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Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud
Un sistema sanitario che cresce sulla carta, e che invece nella realtà fatica a garantire i servizi essenziali e a colmare le storiche fratture tra Nord e Sud del paese. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali, […] L'articolo Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud su Contropiano.
C’era una volta in Italia. Un’ntervista a Vittorio Agnoletto
C’era una volta in Italia: Giacarta sta arrivando, un docufilm che racconta il diritto alla salute sotto attacco e l’eroismo di chi lotta per una sanità dedicata alla sua comunità. A cinquant’anni dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, il tema del diritto alla salute torna al centro del dibattito pubblico in un contesto segnato da privatizzazioni, diseguaglianze territoriali e da una crescente difficoltà di accesso alle cure. Il Governo Meloni aveva promesso di ridurre le liste d’attesa e invece sono diventate una delle principali criticità del Servizio Sanitario Nazionale, con un numero crescente di cittadini che rinuncia alle cure o alle visite specialistiche a causa dei tempi troppo lunghi per accedere ai servizi pubblici. Secondo i dati ufficiali dell’Istat, quasi un italiano su dieci ha rinunciato a trattamenti medici nel 2024 a causa delle difficoltà legate alle liste d’attesa e ad altri problemi del sistema sanitario. Un dato in aumento sia rispetto all’anno precedente sia rispetto al periodo pre-pandemico. Le lunghe attese non riguardano solo visite specialistiche o esami di base. In diverse regioni le tempistiche per prestazioni come visite ginecologiche, mammografie o colonscopie possono superare anche i due anni. In alcune aree del Paese si registrano attese di oltre 700 giorni per esami diagnostici, mentre in regioni come Sardegna e Puglia i tempi medi per prestazioni considerate di routine arrivano a superare i 600-900 giorni, evidenziando profonde disuguaglianze territoriali. Una conseguenza sempre più evidente di questa situazione è il ricorso crescente alla sanità privata o, in alternativa, la rinuncia alle cure. Molti cittadini, soprattutto appartenenti alle fasce più fragili, non riescono a sostenere i costi delle prestazioni a pagamento e finiscono per posticipare o abbandonare del tutto controlli e terapie. Le liste d’attesa diventano così uno strumento di selezione sociale, che mina il principio costituzionale dell’universalità del diritto alla salute. In questo quadro, mentre l’esecutivo rivendica l’adozione di misure organizzative, i dati indicano che la situazione complessiva è peggiorata. I tempi di accesso alle cure continuano ad allungarsi e cresce il numero di persone escluse di fatto dal Servizio Sanitario Nazionale, confermando come senza un deciso cambio di rotta e senza investimenti pubblici adeguati il problema delle liste d’attesa sia destinato a restare una ferita aperta del sistema sanitario italiano. È in questo scenario che si colloca il docufilm C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando, diretto da Federico Greco e Mirko Melchiorre, presentato in numerosi festival e proiettato in tutta Italia come strumento di informazione e mobilitazione civile e oggi disponibile su alcune piattaforme Il film intreccia la vicenda simbolica di Cariati, in Calabria, dove la popolazione lotta per la riapertura dell’ospedale chiuso, con una riflessione più ampia e globale sullo smantellamento della sanità pubblica, dando voce a esperti, attivisti e intellettuali come Ken Loach, Jean Ziegler, Gino Strada, Roger Waters e Vittorio Agnoletto. In questo quadro si inserisce la mia intervista a Vittorio Agnoletto, medico, attivista e da decenni protagonista delle battaglie per la difesa della sanità pubblica. Un dialogo che non si limita a raccontare un film, ma ricostruisce una storia lunga, che parte dalle conquiste del secondo dopoguerra, attraversa l’affermazione del neoliberismo e arriva fino alle sfide drammaticamente attuali, in Italia come nel resto del mondo. Il docufilm si sviluppa su differenti scenari: locale, nazionale e mondiale. Qual è il tema che tiene insieme queste differenti narrazioni? Il tema è molto semplice: la conquista del diritto all’assistenza sanitaria pubblica in tutto il mondo e l’attacco che il neoliberismo porta a questo diritto nel tentativo di trasformare la nostra salute in merce e di trasformare un diritto universale in un profitto per pochi. La particolarità del film è proprio quella di tenere insieme un racconto che si svolge in un piccolo paesino della Calabria – ed è una storia vera di una popolazione che si oppone alla chiusura di un ospedale, anzi che lotta per ottenerne la riapertura – con la dimensione nazionale, europea e globale, mostrando che la situazione è simile in diverse parti