Tag - narrativa fantastica

China Miéville / Un treno a caccia di talpe giganti
Immaginate Moby Dick ma con una enorme talpa color “denti vecchi” di nome Mocker-Jack al posto della balena, un mostro sguazzante tra animali smisurati e insetti giganti, affioranti non dagli abissi marini ma dal pelo della superficie terrestre. Immaginate inoltre un treno, il Meses, con un vagone macelleria olezzante di carne salata e di pellicce di talpa, al posto della baleniera Pequod, e tutt’attorno un futuro post apocalittico interamente ricoperto di rotaie, dove il macchinista ha preso il posto del timoniere, e la navigazione procede azionando gli scambi ferroviari che si parano davanti a noi.  Un mondo che, a questo punto, non potrà non ricordare almeno un po’ l’universo herbertiano di Dune nonché lo Snowpiercer che Bong Joon-ho ha trasposto dal graphic novel di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette. Di altri prestiti narrativi – da Ursula Le Guin fino a L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, per risalire a Daniel De Foe – si perde ben presto la contabilità ma li si ritrova puntualmente accreditati nei ringraziamenti. China Miéville pubblica Railsea oltre dieci anni fa, dopo il successo internazionale del thriller fantastico La città e la città (2009) e dopo aver rifondato (anche politicamente) il canone new weird con la trilogia di Bas-Lag. Formalmente, quello che abbiamo tra le mani è un romanzo che invece figurerebbe sullo scaffale young adult, a metà strada tra il genere Fantasy e l’ambientazione Steampunk. E diciamo subito che il gusto per l’insolito e il bizzarro a cui l’autore inglese ci ha abituato forse non raggiunge il livello dei suoi romanzi più noti ma neppure ci si allontana di moltissimo. Con questa premessa, non stupisce se il protagonista, Sham ap Soprap, è un orfano e un apprendista adolescente al seguito del medico di bordo, che il patrigno ha spinto a imbarcarsi ma che all’inizio del libro ha ancora idee poco chiare riguardo a cosa fare della propria vita. Anche   la disposizione dei capitoli – numerosi, brevi e nettamente enucleati rispetto allo sviluppo della storia – fa pensare alla scansione abbordabile di un libro per ragazzi. Ma – niente paura! – parliamo in ogni caso un esempio di young adult piuttosto anomalo, privo tra l’altro di una significativa sottotrama sentimentale.  Uno strano romanzo di formazione, attraverso cui Miéville non rinuncia a utilizzare figurazioni e tropi della letteratura giovanile da una angolatura obliqua, sghimbescia. Particolarmente significativa qui, la scelta di un linguaggio non convenzionale, elaborato e arcano, fitto di neologismi, sofisticati giochi idiomatici e digressioni grottesche che non sarebbero dispiaciute a un Mervyn Peake. Il world building, più dei personaggi, classici e derivativi come la Capitana Naphi / Achab o   semplicemente abbozzati e funzionali, con l’eccezione di Sham, si conferma il vero punto di forza nella prosa di Miéville che in questo libro sceglie di rimpiazzare il familiare mondo della metropoli con un inedito oceano ferroviario come sfondo della narrazione. A titolo di esempio, citiamo l’ampia varietà di veicoli che incontriamo durante la navigazione su rotaia che comprende: treni solari e treni lunari, scintillanti treni elettrici e ciclo-treni a pedali, giganteschi treni da guerra e treni trainati da mandrie di ungulati, senza dimenticare un “treno a orologeria rococò”. A ogni pagina il mondo bizzarro e intricato di Railsea, filtrato attraverso un’immaginazione fluida ma puntualissima nei suoi riscontri, acquista granularità e coerenza, grazie a nuovi dettagli, ispirando sempre maggiore fiducia del lettore. In sintesi, il libro risulta un interludio godibile, in attesa della traduzione italiana di The Book of Elsewhere, annunciata da minimum fax per fine anno, il romanzo che China Miéville ha scritto a quattro mani con Keanu Reeves, ambientato in un universo parallelo al mondo fumettistico di BRZRKR.         L'articolo China Miéville / Un treno a caccia di talpe giganti proviene da Pulp Magazine.
