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Oggi comincia il processo per genocidio della popolazione rohingya
I Rohingya rappresentano più di un milione di persone, e sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar (nome cambiato nel 1989 prima si chiamava Birmania), che invece è prevalentemente buddista. Nel 1948, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma, nel 1962, un colpo di stato rovesciò il governo birmano. Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. Inoltre la legge sulla cittadinanza del 1982, non incluse i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni.  “Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare – anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale – e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Ai giovani Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione”. Persino i monaci buddisti partecipano a questa segregazione, infatti alcuni reputano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa buddista, quindi non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi, raggiungendo un preoccupante livello d’incitamento all’odio. Portavoce di questa campagna è il Movimento 969, il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”, guidato dal monaco buddista Ashin Wirathu, che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Parlando dei musulmani, Wirathu ha più volte affermato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”. La situazione cominciò a degenerare già nel 2012, quando, dopo lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista, ci furono scontri che portarono a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Nel 2017, in seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una sistematica operazione repressiva contro i Rohingya. Nel corso di queste azioni furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone vennero uccise e decine di migliaia di donne furono stuprate. A partire dall’agosto 2017, oltre 730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei campi profughi alla frontiera, dove la quasi totalità vive ancora oggi in condizioni disastrose e senza cittadinanza riconosciuta da parte del Bangladesh. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani esiste un rischio concreto di genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico. In questa situazione, Aung San Suu kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016 Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri del Myanmar, ha sempre avuto una posizione ambigua, e, a tal proposito, la missione indipendente, istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017, ha dichiarato come Aung San Suu kyi “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Chiaramente tutto ciò a minato la stima internazionale verso la Premio Nobel, tanto che, nel 2018, Amnesty International gli revocò il premio “Ambasciatore della coscienza” che gli aveva conferito nel 2009. Nel dicembre 2019, Aung San Suu kyi è stata convocata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio contro i Rohingya. Tali accuse erano state portate all’attenzione della Corte dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio e che le storie dei Rohingya gli avevano ricordato quanto accaduto in Ruanda. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro persecuzione da parte dell’esercito. Davanti alla Corte, Suu Kyi difese quella campagna sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi armati, e definì le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine». Nel gennaio 2020, la Corte ordinò al Myanmar di proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla Convenzione”, tuttavia il 1°febbraio in Myanmar ci fu un colpo di stato, che portò al potere una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile contro vari gruppi armati dissidenti. Quest’oggi, 12 gennaio 2026, presso la Corte internazionale di giustizia (ICI), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono iniziate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya. L’accusa di genocidio dell’ICI fa seguito a una richiesta presentata dal Gambia nel 2019, con il sostegno dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Nella prima settimana di udienze, il Gambia, illustrerà le sue argomentazioni dal 12 al 15 gennaio. Undici Stati hanno depositato dichiarazioni di intervento: Canada, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia Danimarca, Francia, Germania, Repubblica Democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Il Myanmar, che nega di aver compiuto un genocidio, potrà quindi presentare il suo caso davanti alla corte dal 16 al 20 gennaio. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche assegnato tre giorni per l’audizione dei testimoni. Queste udienze però saranno chiuse al pubblico e ai media.  Si tratta di un processo storico, perché per la prima volta i giudici si pronunceranno nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una popolazione. Il capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, Nicholas Koumjian, a Reuters ha detto che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Si tratta di un processo che potrebbe durare anni. Molti esperti concordano inoltre sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno oltre gli eventi che si propone di accertare, influenzando quindi anche l’esito di altri processi internazionali con caratteristiche simili. Fonti https://www.ilpost.it/2026/01/12/processo-genocidio-myanmar-icc/?utm_medium=social&utm_source=telegram&utm_campaign=lancio; https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rohingya-22891.html; https://www.notiziegeopolitiche.net/myanmar-la-corte-di-giustizia-accusera-le-autorita-di-aver-commesso-genocidio-contro-la-comunita-rohingya/   Andrea Vitello
Elezioni in Myanmar, una tragica farsa?
