Tag - popolo Saharawi

Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
L’Arte della resistenza: CittàVisibili APS ad ARTifariti 2025 porta la mostra “I PRIGIONI” nei campi profughi saharawi.
La delegazione italiana unita nel deserto per raccontare memoria, dignità e autodeterminazione attraverso la fotografia di Andrea Sawyerr. L’associazione Città Visibili APS annuncia la sua partecipazione ufficiale all’edizione 2025 del Festival Internazionale delle Arti per i Diritti Umani – ARTifariti. L’evento, in programma dal 24 ottobre al 1° novembre nei campi profughi saharawi di Tindouf (Algeria), si svolge sotto l’egida del Ministero della Cultura della Repubblica Araba Saharawi Democratica e in stretta collaborazione con la Rete Saharawi. ARTifariti, giunto alla sua diciannovesima edizione, è da oltre quindici anni un crocevia fondamentale di incontro, scambio e solidarietà, dove l’arte si trasforma in un potente strumento di denuncia, memoria e costruzione collettiva di pace e libertà. L’iniziativa riunisce annualmente artisti saharawi e internazionali, attivisti, ricercatori e studenti, impegnati in laboratori, installazioni, performance e mostre che fondono creatività e impegno civile. La Mostra “I PRIGIONI” tra le dune del deserto: Città Visibili APS contribuirà al festival con l’esposizione fotografica “I PRIGIONI”, realizzata con gli scatti del fotografo Andrea Sawyerr. La mostra, già presentata in Italia nell’ambito del progetto Viaggiatori di Utopie, sarà allestita nei campi profughi per l’intera durata della manifestazione, rendendola accessibile sia al pubblico saharawi che alle numerose delegazioni internazionali. Attraverso un percorso visivo di forte impatto emotivo, “I PRIGIONI” documenta la condizione di attesa e l’inesauribile spirito di resistenza del popolo saharawi. I volti e gli spazi ritratti si fanno testimonianza viva di dignità, identità inesauribile e speranza per il futuro. La Delegazione Italiana per la Solidarietà Culturale: L’associazione Città Visibili APS si recherà a Tindouf con una propria delegazione, unendosi ad altri rappresentanti della solidarietà italiana. La missione include membri del Direttivo e volontari di Città Visibili, una delegazione della Rete Saharawi rappresentata dalla Presidente Nadia Conti, l’Associazione El Ouali di Bologna, e il referente del Progetto Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, Giuseppe Luca Bondì. Arte, Memoria e Libertà: Gli Obiettivi di ARTifariti 2025: L’edizione 2025 di ARTifariti è focalizzata sul tema “Arte, memoria e libertà nei territori della resistenza”, perseguendo tre obiettivi strategici: – Rafforzamento Culturale: Sostenere la presenza culturale saharawi come forma di resistenza pacifica e affermazione identitaria. – Scambio Internazionale: Creare spazi di formazione e scambio proficuo tra artisti, studenti e associazioni di solidarietà provenienti da diversi Paesi. – Promozione dei Diritti: Promuovere la cultura dei diritti umani e dell’autodeterminazione come valore universale, cementando il legame tra espressione artistica e impegno civile. Per la prima volta, il Ministero della Cultura saharawi ha esteso un invito diretto alla comunità italiana per un supporto concreto ai costi organizzativi del festival – un gesto che rimarca il valore simbolico e politico della solidarietà internazionale, da sempre sostenuta con convinzione da Città Visibili APS. Simone Bolognesi, presidente di Città Visibili APS, ha commentato: “La partecipazione a ARTifariti è per noi un atto di amicizia e di profonda responsabilità culturale verso un popolo che da quasi cinquant’anni combatte per la propria indipendenza. Portare la nostra mostra nei campi profughi significa dare eco e risonanza allo sguardo e alla voce che da quel territorio sono emersi, amplificandone il messaggio di dignità”.     Paolo Mazzinghi
Giornata della Cultura Saharawi: un’Italia che ascolta, accoglie e condivide
