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The Cost of Knowledge: quando il prezzo lo paga la scienza
Riprendiamo questo post apparso sul sito openscience.unimi.it. A pochi giorni dall’inizio della Open access week 2026 che ha proprio come titolo The cost of Knowledge è lecito interrogarsi non soltanto sul costo economico dell’accesso alla conoscenza, ma anche sul costo che gli attuali sistemi di produzione, valutazione e diffusione della ricerca impongono alla qualità, all’integrità e alla credibilità della scienza stessa Nel 2012 il matematico e Medaglia Fields Tim Gowers diede avvio a The Cost of Knowledge, una delle più importanti mobilitazioni della comunità accademica contro il sistema dell’editoria scientifica commerciale. La protesta nacque dalla crescente insoddisfazione per l’aumento dei costi degli abbonamenti, per i margini di profitto dei grandi editori e per le restrizioni all’accesso alla conoscenza all’interno di una comunità che da tempo comunicava i propri risultati attraverso gli archivi di pre-print. Migliaia di ricercatori (non solo matematici) aderirono all’iniziativa impegnandosi a non pubblicare, non svolgere attività di revisione e non partecipare agli editorial board di riviste Elsevier. Tuttavia, la mobilitazione non riuscì a produrre quella trasformazione sistemica che molti auspicavano. Le grandi case editrici scientifiche rappresentano infatti attori economici e politici estremamente influenti, capaci di esercitare un forte potere negoziale nei confronti di università, governi e agenzie di finanziamento. Ma soprattutto, il sistema editoriale continua a essere sostenuto da un elemento strutturale ancora più difficile da scardinare: la valutazione della ricerca. Finché carriere, finanziamenti e reputazione accademica rimarranno legati alla pubblicazione in riviste considerate prestigiose e riconoscibili attraverso determinati marchi, indicatori e classificazioni, i ricercatori continueranno ad alimentare un sistema che oggi come oggi presenta enormi criticità. In questo senso, The Cost of Knowledge ha mostrato con grande anticipo come la riforma dell’editoria e la riforma della valutazione siano inseparabili. Non è possibile cambiare davvero i modelli di pubblicazione senza mettere in discussione gli incentivi che guidano il comportamento dei ricercatori. È significativo che lo stesso Gowers, anziché limitarsi alla protesta, abbia contribuito a costruire alternative concrete promuovendo Discrete Analysis, una rivista Diamond Open Access che non richiede costi né ai lettori né agli autori, che ha nel suo editorial board due Medaglie Fields  e che dimostra come sia possibile organizzare una comunicazione scientifica di elevata qualità senza dipendere dalle logiche commerciali dominanti. A più di dieci anni di distanza, molte delle criticità denunciate allora non solo non sono state risolte, ma si sono intrecciate con una crisi più ampia della comunicazione scientifica. Il sistema è sempre più condizionato dalla logica del publish or perish, che incentiva la quantità più della qualità e alimenta una crescita incessante del numero di articoli pubblicati. Ogni anno vengono prodotti milioni di lavori, molti dei quali ricevono poca o nessuna attenzione dalla comunità scientifica. Iniziative importanti come Arxiv hanno dovuto cambiare più volte le proprie politiche di accettazione degli articoli perché sommersi da “ricerche” prive di senso. A questa sovrapproduzione corrisponde una crescente reviewer fatigue. Mentre il numero di manoscritti continua ad aumentare, il numero dei ricercatori resta stabile e il tempo disponibile per valutare le ricerche diminuisce. I revisori sono chiamati a esaminare un numero sempre maggiore di lavori senza che il loro contributo venga adeguatamente riconosciuto. Il risultato è un sistema che fatica sempre più a garantire controlli rigorosi e tempestivi, proprio mentre la massa di risultati da verificare continua a crescere. La pressione competitiva favorisce inoltre comportamenti opportunistici da parte di alcuni ricercatori: frammentazione artificiale dei risultati, uso strategico delle citazioni, iperautorialità, ricerca orientata a ciò che è rapidamente pubblicabile piuttosto che a ciò che è realmente rilevante. Nei casi più estremi emergono fenomeni come paper mills, manipolazione delle revisioni e frodi. Non si tratta soltanto di problemi individuali, ma di conseguenze prevedibili di un sistema che premia indicatori quantitativi e produttività apparente. In questo contesto, i contratti trasformativi sono stati presentati come uno strumento per accompagnare il passaggio dagli abbonamenti tradizionali all’Open Access, convertendo