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Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Espropiare i fondi immobiliari: a Berlino vince Die Linke
La questione centrale a Berlino è l’accesso alla casa, il carovita e i trasporti. E questo è al centro del programma elettorale della Die Linke. Un programma radicale che parla di esproprio delle grandi società immobiliari, calmierazione degli affitti, congelamento dei prezzi del trasporto pubblico, miglioramento della raccolta dei rifiuti, poltiche sociali ed educative. «Rendere Berlino accessibile» lo slogan principale della campagna elettorale della candidata sindaca Elif Eralp. L’hanno chiamata la Mamdani berlinese, i genitori sindacalisti sono scappati dalla Turchia dopo il colpo di stato del 1980 per arrivare a Berlino, Elif Eralp è un’avvocata, militante, ha portato al centro della competizione elettorale l’aumento esponenziale del prezzo degli affitti, in una città dove l’85% delle persone non ha una casa di proprietà, e negli utlimi dieci anni ha visto raddoppiare il canone di locazione. ABGEORDNETENHAUSWAHL · BERLINO · 20 SETTEMBRE 2026 IL VOTO DI BERLINO Risultati secondo la proiezione pubblicata da Tagesschau alle 21:48 del 20 settembre 2026. Quote di voto · % Affluenza: 75,0% Die Linke 25,3% CDU 19,0% AfD 16,3% Grüne 14,4% SPD 12,1% BSW 4,8% FDP 2,5% Fonte: tagesschau / ARD, Hochrechnung, 20.09.2026 · 21:48 Grafica elaborata da Dinamopress «Der Kampf für ein bezahlbares Berlin endet nicht am Wahlabend. Dann fängt er erst richtig an». La lotta per una Berlino accessibile non finisce la sera delle elezioni — è allora che inizia davvero. Così è scritto nel programma di Die Linke. Più di trecento pagine divise in 17 sezioni tematiche, dall’urbanistica ai traspoti, dalle politiche femministe e queer alle politiche sociali, da cultura e scienza alle politiche per l’inclusione e la diversità. Mentre lo stato federale tedesco, guidato da un governo di grande coalizione a trazione cristiano-democratica, promuove il ritorno alla leva militare obbligatoria, aumenta le spese nella difesa e taglia le politiche sociali, la Die Linke a Berlino punto tutto su un programma sociale, chiaro, semplice e senza compromessi. Punto centrale l’attuazione del referendum popolare tenutosi in città nel settembre del 2021 “Deutsche Wohnen & Co enteignen” per l’esproprio dei grandi proprietari immobiliari. L’idea di fondo è riportare in mano pubblica gli alloggi di fondi immobiliari o imprese commerciali con più di 3.000 appartamenti a Berlino, concedendo un indennizzo minore del prezzo di mercato, con l’obiettivo di ridurre la speculazione e calmierare il mercato degli affitti, tornando ad avere un buon numero di appartamenti di proprietà pubblica, ma senza costruire troppe cubature. Accanto a questo, si vuole creare un’autorità per il controllo degli affitti illegali, il blocco del canone per i prossimi sei anni, ed eliminare gli aumenti programmati nei contratti. > L’obiettivo è aumentare il controllo pubblico sul mercato immobiliare che > negli ultimi dieci anni è stato al centro di mire speculative dei grandi fondi > immobiliari internazionali, trasformando una città “povera ma sexy”, in una > capitale gentrificata, cara e dove le persone non riescono più a vivere. In più i tagli alla cultura a livello regionale e nazionale stanno mettendo in crisi tutto il settore culturale e musicale della città, e mentre i club della musica techno, che hanno reso famosa la città, iniziano a chiudere, anche la Berlino delle start-up è in crisi, sotto la stretta dell’intelligenza artificiale, della competizione cinese, e del costo dell’energia sempre più alto. A Roma, la scelta di Die Linke risuona forte e chiara. Siamo appena scese in piazza per Spin Time, palazzo pubblico, praticamente regalato a un fondo immobiliare grazie alle cartolarizzazioni del governo Berlusconi, fondo che lo aveva lasciato vuoto, fino all’occupszione per tredici anni. In agosto, nel pieno di un’ondata di calore, è stato sgomberato, e il Sindaco – dopo un fallimentare tentativo di trattativa – invece di espropiare il palazzo, ha parlato di “fondi immobiliari senza cuore”. Intanto la destra tuona contro le persone migranti, prepara le ronde anti-degrado nelle periferie, e schiera i suoi youtubber in prima fila. > Per sconfiggere il programma della destra incentrato su degrado e razzismo, > bisogna denunciare la speculazione urbana, lo sfruttamento nel mercato del > lavoro, limitare la turistificazione e costruire la possibilità di tornare a > vivere nei centri storici delle nostre città. Lo scontro è aperto, ed è profondo. E mentre la Die Linke convince a Berlino proprio grazie al suo programma socio-economico per una vita accessibile, ragionato per parlare alle fasce più deboli della popolazione, e in particolare migranti, madri sole e persone queer, succede esattamente il contrario in Mecleburgo-Pomerania, dove il primo partito è l’AfD, con il suo programma di odio contro le persone migranti e di origine straniera. La SPD è poco al di sotto, ed è probabile che riesca a formare un governo con Die Linke e Verdi. In ultimo, in Germania per come è strutturato il sistema politico e grazie a una legge elettoriale mista, si governa in coalizione, sia a livello federale che regionale, Die Linke Berlino ha già dichiarato durante la campagna elettorale che non parteciperà a governi che promuovano privatizzazioni dei servizi essenziali o tagli al welfare. Quindi non è contraria ad alleanze con l’SPD o con i Verdi, ma ha creato le condizioni per essere il partito più importante della coalizione e ha posto le basi per un lavoro comune trasparente. Alcune dichiarazioni dei Verdi fanno comprendere che la composizione del governo del lander non sarà semplice e che ci sarà molto da negoziare. Ma per ora una cosa è chiara: con un programma radicale la sinistra può tornare a vincere. Deve solo provarci. Immagine di copertina dal facebook di Die Linke novembre 2025 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Espropiare i fondi immobiliari: a Berlino vince Die Linke proviene da DINAMOpress.
