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Camminare come atto politico e sociale
Camminare è un gesto semplice. Proprio per questo, quando diventa un gesto collettivo e simbolico, può trasformarsi in un atto politico. Non “politico” nel senso di appartenenza o propaganda, ma nel senso più puro di ciò che riguarda la polis, ovvero la comunità dei cittadini e il governo della cosa comune. Ci sono momenti in cui camminare è un’abitudine privata, e ci sono momenti in cui lo stesso gesto cambia natura. Succede quando una marcia entra in uno spazio che normalmente esclude, quando attraversa un confine che qualcuno ha reso invalicabile, quando “stare lì” diventa una dichiarazione. Una marcia può mettere in discussione un ordine delle cose senza rompere nulla: basta rendere visibile ciò che di solito resta nascosto. LA FORZA DELLA RELAZIONE C’è un elemento decisivo: una marcia produce incontri. Non solo tra chi è già d’accordo con gli obiettivi della manifestazione, ma anche tra persone che nella vita quotidiana difficilmente si parlerebbero. Il ritmo rallenta, le distanze sociali si accorciano, diventa naturale scambiare due parole con chi cammina accanto o con chi vede passare il gruppo. Lungo un cammino collettivo contano anche gli incontri casuali: chi esce di casa per chiedere “perché lo fate?”, chi offre acqua, chi si unisce per un tratto. In questo senso una marcia è anche un’opportunità di relazione: crea ascolto e costruisce ponti tra mondi che normalmente restano separati. TRE MODI IN CUI IL CAMMINARE DIVENTA POLITICO Questa storia ha molti volti, ma tre ricorrono spesso. A volte il cammino collettivo nasce per rivendicare un diritto di accesso: sentieri, campagne recintate, luoghi sottratti all’uso comune. A volte diventa linguaggio della dignità sociale: quando non hai voce, ti metti in strada e ti rendi visibile. In altri casi funziona come strumento della nonviolenza: un’azione chiara, che non richiede mezzi particolari e per questo può essere ripetuta e allargata. PERCHÉ ALCUNE MARCE LASCIANO IL SEGNO Le marce che lasciano conseguenze concrete di solito producono più effetti insieme. Attraversano lo spazio pubblico, quindi rendono visibile un problema. Costruiscono un “noi”, fatto di ritmo condiviso e cura reciproca. Stimolano chi guarda – cittadini, media, istituzioni – a prendere posizione, perché una marcia è difficile da ignorare. Non è un post, non è un video: è presenza. COSA CI RACCONTEREMO NEI PROSSIMI ARTICOLI Nei prossimi articoli seguiremo alcune tappe decisive: marce nate per aprire l’accesso alla campagna; marce di lavoratori e disoccupati che hanno trasformato la fatica in un messaggio pubblico; grandi marce nonviolente che hanno spostato leggi e coscienze; percorsi italiani come la Perugia–Assisi; fino alle pratiche più recenti, dalle marce per il clima al camminare urbano come critica di una città costruita solo per chi consuma o corre. Cercheremo di capire cosa resta dopo. Perché alcune marce si esauriscono in un giorno e altre hanno conseguenza concrete su leggi, accordi, infrastrutture, abitudini e alleanze. I cambiamenti nelle comunità, nelle leggi che le governano, nelle relazioni, possono nascere anche dal basso, come il risultato di scelte, conflitti, accordi e cura. Spesso tutto comincia in modo semplice: qualcuno decide di mettersi in cammino, e altri scelgono di camminargli accanto. Il programma degli articoli Indice 1. Coxey’s Army (1894) e Bonus Army (1932) — Quando gli esclusi marciano verso la capitale 2. La Marcia del Sale (1930) — Il prototipo della marcia come leva politica 3. Kinder scout (1932) – Il diritto di attraversare la campagna privata 4. Jarrow (1936) — La marcia come voce del lavoro che scompare 5. Selma–Montgomery (1965) — Camminare per rendere visibile un diritto negato 6. Great Peace March (1986) — Attraversare un intero Paese per tenere aperto un tema 7. Da Roma a Parigi per la COP21 (2015) — Una marcia per la giustizia climatica 8. La “Marcia della fame” (Val Fortore, 1957) — Povertà, lavoro e dignità messi in cammino 9. Perugia–Assisi (1961) — La marcia come infrastruttura civile della pace 10. GeMiTo (2010) — In cammino tra paesaggi ed economie, alla ricerca delle eccellenze sostenibili 11. Repubblica Nomade (dal 2011) — Il cammino come laboratorio culturale e politico itinerante 12. Lunga Marcia per L’Aquila (2012) — Camminare come solidarietà e pressione sulla ricostruzione 13. Cammino nelle Terre Mutate (2012–2017) — Quando un cammino-evento diventa un cammino permanente 14. Local March for Gaza (2025) — La marcia di solidarietà per il popolo palestinese di Alberto Conte articolo originale: https://www.movimentolento.it/camminare-come-atto-politico-e-sociale/   Redazione Piemonte Orientale