la spesa per leggere in spesa per pubblicare. Tuttavia, le analisi condotte nel Regno Unito da Jisc e le valutazioni di cOAlition S mostrano un quadro ambiguo: gli accordi hanno favorito la crescita delle pubblicazioni ad accesso aperto e la conformità alle policy dei finanziatori, ma non hanno prodotto la trasformazione strutturale attesa. Molti grandi editori continuano infatti a basare il proprio modello economico su logiche ereditate dall’era degli abbonamenti (aumento dei costi sempre e comunque), mentre accordi concepiti come temporanei rischiano di diventare una componente permanente (e insostenibile) del sistema. Parallelamente, negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno sempre più significativo: le dimissioni collettive degli editorial board. Dai casi pionieristici di  Lingua fino alle numerose dimissioni registrate più recentemente, ricercatori ed editor denunciano una crescente incompatibilità tra gli interessi della comunità scientifica e quelli di operatori commerciali orientati alla crescita continua dei volumi pubblicati e dei ricavi generati. In molti casi, gli editorial board hanno lasciato le riviste storiche per fondarne di nuove, spesso Diamond Open Access e governate direttamente dalle comunità disciplinari. Questi eventi non rappresentano episodi isolati. Segnalano piuttosto una crescente consapevolezza che il costo non riguarda soltanto l’accesso alla conoscenza, ma il modo stesso in cui la conoscenza viene prodotta, valutata, pubblicata e utilizzata. La questione centrale non è più soltanto chi paga per leggere o per pubblicare, ma chi controlla le infrastrutture della comunicazione scientifica, chi governa i processi editoriali e quali valori debbano orientare la diffusione della ricerca. È in questo scenario che prende forma la visione di una New Publication Culture, sostenuta dalle università Olandesi. Una cultura in cui la pubblicazione non è più identificata con il prestigio di una rivista commerciale o con indicatori bibliometrici prodotti da soggetti privati, ma con la qualità, la trasparenza, la riproducibilità e la riusabilità della ricerca. Una cultura che valorizza la peer review come bene comune, promuove infrastrutture aperte e governate dalle comunità accademiche, sostiene i modelli Diamond Open Access e si integra con i principi della valutazione responsabile della ricerca. Se The Cost of Knowledge ha rappresentato la denuncia dei problemi del sistema, la crisi dell’attuale sistema editoriale mostra che la posta in gioco è oggi ancora più alta. Il vero punto in discussione non è più ormai ridurre i costi della conoscenza o  rendere aperti gli articoli, ma ripensare gli incentivi che guidano la produzione scientifica e costruire un sistema capace di generare meno rumore e più conoscenza affidabile. In altre parole, passare da una riforma dei meccanismi di pagamento in cui gli interlocutori sono soggetti privati a una vera trasformazione della cultura della comunicazione scientifica. Il tema della Open Access Week 2026, The Cost of Knowledge, richiama la celebre iniziativa lanciata da Timothy Gowers nel 2012 contro le distorsioni dell’editoria scientifica commerciale. A quasi quindici anni di distanza, il richiamo a quel dibattito offre l’occasione per una riflessione più ampia sul percorso compiuto dall’Open Access e, più in generale, dalla ricerca scientifica. Oggi più che mai è importante evitare che la discussione si riduca a una questione di modelli di business, di tariffe APC, di accordi trasformativi o di dettagli contrattuali. Sono temi rilevanti, ma rischiano di farci perdere di vista la domanda fondamentale: il sistema della comunicazione scientifica sta realmente aiutando la ricerca a produrre e diffondere conoscenza migliore, più affidabile e più utile alla società? Negli ultimi quindici anni l’accesso alla letteratura scientifica è indubbiamente aumentato, ma nello stesso periodo sono emerse nuove criticità, per questo motivo, parlare oggi di The Cost of Knowledge significa interrogarsi non soltanto sul costo economico dell’accesso alla conoscenza, ma anche sul costo che gli attuali sistemi di produzione, valutazione e diffusione della ricerca impongono alla qualità, all’integrità e alla credibilità della scienza stessa. La sfida, dunque, non è semplicemente rendere aperti gli articoli, ma costruire un sistema che metta nuovamente la ricerca al centro, evitando che metriche, modelli di business e procedure amministrative diventino un fine anziché uno strumento. In altre parole, il vero tema non è il costo dell’accesso alla conoscenza, ma il costo che siamo disposti a pagare quando perdiamo di vista la conoscenza stessa.