September 21, 2026
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Svezia: l’onda nera si arresta
Il giorno successivo alle elezioni il conteggio dei voti assegna 176 seggi al blocco rosso-verde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) e 173 seggi alla coalizione di centrodestra (Moderati, Democratici di Svezia, Cristianodemocratici e Liberali). Il risultato tuttavia non è definitivo, perché bisogna attendere lo spoglio dei voti espressi in anticipo (opzione molto diffusa, in Svezia) e di quelli esteri. Qualche considerazione tuttavia si può già fare, partendo dai risultati ottenuti, in un sistema strettamente proporzionale (con soglia di sbarramento al 4%), dai singoli partiti; risultati che, secondo gli esperti, i voti non ancora conteggiati non dovrebbero stravolgere. > Dopo l’agghiacciante risultato dell’AFD in Sassonia-Anhalt, non si può che > partire dal messaggio incoraggiante che esce dalle elezioni svedesi: i > Democratici di Svezia (SD), non solo non sfonda ulteriormente, ma – per la > prima volta dal 2010, quando è entrato in parlamento – arretra, e di un non > risibile 3%, scendendo al 17,6%.  La discoteca, affittata dal partito suprematista e misogino nato alla fine degli anni Ottanta da gruppi neonazisti e guidato da Jimmie Åkesson dal 2005, per festeggiare la vittoria elettorale è rimasta malinconicamente vuota, la sera del 13 settembre. Sono svaniti i sogni di poter mantenere, anzi ampliare, la propria supremazia nel centrodestra e magari rivendicare addirittura il posto di primo ministro, i Moderati tornano a essere il primo partito della coalizione con il 19,9%. Gli SD arretrano persino nelle loro roccaforti, in Scania, e – altro dato positivo – calano vistosamente fra le e i giovani al primo voto. > Gli altri grandi sconfitti sono i Socialdemocratici, che, con il 28,1%, > rimangono il primo partito, lo sono da oltre un secolo, ma, perdendo il 2,3%, > registrano il peggior risultato della loro storia da quando è stato introdotto > il suffragio universale (1921).  I loro (potenziali) alleati crescono: + 1,5 per il Partito della sinistra che sale all’8,2%; + 1 per i Verdi, che festeggiano il miglior risultato di sempre, 6,1%; il Centro guadagna un modesto 0,3, attestandosi sul 7,1%. A zavorrare il centrosinistra è dunque proprio il partito a lungo egemone nella politica svedese e che fino a un paio di settimane fa nei sondaggi veleggiava con il vento in poppa, staccando di diversi punti gli avversari. Poi nelle rilevazioni è arrivato il tonfo, confermato dalle urne.  Risultati preliminari a confronto con il 2022 Partito 2026 2022 Variazione 2026–2022 Socialdemokraterna 28,1% 30,3% −2,3 ▼ Moderaterna 19,9% 19,1% +0,8 ▲ Sverigedemokraterna 17,5% 20,5% −3,0 ▼ Vänsterpartiet 8,2% 6,7% +1,5 ▲ Centerpartiet 7,1% 6,7% +0,3 ▲ Kristdemokraterna 6,2% 5,3% +0,9 ▲ Miljöpartiet de gröna 6,1% 5,1% +1,0 ▲ Liberalerna 5,4% 4,6% +0,8 ▲ 2026 2022 Fonte: Valmyndigheten · Risultati preliminari elezioni al Riksdag 2026 · confronto con risultati 2022 Il partito di Magdalena Andersson ha pagato una campagna elettorale schizofrenica: da una parte gridava al lupo «se vince la destra ci ritroveremo con dodici ministri dei Democratici di Svezia», dall’altra confermava la sua incapacità di attrarre l’elettorato con una pars construens, ossia un’alternativa convincente alle nefandezze compiute in questi quattro anni dal governo di destra. Un limite, questo, denunciato anche dalla corrente di sinistra del partito, i Riformisti.  La Svezia dell’accoglienza e del Welfare universalistico è diventata una palestra di stigmatizzazione della povertà, testimoniata dall’ulteriore ridimensionamento delle misure di protezione sociale e dalla criminalizzazione dell’immigrazione, con misure che comprendono la sospensione temporanea dei diritti, l’espulsione anche di minori, la remigrazione (per ora retribuita – e nondimeno pur sempre volta a far sentire le persone migranti indesiderate –ma, nelle intenzioni degli SD, destinata a diventare coatta) e l’inasprimento delle pene anche per i giovanissimi. Per tacere dell’uso isterico delle etichette di filoputinismo e antisemitismo per silenziare il dissenso.  > I Socialdemocratici non avevano né la volontà né la credibilità per porsi come > polo antagonista dell’agenda xenofoba e ultraliberista del governo, perché da > anni attuano politiche di privatizzazione sfrenata e, in materia di politica > penale e migratoria, hanno votato quasi sempre con la maggioranza.  Dulcis in fundo, nel corso della campagna elettorale hanno alluso più volte alla loro disponibilità ad alleanze trasversali, arrivando a flirtare con i Cristianodemocratici: quanto di più lontano ci sia da un partito vagamente progressista. Per paura di perdere, rincorrono la destra, diventando sempre più indistinguibili dai loro avversari. Il buon risultato del Partito della sinistra e dei Verdi dovrebbe indurli a qualche riflessione. A proposito di queste formazioni, va evidenziato come una settimana prima delle elezioni ci sia stata una grande manifestazione per il clima a Göteborg. Evidentemente i Verdi hanno raccolto questa spinta per la conversione ecologica, che è ormai radicata nel paese di Greta Thunberg, a dispetto del negazionismo climatico dei partiti di destra e del “disimpegno” sul tema anche dei Socialdemocratici e del Partito della sinistra. Questa retromarcia è solo una delle note dolenti del Partito della sinistra guidato da Nooshi Dadgostar. Ci si può rallegrare per il suo successo nei sobborghi più difficili, come Rinkeby a Stoccolma e Rosengård a Malmö, ma non si può tacere che si è totalmente appiattito sul bellicismo imperante nel paese. > Dadgostar ha dichiarato che sarebbe disposta a morire per la patria, non ha > mai messo in discussione le finalità e i limiti degli aiuti all’Ucraina e ha > punito – per timore di essere tacciato di antisemitismo, se non di > filoterrorismo – chi, nelle sue fila, si è spinto troppo oltre (!) nel > sostegno alla Palestina.  Da tempo Dadgostar ha posto una condizione ineludibile per appoggiare un governo socialdemocratico: ottenere un ministero; una richiesta che, dopo lustri e lustri di appoggio esterno, ha indubbiamente un senso, ma è stata criticata da una parte, minoritaria, delle e dei militanti perché ha focalizzato la campagna elettorale più su questo aut aut che su un programma condiviso con gli alleati. Tra questi, il Partito di centro ha espresso subito, in tono altrettanto ultimativo, la sua indisponibilità ad appoggiare un governo che includa il Partito della sinistra. Del resto, le due formazioni non hanno nulla in comune, se non il sostegno al riarmo…. Questa è la grana che Magdalena Andersson si troverà ad affrontare, ammesso che il blocco rossoverde si confermi vincitore delle elezioni. Riuscirà a mettere d’accordo i due alleati? O finirà per cercare voti a destra, perdendo così ogni residua credibilità? Oppure il primo ministro in carica, Ulf Kristersson, si assicurerà l’appoggio del partito ago della bilancia, quello di centro? Pur valorizzando lo spiraglio di ottimismo che ci consegnano le elezioni svedesi – anche la marea nera è soggetta alla risacca – non ci si può nascondere che tanto con un nuovo governo di destra quanto con un governo a guida socialdemocratica a decidere la politica svedese sarà ancora il capitale. A meno che i movimenti sociali non allarghino la crepa apertasi nel muro del tecnocapitalismo fascista. E questo non vale solo per la Svezia.  Immagine di copertina di Socialdemokrater via Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Svezia: l’onda nera si arresta proviene da DINAMOpress.