del mondo dove la sanità pubblica è sotto attacco. A livello mondiale nel 1948 l’OMS stabilisce che la salute non è solo assenza di malattia. Che rapporto sussiste tra questa affermazione e quanto stabilito nella nostra Costituzione? Vi è un parallelismo impressionante, una coincidenza incredibile di date tra l’elaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’affermarsi del diritto alla salute nel nostro Paese. Nel 1948 entra in funzione ufficialmente l’OMS che elabora la definizione di salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Nello stesso anno entra in vigore la Costituzione italiana che all’articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Trent’anni dopo, nel 1978, la conferenza dell’OMS a Alma Ata riafferma la salute come diritto umano fondamentale e, nello stesso anno, in Italia nasce il Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, universalistico e finanziato dalla fiscalità generale. Sono i due momenti più alti dell’affermazione del diritto alla salute. Poi inizia la fase discendente: si esaurisce la spinta dei movimenti e prende forza il pensiero neoliberista, che mette il mercato al centro di tutto. Da quel momento la sanità pubblica diventa un terreno di conquista per il profitto. Quali sono le principali tappe che ripercorre il film? Il film attraversa l’affermarsi del neoliberismo e i suoi effetti concreti sulla sanità pubblica, fino ai giorni nostri, quando arriviamo ad avere reparti gestiti da privati all’interno degli ospedali del SSN. In Italia un passaggio decisivo è stato il blocco delle assunzioni e il mancato adeguamento degli stipendi, che ha portato alla fuga all’estero in vent’anni di circa 180.000 operatori sanitari. A livello globale si racconta la trasformazione dell’OMS, sempre più condizionata da finanziamenti privati, e l’ingresso in campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che attraverso i Piani di Aggiustamento Strutturale hanno imposto tagli devastanti a sanità e istruzione in molti Paesi, soprattutto africani. Politiche che, negli anni successivi, sono state applicate anche in Europa, come in Grecia e Portogallo. Come si è sviluppato il rapporto tra neoliberismo e sanità? La sanità è diventata uno dei principali ambiti di investimento per il capitale privato. Nel film si ricorda come Wikileaks abbia svelato documenti riservati del TiSA, l’accordo sul commercio dei servizi, in cui la sanità viene indicata come settore strategico per ottenere enormi profitti, a patto che Stati, realtà religiose e associazioni di volontariato facciano un passo indietro. Per il neoliberismo non conta la salute, ma la malattia: più malati ci sono, più aumentano i profitti. La prevenzione non interessa ai privati, mentre per il pubblico dovrebbe essere l’elemento centrale, perché meno malattie significano meno spesa e più benessere collettivo. Quali sono i messaggi che lancia il film? Il messaggio è semplice e potente: cambiare è possibile. Se le persone si informano, si organizzano e lottano, possono ottenere risultati. La storia di Cariati (conclusasi positivamente con il reinserimento dell’ospedale nel piano sanitario regionale qualche mese dopo l’uscita del film) dimostra che l’iniziativa dal basso può arrivare a coinvolgere anche figure con grande visibilità e capacità di incidere. Il destino non è già scritto, ma il conflitto sulla salute è universale e non ha confini. Difendere il diritto alla salute significa difendere un bene comune fondamentale per tutte e tutti. LINK del TRAILER del DOCUFILM: https://www.youtube.com/watch?v=L6awHxd69Oc Laura Tussi
Il 1° gennaio 2026 in Liguria si celebra il funerale della riforma sanitaria
Sono nato nel primo dopoguerra in una piccola clinica privata, una delle pochissime a Milano, città dove fino al 1971, quando aprì l’Ospedale San Raffaele, non c’erano praticamente ospedali privati. La clinica era convenzionata con la mutua aziendale Pirelli (dove lavorava mio padre), una delle tantissime casse mutue (i medici della mutua…), unificate nel 1943 nell’INAM, che sono vissute fino al 1978, quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833 del 23 dicembre 1978. Una legge ispirata all’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Dagli anni ’60 era iniziata nel sindacato, nei partiti e nella società, con i contributi di tante personalità (tra cui mi sembra giusto ricordare Giovanardi, Macaccaro e Giovanni Berlinguer), un’analisi sulla salute e l’assistenza sanitaria in Italia, che fino al 1978 era frammentata e gestita da casse mutue di categoria, con forti disuguaglianze nell’accesso alle cure. Di certo sulla nascita della Legge 833, concordata da Dc, Psi e Pci nel clima del “compromesso storico”, hanno assai influito anche le grandi lotte operaie degli anni ’70 contro la nocività in fabbrica, le lotte per l’abolizione dei