Riceviamo dall’associazione Italia-Birmania.insieme e volentieri diffondiamo L’ITALIA DEVE RIFIUTARE I RISULTATI DELLE ELEZIONI ILLEGALI ORGANIZZATE NEL TERRORE, NELLA PAURA E NELLA COERCIZIONE. il 2025 in Birmania si chiude in modo tragico. Nonostante la giunta militare controlli solo una parte minoritaria del paese, ha imposto elezioni farsa in tre turni per consolidare il suo regime militare, in abiti civili. Il Segretario generale ONU Guterres ha dichiarato che le elezioni non saranno né trasparenti né credibili, e l’inviato ONU per i diritti umani Tom Andrews si è rifiutato di riconoscerle. Anche la UE ha dichiarato che “queste elezioni perseguono solo obiettivi di rafforzamento della legittimità della giunta” e si è rifiutata di inviare osservatori internazionali. Al contrario i paesi autocratici guidati da Cina, Russia e Bielorussia sono a fianco della giunta in questo tentativo di ricostruzione di una impossibile credibilità politica e di garantire la prosecuzione delle strategie di controllo del sudest asiatico da parte delle autocrazie dominanti. Queste elezioni sono una farsa, imposta con la forza, e con i bombardamenti che continuano incessantemente, in buona parte del paese. 40 partiti sono stati proibiti. Oltre 30.000 sono i prigionieri politici. 85.000 le vittime di questa dittatura. Centinaia sono le persone arrestate per aver solo espresso una opinione negativa sulle elezioni. La giunta stessa ha dichiarato che nelle prime due fasi, le elezioni non si potranno tenere in 161 circoscrizioni e 2.770 villaggi. Solo 6 partiti legati alla giunta parteciperanno a livello nazionale. La lista dell’USPD, il partito dei militari è piena di ministri della giunta, ex generali e ufficiali militari, sanzionati dalla UE, che per l’occasione hanno smesso la divisa. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME chiede che l’Italia e la UE si impegnino ufficialmente a rispettare il volere del popolo birmano e chiede di: • Non riconoscere i risultati elettorali, frutto avvelenato della strategia militare. • Non legittimare il governo fantoccio e le istituzioni che usciranno dalle elezioni farsa. • Introdurre a livello UE ulteriori sanzioni per bloccare la fornitura di attrezzature, mezzi militari, incluso il carburante per aerei, o il libero flusso di fondi alle autorità militari, sanzionando anche le istituzioni finanziarie statali del Myanmar, dando attuazione alla Risoluzione ILO approvata da tutti i governi del giugno 2025. Sostenere finanziariamente e politicamente le forze democratiche birmane. • Sostenere i meccanismi di responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel paese dalla giunta. • Garantire che un eventuale futuro negoziato preveda il ritiro dei militari dalla politica e dall’economia e un effettivo controllo civile sulle forze armate e che possa iniziare solo dopo il rilascio incondizionato del Presidente U Win Myint, di Aung San Suu Kyi, dei parlamentari, e di tutti gli oppositori incarcerati, e includa i rappresentanti del NUG, dell’ NUCC, delle Organizzazioni Etniche Armate, delle parti sociali e delle donne. Redazione Italia
Myanmar: le elezioni farsa, il Movimento di disobbedienza civile e il Governo di unità nazionale
Il 29 dicembre, in Myanmar, prenderanno l’avvio le elezioni – quelle che i birmani chiamano sham elections cioè le elezioni farsa – che si svolgeranno fino all’11 gennaio 2026 con un’ulteriore fase successiva. Intanto, l’esercito della giunta militare sta bombardando pesantemente da mesi i villaggi nelle zone occupate dalla Resistenza, nel tentativo di riprendersi i territori persi per avere una più ampia base elettorale. Secondo la rivista birmana Mizzima, le elezioni sono state fortemente promosse dalla Cina che spinge per un riconoscimento internazionale della giunta; a tal fine manderà dei suoi osservatori per monitorare lo svolgersi delle elezioni assieme a Bielorussia e Russia.  