September 15, 2026
DINAMOpress
Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla
In Sassonia-Anhalt l’AfD ha superato il 43% dei voti domenica scorsa. Un risultato mai visto dal secondo dopoguerra a oggi, un partito apertamente razzista e nostalgico, raggiunge una maggioranza quasi assoluta in un Land tedesco. E lo ha fatto in un’ elezione che ha portato alle urne quasi l’80% degli aventi diritto, una partecipazione enorme rispetto alle precedenti elezioni del 2021, quando si era attestata poco al di sopra del 60%. Ora l’AfD dovrà trovare i numeri per riuscire nella Regierungsbildung, la formazione del governo del Land ma non sarà così difficile perché le mancano una manciata di seggi. Per questo le trattative sono aperte con la formazione rossobruna di Sahra Wagenknecht, che sembra disposta a rompere il Brandmauer, il muro taglia fuoco, il cordone sanitario stabilito dai partiti tradizionali per escludere qualsiasi tipo di alleanza o cooperazione con l’estrema destra, o può sperare che degli eletti tra le fila della CDU, sfiduciati dalla linea del partito di centro-destra, passino al governo di estrema destra. Queste elezioni sono l’inizio di una serie di passaggi elettorali in Europa e nel mondo che potrebbero cambiare il volto della politica globale, si vota ancora la prossima settimana a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, e poi in Brasile, negli Stati Uniti, in Serbia, per arrivare nel 2027 alla Francia, fino alle elezioni politiche italiane. Il voto in Sassonia-Anhalt può può esserci utile per capire la svolta verso l’estrema destra. ELEZIONI 2026–2027 Le principali scadenze elettorali in Europa e nel mondo 2026 13 SETTEMBRE Svezia Elezioni parlamentari 18–20 SETTEMBRE Russia Elezioni della Duma 20 SETTEMBRE Berlino Elezioni regionali 20 SETTEMBRE Meclemburgo-Pomerania Anteriore Elezioni regionali 23 SETTEMBRE Marocco Elezioni parlamentari 3 OTTOBRE Lettonia Elezioni parlamentari 4 OTTOBRE Bosnia-Erzegovina Elezioni generali 4 OTTOBRE Brasile Elezioni generali 27 OTTOBRE Israele Elezioni parlamentari 3 NOVEMBRE Stati Uniti Elezioni di midterm 7 NOVEMBRE Nuova Zelanda Elezioni generali 22 DICEMBRE Sud Sudan Elezioni generali 2027 16 GENNAIO Nigeria Elezioni presidenziali e parlamentari 28 FEBBRAIO El Salvador Elezioni presidenziali e legislative 18 APRILE Francia Presidenziali · primo turno 18 APRILE Saarland Elezioni regionali 18 APRILE Schleswig-Holstein Elezioni regionali 25 APRILE Renania Settentrionale-Vestfalia Elezioni regionali 2 MAGGIO Francia Presidenziali · secondo turno 30 MAGGIO Brema Elezioni regionali PRIMAVERA Grecia Parlamentari · data da definire 26 SETTEMBRE Bassa Sassonia Elezioni regionali 24 OTTOBRE Argentina Elezioni presidenziali e parlamentari AUTUNNO Italia Elezioni politiche · data da definire NOVEMBRE Polonia Elezioni parlamentari · data da definire LA CRISI DELLA CDU E DELLE COALIZIONI DI CENTRO La CDU è la vera sconfitta di queste elezioni regionali, perde oltre il 20% dei voti, in uno stato che governava da più di venti anni, e così scricchiola anche il governo federale a guida cristiano-democratica. Dai flussi di voto è chiaro che una gran parte dell’elettorato della CDU ha votato per l’AfD, oltre a un gran recupero di chi non aveva votato alle scorse elezioni e che ha deciso di votare l’estrma destra. Dopo la crisi di consenso del partito social-democratico di centro-sinistra SPD, che in tutte le ultime elezioni regionali ha raccolto percentuali bassissime, ora è la volta dell’altro grande partito tedesco di centro-destra. Anche qui c’è una profonda crisi di programma, di leadership, di vera e propria proposta politica. Insomma il sistema politico e l’alleanza al centro tra centro-sinistra e centro-destra, che aveva traghettato la Germania post-nazista dalla fine della seconda guerra mondiale alla riunificazione tedesca degli anni ’90, diventando il cemento dell’integrazione europea e della moneta unica, è in piena crisi. Dopo la leadership di Merkel, riuscita a traghettare la Germania nella crisi economico-finanziaria del 2008-2011 e nella cosiddetta crisi dei rifugiati, è stata la guerra in Ucraina che ha portato la Germania in una crisi prima economica e poi politica. > Il centro non regge più, la mediazione tra cristiano-democratici e > social-democratici, la base del patto democratico dal secondo dopoguerra, il > fondamento dell’integrazione europea, è oggi in dissoluzione. In Italia il sistema dei partiti del secondo dopoguerra è finito negli anni ’90, ma per altri due decenni il sistema si è retto su due grandi coalizioni di centro-destra e centro-sinistra, per frantumarsi nelle elezioni nel 2018, con la vittoria del M5S. In Francia è successo qualcosa di simile con l’ascesa di Macron nelle elezioni del 2017, che ha distrutto il bipolarismo tradizionale tra socialisti e repubblicani. Oggi anche il macronismo non tiene più e il terzo polo centrista e neoliberale è probabile che non passi al secondo turno delle elezioni presidenziali. Ma questa è una tendenza europea: il Belgio, i Paesi Bassi, la Spagna, la Polonia, la Romania… > Le grandi coalizioni tedesche tra CDU e SPD sono state il caposaldo delle > politiche neoliberali, dell’austerità e della impossibilità di ogni riforma > del processo di integrazione europea. Sull’accordo franco-tedesco si è > costituito il mercato unico, l’euro e il sistema europeo per come lo > conosciamo oggi. Non è solo la CDU a crollare, ma anche una certa visione del > sistema europeo. Qui però non possiamo cascare nell’errore dei tanti politoligi liberali che valutano le ali estreme come equivalenti ed entrambe pericolose per la democrazia. Oggi i partiti di estrema destra in Europa, come AfD, Futuro Nazionale, Vox, hanno dei programmi espressamente contrari ai diritti umani, e hanno l’obiettivo di introdurre politiche che attaccano l’esistenza delle persone migranti e delle persone trans. Non c’è nulla di simile nei programmi dei partiti di sinistra, anche la più radicale. SASSONIA-ANHALT: IL VOTO CAMBIA VOLTO Elezioni regionali · confronto 2021 / 2026 2021 2026 AfD 20,8% 43,8% CDU 37,1% 17,2% SPD 8,4% 9,3% Verdi 5,9% 8,9% Die Linke 11,0% 8,6% FDP 6,4% 2,6% BSW — 5,3% Fonte: Landeswahlleiterin Sachsen-Anhalt · 2026 dato provvisorio L’ESTREMA DESTRA PER LA PRIMA VOLTA ALLA GUIDA DI UN LAND La Sassonia-Anhalt è un piccolo stato tedesco, con una popolazione di poco più di due milioni di abitanti, in cui l’età media è di 47,3 anni, dagli anni ’90 ha perso almeno mezzo milione di abitanti, il reddito è tra i più bassi della Germania, il tasso di povertà tra i più alti, le industrie dismesse dopo la riunificazione hanno lasciato un tasso di disoccupazione più alto della media. La popolazione migrante è intorno all’8%, quasi la metà che nel resto della Germania, ma negli ultimi dieci anni è cresciuta più velocemente che nel resto del paese. A causa dell’emigrazione la Sassonia-Anhalt presenta un marcato squilibrio di genere in particolare tra le fasce d’età più giovani, con circa 120.240 uomini di età compresa tra i 18 e i 29 anni a fronte di circa 103.177 donne. L’AfD è un partito con un programma di estrema destra radicale: deportazioni di massa delle persone migranti, ma anche delle persone tedesche con diverse origini ma non “integrate”, pattugliamenti nelle strade di milizie volontarie, sostegno alle famiglie tradizionali bianche, attacco diretto all’esistenza delle persone trans, propensione alla fine delle ostilità con la Russia, ritorno all’acquisto di gas russo, fine di ogni politica “green” e un programma economico protezionista che strizza l’occhio al grande capitale tedesco. Tra le file degli eletti troviamo ex dirigenti della Stasi, persone che partecipano ai compleanni di Putin e inconfutabili neonazisti. Non è un caso che goda dell’aperto appoggio di Trump come di Putin. > Il fatto che l’AfD vinca per la prima volta in un Land della Germania dell’est > ci dice molto sulla riunificazione tedesca, la fine del comunismo, il processo > di privatizzazione dei beni pubblici della DDR, l’annessione da parte del > grande capitale dell’Ovest delle industrie statali dell’Est, la cancellazione > dell’identità di una parte della Germania. Non è solo una questione di investimenti pubblici, ma la storia e l’identità della DDR sono state ridicolizzate, marginalizzate, calpestate o semplicemente dimenticate, un po’ come la popolazione che lì viveva e lavorava. Insomma, alcune delle divisioni che alimentano la guerra in Ucraina vivono anche nel cuore dell’Europa. LE FRATTURE SOCIO-POLITICHE DEL VOTO IN SASSONIA-ANHALT Questo voto segue tendenze che si erano già delineate in altre elezioni europee e mondiali, anche se l’Afd ha superato di gran lunga tutte le previsioni di vittoria. > I giovani uomini votano più per l’AdD delle giovani donne, tra le donne tra i > 