manicomi (la Legge Basaglia è del maggio 1978) e le numerose lotte ospedaliere (1975-77). Mi pare importante ricordare, in questi nostri anni bui, che l’Articolo 1 della Legge 833 prevedeva che “l’attuazione del SSN compete allo Stato, alle Regioni e agli Enti Locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini.” Il finanziamento del SSN doveva avvenire tramite l’istituzione di un Fondo Sanitario Nazionale (FSN), il cui ammontare veniva determinato annualmente dal governo. Con la 833 si legiferò la riunificazione di Prevenzione, Sanità e Riabilitazione nelle Unità Sanitarie Locali (USL), con la stesura di un Piano Sanitario Nazionale (art. 53), che doveva essere articolato in un Piano Sanitario Regionale dalle Regioni, a cui spettavano anche funzioni di controllo, ma che con l’ Art.13 attribuiva ai Comuni tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera, che non fossero espressamente riservate allo Stato ed alle Regioni. Negli anni ’80, con l’attacco allo Stato Sociale della coppia Reagan-Thatcher e l’esplosione del capitalismo finanziario, iniziò in Italia l’attacco liberista al SSN, realizzatosi in successive leggi, che alterarono del tutto spirito e dettato della 833. Il primo attacco fu l’introduzione dei ticket sanitari nel 1982, in contrasto col fatto che il SSN era finanziato con le entrate fiscali, che dovevano già essere progressive. Ma lo stravolgimento completo fu opera del governo Amato, che per ridurre i costi in aumento del SSN, deliberò la legge di Riforma De Lorenzo N. 502/1992, per cui le Regioni esautorarono i Comuni nella gestione della sanità, con le Usl diventate Asl, cioè Aziende Sanitarie e così pure i grandi ospedali, introducendo la gestione manageriale della Sanità: la legge sostituì nella gestione gli organi politici con organi tecnici, in cima un Direttore Generale nominato dal Presidente della Giunta Regionale. Ai Sindaci restavano solo le misure di emergenza sanitaria e igienica-ambientale. Come ciliegina, si introdusse l’attività libero-professionale all’interno delle strutture pubbliche da parte dei medici dipendenti, una particolarità del SSN italiano. Infine la legge n. 229/1999, la riforma Bindi, «per la razionalizzazione del sistema sanitario», ha consolidato il processo di aziendalizzazione, ridefinendo i principi della sanità pubblica in termini di sostenibilità, appropriatezza ed efficienza. Il decreto ha rafforzato il ruolo programmatorio dello Stato attraverso il Piano Sanitario Nazionale triennale, attribuendo alle Regioni maggiore responsabilità nella gestione dei servizi sanitari locali e imponendo vincoli di bilancio alle Aziende Sanitarie. Questo progressivo accentramento ed esclusione dei Comuni e della partecipazione dei cittadini ha contribuito alla buffonata dilagante di chiamare i Presidenti delle Giunte Regionali Governatori ed anche alla richiesta di Autonomia Differenziata delle Regioni leghiste più ricche del Nord Italia. Nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, minore della media europea (6,9%), indecente rispetto alla Germania (10,6% del PIL) . Sempre nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca 14° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7, con un valore di $ 3.835, nettamente inferiore alla media dei Paesi europei ($ 4.689) e ridicola rispetto alla Germania ($ 8.080). I dati della Relazione sui servizi pubblici del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) hanno dimostrato che il ruolo della sanità privata in Italia, sempre più preponderante e in aumento, ormai sfiora i 48 miliardi, con un aumento tra il 2023 e il 2024 del 4%, (circa il 25% del totale della spesa sanitaria nazionale) e ha premiato la sanità privata pura, che dal 2016 al 2023 ha raddoppiato gli incassi (da 3,1 a 7,2 miliardi, +137%). A fronte di questa decadenza della Sanità Pubblica, la Regione Liguria, con la popolazione più vecchia d’Europa (età media 49,4 anni), già dal 2018 ha accentrato a livello regionale, sottraendolo alle sue 5 ASL, il Cup per le prenotazioni delle prestazioni sanitarie, rendendo certamente più difficoltoso l’accesso, specie per gli anziani. Dal 1° gennaio 2026 una riforma porterà la Regione Liguria a un’unica Azienda, la ATS-Associazione Tutela Salute, con una nuova gestione guidata da un super-commissario, che centralizza tutti gli aspetti amministrativi e burocratici e “si articola in 5 aree sociosanitarie liguri, corrispondenti ai territori delle attuali 5 aziende sociosanitarie.” Ci sarà un’Azienda Ospedaliera Unica per la città di Genova, a cui risponderanno gli ospedali Villa Scassi, San Martino, Galliera e il futuro ospedale degli Erzelli. Inoltre saranno unificate le centrali del 118. E’ da considerare che la Liguria è una delle regioni più piccole di Italia, con 5,4 mila KM2 di superficie, 350 Km di costa e 1,51 milioni