October 16, 2026
ROARS
Scienza aperta o valutazione di stato?
La valutazione della ricerca, che per la scienza moderna doveva essere parte del suo proprio dibattito, contro le ingerenze di autorità esterne, è in Italia amministrativa, di stato e centralizzata, in mano a un’agenzia, l’Anvur, dipendente ab origine dal potere esecutivo. Un’agenzia centralizzata ha bisogno di armi di valutazione di massa come vicarie di prestigio scientifico, quali il pubblica-o-muori o la computazione bibliometrica delle citazioni. E ricercatori valutati non più scientificamente ma amministrativamente dovranno assumere l’adeguazione a questi parametri come obiettivo primario, se non unico. La ricerca diventa così – perfino agli occhi di un economista aziendale come Mats Alvesson – una gara a somma zero e senza senso: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”. È ora facile – l’ha fatto perfino l’Unione Europea – proporre riforme su come valutare la ricerca, anche nel senso della scienza aperta. Meno facile, invece, rendersi conto che il feticismo dei vicari è esito della scelta di rendere la valutazione della ricerca, invece che scientifica e distribuita, amministrativa e centralizzata. Può una mera riforma del modo in cui si valuta favorire una scienza aperta che non si riduca a un adempimento burocratico talora costoso, come nel caso dell’accesso aperto ottenuto tramite i cosiddetti accordi trasformativi?In una nota nascosta nel Conflitto delle facoltà, Kant suggeriva che nella ricerca di base, come nel mercato, il governo dovesse occuparsi esclusivamente dell’infrastruttura legale e materiale – e, per il resto, lasciar fare agli studiosi. Un governo che si intromette nella ricerca non solo rende i ricercatori poco credibili, trasformandoli in azzeccagarbugli e fattucchieri al suo servizio, ma delegittima anche se stesso: su che cosa si fonda un potere incapace di riconoscere l’indipendenza della scienza (Caesar non est supra grammaticos) se non sulla mera forza?In Italia, la valutazione di stato ha applicato Kant a rovescio: interferisce, con la sua discrezionalità amministrativa, nella discussione scientifica e abbandona l’infrastruttura a oligopoli telematici, editoriali e di analisi dei dati privati. A una scienza (aperta) credibile perché in grado di offrire un punto di vista indipendente e pubblico non occorrono istituzioni che la disciplinino, bensì istituzioni che la abilitino, cioè che creino o accrescano infrastrutture legali, comunicative e telematiche che aiutino la ricerca a essere pubblica e partecipativa. Della compatibilità di una scienza aperta – o libera – con valutazioni e infrastrutture centralizzate discuterà il prossimo l’IX convegno annuale dell’AISA (Pisa, 12-13 novembre 2026). Questo articolo, rielaborazione di due interventi alla conferenza La Scienza Aperta nel prisma dell’ERA Act. Il lavoro ancora da fare (Roma, 10 giugno 2026), viene diffuso prima della pubblicazione degli atti, con il consenso delle curatrici, come spunto di discussione per i lavori del convegno dell’AISA.   1. Giochi di prestigio Il Research Assessment Exercise (oggi REF) fu varato quarant’anni fa, in epoca thatcheriana, con la pretesa – molto più politico-economica che scientifica – di sottoporre il sistema di ricerca britannico a una rigida austerità e però aumentarne la produttività. Il REF è fra le fonti d’ispirazione della valutazione della qualità della ricerca italiana (VQR), la quale ha reso amministrativa1 e anzi statale un’attività che per la scienza moderna doveva appartenere al suo proprio dibattito, contro le pretese di autorità esterne.2 Questa operazione, anche se c’è chi l’intende, in conflitto di interessi, come “un esercizio di esplicitazione, formalizzazione e aggregazione di giudizi già presenti nelle comunità dei competenti.”3 non è innocente né politicamente né scientificamente, soprattutto in paesi, come l’Italia, la cui costituzione offre una tutela speciale alla ricerca e alla didattica. In primo luogo, la valutazione amministrativa, anche qualora condotta da professori in veste di funzionari pro tempore, minaccia, consegnando la sua spada alluno e negandola all’altro, la libertà dell’uso pubblico della ragione, per la quale gli studiosi si giudicano in pubblico e da sè4 e l’avanzamento del sapere è un processo collettivo e non una gara a somma zero.5 In secondo luogo, una valutazione amministrativa centralizzata, invece che distribuita, deve come tale ricorrere a indicatori di massa – quali, per esempio, il requisito procedurale della revisione paritaria in singolo o doppio cieco, oppure la computazione statistica delle citazioni – in funzione di vicari ( proxy) di validità scientifica. Il carattere riflessivo dell’azione sociale trasforma però questi sostituti nello scopo principale della ricerca:6 se so, per esempio, che