18 e i 29 anni vota per l’Afd il 39% e per la Linke il 19%, mentre tra gli > uomini della stessa fascia di età, l’Afd è al 59% e la Linke al 13%. Sono gli uomini in età lavorativa (tra i 30 e 59 anni) che votano in massa AfD con percentuali oltre il 50%, anche le donne adulte votano Afd ma meno, con percentuali intorno al 40%. Uomini e donne più anziane hanno mantenuto il voto alla CDU. Le donne giovani sono emigrate di più alla ricerca di migliori opportunità di studio e lavoro, e quelle rimaste votano in percentuali minori per la destra, per quanto anche il voto femminile verso l’estrema destra sia in crescita. C’è una frattura chiara che corre lungo le linee del genere e dell’età. > AfD ha vinto in tutti i 218 comuni del Land. In quasi tutto il territorio > arriva al 30% dei voti e in alcune zone supera il 50%. Sono le regioni rurali > ma soprattutto le zone industriali in dismissione che votano in massa per > l’estrema destra. Come la circoscrizione di Mansfeld-Südharz, legata all’estrazione mineraria del rame fin dai tempi medievali, in queste miniere aveva investito la famiglia di Lutero e nelle campagne circostanti infuriarono le rivolte contadine guidate da Thomas Müntzer, nella seconda metà del ‘700 qui venne usata la prima macchina a vapore di tipo Watt sul suolo tedesco e alla fine dell’800 inaugurata la più lunga linea ferroviaria mineraria; durante il periodo socialista le miniere vennero nazionalizzate e sovvenzionate e la loro storia di rivolte messa al centro della narrazione socialista. Con la riunificazione della Germania, le miniere di rame vennero chiuse velocemente, la deindustrializzazione aprì la strada alla disoccupazione di massa e all’emigrazione, lasciando sul territorio enormi cumuli di roccia scura, delle vere e proprie piramidi artificiali di scarti. L’AfD qui ha raggiunto quasi il 52%. O la circoscrizione del Burgenlandkreis, distretto minerario di lignite e polo chimico, dove dalla metà dell’800 vennero costruite grandi centrali a carbone per la produzione di energia elettrica. Durante il periodo socialista la produzione venne spinta al massimo delle capacità, per essere fortemente ridimensionata con la riunificazione. Questo territorio si trova al centro del programma di Strukturwandel (cambiamento strutturale) per l’eliminazione graduale dell’energia derivante dal carbone. Anche il polo artigianale di produzione di scarpe, di carta e di zucchero non ha sostenuto la competizione globale e sono tantissime le fabbriche chiuse. Anche qui l’AfD ha raggiunto quasi il 52%. Ma anche molto di più, come nella città di Schnaudertal dove ha sfiorato il 65%. > Nelle zone deindustrializzate non si è solo perso il lavoro, ma un’intera > comunità operaia, con le sue relazioni, la sua storia, la sua identità. Qui > possiamo leggere le storie delle aree minerarie inglesi che hanno votato per > la Brexit e la rust belt statunitense che vota per Trump. Questo voto viene letto come gli operai che prima votavano a sinistra e oggi votano l’estrema destra, ma in questi territori è rimasto molto poco del tessuto industriale che abbiamo conosciuto nel ‘900, molto poco di quelle comunità operaie, con una propria storia di classe, di lotta e di senso comune. In queste zone l’AfD ha preso più voti che nelle aree rurali, analizzando i flussi, non sono voti della sinistra, Linke o SPD, ma voti della CDU e persone che non votavano e sono tornate alle urne. > Nei centri urbani di Magdeburgo e Halle, che contano più di 200.000 persone, > Linke e Verdi, raggiungono il loro migliore risultato. Nella circoscrizione di Halle III, ad esempio, i Verdi sono stati addirittura il primo partito assoluto con il 33,7% dei voti. In queste città è stato usato in maniera mirata il voto disgiunto per provare a impedire l’elezione diretta nei seggi uninominali dei candidati dell’AfD. Ma c’è anche la periferia di Magdeburgo dove l’Intel avrebbe dovuto costruire un grande centro di microchip e che invece è rimasta un’area vuota, dove l’Afd raggiunge il 35%, a differenza del resto della città. Anche nella terza città per numero di abitanti Dessau-Roßlau, storica città del design e del Bauhaus, AfD è primo partito ma con percentuali più basse rispetto al territorio circostante. C’è una linea di frattura che corre lungo l’asse centro e perfieria, non è semplicemente città e campagna, ma tra le aree competitive economicamente, demograficamente, culturalmente e le aree marginali dove regna abbandono, spopolamento e sfiducia. > E se seguiamo questa frattura, tra competizione e marginalizzazione > territoriale, arriviamo anche all’altra grande frattura, quella > dell’istruzione, il Bildungsclivage, chi vota AfD ha un titolo di studio più > basso, un diploma tecnico-professionale, mentre chi vota i partiti > progressisti come Linke e Verdi ha una laurea. E questo si collega alla frattura territoriale, perché le competenze più elevate dell’economia dei servizi si trasferiscono verso le aree urbane e si collegano alla frattura di genere, perché le donne tendono a studiare di più e ad avere titoli di istruzione più elevati. GENERE ED ETÀ La frattura generazionale e di genere mostra una forte differenza nel voto all’AfD tra giovani uomini e giovani donne. 59% Uomini 18–29 · AfD 39% Donne 18–29 · AfD Differenza: 20 punti percentuali CENTRO E PERIFERIA Il voto all’AfD cresce nelle aree periferiche e rurali, mentre nei principali centri urbani il consenso è significativamente più basso. 29,9% Halle · AfD 64,7% Schnaudertal · AfD Differenza: 34,8 punti percentuali ISTRUZIONE La frattura educativa: il consenso all’AfD è maggiore tra chi ha un livello di istruzione più basso. 57% Istruzione bassa · AfD 30% Istruzione alta · AfD Differenza: 27 punti percentuali COSA POSSIAMO IMPARARE DA QUESTO VOTO Analizzare il voto e le fratture socio-politiche che ne emergono non significa cristallizzarle, ma costruire basi di analisi solide per la costruzione di una strategia politica che porti la sinistra verso traiettorie di vittoria. Spesso il quadro di chi vota i partiti di estrema destra – maschi, bianchi, poco istruiti, che vivono in posti squallidi e abbandonati – viene stereotipato e deriso, lo fanno i giornali liberali, i programmi televisivi, e anche una parte dei partiti di sinistra e progressisti. Solo nelle ultime settimane, vengono in mente le parole di Raimo sulle zone interne dove è rimasto «solo il maschilismo e l’alcolismo», e di Bonaccini «chi vota a destra ha studiato poco». Ha risposto Salvini con un video sostenendo che anche chi non ha studiato può fare grandi cose e per questo vota Lega. L’AfD offre la prospettiva di scaricare verso il basso i costi delle prossime crisi, cioè far pagare alla popolazione più precaria, povera e migrante le conseguenze economiche, climatiche e sanitarie delle politiche neoliberali degli ultimi decenni. L’AfD è l’organizzazione politica del rancore: delle persone bianche sulle persone razzializzate, degli uomini sulle donne, delle persone con un titolo di studio tecnico contro gli intelletualli del centro… > Ma il voto in Sassonia-Anhalt ci dice qualcosa in più. Un partito con > percentuali oltre il 40% non è semplicemente un voto delle aree > marginalizzate, ha sfondato anche nelle aree urbane, nella piccola borghesia, > nella classe media. In Sassonia-Anhalt chi votava CDU ha iniziato a votare > l’AfD, quindi si sta ampliando il blocco sociale che vota l’estrema destra. Una parte della borghesia e del grande capitale tedesco potrebbe iniziare a rompere il muro taglia fuoco e far bruciare l’intera prateria. Così come sta accadendo in Francia, ed è accaduto in Italia, dove la grande borghesia ha già votato Meloni e ora invita Vannacci a Cernobbio. Quali prospettive può offrire una programma politico di sinistra radicale alle aree marginalizzate, a chi ha un basso titolo di studio, a chi vive nella precarietà, a chi vede nel futuro una minaccia invece che una prospettiva? > Per rimanere nelle elezioni regionali tedesche, il programma della Linke a > Berlino già delinea delle risposte. Berlin bezahlbar machen, rendere Berlino accessibile è lo slogan principale, un programma incentrato sulla lotta alla speculazione e alla rendita immobiliare, agli affitti brevi, blocco degli sfratti, e poi trasporto pubblico gratuito in prima istanza per le fasce più povere, ma in prospettiva per tutti e tutte, politiche sociali ed educative al centro. I sondaggi danno la Linke al 21%, la CDU al 20%, l’AfD al 18%, la SPD al 12%. L’estrema destra lo ha capito molto bene, in Germania come altrove, non si vince più al centro. La partita è tutta aperta. Ed è ora di iniziare a giocare anche a sinistra. Immagine di copertina di vfutscher via flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sassonia-Anhalt l’estrema destra vola e il centro crolla proviene da DINAMOpress.