C’è da chiedersi come questi paesi che non hanno mai avuto elezioni democratiche possano avere degli osservatori esperti in elezioni democratiche. Ma non sono i soli a fianco della giunta dei militari, anche l’India sta sostenendo attivamente le elezioni del Myanmar con l’invio di infrastrutture, di seggi elettorali e altro, inclusi gli osservatori per monitorare lo svolgersi delle elezioni. Le elezioni sono state indette da quella giunta militare che ha preso il potere il 1 febbraio del 2021 ponendo fine all’ esperimento democratico con il partito capeggiato da Aung San Suu Kyi che nelle ultime elezioni del novembre 2020 aveva raccolto l’80% di voti, mentre il partito della giunta militare aveva racimolato un umiliante 6%.  Imprigionata Aung San Suu Kyi, allora settantaseienne, e gettata via la chiave, la giunta militare ha dato inizio a una dura repressione arrestando gli esponenti politici del partito per la democrazia, reprimendo duramente le proteste, perseguitando le centinaia di migliaia di persone che si sono unite al vasto movimento di disobbedienza civile, abbreviato CDM, divampato, non solo nella capitale Yangon, ma anche nelle principali città del Myanmar.  All’alba del 2 febbraio, infatti, insegnanti, infermiere, dottori, dipendenti dell’amministrazione pubblica e studenti erano nelle strade rifiutandosi di lavorare e di studiare all’interno di quelle strutture che non erano più al servizio del governo democratico ma di quello della giunta militare. Un esempio luminoso di disobbedienza civile di massa. A settembre mi sono recata in Thailandia nelle zone ai confini con il Myanmar per intervistare le donne birmane esuli che hanno dovuto lasciare la loro terra e la loro vita. Convinte appartenenti al movimento di disobbedienza civile (CDM) non possono fare ritorno perché verrebbero arrestate. Vivono in esilio e sostengono attivamente la Resistenza che combatte al di là del confine. Riconoscono come loro governo legittimo il NUG, il governo di unità nazionale, formato dai parlamentari eletti nelle ultime elezioni democratiche del 2020 e la loro speranza è di riconsegnare il governo democratico ad Aung San Suu Kyi, una volta che la Resistenza abbia vinto. Quella a Khin San Mynt è stata senza dubbio l’intervista più drammatica tra tutte. Ministra degli affari interni della minoranza etnica Lisu nello stato Shan del Nord, da cui proviene, è stata eletta con le elezioni democratiche del 2020. Khin San non ha lasciato il paese e ha deciso di rimanere accanto al suo popolo come ministra del NUG, il governo ombra.  Si trova nel mezzo della guerra: da una parte le truppe della giunta militare, dall’altra le truppe della minoranza etnica che combattono assieme all’esercito per la democrazia. Lo stato Shan è diviso in due, l’esercito della giunta militare controlla il sud mentre il nord è in mano alla Resistenza alleata con i Lisu.  Le minoranze etniche in Myanmar combattono il governo dei militari dal 1962 quando il generale Ne Win pose fine a 14 anni di governo democratico e alla loro richiesta di uno Stato confederato; la loro guerriglia in alcune aree si è alleata con la Resistenza. Il villaggio in cui Khin San aveva dovuto rifugiarsi era privo di acqua e di elettricità, non era possibile rifornirsi di cibo perché l’esercito della giunta bloccava le strade. Si trovavano quindi, lei e gli altri abitanti del villaggio, in una situazione drammatica: ogni giorno gli aerei della giunta militare li bombardavano e ogni giorno aumentavano i morti nel villaggio.  Khin San non è l’unica parlamentare del NUG a trovarsi in zona di guerra. Metà del governo eletto democraticamente nel 2020 non è esiliato ma si trova all’interno del Myanmar e molte delle sue ministre e ministri condividono le sorti dei civili presi di mira dalle truppe della giunta che li considera suoi nemici.  