abitanti. E ricordiamoci la decadenza della città di Genova: aveva 800 mila abitanti nel 1971 ora ne ha 525 mila! E le Case di Comunità, cioè i presidi nel territorio? Sono 33 le Case di Comunità previste dal Pnrr in Regione Liguria, da attivare entro il 2026, ma per ora solo 16 hanno almeno un servizio sanitario attivo, mentre il 51,5% non è ancora operativo. La cifra si riduce a 6 se si guarda l’attivazione di tutti i servizi obbligatori (eccetto presenza medica e infermieristica) e addirittura a 2 con tutti i servizi obbligatori attivi, inclusa la presenza medica e infermieristica (il 6%). Solo 2 su 11 ospedali di comunità sono operativi. In compenso aumentano di continuo in Liguria (e Piemonte) le Case della Salute private della famiglia Pesenti, che ha venduto Italcementi e dal 2020 investe nella sanità privata. In Italia hanno una sola ASL solo due Regioni con poca popolazione, Molise e Valle d’Aosta, ma questa riforma della Liguria sarà di esempio per le 9 Regioni con meno di 2 milioni di abitanti, soprattutto quelle gestite dal centrodestra? Penso di sì: la strada verso la ultra-privatizzazione della sanità e alle assicurazioni private, per chi ha i soldi e può farlo, è sempre più larga!. A Genova e in Liguria l’opposizione, pur dichiarando che la riforma era un favore ai privati e uscendo dall’aula al momento della votazione, ha contrastato debolmente questa decisione della Giunta di centrodestra (da anni assai influenzata dalla Lombardia, vedi l’ex Presidente Toti, ex berlusconiano di Mediaset) e l’ANCI non ha difeso l’ulteriore espulsione dei Comuni dalla sanità. I sindacati hanno manifestato durante la votazione con striscioni e fumogeni davanti al Consiglio Regionale e hanno parlato di salto nel buio, ma io ritengo sia ben più di questo: il Direttore Generale diventa il vero padrone e gli operatori sanitari, già insufficienti, potrebbero venire trasferiti a suo giudizio nei vari luoghi di lavoro dell’ATS unica. Antonio Lupo – Referente ISDE -Medici per l’Ambiente Liguria Redazione Italia
Cittadinanzattiva: l’emergenza italiana è l’accesso alle cure
La principale emergenza sanitaria in Italia non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. È un quadro a tinte fosche quello dipinto da Cittadinanzattiva, che un paio di settimane fa ha presentato presso il Ministero della Salute il “Rapporto civico sulla salute 2025” e il “Rapporto […] L'articolo Cittadinanzattiva: l’emergenza italiana è l’accesso alle cure su Contropiano.
Una storia a lieto fine di ordinaria sanità
Mentre il Governo Nazionale rivendica in Legge di Bilancio 2025 un aumento sostanziale del finanziamento alla Sanità, le opposizioni parlano di misure “truffa” e la CGIL e i Sindacati di Base denunciano il sottofinanziamento strutturale del Servizio Sanitario Nazionale a cui vengono destinate solo le briciole, la Sanità, in una Sicilia travolta dalla bufera del secondo caso Cuffaro (ex senatore DC laureato in medicina, condannato e incarcerato per corruzione, poi tornato in politica) è oltre l’emergenza.  Cittadini e cittadine, confusi nel gioco di numeri che difficilmente hanno la possibilità di comprendere, vivono sulla propria pelle il disfacimento di un Sistema che era considerato uno dei migliori d’Europa. Frustrazione e rabbia di pazienti sempre meno pazienti si riversano su medici e personale sanitario che, nonostante tutto, continuano a prendersi cura di loro.  Da paziente di una storia a lieto fine mi rivolgo così al Direttore Sanitario di uno degli ospedali della mia città presso cui mi sono recata per cure di Pronto Soccorso. > Alla cortese attenzione del Direttore Sanitario del Policlinico Paolo Giaccone > di Palermo > > Mi sono recata al Pronto Soccorso dell’ospedale da lei diretto alle 14 del 14 > dicembre, domenica, con una ferita da taglio al quarto dito della mano > sinistra e ho effettuato il triage alle ore 14:53. La ferita è stata > disinfettata e il dito medicato.  > > Pazienza per l’attesa, il personale medico e sanitario era impegnato con un > codice rosso e va bene così. Non è colpa loro. Mi è stato detto che ero > fortunata, perché il chirurgo plastico c’era. Pare che nessun altro possa dare > punti di sutura, ormai. Quindi ho atteso.  > > Pazientemente. E ho più volte chiesto di accertarsi che il medico ci sarebbe > stato anche oltre il cambio turno, considerato il protrarsi dell’attesa.  > > Solo poco prima delle 21 è stata eseguita la radiografia del polso e della > mano, comprese le dita, e sono stata lasciata ancora in attesa. Poco male, se > poi la ferita sarà suturata, penso. Invece, intorno alle 22:30, un infermiere > mi chiama per dirmi che sarei dovuta tornare il mattino dopo, perché…il > chirurgo plastico non c’è!  > > Ho chiesto di parlare con il medico che mi aveva presa in carico e non avevo > ancora visto e scopro così che non c’è nessun chirurgo plastico in turno né > mai c’era stato prima.  > > Pazienza anche qui, nella confusione di tanti codici rossi e con tante persone > non sempre ragionevoli in attesa, si può sbagliare a controllare > l’organigramma. Io sono sola. All’ingresso, ormai ben nove ore fa, a mia > sorella era stato impedito di entrare, cosa che entrambe abbiamo ritenuto > giusta, salvo poi rendermi conto che il resto dei e delle pazienti in sala > d’attesa era tutto accompagnato.  > > Pazienza anche qui, non c’era nessun motivo di condannare mia sorella a un > pomeriggio in ospedale! Però, alle 22:30, con la ferita aperta, da sola, io > non torno a casa con i mezzi pubblici né penso proprio di pagare un taxi. > Quindi dichiaro che avrei aspettato lì, al pronto soccorso. Così, giustamente, > il medico mi assegna un letto in OBI.  > > Pazienza anche stavolta. Sono una contribuente onesta da 42 anni. E, per forza > di cose, una paziente. Finalmente il mattino dopo vengo accompagnata in > chirurgia plastica, mi vengono applicati i punti di sutura e, alle 11:30 > circa, vengo dimessa. > > 4 punti di sutura! > Non mi lamento della professionalità del personale tutto, che lavora in > condizioni di estremo disagio affrontando come può anche le emergenze più > difficili; non mi lamento nemmeno della mancanza di lenzuoli di carta per una > notte in OBI, al loro posto c’erano due camici monouso!  > > Mi sono stati fatti l’elettrocardiogramma e gli esami del sangue di routine, > e, forse, non sarebbero stati necessari. Ho usufruito della prima colazione. > Sono stata assistita egregiamente sia dal punto di vista sanitario che umano > dall’infermiera del turno di notte.  > > Ma, quello che contesto e mi sembra surreale, è che un Pronto Soccorso non > abbia nessuno di turno che possa applicare dei punti di sutura la domenica e/o > la notte. La medica, nonché chirurga di turno, poco dopo il ricovero, ha > controllato e fatto medicare la ferita, appurando che era necessaria la > chirurgia plastica. Nessun altro pare possa applicare i punti, nemmeno il > medico curante o la guardia medica.  > > Allora, se devo andare per forza al Pronto soccorso, com’è che il soccorso non > è così pronto? E, credo, questo dipenda anche da lei, Signor Direttore. E dai > Piani di Bilancio Regionali e Nazionali, naturalmente- > > In attesa di riscontro, > un’onesta contribuente. > Maria La Bianca > > > P.S. > Intanto, nell’attesa, augurandole buon lavoro nel rispetto delle persone a lei > affidate, parlerò come so attraverso l’agenzia di stampa con cui collaboro, > Pressenza. Maria La Bianca
L’uso dei medicinali in Italia: quasi due dosi al giorno a testa nel 2024
Cresce la spesa farmaceutica complessiva (+2,8%), trainata dall’aumento della spesa pubblica (+7,7%) a fronte di un numero crescente di terapie innovative e ad alto costo rimborsate dal SSN. I cittadini spendono di più per medicinali senza ricetta (SOP e OTC) e non rinunciano al farmaco di marca, specie al Sud. Si conferma una notevole variabilità regionale, in termini di consumi, spesa, aderenza e appropriatezza. Sono alcuni punti chiave del Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). In particolare, sono state consumate 1.895 dosi di medicinali ogni 1.000 abitanti al giorno, ovvero ogni cittadino, inclusi i bambini, ha assunto circa 1,9 dosi di farmaco. Il 70,8% è erogato a carico del SSN e il restante 29,2% è acquistato privatamente. Per quanto riguarda l’assistenza territoriale pubblica e privata, sono state dispensate quasi 2 miliardi di confezioni, in leggera diminuzione rispetto al 2023. La spesa farmaceutica totale è stata pari a 37,2 miliardi di euro (+2,8% rispetto al 2023), di cui il 72% rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La spesa farmaceutica pubblica si è attestata infatti sui 26,8 miliardi di euro, in crescita rispetto al 2023 (+7,7%). La spesa territoriale pubblica, comprensiva di quella convenzionata e in distribuzione diretta e per conto, è stata di 13 miliardi e 700 milioni, con un aumento del 5,1% rispetto all’anno precedente, determinato, anche quest’anno, dall’incremento della spesa dei farmaci di classe A erogati in distribuzione diretta (+4,6%) e per conto (+10,9%). La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche è stata di circa 17,8 miliardi di euro (301,8 euro pro capite) e ha registrato un incremento del 10% rispetto al 2023, a fronte di un aumento dei consumi (+4,7%) e del costo medio per giornate di terapia (+4,8%). La spesa a carico dei cittadini, comprendente la spesa per compartecipazione (ticket regionali e differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto erogato al paziente e il prezzo di riferimento), per i medicinali di classe A acquistati privatamente e quella per i farmaci di classe C, ha raggiunto un valore di 10,2 miliardi di euro nel 