Helen Phillips / Futuro (troppo) prossimo
La famiglia di May fa fatica ad arrivare a fine mese. Le spese sono tante, troppe per le scarse entrate precarie che lei e il marito Jem riescono a racimolare con quei pochi lavoretti saltuari che si procurano con piattaforme di gig economy. Per questo May fa un grosso sacrificio. Un sacrificio ben pagato ma folle. Sceglie infatti di sottoporsi a una procedura chirurgica che modificherà per sempre le fattezze del suo viso. La esegue uno Um, uno dei tanti androidi con una IA avanzata quanto intrisa di esigenze commerciali che permeano la società contemporanea. May si ritrova con un bel gruzzolo in mano e decide di godersela un po’, di regalare a Jem e ai loro figli, Sy e Lu, una vacanza di lusso in un giardino botanico. Unica regola: tutti i membri della famiglia dovranno separarsi dai loro devices e passare quei pochi giorni completamente disconnessi. La scelta è sofferta ma sembra portare i suoi frutti, fino a quando i bambini non si perdono e, per recuperarli, May si dovrà fare una scelta dalle conseguenze devastanti. Già con il suo La bella burocrate, pubblicato quasi un decennio fa da Safarà Editore, Helen Phillips si è dimostrata un’autrice capace e con una poetica profondamente personale, in grado di mettere in campo una scrittura di genere solida con un taglio intimista che tuttavia non scade nella letteratura ombelicale schiacciata dall’ipertrofia dell’interiorità. Qui la riflessione filosofica sul futuro, per quanto prossimo e molto vicino alle dinamiche del presente, c’è e il peso enorme dell’approfondimento psicologico è un valore aggiunto che ancora i concetti nel reale. Già la scelta del nome Um, deliberatamente associato all’Om con tutto il suo portato metafisico, è una dichiarazione d’intenti forte e sintetica che, con poche frasi, esprime la pervasività della tecnologia molto più delle lunghe descrizioni scenografiche che caratterizzano tanta fantascienza con velleità sociali e tanto bisogno di farlo sapere al lettore nel modo più didascalico possibile. In Um i riferimenti sono immediati e familiari, il domani è letteralmente domani e l’identificazione del lettore è istantanea, ci si orienta subito in un futuro che è riconoscibile ed è proprio questo a renderlo inquietante. May e la sua famiglia sono infatti consci, a un livello puramente logico, delle proprie dipendenze dall’iperconnessione costante di device che di fatto sono estensioni della nostra dimensione esistenziale ma, non di meno, non sono granché interessati a separarsene, tutt’altro, addirittura i suoi bambini si chiedono, quando la madre li separa dai loro dispositivi, perché lei abbia strappato loro i polsi. L’ambiente in cui prosperare, in senso evolutivo, è quello della rete e delle piattaforme, in contrasto netto e deliberato con una natura ormai ridotta ad ambientazione esotica per vacanze di lusso che chi è nato nell’epoca del lavoro precario non si può permettere salvo casi eccezionali come quello di May. Ed è proprio questa natura digitale a ricordare ai protagonisti la propria primaria importanza, il proprio status di ambiente in cui sopravvivere quando una shitstorm inaudita li colpisce in pieno devastando le loro vite social che sono più vere del vero. I temi ci sono tutti nella scrittura di Phillips, ci sono le domande attuali e sono lì da vedere, mai negate ma nemmeno sbandierate. Basta leggere non troppo tra le righe, un po’ di attenzione è più che sufficiente per prendere in mano tutti i fili concettuali che tessono l’impianto del libro, ivi compreso il cambiamento climatico che qui non è urlato ma che, non di meno, fa parte di un mondo futuro presente descritto non da una prospettiva a volo d’uccello ma da una visione in soggettiva altrettanto efficace che si focalizza non sui massimi sistemi ma sui loro effetti sul quotidiano in un’accezione onesta di “il personale è politico”, vera nella misura in cui il primo è il prodotto del secondo che ci piaccia o meno. L'articolo Helen Phillips / Futuro (troppo) prossimo proviene da Pulp Magazine.