verrò giudicato col pubblica-o-muori, moltiplicherò i miei scritti anche se non ho nulla da dire o avrei bisogno di tempo per pensare. E quando una misura diventa un obiettivo non solo smette di essere un buon indicatore,7 ma inquina 8 persistentemente la letteratura scientifica con triti testi volti prevalentemente o esclusivamente a carriera o sopravvivenza accademica,9 ora anche con l’aiuto – per nulla rivoluzionario – di estrusori di stringhe statisticamente probabili o Large Language Model.10 Due parole chiave rendono il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma non è soft perché comandi di meno, bensì perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente da un calcolo “oggettivo” e non dall’imposizione di chi pretende, senza essere a sua volta musicista, di dirigere l’orchestra – così da far interiorizzare il comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò con franchezza quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”.11 La seconda parola che racconta l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro ethos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’illusione che esse producono estrinsecamente sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato a comprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca. Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Return to Meaning) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”.12 Il che indica, però, che come ricercatori, o, meglio, come ex-ricercatori divenuti impiegati, non siamo più in grado di stabilire il senso scientifico, e anche personale e sociale, di quanto facciamo,13 forse perché, essendoci attribuito un valore computato amministrativamente, siamo esonerati, e anzi scoraggiati, dal chiedercelo.14 2. CONATI DI RIFORMA Nel 2017 Alvesson suggeriva che per recuperare il senso del lavoro di ricerca15 e ricostruire un’università meno illiberale,16 si sarebbero dovute cambiare, dal basso, le pratiche professionali e, dall’alto, le modalità e i criteri della valutazione amministrativa.17 Nel 2022, in uno spirito simile, 18 l’Unione Europea ha patrocinato COARA, una coalizione promiscua di università, enti di ricerca, agenzie di valutazione e associazioni scientifiche che si sono impegnate a attuare una riforma19 per la quale: 1. nella valutazione va riconosciuta la pluralità e varietà dei contributi e delle attività di ricerca, oltre le forche caudine del pubblica-o-muori; 2. la valutazione deve essere in primo luogo qualitativa e basata sulla revisione fra pari, ma “sostenuta da un uso responsabile degli indicatori quantitativi”; 3. l’uso improprio, cioè esclusivo, di indicatori basati su pubblicazioni e riviste, quali il Journal Impact Factor e l’H index, va abbandonato; 4. bisogna evitare di usare classifiche (ranking) di università e simili istituzioni nella valutazione della ricerca stessa. In Italia la riforma europea pare, per il momento, fallita. Il CNR, che aveva modificato il suo regolamento concorsuale, l’ha visto, alla sua prima prova, ampiamente disapplicato da parte delle commissioni.20. L’ANVUR, dal canto suo,21 non ha saputo onorare i pur laschi impegni che aveva sottoscritto: le soglie bibliometriche fissate amministrativamente sono rimaste un requisito esclusivo, e non solo complementare,22 per l’ammissione come candidati e come commissari all’Abilitazione scientifica nazionale, recentemente defunta.23 Forse l’Anvur, fin dall’inizio, non aveva titolo a imbarcarsi in COARA: è, infatti, dalla nascita, dipendente dal governo, come ricordato da Roberto Caso e precocemente riconosciuto dalla stessa Fiorella Kostoris, membro del consiglio direttivo dell’agenzia fra il 2011 e il 2015: 24 > l’indipendenza dell’ANVUR è minata dalla mancanza di terzietà rispetto > all’Esecutivo e dagli eccessi di controlli da parte dei vari stakeholders: > tutti i 7 membri del suo Consiglio Direttivo sono, infatti, scelti > direttamente o indirettamente dal Titolare del MUR e a lui o al suo Dicastero > riportano, segnalano, propongono. Quest’anno l’ANVUR è divenuta, per via regolamentare, ancor meno costituzionale25 e più governativa26: il ministro dell’Università e della Ricerca ora nomina sia il presidente del suo consiglio direttivo sia i suoi quattro membri, selezionandoli entro terne predisposte da comitati di selezione la cui maggioranza è a sua volta di designazione ministeriale. A fortiori, possiamo continuare a chiederci perché l’Anvur abbia partecipato, sedendo addirittura nel suo consiglio direttivo, e continui a far parte di una coalizione di cui non può rispettare integralmente gli impegni. Si può chiedere, in mancanza di meglio, a questa agenzia dipendente di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo riconoscere – almeno con il senno di poi – che proprio le disposizioni valutative di Anvur sono state il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione della scienza aperta. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuoverla dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici estratti dai database commerciali di Elsevier (Scopus) e Web of Science (Clarivate Analytics)? L’ipotesi che Anvur si faccia seriamente – e non per maquillage istituzionale – promotrice della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiederebbe quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato. Per esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker)27 in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo stato esternalizzasse a un privato con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. Ma non è stata delegata solo la valutazione: di fatto, lo stato ha appaltato ai privati la definizione stessa della visibilità scientifica, e anzi della scientificità stessa. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza a un’agenzia dipendente dal potere esecutivo e agli algoritmi opachi di oligopolisti commerciali? Verosimilmente, la società guarda professori e ricercatori con sospetto e diffidenza perché la scienza non è più un bene pubblico aperto, bensì, appunto, soltanto un gioco di prestigio. 3. “LASCIATECI FARE” > Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere > loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come > se intendesse scegliere l’avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo > e l’altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era > rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona > moneta, accordate un diritto puntuale in materia di cambio e così via; quanto > al resto, ‘lasciateci fare!’ Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la > facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre > agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze.28 Questa nota al Conflitto delle facoltà, ultima opera pubblicata di Kant, invita il governo a non interferire nella ricerca di base, professata, nell’università dell’epoca, dalla facoltà – inferiore e propedeutica – di filosofia.29 Alvesson, la cui critica alla ricerca senza senso pare radicale, non apprezzerebbe, da economista aziendale,30 la provocazione liberale31 di Kant: per lui il laissez fare delle e nelle istituzioni di ricerca equivale ad arbitrio, lassismo e nepotismo;32 il governo, organizzando valutazioni amministrative, deve controllare che le risorse pubbliche siano spese con efficienza.33 È relativamente facile criticare, anche duramente, il modo in cui si valuta, ma assai meno mettere in discussione la legittimazione di chi valuta. Perché esaltare la libertà nel mercato e temerla, invece, nella ricerca? Eristicamente, potremmo osservare che, quando si tratta di salvare dal fallimento persone giuridiche a responsabilità limitata che hanno per fine non la conoscenza comune, ma il profitto privato, viene messo in sordina lo scrupolo per il denaro pubblico del quale il potere esecutivo, in teoria, sarebbe affidabile custode. E mentre sembra normale indurre il contribuente a giocare e perdere in borsa a sua insaputa,34 è invece divenuta intollerabile la scommessa, assai meno onerosa e rischiosa, di lasciare agli studiosi il tempo libero per fare ricerche fuori dalla media. 35 Kant, però, non era un economista aziendale preoccupato della produttività degli addetti alla ricerca, bensì uno studioso che aveva personalmente assaggiato quanto poco la libertà dell’uso pubblico della ragione fosse conciliabile con l’università cameralistica prussiana – un’università organizzata burocraticamente36 al servizio di una monarchia assoluta la quale non si peritava di licenziare37 o censurare38 direttamente i professori. Al regime prussiano, che valutava la ricerca con strumenti forse un po’ più rozzi della VQR, Kant rispondeva non eristicamente, bensì dialetticamente: la scienza può avere (anche) un uso ministeriale solo se, istituzionalmente, non è affatto al servizio dei ministeri. Se il governo desiderasse davvero legittimarsi tramite la scienza, avrebbe interesse a riconoscerne e garantirne l’indipendenza. Infatti, chi può fidarsi di professori ridotti ad azzeccagarbugli e fattucchieri al servizio di poteri statali o privati?39 E un potere – statale o no – che impone con la forza dottrine finalizzate solo al proprio utile perché dovrebbe incutere rispetto? 