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8 marzo 2026: a Napoli l’arte al servizio della memoria
Arte urbana e memoria femminile nel cuore di Napoli 8 marzo 2026. Una data che ogni anno porta con sé nuove storie, rivendicazioni, lotte sociali, diritti conquistati passo dopo passo. Cresce la consapevolezza, ma restano ferite aperte. L’8 marzo affonda le radici nelle proteste operaie, nelle battaglie per il voto, nelle richieste di condizioni di lavoro dignitose. Nelle donne che hanno pagato con l’esclusione, con il carcere, con la marginalizzazione il prezzo della parola. Con il tempo questa giornata è stata addolcita, semplificata, quasi neutralizzata. Mimose, auguri, ritualità ripetute. Eppure il suo significato più profondo resta intatto: ricordare che i diritti sono conquiste e che ogni conquista richiede memoria, vigilanza, responsabilità. Oggi, mentre nel mondo si combattono guerre che colpiscono in modo sproporzionato donne e bambini, mentre in molti Paesi i diritti femminili arretrano e la violenza di genere continua a essere una realtà quotidiana, l’8 marzo chiede di tornare alla sua sostanza. Chiede memoria attiva. Come spesso mi accade, ho cercato un filo rosso per onorare questa giornata. Ho pensato alle donne che in questi anni riempiono le nostre cronache di dolore. Alle donne e alle bambine in guerra, alle loro lotte quotidiane, silenziose, ostinate. Passeggiavo e, ancora una volta, l’arte mi è arrivata addosso senza che la cercassi. L’arte ha sempre avuto questa forza: affermare ciò che la società fatica ad accettare. Può appartenere al passato, parlare al presente, interrogare il futuro. Le donne sono state rappresentate fin dall’antichità come simboli, allegorie, muse. Eppure hanno creato, scritto, dipinto, studiato, trasformato il linguaggio del loro tempo. Non solo oggetti di rappresentazione, ma soggetti di senso. L’arte non impone, interroga. Non urla, resta. Ho scelto loro. Combattenti diverse, esempi di vita, icone che il tempo non ha cancellato. Tutte insieme, senza podi. Tutte, in modi differenti, hanno spostato il nostro mondo un passo più avanti. Con loro resto in questo breve viaggio, senza dimenticare le altre. L’ho trovato in un vicolo dedicato alle donne, nel cuore di Napoli. A pochi passi dal rumore del centro storico, tra le voci e il brulicare continuo, Vicoletto Donnaregina è uno spazio stretto, poco illuminato, quasi silenzioso. Proprio in quel silenzio il ritmo cambia. Ed è lì che l’arte entra in gioco. Non per decorare, ma per compiere il suo gesto più autentico: fermare il tempo e aprire uno spazio di coscienza. I volti che emergono dalle pareti fanno parte dell’intervento dell’artista Trisha Palma, che in questo vicolo ha scelto di dare forma a una memoria femminile visibile, concreta, quotidiana: un gesto che restituisce voce a chi la storia ha spesso silenziato. Sulle pareti compaiono volti di donne che hanno lasciato tracce profonde nel nostro tempo. Accanto ai ritratti, frasi che non sono slogan, ma sintesi di esistenze complesse. “Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi.” La vita di Frida Kahlo è stata segnata dal dolore fisico, da malattia e incidenti che l’hanno costretta a convivere con una fragilità permanente. Il suo corpo, ferito, è diventato linguaggio. In un’epoca in cui alle donne era chiesto di essere discrete e silenziose, Frida ha mostrato cicatrici, sangue, desiderio, rabbia. Ha trasformato la sofferenza in arte e l’identità in atto politico. La sua frase oggi parla a chi lotta per il diritto di essere sé stessa in un mondo che ancora giudica e limita. “Non staremo zitte mai più” Michela Murgia ha scelto la parola come forma di responsabilità civile. Ha denunciato le strutture culturali che rendono invisibili le donne, ha affrontato il potere del linguaggio, ha rifiutato la neutralità. Anche durante la malattia ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico, trasformando la fragilità in testimonianza. Quel “non staremo” è un plurale che chiama in causa tutte. In un tempo in cui il