disagio affrontando come può anche le emergenze più > difficili; non mi lamento nemmeno della mancanza di lenzuoli di carta per una > notte in OBI, al loro posto c’erano due camici monouso!  > > Mi sono stati fatti l’elettrocardiogramma e gli esami del sangue di routine, > e, forse, non sarebbero stati necessari. Ho usufruito della prima colazione. > Sono stata assistita egregiamente sia dal punto di vista sanitario che umano > dall’infermiera del turno di notte.  > > Ma, quello che contesto e mi sembra surreale, è che un Pronto Soccorso non > abbia nessuno di turno che possa applicare dei punti di sutura la domenica e/o > la notte. La medica, nonché chirurga di turno, poco dopo il ricovero, ha > controllato e fatto medicare la ferita, appurando che era necessaria la > chirurgia plastica. Nessun altro pare possa applicare i punti, nemmeno il > medico curante o la guardia medica.  > > Allora, se devo andare per forza al Pronto soccorso, com’è che il soccorso non > è così pronto? E, credo, questo dipenda anche da lei, Signor Direttore. E dai > Piani di Bilancio Regionali e Nazionali, naturalmente- > > In attesa di riscontro, > un’onesta contribuente. > Maria La Bianca > > > P.S. > Intanto, nell’attesa, augurandole buon lavoro nel rispetto delle persone a lei > affidate, parlerò come so attraverso l’agenzia di stampa con cui collaboro, > Pressenza. Maria La Bianca
December 16, 2025
Pressenza
L’uso dei medicinali in Italia: quasi due dosi al giorno a testa nel 2024
Cresce la spesa farmaceutica complessiva (+2,8%), trainata dall’aumento della spesa pubblica (+7,7%) a fronte di un numero crescente di terapie innovative e ad alto costo rimborsate dal SSN. I cittadini spendono di più per medicinali senza ricetta (SOP e OTC) e non rinunciano al farmaco di marca, specie al Sud. Si conferma una notevole variabilità regionale, in termini di consumi, spesa, aderenza e appropriatezza. Sono alcuni punti chiave del Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). In particolare, sono state consumate 1.895 dosi di medicinali ogni 1.000 abitanti al giorno, ovvero ogni cittadino, inclusi i bambini, ha assunto circa 1,9 dosi di farmaco. Il 70,8% è erogato a carico del SSN e il restante 29,2% è acquistato privatamente. Per quanto riguarda l’assistenza territoriale pubblica e privata, sono state dispensate quasi 2 miliardi di confezioni, in leggera diminuzione rispetto al 2023. La spesa farmaceutica totale è stata pari a 37,2 miliardi di euro (+2,8% rispetto al 2023), di cui il 72% rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La spesa farmaceutica pubblica si è attestata infatti sui 26,8 miliardi di euro, in crescita rispetto al 2023 (+7,7%). La spesa territoriale pubblica, comprensiva di quella convenzionata e in distribuzione diretta e per conto, è stata di 13 miliardi e 700 milioni, con un aumento del 5,1% rispetto all’anno precedente, determinato, anche quest’anno, dall’incremento della spesa dei farmaci di classe A erogati in distribuzione diretta (+4,6%) e per conto (+10,9%). La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche è stata di circa 17,8 miliardi di euro (301,8 euro pro capite) e ha registrato un incremento del 10% rispetto al 2023, a fronte di un aumento dei consumi (+4,7%) e del costo medio per giornate di terapia (+4,8%). La spesa a carico dei cittadini, comprendente la spesa per compartecipazione (ticket regionali e differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto erogato al paziente e il prezzo di riferimento), per i medicinali di classe A acquistati privatamente e quella per i farmaci di classe C, ha raggiunto un valore di 10,2 miliardi di euro nel 2024. Tra i farmaci di fascia A[1] acquistati privatamente dai cittadini nel 2024 con una spesa di 1,6 miliardi di euro, i medicinali dell’apparato gastrointestinale risultano i più utilizzati tra le prime 20 categorie di farmaci di classe A acquistati privatamente (81,8 dosi giornaliere ogni mille abitanti, pari al 37,5% del totale). La spesa per i farmaci di Classe C, interamente a carico del cittadino, nel 2024 supera i 7 miliardi di euro, con un lieve decremento dell’1,96% rispetto al 2023. Il 52% è relativo a farmaci con obbligo di prescrizione medica (3,7 miliardi di euro), e il restante 48% a farmaci di