2024. Tra i farmaci di fascia A[1] acquistati privatamente dai cittadini nel 2024 con una spesa di 1,6 miliardi di euro, i medicinali dell’apparato gastrointestinale risultano i più utilizzati tra le prime 20 categorie di farmaci di classe A acquistati privatamente (81,8 dosi giornaliere ogni mille abitanti, pari al 37,5% del totale). La spesa per i farmaci di Classe C, interamente a carico del cittadino, nel 2024 supera i 7 miliardi di euro, con un lieve decremento dell’1,96% rispetto al 2023. Il 52% è relativo a farmaci con obbligo di prescrizione medica (3,7 miliardi di euro), e il restante 48% a farmaci di automedicazione (3,4 miliardi). I farmaci di classe C con ricetta registrano una riduzione della spesa pari al 4,9% rispetto al 2023, determinata da una riduzione della quantità (‐2,8%) e dei prezzi (‐1,1%). Le categorie di farmaci di classe C con ricetta maggiormente acquistati dai cittadini nel 2024 si confermano essere le benzodiazepine (ansiolitici, 371 milioni di euro), gli analgesici e gli antipiretici e i farmaci per la disfunzione erettile. Per questi ultimi nel 2024 sono stati spesi circa 245 milioni di euro. Particolarmente importante risulta l’incremento di spesa privata degli analoghi del recettore GLP‐1 utilizzati per perdere peso, per lo più attribuibile a un corrispettivo aumento dei consumi (+78,7%) nel 2024. Infine, cresce nel 2024 anche la spesa per i farmaci orfani[2], comprensiva dell’acquisto da parte delle strutture sanitarie pubbliche e dell’erogazione in regime di assistenza convenzionata, con un incremento del 5,9% rispetto al 2023, attestandosi a 2,36 miliardi di euro, corrispondente all’8,3% della spesa farmaceutica a carico del SSN. Dal confronto con nove Paesi europei (Germania, Belgio, Austria, Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Gran Bretagna e Polonia), la spesa farmaceutica totale italiana – comprensiva della spesa territoriale pubblica e privata e dell’ospedaliera – con un valore di 672 euro pro capite, è inferiore rispetto a quella registrata in Germania (742 euro), Austria (733 euro) e Belgio (681 euro), mentre è ben al di sopra dei valori di Portogallo (481 euro), Svezia (488 euro), Gran Bretagna (541 euro) e della media dei Paesi europei, pari a 418 euro. Tuttavia, se si considerano le diverse forme di pay-back vigenti in Italia, tra i quali quello di ripiano dello sfondamento del tetto degli acquisti diretti, non presenti in altri Paesi europei, la spesa pro capite dell’Italia scende a 627 euro pro capite. Tale valore si colloca al di sotto della spesa di Francia e Spagna, in linea con la spesa media dell’Europa a 10 Paesi. Per quanto riguarda i prezzi dei farmaci, se si considera il mercato complessivo, comprensivo dei farmaci erogati sia in ambito territoriale che ospedaliero, l’Italia ha prezzi inferiori a Belgio (+75,8%), Germania (+51,9%), Austria (+42,0%), Svezia (+29,5%), Gran Bretagna (+4,2%), Spagna (+3,5%), mentre in Francia (‐10,6%), Polonia (‐30,4%) e Portogallo (‐37,6%) si registrano prezzi più bassi, ma sono Paesi nei quali c’è una disponibilità di prodotti anche molto inferiore rispetto a quelli accessibili in Italia. I prezzi medi europei sono superiori del 62,5% rispetto a quelli applicati in Italia. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.aifa.gov.it/-/rapporto-osmed-2024-uso-farmaci-italia. [1] I farmaci di fascia A sono quelli essenziali e per malattie croniche, rimborsati interamente dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sono dispensati gratuitamente previa ricetta medica, ma alcune regioni possono applicare un ticket di compartecipazione alla spesa. Questa categoria include farmaci ritenuti fondamentali per le cure e sono a carico dello Stato, a differenza dei farmaci di fascia C che sono a carico totale del cittadino. [2] I farmaci orfani sono medicinali sviluppati per trattare malattie rare, definite in Europa come quelle che colpiscono non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. L’industria farmaceutica ha uno scarso interesse economico a svilupparli, poiché il numero ristretto di pazienti rende lo sviluppo e la commercializzazione non redditizi per le aziende. Esistono incentivi per favorire la loro ricerca e produzione, e sono disponibili normative specifiche per accelerare l’accesso a queste terapie.  Giovanni Caprio
Aversa (CE). Vigilare per tutelare il diritto alla salute
La ‘Petizione malati e derubati in Campania’ segue con grande preoccupazione le vicende che si stanno susseguendo al Distretto Sanitario 17-19 di Aversa, la chiusura e lo spostamento presso il Distretto di Trentola di attività assistenziali importanti, la chiusura dell’ambulatorio infermieristico che ha prodotto tantissime prestazioni (chiusura prevista per il […] L'articolo Aversa (CE). Vigilare per tutelare il diritto alla salute su Contropiano.