Condividono le sorti di un popolo traumatizzato dai bombardamenti, bambini che non possono andare a scuola e si sentono ancora più abbandonati, e impossibilitati a elaborare i traumi insieme alle insegnanti e ai coetanei; adulti che non possono lavorare, che hanno perso il lavoro, che hanno perso la casa, che non hanno i soldi per ricostruire le loro case. Khin San è preoccupata che, se la giunta militare manterrà il governo ancora a lungo, il paese sprofonderà sempre più nel trauma e nella povertà. Anche il governo democratico NUG non riesce a fare molto per loro, nelle loro zone non c’è internet e quindi i contatti con il NUG non sono regolari, né aggiornati, spesso non è nemmeno a conoscenza della loro situazione drammatica. L’unico modo per poter comunicare è attraverso Starlink un sistema estremamente costoso, che Khin San ha usato per parlare con me.  Khin San deve rimanere nello stato Shan del Nord e se le truppe della giunta militare dovessero avanzare sarà costretta ad abbandonare il villaggio e rifugiarsi nella foresta insieme ai civili sopravvissuti. Le chiedo se non ci sono i campi di sfollati interni in cui rifugiarsi, ma mi dice che non è possibile allestirli perché, a causa dei bombardamenti, i civili devono continuamente spostarsi.  Ha voluto concludere il nostro colloquio lanciando un appello alla comunità internazionale che tolga il suo sostegno a “questa giunta militare di terroristi” che compie azioni di guerra che non dovrebbe compiere come il bombardamento dei villaggi, delle scuole, dei civili, che mira espressamente ad uccidere i bambini e le donne (vi ricorda qualcuno?).   Fonti: Mizzima News “Spring Revolution” 4 December 2025 L’intervista a Khin San Mynt si trova in “Resistenze. Da Gaza all’Afghanistan al Myanmar” Multimage, novembre 2025.   Fiorella Carollo
Disobbedienza civile e Resistenza dei giovani birmani
“I giovani stanno resistendo e sono al fronte ma nello stesso momento altre persone si stanno prendendo cura della popolazione e stanno ricostruendo il paese. Non è una rivoluzione che guarda al domani, al dopo rivoluzione, ma agisce ora, in contemporanea”. Andrea Castronuovo è un ricercatore per l’Università Cattolica di Milano e collaboratore dell’Associazione “Amicizia Italia Birmania”; attualmente risiede in una cittadina di confine tra la Thailandia e il Myanmar, da tempo, luogo di incontro per chi fugge dalle persecuzioni politiche della giunta birmana e sede di numerosi campi profughi. Come mai hai scelto di vivere qui in questa zona di confine? Sono arrivato poco dopo il colpo militare del 1° febbraio 2021. Da decenni questo è un luogo di rifugio dei movimenti democratici, dalla rivolta dell’88 e poi dal 2007 fino adesso; è il riparo per tutti gli attivisti e i membri, diciamo, della politica attiva democratica del paese che non più sicuri di vivere in Myanmar sono stati costretti a raggiungere questo posto con estrema difficoltà. In questa città tra la Thailandia e il Myanmar, assieme ai rifugiati politici, vi sono i campi profughi causati dalla guerra interna al Myanmar. Chi sono questi giovani democratici che hanno lasciato il loro paese? Sono quei giovani che hanno manifestato contro il colpo di stato nei primi mesi del 2021, quando da metà febbraio 2021, marzo e aprile, c’è stata una repressione sempre più violenta dei militari, alcune persone che si erano esposte, soprattutto della società civile e politica, ma soprattutto moltissimi giovani sono scappati. Hanno preso macchine e mezzi di trasporto pubblici o privati, per lo più mezzi di fortuna, hanno lasciato tutto, famigliari compresi, senza dire niente a nessuno perché la loro condizione di ricercati li metteva in pericolo e soprattutto metteva in pericolo le loro famiglie. Qui si sono trovati in una condizione particolare perché la Thailandia non ha ratificato la convenzione dei rifugiati nel 1951 e questo fa sì che il governo thailandese non riconosca lo status di rifugiato e soprattutto non abbia nessuna obbligazione per quanto riguarda l’assistenza sia fisica sia di documentazione. Quindi la quasi totalità dei giovani birmani che sono arrivati qua si trovano in una terra di mezzo. Com’è la loro vita al confine? Portano avanti la loro Resistenza, tantissimi giovani fanno attività giornalistiche sia che fossero studenti o professori all’università, hanno abbandonato i propri corsi scolastici e stanno facendo disobbedienza civile, poiché non riconoscono il governo attuale, la giunta, come il legittimo