Rep. Dem. Congo, sostegno alle donne vulnerabili e sviluppo sostenibile
Nel Nord Kivu, dopo un susseguirsi di guerre, massicci spostamenti di
popolazioni e crisi sociali di ogni genere, le donne sono costrette ad
affrontare una situazione di estrema vulnerabilità. Portano le conseguenze della
guerra nel corpo, nella salute mentale, nella vita quotidiana. Talvolta nel
silenzio più totale. Per molte di loro, sopravvivere non significa solo trovare
cibo o un alloggio dove dormire, ma anche trovare quotidianamente la forza di
vivere con il carico mentale che tutta questa sofferenza comporta in una società
ingiusta. In questo contesto, il sostegno alle donne va ben oltre l’ambito
umanitario, per diventare una questione di dignità umana e una vera sfida a
favore della pace.
Di fronte a questi problemi complessi, diverse organizzazioni si sono mobilitate
per accompagnare le donne nella loro ricostruzione personale e sociale. Tra
queste, Wadhi asbl, Women in Action for Human Dignity, una giovane
organizzazione non governativa. Nel quadro di uno dei suoi progetti, riguardanti
la produzione di combustibili ecologici e sistemi di cottura che risparmiano
legna, un centinaio di donne beneficiarie partecipano attivamente a una dinamica
collettiva che combina protezione dell’ambiente, indipendenza finanziaria e
solidarietà comunitaria.
Ogni settimana, le donne coinvolte producono bricchette ecologiche destinate a
sostituire progressivamente la carbonella. Dietro questa idea c’è una sfida
molto più ampia: ridurre la pressione sulle risorse forestali e creare
alternative energetiche accessibili per tutti. Vengono utilizzate materie prime
accessibili a tutti: scarti organici domestici, foglie secche, residui agricoli,
escludendo rigorosamente le materie plastiche al fine di preservare la qualità
ecologica del prodotto finale.
Quest’approccio ha diversi vantaggi. In primo luogo, permette di trasformare i
rifiuti spesso abbandonati in diversi angoli delle strade in una risorsa utile.
In secondo luogo, riduce sensibilmente la dipendenza dalla carbonella,
contribuendo così a limitare la pressione esercitata in particolare sul parco
nazionale del Virunga. Secondo i responsabili di Wahdi asbl, le donne possono
produrre fino a 350 chilogrammi di bricchette alla settimana. La coordinatrice
della Ong, Gratias Kibandja spiega le fasi della produzione:
> «Per permettere alle donne di arrivare a produrre il carbone ecologico,
> innanzitutto raccogliamo i rifiuti biodegradabili. Foglie di banano, bucce di
> patata e di certi frutti, tutto ciò che può essere trasformato facilmente.
> Niente sacchetti, niente plastica. In seguito procediamo all’essiccazione; con
> la successiva carbonizzazione e macinazione, otteniamo una polvere nera come
> il carbone. Mescoliamo con altre materie prime naturali, in particolare
> argilla e acqua, ricavando una sorta di pasta che passiamo in una pressa
> ottenendo le bricchette. Il prodotto viene nuovamente essiccato prima di
> essere immesso sul mercato.»
Alcune di queste donne sono state costrette a più riprese ad abbandonare i
propri villaggi a causa dell’insicurezza. Alla fine hanno trovato rifugio in
città, ma in una realtà molto difficile: la disoccupazione, l’elevato costo
della vita, la precarietà degli alloggi, ecc. Tra loro ci sono anche madri
single e persone disabili, costrette ad affrontare una grande vulnerabilità
economica. In precedenza, molte erano costrette a raccogliere legna da ardere
nel parco o in aree isolate per poter cucinare o vendere la legna per
sopravvivere. Spostamenti che esponevano le donne a diversi pericoli. Alcune
hanno rivelato di essere state stuprate più volte da banditi durante questi
viaggi.
Dopo diverse settimane di formazione, la produzione delle bricchette è diventata
la loro fonte di sostentamento. Un’attività che comincia ad essere conosciuta.
Con la speranza che duri nel tempo e contribuisca a salvare le loro vite.
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TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA
Rédaction Rep. Dem. Congo