automedicazione (3,4 miliardi). I farmaci di classe C con ricetta registrano una riduzione della spesa pari al 4,9% rispetto al 2023, determinata da una riduzione della quantità (‐2,8%) e dei prezzi (‐1,1%). Le categorie di farmaci di classe C con ricetta maggiormente acquistati dai cittadini nel 2024 si confermano essere le benzodiazepine (ansiolitici, 371 milioni di euro), gli analgesici e gli antipiretici e i farmaci per la disfunzione erettile. Per questi ultimi nel 2024 sono stati spesi circa 245 milioni di euro. Particolarmente importante risulta l’incremento di spesa privata degli analoghi del recettore GLP‐1 utilizzati per perdere peso, per lo più attribuibile a un corrispettivo aumento dei consumi (+78,7%) nel 2024. Infine, cresce nel 2024 anche la spesa per i farmaci orfani[2], comprensiva dell’acquisto da parte delle strutture sanitarie pubbliche e dell’erogazione in regime di assistenza convenzionata, con un incremento del 5,9% rispetto al 2023, attestandosi a 2,36 miliardi di euro, corrispondente all’8,3% della spesa farmaceutica a carico del SSN. Dal confronto con nove Paesi europei (Germania, Belgio, Austria, Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Gran Bretagna e Polonia), la spesa farmaceutica totale italiana – comprensiva della spesa territoriale pubblica e privata e dell’ospedaliera – con un valore di 672 euro pro capite, è inferiore rispetto a quella registrata in Germania (742 euro), Austria (733 euro) e Belgio (681 euro), mentre è ben al di sopra dei valori di Portogallo (481 euro), Svezia (488 euro), Gran Bretagna (541 euro) e della media dei Paesi europei, pari a 418 euro. Tuttavia, se si considerano le diverse forme di pay-back vigenti in Italia, tra i quali quello di ripiano dello sfondamento del tetto degli acquisti diretti, non presenti in altri Paesi europei, la spesa pro capite dell’Italia scende a 627 euro pro capite. Tale valore si colloca al di sotto della spesa di Francia e Spagna, in linea con la spesa media dell’Europa a 10 Paesi. Per quanto riguarda i prezzi dei farmaci, se si considera il mercato complessivo, comprensivo dei farmaci erogati sia in ambito territoriale che ospedaliero, l’Italia ha prezzi inferiori a Belgio (+75,8%), Germania (+51,9%), Austria (+42,0%), Svezia (+29,5%), Gran Bretagna (+4,2%), Spagna (+3,5%), mentre in Francia (‐10,6%), Polonia (‐30,4%) e Portogallo (‐37,6%) si registrano prezzi più bassi, ma sono Paesi nei quali c’è una disponibilità di prodotti anche molto inferiore rispetto a quelli accessibili in Italia. I prezzi medi europei sono superiori del 62,5% rispetto a quelli applicati in Italia. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.aifa.gov.it/-/rapporto-osmed-2024-uso-farmaci-italia. [1] I farmaci di fascia A sono quelli essenziali e per malattie croniche, rimborsati interamente dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sono dispensati gratuitamente previa ricetta medica, ma alcune regioni possono applicare un ticket di compartecipazione alla spesa. Questa categoria include farmaci ritenuti fondamentali per le cure e sono a carico dello Stato, a differenza dei farmaci di fascia C che sono a carico totale del cittadino. [2] I farmaci orfani sono medicinali sviluppati per trattare malattie rare, definite in Europa come quelle che colpiscono non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. L’industria farmaceutica ha uno scarso interesse economico a svilupparli, poiché il numero ristretto di pazienti rende lo sviluppo e la commercializzazione non redditizi per le aziende. Esistono incentivi per favorire la loro ricerca e produzione, e sono disponibili normative specifiche per accelerare l’accesso a queste terapie.  Giovanni Caprio
November 13, 2025
Pressenza
Aversa (CE). Vigilare per tutelare il diritto alla salute
La ‘Petizione malati e derubati in Campania’ segue con grande preoccupazione le vicende che si stanno susseguendo al Distretto Sanitario 17-19 di Aversa, la chiusura e lo spostamento presso il Distretto di Trentola di attività assistenziali importanti, la chiusura dell’ambulatorio infermieristico che ha prodotto tantissime prestazioni (chiusura prevista per il […] L'articolo Aversa (CE). Vigilare per tutelare il diritto alla salute su Contropiano.
September 27, 2025
Contropiano