Brian Catling / New weird nello specchio del surrealismo
I divisi (2018, The Clover), terzo e ultimo capitolo della saga di Brian Catling,  presentata da Pulp Magazine alcuni anni fa, completa la trilogia del Vorrh, la foresta africana che nessun geografo è mai riuscito a mappare, tanto antica da nascondere tra i suoi gangli vegetali anche i resti del Giardino dell’Eden di Adamo ed Eva. Un esperimento, quello umano, andato storto da subito, e che ora si avvita nella sentina coloniale del secolo scorso, con i coloni bianchi che dopo aver fatto man bassa di legname, sfruttando la manodopera di nativi zombi, si apprestano a importare anche la funesta Guerra Europea. La morale, come il lettore apprende insieme a un attonito Hector, forse il più inconsapevole tra i molteplici protagonisti di questa storia, è che “La foresta copre le cicatrici e le idee che non sarebbero mai dovute esistere. I pollici opponibili vi sono stati concessi per curare le piante, non per erigere città, macchine, infinite idee su come funzionano le cose”. Gli angeli stessi, esiliati dal Paradiso Terrestre nel ventre della foresta vivente per sottrarsi alla vergogna del loro fallimento, figurano adesso, fuori da qualsiasi iconografia evangelica, come bizzarre e ibride deità al servizio dell’agency vegetale. Il tempo storico ora volge al termine ma non quello del Vorrh, destinato a sommergere e sovrastare uno ad uno i simboli e il territori occupati dalla civiltà umana.  Se il primo libro ci ha introdotti nell’oscuro mondo del Vorrh, e tra l’arcana borghesia di Eisenwald, la città germanica ricostruita tal quale nel cuore dell’Africa nera, il secondo capitolo ha in parte già svelato la trama delle figure intermediali, delle entità ancestrali e dei cherubini caduti che – alla pari di ciclopi, robot di bachelite, nani antropofagi, cadaveri senzienti, corpi disumanizzati o tradotti in archi e feticci sciamanici – contornano la stupefacente saga di Catling. I Divisi punta ora decisamente verso l’Apocalisse e la resa dei conti finale per la nostra specie. E lo fa, come sempre, mobilitando un coacervo di sottotrame, animate da una molteplicità di personaggi, cui raramente concede il beneficio della psicologia, più spesso quello della meccanica: il loro arco, dopotutto, deve soltanto procedere fino alla fine assegnata mentre lo spettro della fabula si restringe per convergere nel suo epilogo, risucchiando il lettore, un capitolo dopo l’altro, in un imbuto narrativo dentro a cui potrà perdersi ma da cui non potrà sfuggire. Come nei libri precedenti, la strategia romanzesca di Catling prevede che alcune figure storiche si confondano con i personaggi di fantasia. Dopo il simbolista francese Raymond Roussel (a cui si deve peraltro l’invenzione letteraria del Vorrh), il medico della regina Sir William Gull (uno dei sospetti Jack The Ripper), il pioniere della fotografia  Eadweard Muybridge, la grave sig.ra Winchester, comparsi nel primo volume, e lo spirito guida di William Blake che accompagna gli eventi di The Erstwhile, questa volta è la figura del naturalista e poeta afrikaans Eugène Nielen Marais a testimoniare con la sua vita  l’inconciliabilità di cultura e natura nella modernità,  suppurando  la frattura ontologica con l’irriducibilmente Altro della foresta senziente e dei suoi mostri (che l’albero della conoscenza, si suggerisce non troppo tra le righe,  recava già tra i suoi frutti avvelenati all’alba dei tempi..). Come ha osservato Luca Giudici su Quaderni d’Altri Tempi: “il Vorrh rappresenta una visione ciclica del tempo che si oppone alla concezione lineare e progressiva della modernità occidentale”. Il cruento suicidio di Marais apre in pratica I Divisi, ma è solo l’inizio della fine e di un romanzo non meno surreale, perturbante e “violento” dei due precedenti. Salutato al suo apparire da Michael Moorcock, Terry Gilliam, Jeff VanderMeer e da Alan Moore (che ha scritto la prefazione al primo volume) come una pietra miliare della letteratura fantastica, il Vorrh rifugge dai tropi normalizzati del fantasy, un genere che l’autore, scomparso nel 2022, notoriamente non ha mai amato, rivendicando per contro l’influenza e il magistero dei “classici” Poe, Borges, Calvino. Come e più di China Mieville, Catling offre una versione del new weird costantemente triangolata dal retrovisore del Novecento e delle sue avanguardie, in particolare del surrealismo. È da questa prospettiva “inattuale” che nello scorcio di questo nuovo secolo ha potuto sparigliare le aspettative del pubblico, trasfigurando dietro ai suoi cadaveri eccellenti una riflessione sull’Occidente che va oltre la vicenda storica del colonialismo.  Scultore, artista della performance e professore di Belle Arti che ha scoperto la scrittura soltanto in età avanzata, Catling evade del resto anche le convenzioni linguistiche del romanzo, spingendole al limite di una  alterna sperimentazione poetica. Il risultato è una saga unica nel suo genere e, sopratutto, al di là di qualsiasi genere.   L'articolo Brian Catling / New weird nello specchio del surrealismo proviene da Pulp Magazine.