silenzio diventa complicità, la parola resta un atto di coraggio. “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.” Rita Levi-Montalcini studiò e fece ricerca quando le leggi razziali la esclusero dall’università. Allestì un laboratorio nella sua camera da letto e continuò a lavorare senza riconoscimento fino a quando il suo talento non fu evidente. Donna, ebrea, scienziata in un contesto ostile, dimostrò che l’intelligenza può sopravvivere anche quando il sistema cerca di soffocarla. In un presente in cui la conoscenza viene talvolta svalutata, la sua storia è un richiamo alla competenza come forma di libertà. “Nelle mie mani è la mia prima risurrezione.” Matilde Serao non si limitò a scrivere: fondò e diresse uno dei quotidiani più importanti del suo tempo, in anni in cui la direzione di un giornale era impensabile per una donna. Raccontò Napoli senza compiacenza, descrisse la povertà e le ingiustizie sociali, diede voce a chi non l’aveva. Impugnare la penna fu il suo gesto di autonomia. In un’epoca in cui l’informazione è terreno di conflitto, la sua figura ricorda che raccontare è un atto di responsabilità storica. “Vi mostrerò di cosa è capace una donna.” Artemisia Gentileschi subì violenza e affrontò un processo pubblico umiliante, durante il quale dovette difendere la propria verità sotto tortura. Non si ritirò. Continuò a dipingere, rappresentando donne forti, determinate, capaci di reagire. In un Seicento che non riconosceva autorità artistica alle donne, costruì una carriera internazionale. La sua frase non è una supplica, ma una promessa: il talento non chiede concessioni, chiede spazio. Raccontare queste storie significa ricordare che dietro ogni frase c’è fatica, esclusione, lotta. Le donne dipinte sui muri appartengono al passato, ma le donne che oggi combattono appartengono al presente. È a queste donne che va il nostro omaggio. A Frida, a Michela, a Rita, a Matilde, ad Artemisia. Alle loro vite attraversate da ostacoli reali, alle loro parole che hanno aperto strade. Ma questo omaggio si estende a ogni donna. A tutte quelle che ogni giorno combattono per restare al proprio posto, per non essere messe ai margini, per essere ascoltate. Alle donne che vivono nei territori di guerra e proteggono i propri figli sotto le bombe, a quelle che devono difendere la propria casa, procurarsi il cibo, garantire dignità alla propria famiglia anche quando tutto intorno crolla. A chi lavora in silenzio, a chi studia controcorrente, a chi resiste senza essere raccontata. Usare il dono della vita come strumento. Non sprecare il proprio tempo. Non essere oggetto ma consapevolezza. Non arrendersi. Non restare in disparte. Non farsi sminuire. Non abbassare lo sguardo. Non sentirsi inadeguate. Forse è questo il modo più autentico per onorare un giorno. Noi che possiamo. Noi che viviamo il tempo delle possibilità e dei diritti. Noi che, rispetto alle donne del passato, abbiamo il potere dell’indipendenza, abbiamo il dovere e la responsabilità di usarlo. Anch’io ci provo, ogni giorno. Praticando la memoria, scrivendo, fotografando. Le fotografie sono di Lucia Montanaro Murales di Vicoletto Donnaregina a Napoli Lucia Montanaro
March 8, 2026
Pressenza
Michela Murgia / Raccontare la sua voce
Anna della pioggia è molto più che una raccolta di racconti: è una costellazione di voci, una geografia affettiva e politica, una mappa dell’immaginario che Michela Murgia ha abitato e costruito in anni di scrittura militante e poetica. È un libro postumo, sì, ma non malinconico: è pieno, vivo, urgente. È un libro che ci raggiunge nel tempo giusto — un tempo in cui le parole sembrano gridare per essere ascoltate, e dove la molteplicità di sguardi è non solo un valore, ma una necessità democratica. Il titolo, tratto dal racconto d’apertura, racchiude già molto del suo spirito. Anna della pioggia è la figura liminare di una donna che corre nel temporale, quasi danzando tra le crepe del reale, accompagnata da pensieri minimi e rivoluzionari: una lavastoviglie, un pupazzo, l’istinto di fuga. In quella