Hai Zi, Luo Yihe, Xi Chuan / Mille fiamme illuminano l’amore dell’umanità
Seppur vivere / Non presume forma / Non c’è modo / Di non avere forma / E
vivere…
Luo Yihe, da “La vasta visione del fiume” (1983)
Cosa chiediamo, esattamente, alla poesia, oggi? Come le chiediamo di inquadrare
un mondo trasformato in iperproduzione e riproduzione di dati che scorrono
freddi dietro i feed caldi, colorati e stilosi dei nostri social network che
scrolliamo incessantemente (o che scrollano noi)? La domanda non sembri oziosa,
soprattutto se pensiamo all’accezione e al significato che diamo sia alla parola
“poesia” (etimologicamente fare, produrre) e sia alla parola “mondo”, visto che
la Terra promessa di un “villaggio globale” si è invece risolta in muri,
recinti, confini e, almeno in questa parte del mondo, in forme inquietanti di
residenze forzate o, tutt’al più, traiettorie fissate dalle rotte a corto raggio
delle compagnie aeree low cost.
Con questa raccolta di poesie scelte di tre autori cinesi, Hai Zi (1964-1989),
Luo Yihe (1961-1989) e Xi Chuan (1963), Delufa Press e il traduttore Francesco
De Luca ci restituiscono pezzi di poesia e di mondo proprio quando ci sembra di
stare soffocando dentro spazi culturalmente e linguisticamente usurati.
Soprattutto, ci propongono di andare al di là di una Cina distopicamente
consegnata a luogo di sviluppo tecno-rivoluzionario in un contesto politico
orwelliano.
La materia prima della poesia di Hai Zi
[https://www.pulplibri.it/hai-zi-un-uomo-felice/] sono le invocazioni. La voce
poetica convoca il mondo intero, il cosmo: il giorno e la notte, non ben
determinate principesse e fratelli, i concittadini, la terra natia. Queste
invocazioni si fanno talvolta evocazioni nostalgiche di una natura sì
antropizzata ma anche ancestrale e perduta. Ma non è mai una malinconia-rifugio
quella costruita dai versi di Hai Zi: è piuttosto la necessità profondamente
umana di stringersi a ciò che alimenta la vita. Il poeta non manca di convocare
anche il “dio della poesia”, creatore dell’Universo e generatore della nascita
stessa della poesia che qui si delinea come potenza primordiale.
La poesia di Luo Yihe scava in profondità la persistenza della vita in un mondo
naturale dirompente, spesso crudele, oscuro e freddo, nel quale emergono forme
dell’umano che hanno ragione di esistere solo nelle relazioni, nell’amore. E
così alle personificazioni degli elementi naturali – il vento, il bosco, la neve
(onnipresente) – fa da contrappunto una sorta di rarefazione delle tracce
dell’umano nel mondo naturale. E nelle aree dove domina l’umano, la natura
irrompe come presenza ben più che decorativa, vero soffio vitale.
Nei versi di Luo Yihe trovano posto, incuneandosi quasi con prepotenza, i
patimenti del mondo “metà buio, metà luce” dove gli “eventi si accumulano. I
fatti sanguinano / Le notizie passano scorrevoli e lisce / Perché tutti gli
uomini conoscano tutto”. E la poesia si fa strumento imprescindibile nel
bagaglio di chi vuole attraversare il mondo, il corrispettivo geografico e
geologico della vita; la poesia “che dovrebbe essere come mille fiamme che
illuminano l’amore dell’umanità”. Persi qui nelle pieghe della traduzione non
sappiamo se questo genitivo “dell’umanità” sia soggettivo (l’umanità che ama)
oppure oggettivo (amore per l’umanità), allora è consolatorio pensare che abbia
entrambi i significati: amore e amare, come riparo dalle imprevedibili
intemperie dell’Universo.
Nelle poesie più tarde di Luo Yihe vi è, papabile e crescente, la preoccupazione
per il destino mondo: fra le righe emergono angosce geopolitiche, le fragilità
di un’epoca di passaggio e di crisi; regna la sensazione di essere sulla soglia
di una catastrofe, o quanto meno di un cambiamento irreversibile. “Sono io la
carne e le ossa di questa terra / che sanguina” recita Il sangue del mondo che
chiude la sezione dedicata a Luo Yihe. Una poesia della fine, del distacco, del
sollevamento dal mondo: “Ho sognato una sfera azzurra / L’ho sognata vicina, a
portata di mano / Eppure era immensa, senza confini”.
I versi di Xi Chuan (1963) chiudono l’antologia imprimendo un tono crepuscolare,
di scivolamento verso una generale idea di senilità del genere umano e del mondo
che, retrospettivamente illuminano il passato e la giovinezza ormai estinta: “In
un paese vasto / È vasto anche il crepuscolo / Le luci si accendono una ad una /
Il crepuscolo si diffonde come l’autunno / O defunti, apparite! / I vivi han
chiuso la bocca”, scrive appunto in Crepuscolo (1991). Sono versi che giungono
fin quasi al nostro (2022) e lasciano intendere quanto invece le esperienze di
Hai Zi e Luo Yihe siano letteralmente state bruciate dal fatidico 1989 cinese:
rivoluzione (mancata), implosione (lirica) e balzo verso un futuro
ipertecnologico avvolto da reti neurali che stiamo abitando. E dunque, in un
mondo segmentato e recintato, nella sua molteplicità di voci e sguardi offerti
da questa raccolta, la poesia ci regala possibili ricomposizioni; o almeno
l’illusione che nell’infinita ri/combinazione delle parole e dei versi il mondo
ritrovi forme pur provvisorie e parziali di unità e di totalità.
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