governo. Hanno scelto di diventare profughi e perseguitati, portano avanti le proprie lotte ideologiche e di assistenza alla popolazione. L’autorità thailandese anche se non ha formalmente riconosciuto i profughi che atteggiamento ha verso di loro? Siamo al di fuori di qualsiasi rotta turistica, al di fuori di qualsiasi dimensione commerciale, questo posto vive esclusivamente perché è sovrappopolato da profughi. Questa è diventata l’unica dimensione economica della città e si è creato un sistema di corruzione diretta e indiretta all’interno del quale il profugo birmano illegale che scappa dalla guerra, dai bombardamenti e che ha subito traumi estremamente profondi, si trova in un’altra situazione di insicurezza perché è esposto a queste dinamiche di corruzione. Le autorità locali vedono una possibilità di estorcere dei soldi nei confronti dei birmani illegali che si trovano in questo momento in città, la polizia non è assolutamente amica dei birmani, ma d’altra parte comunque campa su di loro. C’è il vantaggio per i profughi illegali di non essere rinchiusi all’interno dei campi profughi, ma di vivere in una dimensione urbana. In breve, c’è un’economia basata sui profughi ed è sostanzialmente un’economia di sfruttamento. Mi confermi il dato che nella Resistenza birmana la presenza delle donne è consistente? Assolutamente sì. Dopo il 1° febbraio 2021 c’è stata una volontà democratica nella popolazione che vuole indirizzare la Birmania in quella direzione e non portarla indietro come stanno facendo i militari. Questa volontà democratica si esprime nella resistenza in molteplici dimensioni, quella del “non accettiamo più i soprusi e le volontà dei militari” e quella di un cambiamento del paradigma sociale di genere. Infatti, fin da subito le donne, le studentesse, le dottoresse, le infermiere hanno preso le redini della resistenza. Ci sono donne ministro che adesso fanno parte del governo di “Rappresentanza Democratica del Popolo”, ci sono interi battaglioni della resistenza che sono esclusivamente composti da donne e ce ne sono diversi, più di uno, ci sono anche battaglioni misti, insomma, c’è un lavoro incredibile. Un’altra importante organizzazione della resistenza raccoglie le donne parlamentari democratiche di tutto il Myanmar che continuano a portare avanti oltre alle attività politiche, anche attività di assistenza civile, attività educative, di ricostruzione di quello che era il sistema educativo, sanitario che purtroppo in questi anni dopo il COVID si è perso. Quindi la dimensione femminile della resistenza è attiva in tutte le sue fasi e in tutti i ruoli. Alcuni analisti dicono che il 60% del territorio birmano è in mano alla resistenza. Il problema è sempre la definizione di che cosa sia il controllo. Senza dubbio vi sono intere zone del paese dove i militari non riescono ad uscire dai propri compound, dalle proprie limitate sfere di influenza e la maggior parte dei territori rurali sono al di fuori del loro controllo nel senso che non riescono neanche fisicamente a raggiungere i campi di battaglia; l’unico modo per rallentare o colpire la resistenza è attraverso i bombardamenti aerei. All’interno dei territori, dove la resistenza è presente, essa ha attivato un sistema educativo, un sistema sanitario e un sistema di comunicazione tra i villaggi, quindi c’è un controllo del territorio, quantificarlo in questo momento soprattutto dall’esterno è molto complicato. Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono la resistenza birmana? Ci sono un paio di elementi che secondo me sono fondamentali. Il primo è che nessuno si aspettava una resistenza a livello nazionale condivisa da tutte le persone e da tutto il popolo e pacifica! Nessuno neanche si aspettava una trasformazione da resistenza totalmente pacifica a una resistenza anche armata, essenzialmente difensiva per proteggere la popolazione dalla brutalità dei militari, anche se le azioni di disobbedienza civile continuano a conferma che non si tratta solamente di una rivoluzione armata. È corretto dire che la disobbedienza civile e la resistenza