A testa alta per la sanità territoriale
Ho deciso di pubblicare l’intervento preparato e non letto in occasione dell’Assemblea dei sindaci del biellese, a cui abbiamo partecipato anche come consiglieri e cittadini, grazie a una lettera che il luglio scorso è stata consegnata al Presidente della Provincia di Biella. A quella poi si è aggiunta un’interrogazione in Consiglio Comunale di Biella da parte delle minoranze, che ha spinto il Sindaco Marzio Olivero a convocare una Confernza dei Sindaci. Le due iniziative sono state unificate e ne è risultata una partecipatissima assemblea aperta svoltasi giovedì scorso presso l’ospedale di Biella. Durante la lunga introduzione che il  Direttore Generale dell’ASL ha fatto giovedì scorso ho deciso di non leggerlo per dimostrare propensione alla collaborazione. Dopo la dichiarazione del Sindaco, che definisce i nostri rilievi “nefandezze”, mi sono deciso a pubblicarlo. Cari Sindaci, Gentile Presidente della Provincia di Biella e colleghi consiglieri presenti sono Ettore Macchieraldo, uno dei primi firmatari della petizione che in qualche modo, forse un po’ troppo rocambolesco, ha promosso l’assemblea di oggi. So, essendo un semplice consigliere del Comune di Roppolo, di non avere i titoli per intervenire. Nella mia qualità di Consigliere, diciamo che il diritto di parola me lo sono guadagnato “sul campo”, da mesi mi sto documentando e confrontando con i cittadini per arrivare preparato a questo appuntamento. Mi rivolgo a voi Sindaci, anche al mio di Roppolo, per invitarvi a prendere le vostre responsabilità! Il Servizio Sanitario Nazionale è una grande conquista da difendere, e voi avete, tra le vostre prerogative, la salute pubblica nel vostro territorio. Potreste, ad esempio, convocare più spesso questi appuntamenti, anche ogni tre mesi. La situazione credo lo esiga. Può farlo in via diretta, come questa volta, il Sindaco di Biella, ma potete anche farlo come sindaci. Basta il 10% di voi che lo richieda, cioè bastano 7 firme. Ho un altro titolo, credo, per parlarvi, ed è quello di utente; avendo ricevuto quattro anni fa una diagnosi di Parkinson. E, credetemi, quando si vive con un compagno come il Parkinson, la visione  della sanità pubblica cambia radicalmente. Ascolto con attenzione, speranza e preoccupazione i discorsi sulle Case di Comunità, sul rafforzamento della sanità territoriale, e vedo gli sforzi che vengono fatti grazie ai fondi del PNRR. Si parla di luoghi fisici di prossimità, di team multidisciplinari – medici, infermieri, specialisti, persino assistenti sociali. L’idea è quella di coordinare i servizi, di prendere in carico la persona a 360 gradi, specialmente noi malati cronici.  Come può migliorare la vita avendo a portata di mano la fisioterapia, il supporto psicologico, e magari un aiuto per le pratiche burocratiche! L’idea di avere un Ospedale di Comunità a Biella e Case della Comunità a Cossato e Valdilana, con le Centrali Operative Territoriali che dovrebbero coordinare tutto, è un passo avanti verso una sanità  più vicina a noi. E, vi chiedo, ma “la bassa” e la Valle Elvo, ovvero due luoghi in cui vivo e che frequento per lavoro, come mai non paiono rientrare tra gli investimenti in programma? Ho letto di “strutture non patogene di per sé” , e questo è un concetto chiave. La sanità non deve creare nuove barriere o alienare. Ha bisogno di consapevolezza e informazione, anche da parte del personale. Non basta un medico o un infermiere, se non capiscono la complessità della nostra condizione, che va ben oltre la terapia farmacologica. Ed è qui che entra in gioco la vera forza della comunità, il principio di sussidiarietà. Su questo, con due associazioni di cui faccio parte, abbiamo realizzato un progetto, “Senza tremori”, che verrà raccontato in un documentario che proietteremo a novembre a Città Studi a Biella. Consideratevi tutti caldamente invitati. Le Case di Comunità dovrebbero essere i ponti tra la sanità formale e questa vitalità del terzo settore. Non solo erogare prestazioni, ma diventare veri e propri punti di riferimento dove le nostre associazioni possano trovare spazio, dove si promuova l’attività fisica, il supporto psicologico, l’integrazione sociale. Dobbiamo essere lungimiranti e pianificare perché queste strutture devono essere dotate di personale competente e, anche, sensibile alle nostre specifiche esigenze, capace di  dialogare con chi, come me, si confronta con la malattia, ogni giorno. Ma la vera sfida, oggi, è garantire che l’impulso dato dal PNRR alla sanità territoriale non sia un fuoco di paglia. Questi investimenti sono vitali per rinnovare infrastrutture e modelli organizzativi, ma è cruciale che si creino le condizioni affinché la sanità territoriale possa proseguire e prosperare anche dopo l’esaurimento dei fondi europei, ovvero dal 2027 in poi.  