September 12, 2026
DINAMOpress
«Illuminismo oscuro»
Mappa del pensiero neo-reazionario. Patrizio Paolinelli (*) sul libro di Arnaud Miranda. È naturale che in un’epoca di transizione come quella che stiamo attraversando emergono nuove idee di società. Alcune nascono come risposte per far avanzare la democrazia; altre come negazione di ogni forma di democrazia. È in questo secondo orizzonte che si colloca il movimento neoreazionario proveniente dagli Stati
September 8, 2026
La Bottega del Barbieri
Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è. LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE” Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche. Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico. > Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il > mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale > di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e > gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende > inaccessibile per via amministrativa. Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000. Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto. A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano. Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile. IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania. Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media. Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. > “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività. Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”. È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire. L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi. Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”. UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri. IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno. È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio. PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale. > Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di > maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi > decide della nostra vita? Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo. Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
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La resistibile ascesa delle destre – 2
di Enrico Semprini Questo elaborato è il secondo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Gli argomenti che saranno approfonditi sono i seguenti: La remigrazione – (il primo è stato pubblicato il sei giugno) la psicologia di massa del fascismo; il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni. Il piano del lavoro è in corso di sviluppo e ad oggi non
Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale
A Roma, il 13 giugno 2026, accadrà qualcosa che un paese democratico — che ha visto la propria storia macchiata dal sangue di circa 500.000 morti, vittime di vent’anni di regime fascista — non dovrebbe mai vedere. Un paese che si è liberato anche grazie alla Resistenza antifascista, che ha scritto una Costituzione nata proprio per impedire che quella barbarie potesse ripetersi, si trova oggi a fare i conti con cortei che invocano deportazioni di massa, marce antiabortiste che vogliono sottrarre alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo e un generale in divisa da politico che, dopo aver lasciato la Lega, fonda un partito che in pochi mesi raggiunge 90.000 iscritti, dichiarando che “la remigrazione è una necessità”. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma si trasmette: nelle parole, nelle piazze, nelle leggi. E quando si lascia che certe parole tornino a occupare lo spazio pubblico senza essere contrastate, si comincia a perdere il filo di quella memoria. Roma, il 13 giugno, è uno di quei momenti in cui quel filo va tenuto stretto. ROMA, 13 GIUGNO: TRE PIAZZE, UN SOLO CAMPO Sabato 13 giugno Roma è attraversata da tre appuntamenti distinti ma contigui, che insieme disegnano la mappa del campo della destra radicale italiana. Alle 14:30, da piazza della Repubblica, parte la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”, organizzata con il supporto di Pro Vita & Famiglia e oltre 110 associazioni pro-life, cattoliche e pro-famiglia. Un corteo antiabortista diretto verso San Giovanni in Laterano, il cui obiettivo è quello di inasprire le leggi sull’aborto e sul fine vita. Alle 15:00 parte da Piazza della Libertà il corteo del comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” — che aggrega CasaPound, il Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani — per consegnare al Parlamento le firme per una proposta di legge che prevede espulsioni di massa di persone di origine straniera, compresi regolari e naturalizzatə. Sempre il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, si svolge la prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci, che ha fatto della remigrazione un tema chiave, per accaparrarsi consenso, facendo leva su una paura vecchia come il mondo e già strumentalizzata dalla destra storica. > Tre soggetti, tre registri diversi: quello religioso-familiare di Pro Vita, > quello etno-nazionalista degli identitari, quello istituzional-populista di > Vannacci. Ma un unico denominatore: la convinzione che certi corpi — quelli > delle donne, quelli deə migranti, quelli queer e trans — debbano essere > controllati, espulsi o cancellati dall’orizzonte del visibile. Non è una coincidenza di calendario. È un campo politico che ha imparato a muoversi su più fronti simultaneamente per costruire egemonia culturale, occupare spazio pubblico e moltiplicare i canali di accesso al potere. Sono le tattiche della destra radicale europea, studiate e replicate. PRO VITA & FAMIGLIA: AGENDA, TATTICA E FINANZIAMENTI OPACHI Pro Vita & Famiglia Onlus è l’associazione antiabortista più strutturata e visibile in Italia. Fondata nel 2013, si presenta come onlus apartitica ma opera da anni come principale motore culturale della destra religiosa e nazional conservatrice sul tema dei diritti riproduttivi e LGBTQIA+. Le sue campagne hanno tappezzato oltre 190 città italiane con maxi-manifesti e camion vela contro la legge 194. Nel gennaio 2024 ha lanciato Semplicemente Umano — bombardando i muri dei quartieri con immagini di embrioni nominati, Matteo, Sofia, Giulia — con il messaggio «9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano. E tu?». L’8 marzo 2024 poi, in concomitanza con il corteo transfemminista di Non Una di Meno, invece di stare fuori dalla piazza transfemminista, ha organizzato flash mob davanti alle ambasciate francesi con camion vela recanti lo slogan “Non Una Di Meno… ma per davvero”: una mossa deliberata per attaccare e svuotare il linguaggio del femminismo, colonizzarne le parole per piegarle a un significato opposto e fazioso. Non è ingenuità, è strategia culturale consapevole, parte di un più ampio processo di mainstreaming reazionario che trasforma il lessico dei movimenti in strumenti del loro contrario. Nel 2025 il bersaglio si è spostato alle scuole con la campagna Mio Figlio No, presentata in conferenza stampa a febbraio 2025 a pochi passi dalla Camera. Manifesti con immagini di minorenni generate dall’intelligenza artificiale recavano messaggi come «Oggi a scuola un attivista Lgbt ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni». La campagna chiedeva leggi per bloccare qualunque progetto sulla “fluidità di genere” e lo stop aə attivistə LGBTQ+ negli istituti. Nel luglio 2025 rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati in audizione alla Camera. Questo è il punto che non va sottovalutato: > Pro Vita non è più solo una realtà di piazza. È un soggetto che detta agenda > parlamentare, che porta la propria visione dentro le istituzioni con la > legittimità di chi viene invitato a sedere ai tavoli del potere. È la > normalizzazione progressiva di un progetto antifemminista e omofobo travestita > da difesa della famiglia. Sul piano dei finanziamenti e delle connessioni politiche, il quadro è denso di zone d’ombra, per usare un eufemismo. Nel 2024, un’inchiesta giornalistica uscita su “Domani” ha documentato cinque operazioni immobiliari che hanno coinvolto personalmente Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, e Roberto Fiore, leader storico