armata si sono unite, più che una abbia inglobato l’altra. La resistenza ha continuato a crescere in questi quattro anni e i militari non sono riusciti ad arrestarla, e questo è senza dubbio un dato positivo. Possiamo affermare che i militari non riusciranno più a tornare ad avere il controllo come nei decenni passati. Per quanto riguarda lo sviluppo della lotta democratica del paese è possibile che un costante aumento del suo progresso coincida anche con un progressivo peggioramento della crisi umanitaria in Myanmar e su questo credo ci sia spazio per una riflessione, soprattutto per quanto riguarda le organizzazioni internazionali, gli attori internazionali, e tutti i cittadini che vivono la cittadinanza attiva come qualcosa che va al di fuori del proprio confini, tutti insieme si dovrebbe pensare a come alleviare le sofferenze della popolazione. La formazione sempre più evidente di strutture, semiorganizzate e organizzate, che rimettono in piedi i sistemi sanitari, educativi e di assistenza sociale, completamente assenti negli ultimi due anni, sono elementi che ci dicono che non si sta rimandando a domani la ricostruzione del paese; secondo me questa è la caratteristica speciale di questa resistenza: i giovani stanno resistendo e sono al fronte ma nello stesso momento altre persone si stanno prendendo cura e stanno ricostruendo il paese. Non è una rivoluzione che guarda al domani, al dopo rivoluzione, ma agisce ora, in contemporanea. Praticamente è una resistenza e una rivoluzione dal basso che lavora direttamente sul territorio, lo ricostruisce e lo guarisce dai danni che sono stati fatti nei decenni passati dalla giunta. Questo porta come conseguenza che la popolazione diventa sempre più favorevole alla resistenza e si aliena dalle forze dei militari. La diaspora birmana all’estero gioca una parte importante nel sostegno alla resistenza? Sì, assolutamente. Fin da subito sono iniziate le raccolte fondi e anche la comunità birmana in Italia fa tantissime iniziative. Dipende da comunità a comunità, ad esempio negli Stati Uniti e in Inghilterra, le comunità sono molto grandi con grandi capacità di supporto finanziario, cercano inoltre di mantenere alta l’attenzione nei rispettivi paesi. È verissimo che la diaspora ha aiutato e continua ad aiutare la resistenza, tuttavia, è probabile che questo supporto vada pian piano a diminuire, un conto è supportare i primi cinque, sei, sette, otto mesi, un conto è mettere da parte dei soldi e inviarli in Birmania per anni. I flussi finanziari soprattutto servono per i campi profughi e l’emergenza umanitaria e la resistenza si sta basando sempre di più sulle donazioni interne dello stesso popolo birmano. Aung San Suu Kyi è fuori dai giochi, rinchiusa, ma penso rimanga come simbolo di democrazia per il suo popolo. Nei tantissimi ristoranti birmani che si sono venuti a formare nei diversi angoli della città e nella quasi maggioranza dei casi, una volta oltrepassata quella che è la stanza principale e andando nel retro di questi locali, appartato c’è sempre il ritratto di Aung San Suu Kyi. Ma secondo me è corretto sottolineare che se per tanto tempo Aung San Suu Kyi è stata l’unico pilastro, così almeno noi abbiamo percepito dall’esterno, in questo momento, pilastri che stanno formando e stanno tenendo in piedi il popolo e la prospettiva democratica, ce ne sono tanti altri oltre il suo. Tanti giovani che hanno organizzato le proteste sono diventati leader nelle loro città, dei veri e propri punti di riferimento per l’attivismo, la società, la politica e la democrazia. C’è una maggiore distribuzione di questa responsabilità di portare avanti il sogno democratico, in qualche modo però, senza dimenticare quello che è stato. E’ una fase nuova, è una fase molto trasformativa, e sono i giovani a portare avanti in prima linea questa resistenza, la disubbidienza civile. Ma andando in giro e parlando con le persone c’è sempre un riferimento, c’è sempre un attaccamento alla figura di Aung San Suu Kyi, non vale per tutti, ovviamente, però questa è la mia esperienza.   Fiorella Carollo