February 16, 2026
Pressenza
Local march nel biellese: terzo giorno
La giornata con più partecipanti. Si parlava di 60, saremo stati il doppio. Una tappa piena di bambini, di gente nuova che si è unita alla marcia, di soste lungo i paesi: Magnano, Zimone, ricetto di Viverone, Roppolo. Ad ogni sosta l’accoglienza, la lettura della petizione, i saluti del sindaco, del parroco, delle proploco e dei cittadini, un rinfresco e un momento di confronto. Punto di partenza della giornata: Torrazzo, attraversiamo i boschi della Serra morenica di Ivrea in direzione del paese di Roppolo, vicino al lago di Viverone, dove dormiremo la sera. Magnano ci accoglie con moltissime persone ad attenderci, venute apposta per passare un momento insieme e firmare la petizione. Tutti ringraziano, fanno un pezzo di strada con noi, la processione laica si allunga e si colora di altre bandiere della pace e della Palestina, regalandoci momenti di intensa emozione. Due signore di Alessandria, mamma e figlia, venute per protestare insieme a noi contro il genocidio. La mamma è ultra ottantenne, ci hanno seguito tappa dopo tappa in automobile, per affermare la vicinanza al popolo palestinese e l’importanza di incontrarsi, di fare qualche passo insieme, di partecipare. Una famiglia di palestinesi esprime la sua gratitudine, la sindaca Anna Grisoglio ci parla dell’importanza di prendere posizione. Magnano è stato tra i primi comuni ad aderire alla petizione della Local March for Gaza. Guido Dotti del monastero di Bose ci trasmette parole profonde di denuncia: “Proseguite il cammino di questa marcia, continuate, continuiamo in ciò che è giusto, nonostante la lacerante sofferenza del misurare la nostra incapacità di prevenire e poi fermare il male assoluto che sta avvenendo sotto gli occhi del mondo e sotto i nostri occhi a Gaza. Se è importante definire “genocidio” questi crimini contro l’umanità, è assolutamente prioritario e decisivo far sì che cessino, ora, subito. Ci invita poco dopo a Bose, per un caffè insieme alla comunità del Monastero. A Zimone altra accoglienza, altre parole di vicinanza, altri abitanti che ci raggiungono. Nazarena Lanza ricorda come non si tratti di un problema di convivenza tra religioni, perché fin dall’inizio del secolo scorso palestinesi ebrei, cristiani e musulmani vivevano in pace. Contrariamente all’ebraismo, il sionismo non è una religione, ma un’ideologia, il cui obiettivo dichiarato è quello di costruire una nazione per soli ebrei, per lo più stranieri, nella Palestina storica. Israele è uno stato confessionale, senza costituzione nè confini stabiliti, in cui i palestinesi – chiamati arabi –  vivono in una condizione di apartheid. La ragazza palestinese si avvicina per ringraziare e abbracciare. Arrivati al ricetto di Viverone ci accoglie il sindaco Massimo Pastoris salutando uno per uno tutti i partecipanti alla marcia e una moltitudine di ragazzi e ragazze che offrono un rinfresco e un saluto. Mentre leggiamo la petizione la gente continua ad arrivare, per firmarla e percorrere con noi l’ultimo tratto della tappa. Siamo stati invitati a sederci in un giardino del ricetto, davanti a noi un piccolo pianoforte. Due donne, una delle quali con vestiti iraniani, hanno letto poesie, trasformando parole e musica in una denuncia alla guerra, esprimendo desiderio di libertà, unità e solidarietà per il popolo palestinese. Gli ultimi chilometri con vista sul lago di Viverone ci hanno portato alla Casa del Movimento Lento, che ci ha accolto con quell’energia che solo il viaggio lento sa dare. E così abbiamo consumato insieme piatti diversi portati dai volontari del paese, chiacchierato e ripercorso insieme le emozioni di questa giornata. Domani l’ultimo giorno in cammino ci attende. Milano si avvicina e noi siamo pronti. Sara Massarotto e Nazarena Lanza Redazione Piemonte Orientale
July 13, 2025
Pressenza