Tra 1, 2 e il 3 agosto 2025, in numerose città italiane si sono svolte iniziative per celebrare la Giornata della Cultura Saharawi. Eventi pubblici, partecipati e profondamente sentiti, hanno offerto occasioni di incontro e riflessione sulla storia, le tradizioni e la resistenza del popolo saharawi. Promosse dalla Rete Saharawi e dalla Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, queste giornate hanno visto la partecipazione di autorità locali, associazioni, centinaia di volontari e rappresentanti istituzionali, tra cui personalità del Governo algerino, paese che dal 1975 accoglie nei propri territori i campi profughi saharawi della RASD – Repubblica Araba Saharawi Democratica, proclamata nel 1976. Un legame, quello tra il popolo italiano e il popolo saharawi, che si è consolidato nel tempo grazie anche al progetto “Piccoli Ambasciatori di Pace”: dal 1982, oltre tremila bambini e bambine saharawi sono stati accolti ogni estate in Italia, creando relazioni durature con famiglie, comuni e territori, molti dei quali hanno sottoscritto patti di amicizia e solidarietà con le tendopoli saharawi. A partire dal 2024, ogni primo sabato di agosto, gli accompagnatori saharawi, le associazioni e i volontari impegnati nel progetto celebrano questa Giornata della Cultura Saharawi, per raccontare la bellezza e la forza di una cultura millenaria, e al tempo stesso rinnovare l’impegno verso la causa del popolo saharawi e il suo diritto all’autodeterminazione. Quest’anno, le principali iniziative si sono svolte in: Campania – ad Agropoli (Salerno), presso l’Oratorio Padre Giacomo Selvi, grazie all’Associazione Piccoli Ambasciatori di Pace, in collaborazione con la Rete Saharawi e la Rappresentanza della RASD, con la partecipazione di Chaouki Chemmam, Console generale Algerino Napoli, Fatima Manfud, Rappresentante Fronte Polisario in Italia e Taleb Brahim Elkhalil, Responsabile del Dipartimento agronomia presso il ministero dello sviluppo economico della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica). Lazio Nerola (Roma), insieme al Comune di Nerola e grazie all’Associazione Nerola ed Acquaviva per la Tradizione e il Futuro. Il 3 agosto ad Anguillara (Roma), grazie ad A.S.A.P.S., presso Oratorio Regina Pacis Emilia-Romagna • a Nonantola (Modena), grazie all’Associazione Kabara Lagdaf • a Sesso (Reggio Emilia), presso la Parrocchia di Villa, grazie all’Associazione Jaima Sahrawi, con il sostegno della Rete Saharawi e della Rappresentanza della RASD • a Bedonia (Parma), presso il Parco Peschiera, grazie a BedoniAccoglie e all’Associazione Help for Children Parma • il 3 agosto a Castenaso (Bologna), grazie all’Associazione El Ouali – Bologna Toscana – a Grassina (Bagno a Ripoli, Firenze), presso la Casa del Popolo, grazie al Comitato Selma, Saharawinsieme, CittàVisibili e la Rete Saharawi Per raccontare il significato profondo di questa giornata, vogliamo prendere in prestito un’immagine centrale della cultura saharawi: la cerimonia del tè. Secondo una leggenda del deserto, per preparare il tè servono tre cose: il fuoco, la compagnia e il tempo. In arabo: jimar, jamaʿ, jar. Il fuoco è la forza della volontà, la determinazione che non si spegne: come quella del popolo saharawi, che da decenni resiste all’occupazione e all’oblio. La compagnia è la presenza degli altri, lo stare insieme: perché non esiste cerimonia del tè da soli, così come non può esserci giustizia senza solidarietà, come ha scritto un sostenitore della causa saharawi. E il tempo è l’impegno che si rinnova ogni giorno, senza scorciatoie. “Non può esserci vera solidarietà senza un impegno costante per la giustizia. Questo significa lottare contro le ingiustizie sociali, economiche e politiche che affliggono il mondo, cercando di costruire una società più equa e giusta per tutti.”1 Con questo spirito, la Rete Saharawi continuerà a costruire ponti, mantenere viva la memoria e sostenere la lotta pacifica del popolo saharawi per il diritto all’autodeterminazione, nella convinzione che la cultura sia uno degli strumenti più forti per generare consapevolezza e trasformazione. 1 Il Decalogo della Solidarietà, le parole di Papa Francesco Redazione Italia
Sahara Occidentale: arriva khaima.net per dare voce agli attivisti