di Forza Nuova — il partito neofascista i cui militanti hanno assaltato la sede della CGIL nell’ottobre 2021, per cui Fiore è stato condannato in primo grado a otto anni e sei mesi. Brandi avrebbe acquistato da Fiore o dalla sua società cinque immobili — a Roma, Bari, Latina, Padova e Treviso — pagandoli in parte con fondi provenienti da conti svizzeri, per poi donarli alla onlus nel 2019. In alcuni casi i pagamenti sarebbero avvenuti con anni di anticipo rispetto ai rogiti notarili. Tra i collaboratori dell’associazione figura Alessandro Fiore — figlio del leader neofascista — nel ruolo di responsabile del settore legale, come risulta dal bilancio sociale 2023 di Pro Vita & Famiglia. Pro Vita ha sempre smentito ogni legame organico, affermando che si trattasse di rapporti personali precedenti alla nascita della onlus e che nessuna operazione coinvolgesse direttamente l’associazione. Ma le domande specifiche rivolte a Brandi dai giornalisti sono rimaste senza risposta. Dal settembre 2024 Pro Vita risulta comunque iscritta al Registro di Trasparenza dell’UE. Nessuna risposta ufficiale è arrivata. Nel frattempo, Pro Vita continua ad avere accesso ai consultori pubblici, dove i suoi obiettori di coscienza contribuiscono a rendere sempre più ostico l’accesso all’interruzione di gravidanza. REMIGRAZIONE: QUANDO L’ABERRAZIONE DIVENTA PROPOSTA DI LEGGE Il termine “remigrazione” è stato inserito nel 2025 da Treccani tra i neologismi con la definizione esplicita di «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Nato in ambienti identitari europei a partire dagli anni Dieci, serve a mascherare con linguaggio neutro un progetto di deportazione di massa che includerebbe non solo ə migranti irregolari ma anche regolari, naturalizzatə e figliə di migranti consideratə “non assimilatə”. È la teoria della “grande sostituzione” — la cospirazione secondo cui le popolazioni europee bianche verrebbero rimpiazzate da popolazioni non europee — tradotta in proposta di legge. Quello che colpisce non è solo il contenuto, brutale e razzista in modo manifesto, ma il meccanismo linguistico che lo veicola: prendere una parola tecnica, neutra nella forma, e riempirla di un significato opposto, così da rendere dicibile in pubblico quello che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto confinato nelle chat di neofascisti. > È la stessa operazione che fa Pro Vita con il linguaggio del femminismo: la > parola viene svuotata, rovesciata, restituita come arma. In Italia questa agenda ha trovato un canale istituzionale nel maggio 2025, quando circa 400 tra attivisti, militanti e simpatizzanti dell’alt-right si sono riuniti al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate per la prima edizione del Remigration Summit. Il teatro comunale è stato ufficialmente concesso dal sindaco leghista Andrea Cassani. L’organizzatore italiano è Andrea Ballarati, 23 anni, ex-militante di Gioventù Nazionale — la giovanile di Fratelli d’Italia — ora fondatore dell’associazione identitaria Azione, Cultura, Tradizione. Tra i relatori, Martin Sellner, teorico austriaco del Grand Remplacement, e Dries Van Langenhove, ex-parlamentare belga condannato a un anno di reclusione dal tribunale di Gand per razzismo e negazionismo dell’Olocausto. Vannacci ha inviato un videomessaggio dichiarando che «la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». Il passaggio dall’estrema destra extraparlamentare alla destra istituzionale — con un sindaco leghista che apre le porte del teatro comunale e un eurodeputato che manda il proprio endorsement in video — è il dato politico più rilevante: non si tratta di frange, si tratta di un’agenda che scala verso il centro. Vale la pena sottolinearlo: quando Forza Nuova organizzava cortei sulla remigrazione, veniva liquidata dalla politica come fenomeno marginale di pochi. Quando lo stesso contenuto viene rivestito con abiti presentabili, portato in un teatro, promosso da un eurodeputato con seggio a Bruxelles e firmato da 150.000 persone in calce a una proposta di legge, diventa dibattito. > Questa è la normalizzazione. Non avviene di colpo: si costruisce lentamente, > passo dopo passo, convegno dopo convegno, audizione dopo audizione. E ogni > volta che non viene contrastata, il passo successivo costa meno e intanto la > rana continua a bollire. DALLA BIOPOLITICA ALL’ETNO-NAZIONALISMO: IL PROGETTO È UNO Non serve una laurea a capire quale sia il futuro auspicato dietro tutto questo. L’analisi transfemminista e antirazzista rifiuta di trattare questi fenomeni come questioni separate. Il controllo dei corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto, la cancellazione delle identità trans e queer dalle scuole, la deportazione delle persone migranti: sono le facce dello stesso progetto politico. Quello che i movimenti identitari europei chiamano “riconquista” è in realtà una restaurazione della gerarchia patriarcale, razziale ed eteronormativa. Il corpo della donna bianca eterosessuale serve a riprodurre la nazione; il corpo del migrante non bianco va espulso perché “la contamina”; le persone trans e queer disturbano entrambi gli assi di questa logica e vanno cancellate dall’orizzonte del visibile, a partire dalle scuole. Questa chiave di lettura non è solo ideologica: è analitica. Ci dice che quando Pro Vita entra nelle istituzioni con le sue proposte di legge sulla “libertà educativa”, non sta difendendo le famiglie. Sta normalizzando l’idea che certi corpi — quelli delle donne, quelli queer, quelli migranti — abbiano meno diritti degli altri, che la loro libertà sia negoziabile, che lo Stato possa e debba regolarne l’esistenza. Ci dice che quando Vannacci parla di «riaccompagnare nei paesi d’origine chi non rispetta i nostri valori», non sta parlando di sicurezza. Sta costruendo una gerarchia di appartenenza nazionale in cui alcuni corpi sono originari e altri sono ospiti revocabili. Ci dice che quando il comitato Remigrazione e Riconquista sfila con skinhead e neofascisti, non lo fa nonostante il proprio programma politico: lo fa coerentemente con esso. > Il filo che connette Pro Vita, gli identitari e Vannacci non è occasionale né > tattico: è strutturale. Tutti e tre operano dentro la stessa cornice > ideologica — quella del nazionalismo etnico e patriarcale. Tutti e tre trovano nel governo Meloni un interlocutore che non li contraddice mai, che li riceve, che li ascolta in Parlamento, che concede i teatri comunali, che non risponde alle interrogazioni. Non prendere le distanze, in politica, è già una forma di endorsement. Roma, il 13 giugno, sarà il luogo dove questo progetto si mostra in piena luce. La risposta è già in strada. FUCK REMIGRATION: IL 13 GIUGNO IN STRADA A Roma, infatti, il 13 giugno non sarà solo la giornata dell’ultradestra. Da alcune settimane è attiva Fuck Remigration. Nata dopo un primo incontro alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e cresciuta attraverso assemblee pubbliche aperte. Il contro-corteo antifascista e antirazzista partirà da Colosseo alle 15:00. Chi scende in piazza quel giorno lo fa, come si legge in una nota dell’assemblea, perché «non va mai normalizzata la presenza nello spazio pubblico di organizzazioni neofasciste e razziste. La libertà non riguarda la possibilità di propagandare idee di odio e di sopraffazione. Nonostante l’idea di remigrazione venga discussa con disinvoltura nel dibattito pubblico, non dobbiamo rinunciare a spiegare che è tutto tranne che un’idea di buon senso». Il 13 giugno è anche la data in cui si chiude la raccolta firme del comitato Remigrazione e Riconquista prima della consegna in Parlamento. Essere in strada sabato significa impedire che la normalizzazione compia un altro passo, che deportazioni e controllo dei corpi vengano consegnati alle istituzioni come se fossero carne da macello ideologico. La risposta alle tre piazze della destra radicale non è la delega alle istituzioni che non rispondono, non è l’interrogazione parlamentare ignorata, non è l’appello ai valori costituzionali rivolto a chi li viola ogni giorno. È la piazza antifascista, antirazzista e transfemminista. È alle 15. La foto di copertina è di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale proviene da DINAMOpress.