Cheryl Ntumy / Ribellione, rabbia e amore
I futuri ipotetici di Cheryl Ntumy possono essere diversi fra loro. In alcuni la rivolta è un rituale vuoto, etero-diretto non solo dai cani da guardia del potere ma anche da chi della ribellione ha fatto una professione, più un’arte performativa che un vero agire politico. In altri l’ambiente è cosa viva, le abitazioni ci parlano attraverso pensieri e ricordi, vivono e muoiono insieme a noi. I futuri ipotetici di Ntumy sono una serie di storie differenti accomunate dalla stessa urgenza, la necessità profondamente politica di trattare attraverso la speculative fiction nelle sue diverse declinazioni, dalla distopia tout court al racconto che vira sul solarpunk, i temi necessari della contemporaneità. Patriarcato, capitalismo della sorveglianza, emergenza ambientale e i pericoli della post-verità manipolata nella dimensione digitale sono solo alcuni degli argomenti raccontati in Black Friday, la raccolta di short stories firmata dall’autrice ghanese. Mutatis mutandis, il libro ricorda il lavoro di un altro autore che fa della politica, e in particolar modo della critica sociale, il timbro della propria voce autoriale per niente sussurrata. Lo scrittore in questione è Cory Doctorow e la raccolta di Ntumy richiama alla memoria una raccolta che ne sintetizza in maniera particolarmente felice la poetica: Radicalized. L’energia, così sanguigna e nervosa, è la stessa, come simili sono i nervi scoperti che le due opere, ambedue forti del potere di sintesi del racconto breve, vanno a toccare. Ciò che differenzia Black Friday è la forte identità africana dell’autrice e del suo lavoro. I racconti sono ambientati in Ghana, in Botswana, in Sudafrica, in una terra in cui la scena della speculative fiction è attiva e da anni gode di un bel fermento figlio di un desiderio da parte di tutto un continente di incidere su un mondo le cui politiche l’hanno sempre posto in una posizione subalterna nel migliore dei casi. E Ntumy di questo movimento, legato all’identità africana, fa attivamente e orgogliosamente parte sia come autrice di fiction sia partecipando alle discussioni con una presenza on line tutt’altro che irrilevante. E se solo una parte del movimento della letteratura fantastica, nelle sue diverse declinazioni (Afrofuturismo, futurismo africano o futurismo afrocentrico che non sono affatto la stessa cosa ma rappresentano realtà ben distinte all’interno di un quadro molto ampio), raggiunge un pubblico magari non mainstream ma indubbiamente più vasto (Nnedi Okorafor, Nora K. Jemisin e Octavia Butler per citarne alcune), le voci interessanti non mancano e Ntumy è una di queste. La sua versatilità come autrice si dispiega in maniera impressionante in questa raccolta, che attraversa i differenti sottogeneri della fantascienza più attuale con una naturalezza e con una varietà che solo chi ha padronanza solida della scrittura può ottenere con risultati parimenti apprezzabili. Il volume contiene una decina di racconti certamente diversi ma non per questo privi di una unitarietà di fondo riscontrabile nello stile energico e nervoso oltre che nelle già citate tematiche che fanno di Ntumy una scrittrice scopertamente impegnata su più fronti politici. Una penna capace, in grado di strutturare trame solide con una scrittura densa, equilibrata e dalla voce personale. Una scrittrice completa da tutti i punti di vista in grado di dominare una forma semplice solo in apparenza come la short story. La lettura è sempre fruibile e il messaggio arriva sia a livello razionale che a livello emotivo. Black Friday è il prodotto – l’ennesimo – di una scena florida che cresce, spesso lontano dai nostri occhi di lettori, ma che è sempre più difficile non notare proprio per la qualità delle opere che produce, libri in grado di connettere con noi, pur mantenendo un’identità fermamente ancorata al proprio territorio e alla propria specificità estetica e culturale, grazie anche alla trasversalità delle tematiche e a una scrittura in grado di giocarsi la propria partita a livello internazionale.   L'articolo Cheryl Ntumy / Ribellione, rabbia e amore proviene da Pulp Magazine.