corsa che non è solo fisica, ma simbolica, emerge una condizione esistenziale — il bisogno di attraversare le proprie stanze interiori, i propri dissesti, per potersi dire vive. È una fuga dal dovere e dalla domesticità imposta, ma anche un’epifania. «Non c’è nulla che sia davvero tuo se devi chiederlo». Questo libro, curato con attenzione filologica e affetto narrativo da Alessandro Giammei, raccoglie racconti disseminati in epoche diverse della vita e della carriera dell’autrice: testi scritti per festival, per blog, per radio; testi regalati ad amici, racconti letti in pubblico e poi lasciati scivolare nell’oralità; e testi inediti che non avevano ancora trovato casa. Ora la trovano qui, in un libro che è anche, forse soprattutto, casa comune. Perché ognuno di questi racconti è una porta socchiusa, una finestra aperta su un mondo che riconosciamo come nostro anche quando parla di voci e luoghi lontani. La varietà di stili e registri è sorprendente, ma mai dispersiva. Ci sono racconti in forma di favola, come quello in cui una bambina vive la sua prima vendemmia tra adulti che parlano con il corpo e con i silenzi. C’è l’ironia tagliente di una voce narrante che osserva con lucidità il linguaggio dell’autorità e le sue maschere. Ci sono le riscritture mitiche di figure femminili come Elena di Troia e Morgana: donne che, nei testi classici, sono state oggetti di narrazione e che qui invece si raccontano da sole, rivendicando parola e autonomia. «Le parole che non si possono dire trovano altre forme per esistere». Una costante è la centralità del corpo: mai corpo astratto, idealizzato o punito, ma corpo vissuto, abitato, trasformato. Corpo queer, corpo malato, corpo che ama, corpo che dice no. La maternità – così spesso trattata nella nostra cultura come destino – diventa qui possibilità, scelta, costruzione affettiva. Famiglia non è necessariamente sangue, ma alleanza, cura, responsabilità condivisa. Come già aveva fatto con potenza in Ave Mary e Istruzioni per diventare fascisti, Murgia non smette, neppure in forma breve, di interrogare i meccanismi del potere: chi ha diritto alla parola, chi ha diritto a esistere, chi può essere ascoltato? La scrittura si fa strumento di restituzione, di riscatto, di riscrittura del mondo. Ma non lo fa con toni moralistici. Lo fa con la forza dell’intelligenza emotiva, con un’ironia acuminata, con una tenerezza che non scade mai nel sentimentalismo. Centrale, come sempre, la Sardegna: non come esotismo da cartolina, ma come luogo fondante della lingua, della memoria e della resistenza. La Sardegna di Murgia è radice e ferita, suono e silenzio. I racconti sardi della raccolta hanno l’odore della terra, il ritmo orale delle storie tramandate, ma si intrecciano a temi universali. In questo senso, anche ciò che è apparentemente locale si fa globale: parla a chiunque abbia mai sentito di non appartenere, di essere “fuori campo”. «Di storie ne servono molte, moltissime, per non diventare schiavi di un solo punto di vista». C’è anche, in filigrana, la consapevolezza della fine. Alcuni racconti parlano del morire, del lasciare andare, della trasformazione. Ma anche qui, la morte non è mai tragica o vuota: è un passaggio, una soglia, un cambio di stato. Persino una falena che resuscita può essere un miracolo, se la si guarda con gli occhi giusti. E Murgia ha sempre avuto questi occhi, capaci di vedere oltre la superficie delle cose, di cercare il significato nel dettaglio minuscolo, nella crepa, nella fenditura. Anna della pioggia è dunque un lascito, ma non un addio. È una continuazione. Un libro che si può aprire a caso, rileggere, tornare a visitare. È un’opera che dice che le storie, se ben raccontate, non muoiono mai: si depositano, come pioggia leggera, nei solchi della memoria. «Una voce, anche quando tace, continua a esistere nella memoria di chi l’ha ascoltata». E noi, che l’abbiamo ascoltata, non possiamo che continuare a raccontarla.   L'articolo Michela Murgia / Raccontare la sua voce proviene da Pulp Magazine.
July 12, 2025
Pulp Magazine