June 12, 2026
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Rimettere la remigrazione con i piedi per terra
Rimetterla “con i piedi per terra” significa coglierne insieme le condizioni di possibilità e il carattere di rottura. Solo così diventa possibile comprendere cosa ci dice sul presente delle politiche migratorie europee e sulle sfide che pone alle culture politiche progressiste Di fronte alla remigrazione la tentazione è quella di stringere l’inquadratura. Fare uno zoom sui promotori, sulle loro biografie politiche, sui simboli che utilizzano, sulle parole e retoriche agitate. È un esercizio necessario. Permette di riconoscere genealogie politiche, continuità ideologiche e riferimenti culturali che sarebbe ingenuo sottovalutare. IL 13 GIUGNO E IL RISCHIO DELLO ZOOM La remigrazione sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano. Il 13 giugno è prevista a Roma una manifestazione nazionale promossa da organizzazioni dell’estrema destra in occasione della quale verrà promossa la proposta di legge che punta a tradurre quel progetto politico in un insieme organico di misure legislative. Contro l’iniziativa sono state annunciate mobilitazioni e cortei che si preannunciano partecipati e politicamente molto densi. Eppure lo zoom, da solo, rischia di non bastare. Concentrando tutta l’attenzione sugli attori che oggi rivendicano la remigrazione, si corre il rischio di trasformarla in un’anomalia, in un corpo estraneo improvvisamente comparso nello spazio pubblico. Come se si trattasse di una proposta comprensibile soltanto a partire dalle culture politiche che la sostengono e non come il prodotto delle trasformazioni che negli ultimi anni hanno attraversato le politiche migratorie europee. Per comprendere davvero la portata della remigrazione occorre allora cambiare inquadratura. Senza rinunciare allo zoom, ma affiancandogli un grandangolo capace di mostrare il contesto entro cui questa proposta emerge, si diffonde e prova a conquistare consenso. Lo zoom ci aiuta a capire chi promuove la remigrazione. Per comprenderne il significato politico occorre però allargare lo sguardo e interrogare il terreno sul quale essa prende forma. L GRANDANGOLO: IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE MIGRATORIE L’emersione della remigrazione nel dibattito pubblico italiano coincide con una fase di profonda trasformazione delle politiche migratorie europee. Negli ultimi anni il governo della mobilità è diventato uno dei terreni privilegiati attraverso cui l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno ridefinendo strumenti, priorità e confini dell’azione pubblica. L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il rafforzamento delle procedure accelerate alle frontiere, la crescente centralità delle politiche di esternalizzazione e il rilancio delle strategie di rimpatrio delineano un quadro nel quale il controllo della mobilità occupa una posizione sempre più centrale. A questo scenario si aggiungono esperimenti come il protocollo tra Italia e Albania, che sposta oltre i confini nazionali alcune funzioni fondamentali della gestione migratoria, e le proposte europee volte a rafforzare ulteriormente i meccanismi di espulsione e allontanamento, come il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri attualmente in discussione, che punta ad ampliare e rendere più efficaci gli strumenti di espulsione e allontanamento. > Non si tratta di processi isolati. Al contrario, compongono una trasformazione > più ampia che da almeno quindici o vent’anni investe le politiche migratorie > del continente. Prima ancora della remigrazione, l’Europa ha costruito una > complessa infrastruttura giuridica, amministrativa e materiale di selezione, > confinamento ed espulsione. Centri di detenzione amministrativa, procedure differenziate di accesso ai diritti, accordi con paesi terzi, sistemi sempre più sofisticati di sorveglianza e identificazione, dispositivi di rimpatrio forzato: è all’interno di questo insieme di pratiche che si definisce oggi una parte rilevante del governo delle migrazioni. Collocare la remigrazione dentro questo scenario non significa affermare che essa sia già realtà o che rappresenti semplicemente il nome nuovo di politiche esistenti. Significa piuttosto riconoscere il contesto entro cui essa prende forma. La remigrazione emerge in una fase nella quale il controllo della mobilità è già diventato una delle principali tecnologie di governo delle società europee. Ignorare questo sfondo significherebbe privarsi degli strumenti necessari per comprenderne la forza e le condizioni di possibilità. PERCHÉ IL GRANDANGOLO DA SOLO NON BASTA Ma allargare l’inquadratura comporta un rischio speculare: quello di appiattire le differenze. Se lo zoom rischia di isolare la remigrazione dal contesto che la rende possibile, il grandangolo, da solo, rischia di dissolverne la specificità. È un rischio meno evidente, ma non meno insidioso. Una volta riconosciuto che la remigrazione emerge all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche migratorie europee, si potrebbe essere tentati di considerarla soltanto una versione più esplicita, più aggressiva o più radicale di tendenze già esistenti. Gli elementi che alimentano questa lettura non mancano. Molti degli strumenti evocati dai sostenitori della remigrazione appartengono già al repertorio delle politiche migratorie contemporanee: i rimpatri forzati, la detenzione amministrativa, i programmi di ritorno volontario assistito, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la differenziazione dei diritti sulla base dello status giuridico. Anche il legame tra accesso alla cittadinanza, appartenenza nazionale e selezione della popolazione non è certo una novità nella storia degli Stati moderni. > Eppure fermarsi a questa constatazione significherebbe perdere un aspetto > decisivo. La continuità degli strumenti non implica l’identità dei progetti > politici. Le stesse tecnologie di governo possono essere mobilitate > all’interno di immaginari differenti e orientate verso obiettivi diversi. Per > questo la questione non riguarda soltanto quali misure vengano proposte, ma > quale visione della società esse contribuiscano a costruire. Da questo punto di vista la remigrazione non si limita a chiedere un inasprimento delle politiche migratorie esistenti. Prova a riorganizzarle attorno a un principio politico più ampio, che riguarda la definizione stessa della comunità nazionale, dei suoi confini e della sua composizione. È su questo terreno che emerge la sua specificità e che diventa possibile coglierne il significato politico. PIÙ CHE UNA POLITICA MIGRATORIA, UNA POLITICA DELLA POPOLAZIONE È a questo livello che conviene leggere la proposta di legge presentata dal comitato Remigrazione e Riconquista. Considerate singolarmente, molte delle misure proposte possono apparire come un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie: l’espulsione di determinate categorie di stranieri, la restrizione dei ricongiungimenti familiari, l’abolizione di forme di protezione, l’inasprimento delle condizioni di soggiorno e di accesso ai diritti. Altre riguardano invece la cittadinanza, prevedendone la revoca in alcuni casi o limitandone ulteriormente l’acquisizione. Altre ancora puntano a incentivare il ritorno nei paesi di origine oppure, al contrario, a favorire l’insediamento di soggetti considerati maggiormente assimilabili alla comunità nazionale, come gli italo-discendenti. A queste misure si affiancano infine interventi demografici rivolti alle famiglie italiane, presentati come strumenti per contrastare il declino della natalità. Osservati nel loro insieme, però, questi provvedimenti assumono un significato diverso. Il loro tratto distintivo non risiede in ciascuna misura presa isolatamente, ma nella logica che le connette. > Espulsioni, revoche della cittadinanza, incentivi al ritorno, selezione degli > ingressi e politiche demografiche vengono ricondotti a un medesimo obiettivo: > intervenire sulla composizione della popolazione in maniera radicale, > proponendo un’idea esplicita di razzismo priva della ambivalenti mediazioni > sperimentate nel corso della seconda metà del Novecento. Letti insieme, questi strumenti non delineano soltanto una politica di controllo dell’immigrazione. Disegnano una precisa idea di composizione della popolazione. La questione non è più soltanto governare gli ingressi o regolare la presenza delle persone migranti sul territorio. Diventa stabilire quali soggetti siano desiderabili, quali debbano essere incoraggiati a restare, quali possano essere allontanati e quali caratteristiche debba assumere, nel lungo periodo, la comunità nazionale dentro la cornice della bianchezza. Più che una politica migratoria, la remigrazione appare allora come una