“Khaima”, cioè tenda in lingua araba, vuol dire “luogo del cuore” nella cultura saharawi, simbolo di ciò che accoglie ma anche di resistenza: per questo un gruppo di giornalisti e attivisti ha scelto questa parola per il nuovo portale di approfondimento Khaima.net. Con l’agenzia Dire ne parla uno dei suoi membri e fondatori, Mohamad Dihani, rifugiato saharawi in Italia. “Intendiamo portare la voce del popolo saharawi in Italia” spiega. “L’idea è partita da giornalisti e attivisti che si trovano nelle regioni occupate dal Marocco e coinvolgerà anche attivisti che, come me, vivono all’estero con lo status di rifugiati”. Nel 1976 il popolo saharawi proclamò la nascita di una Repubblica democratica araba in un territorio ricco di fosfati e risorse naturali, a poche ore dalla fine del mandato spagnolo – di eredità coloniale – del territorio collocato tra il sud del Marocco e il nord della Mauritania, che passava sotto il controllo del Marocco. Rabat da allora ne rivendica la piena sovranità. Fino al 1991 si era però combattuta una guerra, che si era conclusa con un cessate il fuoco e una risoluzione delle Nazioni Unite che aveva stabilito la tenuta di un referendum tra le popolazioni locali per scegliere tra l’annessione della regione al Marocco oppure la nascita dello Stato indipendente. Come avverte Dihani, però, “i saharawi ancora aspettano di vedere riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione”, mentre il cessate il fuoco che aveva retto per tre decenni, “tre anni fa è stato rotto”. Oggi, continua il reporter-attivista, “vediamo che il diritto internazionale viene violato in tutto il mondo e quindi anche nel Sahara occidentale: rileviamo violazioni sistematiche contro gli attivisti, con arresti e aggressioni sono continue”. Khaima.net riporta di quattro attivisti aggrediti dalla polizia marocchina a maggio, citando un comunicato dell’Isiacom, l’Organizzazione saharawi contro l’occupazione marocchina. Parte della popolazione saharawi vive nel sud dell’Algeria, dove fanno base anche i vertici del governo dell’autoproclamata Repubblica democratica araba guidata dal Fronte Polisario. Secondo Dihani, le violenze colpirebbero “anche i rifugiati laggiù”. L’attivista inoltre denuncia che quando questi rifugiati tentano di “tornare nelle parti liberate, vengono bombardati da droni marocchini”. A livello politico, Dihani avverte che la risoluzione Onu del 1991 “viene ancora bloccata alle Nazioni Unite da Francia e Spagna, che sostengono le rivendicazioni del Marocco”. E così, essendo decaduto il cessate il fuoco, “è tornata la guerra” denuncia il giornalista: “Le due parti si colpiscono a vicenda, come accade in tante zone dell’Africa e del Medio Oriente”. Quest’ultima regione secondo il co-fondatore di Khaima.net “sta oscurando mediaticamente tanti conflitti, come quello in Sudan, dato che il mondo è concentrato sul genocidio in corso a Gaza, che invece viene protetto da quei governi che dovrebbero fermarlo e che appoggiano anche il governo che lo sta commettendo”. Dihani sottolinea: “Riteniamo che tutto ciò danneggi la fiducia per i governi democratici e le istituzioni internazionali (come Onu e Ue)”. Il giornalista continua: “Noi africani abbiamo sempre creduto nella democrazia ma oggi vediamo violate tutte le leggi, locali e internazionali, pur di opprimere le voci di chi vorrebbe denunciare”. Secondo Dihani, Israele non sarebbe un pericolo solo per i palestinesi, ma per gli stessi saharawi per via della “collaborazione molto stretta e sorprendente” che si sarebbe instaurata a partire dal 2021 tra Tel Aviv e Rabat, dopo la firma dei cosiddetti Accordi di Abramo. Questa si espliciterebbe, denuncia Dihani, attraverso “la costruzione di basi militari israeliane in Marocco, vendita di armi – tra cui i droni usati anche contro i civili – e programmi di spionaggio” impiegati “contro attivisti saharawi, tramite società israeliane” che avrebbero permesso di “rafforzare l’occupazione”. Relazioni che, sempre stando al giornalista-attivista, “portano molti cittadini africani a riferirsi al Marocco ormai come all’Israele del Nord Africa”. Agenzia DIRE