Dicevo che ho letto i documenti, non sono un esperto, ma, per chiudere il mio discorso, ci sono delle domande che vorrei porvi sul Bilancio. Non metterò “la testa sotto i vostri piedi” come Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere, anzi esigerei che ci fossero delle risposte. Intanto, da profano, non capisco come mai non ci sia un bilancio consuntivo del 2025, ma solo quello preventivo, almeno io non sono stato in grado di trovarlo. E poi, sempre da ignorante, mi risulterebbe un aumento registrato del 10,31 % rispetto al 2024 delle “Compartecipazioni al personale sanitario per attività libera professione”. E’ una percentuale alta, la confermate? Vorrei sapere anche a quanto ammontano le risorse impegnate per gettonisti e per eventuali esternalizzazioni dei servizi medici. Ce le potete fornire? Siete in grado di calcolare la perdita causata da chi va a farsi curare in altre Regioni? sarebbe un dato importante sia per il Bilancio che per capire se la sanità locale ed eventualmente regionale funziona,  Infine, a me risulterebbe che il Bilancio preventivo 2025 è in perdita di circa 35 milioni di euro. E così? E se sì cosa intendete fare? Le domande sono poste con l’intento di salvaguardare il Servizio Sanitario Nazionale. Istituito nel 1978 per garantire parità di trattamento a tutti, è un patrimonio da attualizzare ai tempi correnti. Quello che non dobbiamo fare è dilapidarlo. Aggiungo, prima di lasciare la parola ad altri, che spero di non essere più necessario per la prossima assemblea. Auguro a tutti buon lavoro. Ettore Macchieraldo
Il valore sociale della farmacia e le aspettative di nuovi servizi
La farmacia è da sempre punto di riferimento sanitario essenziale per i cittadini: la metà degli italiani (50,1%) si reca in farmacia una volta al mese e il 41,8% degli over 64 una volta alla settimana, così come il 50,6% di chi ha uno stato di salute insoddisfacente. I dati del Rapporto “La nuova farmacia pilastro del Ssn. Prospettive ed opportunità” realizzato dal Censis con il supporto di Federfarma mettono in luce anche la tendenza alla fidelizzazione nei confronti di un’unica farmacia, con il 60,0% che afferma di avere una farmacia di fiducia a cui si rivolge sempre, indipendentemente da una specificità di offerta nei servizi o nei prezzi. L’idea che le farmacie operino per la tutela dei cittadini appare prevalente ed un’enfasi particolare è posta proprio sul ruolo che esse possono svolgere nel garantire assistenza e supporto alla parte più fragile della popolazione. Il servizio offerto dalle farmacie è considerato utile ed irrinunciabile dal 92,6% degli intervistati e il 92,2% riconosce il sostegno importante che offrono agli anziani ed ai malati cronici. Un elemento particolarmente sottolineato è quello della prossimità, che ne fa un punto di riferimento per la salute sempre disponibile e facilmente accessibile: c’è sempre una farmacia vicina e aperta (90%). Per queste ragioni, la quasi totalità degli intervistati (95,2%) valuta positivamente il ruolo attuale della farmacia. Gli italiani vorrebbero che nella propria farmacia di riferimento fosse resa disponibile un’ampia gamma di servizi: dal recapito a domicilio dei farmaci per persone fragili (82,7%), alla distribuzione dei farmaci e dei presidi per conto della Asl (76,4%), dalla disponibilità di test per la misurazione di colesterolo, glicemia, ecc. (73,3%) ad uno sportello per la prenotazione di visite ed esami (72,3%). Non appaiono particolarmente informati sulla Sperimentazione della farmacia dei servizi, in atto in molte regioni (solo il 31,1% ne è a conoscenza), ma quasi due terzi (68,9%) degli intervistati segnalano, come già presente nella farmacia abituale, almeno un servizio previsto nella Sperimentazione. E se non molti dichiarano di averne usufruito, sono decisamente più alte, invece, le percentuali di chi vorrebbe poter disporre di questa nuova gamma di servizi: prima di tutto screening di prevenzione dell’ipertensione o del diabete (82,1%), dispensazione dei farmaci e dei dispositivi medici ai pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semiresidenziale (81,7%), possibilità di effettuare la scelta del medico di medicina generale e del pediatra di libera scelta (79,6%) e presenza di infermieri per medicazioni e/o altre attività (77,5%). “È interessante notare, si legge nel Rapporto di ricerca, che tra i rispondenti con titolo di studio più basso, valutabile come un indicatore di una condizione socio-economica più problematica, che può configurare situazioni di maggiore difficoltà di accesso ai servizi sanitari, il valore positivo attribuito all’allargamento della disponibilità di servizi in farmacia appare ancora più marcato”. Insomma, la farmacia che gli italiani auspicano dovrebbe servire a sburocratizzare e a semplificare e prevede servizi che vanno da quello dello snellimento delle procedure burocratiche per rendere più fluido e veloce il rapporto con i servizi delle Asl al miglioramento dell’accesso alle prestazioni diagnostiche e, in generale, alla prevenzione, fino al supporto nei confronti dei più fragili, con la partecipazione all’erogazione di servizi a domicilio dei pazienti. “L’insieme dei risultati, si sottolinea nel Rapporto,  conferma l’immagine positiva che gli italiani hanno già da tempo della farmacia, ma si tratta di una valutazione in cui non mancano tratti di novità e in cui sono tracciate nuove aspettative per il futuro e per il ruolo che essa è chiamata a svolgere nella promozione e nel sostegno alla salute. Grande familiarità di rapporto con la farmacia e tendenza alla fidelizzazione, basata sul rapporto di fiducia con la propria farmacia e il farmacista, sono elementi caratterizzanti e da sempre presenti, ma oggi, se possibile, sono riaffermati ed hanno acquisito nuove connotazioni e specificità”. Qui la sintesi del Rapporto “La nuova Farmacia pilastro del Ssn: quali prospettive ed opportunità?”: https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/La%20nuova%20Farmacia%20SINTESI.pdf.  Giovanni Caprio