politica della popolazione. Una politica che utilizza gli strumenti del controllo migratorio, ma li inserisce all’interno di un progetto più ampio di ridefinizione dell’appartenenza. La domanda fondamentale non è più soltanto chi può entrare nel territorio dello Stato. È chi può appartenere stabilmente alla comunità nazionale e contribuire a definirne il futuro non più in base alla collocazione nel mercato del lavoro, ma in ragione dell’identità razziale e del profilo religioso. UNO SPARTIACQUE È qui che emerge la novità della remigrazione. Per almeno tre decenni il lessico dominante delle politiche migratorie europee si è organizzato attorno a una serie di parole chiave relativamente stabili: gestione dei flussi, integrazione, sicurezza, quote di ingresso, fabbisogni del mercato del lavoro. Pur all’interno di orientamenti politici differenti, la questione fondamentale rimaneva quella di regolare la presenza delle persone migranti: quanti ingressi consentire, a quali condizioni, con quali diritti e attraverso quali strumenti di controllo. Naturalmente questa rappresentazione è tutt’altro che neutra sul piano politico. Le politiche migratorie europee sono state attraversate da profonde e spesso violente pratiche di esclusione, gerarchie giuridiche, dispositivi di confinamento e violazioni dei diritti ben prima dell’emersione della remigrazione. Tuttavia, anche nelle loro versioni più restrittive, esse tendevano a presentarsi — spesso anche in contraddizione con gli effetti concreti prodotti — come strumenti di gestione della mobilità e di amministrazione della presenza. La remigrazione sposta il terreno della discussione. Non si limita a proporre criteri più severi per l’ingresso o la permanenza. Mette in discussione la permanenza stessa delle persone con background migratorio come fatto legittimo e strutturale delle società europee contemporanee. > Se il paradigma della gestione dei flussi si interrogava su quanti migranti > ammettere e secondo quali criteri, la remigrazione si interroga su quali > popolazioni debbano comporre la nazione e su quali, invece, possano o debbano > esserne progressivamente allontanate. È in questo passaggio che si manifesta il suo carattere di spartiacque. Non perché introduca strumenti completamente inediti, ma perché rende esplicito un principio che nelle politiche migratorie contemporanee è spesso rimasto implicito, frammentato o mascherato dal linguaggio tecnico dell’amministrazione. La questione della composizione della popolazione, dell’appartenenza nazionale e della desiderabilità dei soggetti non resta sullo sfondo: diventa il centro dichiarato del progetto politico. Non è più soltanto il governo della mobilità a essere in discussione, ma la ridefinizione della popolazione stessa come oggetto esplicito dell’intervento politico. Per questo la remigrazione non può essere interpretata né come un fenomeno completamente estraneo alle trasformazioni in corso né come una semplice continuazione delle politiche esistenti. È piuttosto un punto di condensazione: il luogo in cui tendenze sedimentate nel corso degli ultimi decenni vengono ricomposte all’interno di un immaginario coerente e rese politicamente esplicite. Ed è proprio questa esplicitazione, prima ancora delle singole misure proposte, a spiegare perché il termine remigrazione stia conquistando una crescente visibilità nel dibattito pubblico europeo. PERCHÉ L’ANTIFASCISMO DA SOLO NON BASTA Riconoscere questa rottura è indispensabile. Ma non sufficiente. La mobilitazione contro la manifestazione del 13 giugno è una tappa fondamentale. Lo è perché individua correttamente la matrice politica della remigrazione, ne contesta l’impianto ideologico e ne contrasta il tentativo di legittimazione nello spazio pubblico. Sarebbe un errore minimizzare questo aspetto o considerarlo secondario. Il problema nasce quando l’attenzione si concentra esclusivamente sui soggetti che oggi promuovono la remigrazione. In questo caso il rischio è quello di circoscrivere il fenomeno entro i confini dell’estrema destra, perdendo di vista il terreno sul quale esso riesce a radicarsi e ad apparire plausibile. La remigrazione non conquista spazio soltanto per la capacità dei suoi promotori di organizzarsi e comunicare. Lo conquista anche perché interviene in un contesto nel quale il controllo della mobilità, il rafforzamento dei rimpatri, l’esternalizzazione delle frontiere e la differenziazione dei diritti sono già diventati elementi ordinari del governo delle migrazioni. > Da questo punto di vista, occuparsi oggi di migrazioni, da una prospettiva > critica, non può significare soltanto opporsi alla remigrazione. Significa > anche interrogare le trasformazioni che hanno attraversato negli ultimi anni > le politiche europee e nazionali, il consolidamento dei dispositivi di > confinamento e detenzione, la normalizzazione del linguaggio emergenziale e la > crescente centralità attribuita al contenimento della mobilità come strumento > di governo. Il rischio, altrimenti, è quello di combattere il sintomo lasciando intatto il terreno che ne rende possibile la diffusione. Di denunciare la forma più radicale di una tendenza senza interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa pensabile, dicibile e, per una parte dell’opinione pubblica, perfino desiderabile. Per questa ragione la critica della remigrazione non può esaurirsi nella denuncia dei suoi promotori. Deve essere capace di mettere in discussione anche il quadro più ampio entro cui essa prende forma. Non per confondere fenomeni diversi o cancellarne le differenze, ma per comprendere il rapporto che li lega e individuare i punti nei quali è possibile intervenire politicamente. QUALE IMMAGINAZIONE POLITICA? La remigrazione non è soltanto un programma politico. È anche un esercizio — violento, brutale e potenzialmente pericoloso — di immaginazione politica. Uno degli aspetti che colpiscono nel dibattito europeo degli ultimi anni è la capacità delle destre di articolare proposte che, pur essendo difficilmente praticabili, riescono a presentarsi come una visione complessiva della società. La remigrazione non si limita a evocare un principio generale. Costruisce un lessico, individua obiettivi, immagina istituzioni, propone procedure, definisce gerarchie e criteri di appartenenza. In altre parole, offre un’immagine del futuro. Una parte rilevante delle culture politiche progressiste sembra invece aver mano a mano rinunciato a questo terreno. Negli ultimi anni il dibattito si è spesso concentrato sulla difesa delle garanzie residue contro gli aspetti più brutali delle politiche migratorie contemporanee. Una battaglia necessaria, ma che raramente si è tradotta nella capacità di formulare un progetto alternativo. Si contestano gli eccessi, si denunciano gli abusi, si chiedono politiche più umane. Molto più raramente si mettono in discussione le categorie fondamentali che organizzano il campo. Chi può muoversi? Chi può restare? Chi ha diritto ai diritti? Chi decide l’appartenenza? Sono domande che finiscono spesso per essere poste dall’estrema destra, mentre il resto dello spettro politico si limita a reagire. È anche per questo che la remigrazione merita di essere presa sul serio. Non perché rappresenti una risposta convincente, ma perché segnala un vuoto. Mostra la capacità della destra di trasformare in progetto politico una determinata idea di popolazione, mentre le alternative appaiono spesso prive di un’analoga capacità di immaginazione istituzionale. > Eppure un’altra prospettiva è possibile. Regolarizzazione permanente, chiusura > dei CPR, diritti sociali sganciati dalla nazionalità, cittadinanza svincolata > dalla discendenza e dal profilo reddituale, welfare universale, libertà di > movimento: nessuna di queste proposte può essere ridotta a uno slogan morale o > a una dichiarazione di principio. Ognuna implica la costruzione di istituzioni, dispositivi e forme di organizzazione sociale alternative a quelle esistenti. Il problema è che troppo spesso queste ipotesi restano frammentate, difensive o relegate ai margini del dibattito pubblico. Rimettere la remigrazione con i piedi per terra significa allora compiere entrambe le operazioni. Allargare l’inquadratura per cogliere il contesto che ne rende possibile l’emersione e, allo stesso tempo, riconoscerne il carattere specifico. Solo così è possibile sottrarsi sia all’allarmismo sia alla banalizzazione. E solo così diventa possibile tornare a discutere non di come governare le migrazioni, ma di quale società vogliamo costruire e di quali principi debbano organizzare il rapporto tra mobilità, cittadinanza, uguaglianza e democrazia nell’Europa contemporanea. La copertina è di pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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