40 Di conseguenza, il dovere di uno studioso indipendente non è fare il consigliere o il fattucchiere del principe, del censore e del padrone, suggerendo il modo più appropriato di controllare e sfruttare la ricerca, bensì ricordargli che l’unico compito del governo è predisporre l’infrastruttura legale e materiale per la libertà dell’uso pubblico della ragione, fuori e dentro le istituzioni di ricerca. La valutazione amministrativa italiana ha applicato Kant a rovescio: il potere esecutivo ha commissariato la ricerca, intromettendosi nella sua valutazione, e ha trascurato l’infrastruttura comunicativa, abbandonandola a oligopoli il cui fine è, se non il profitto, la rendita.41 Né il potere esecutivo, né quello aziendale sono in posizione di avere un interesse genuino per la scienza, perché entrambi orientati alla dipendenza degli studiosi-impiegati e alla loro sorveglianza tramite armi di valutazione di massa. L’ultima riforma dell’Anvur, rendendone più palese la natura amministrativa ed esecutiva, è solo un’epifania: in Italia la ricerca non è libera, né tanto meno lo sono i ricercatori. SCIENZA APERTA O RICERCA DI STATO? Possiamo aspettarci dal potere esecutivo, di cui Anvur è emanazione, una riforma che dia alla ricerca un senso men che impiegatizio e la apra alluso pubblico della ragione? Certo, cambiamenti in direzione del buon senso sarebbero praticabili, se ad Anvur venissero ordinati. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento al governo, come stabilito dal DPR del 7 gennaio 2026 – e, soprattutto, occorrerebbe un’elaborazione critica del nesso fra i sistemi di valutazione amministrativi e il consolidamento di un’infrastruttura proprietaria della comunicazione scientifica. Che la scienza aperta di stato possa essere al massimo una funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo per cambiare davvero le pratiche della ricerca non è solo un rischio: è già una realtà, che ha indotto Richard Poynder – giornalista che lo ha seguito per decenni – a sostenere che il movimento istituzionale per l’accesso aperto è, nella sostanza, fallito: nato come volontario e dal basso si è trasformato in un’oppressiva burocrazia di comando e controllo dall’alto 42 Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di ridursi e di essere percepita come un ulteriore dispositivo di controllo governativo.43 Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la ricerca del sapere avrebbe bisogno del più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono, distruttivamente, di orientarla. Un’autentica scienza aperta richiederebbe una discussione autonoma e plurale. Una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa, invece, rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (o octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), a scopi meramente strumentali.44 Se vogliamo davvero una scienza aperta non possiamo riferirci solo all’accessibilità, comunque ottenuta, di pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio. La scienza aperta può certo essere promossa dalle istituzioni: ma l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Se manca il coraggio morale e intellettuale di riconoscere i guasti provocati dalla valutazione di stato,45 è impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi. Il punto, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire un modo di valutazione con un altro che magari premi le pubblicazioni in accesso aperto, anche a qualsiasi costo.46 Il punto è uscire dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione è radicale e interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a disposizione di tutti beni pubblici e infrastrutture comuni? Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali di governo e comunicazione che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica. Come suggeriva anche Kant, non tutti gli interventi dello stato producono eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che commissariano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, come ha fatto finora Anvur, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle. Per una ricerca che sia scientifica e non impiegatizia non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino: abbiamo bisogno di istituzioni che abilitino. “Lasciateci fare!” Non si tratta, infine, di scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier – anche perché la bibliometria di stato e quella editoriale hanno finora operato di concerto. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene per tutti, e una conoscenza organizzata, al servizio di pochi, come risorsa da controllare o da valorizzare economicamente. Se la quinta libertà europea non è solo una finzione propagandistica, il compito del governo non dovrebbe essere dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa bensì garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare la loro piena e costituzionale libertà di ricerca – così da rendere di nuovo facile qualcosa che è divenuto difficile, vale a dire riconoscere sia l’autorevolezza della scienza, sia l’autorità della repubblica. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Sulla valutazione amministrativa si veda (Alberto Baccini, “COARA Will Not Save Science from the Tyranny of Administrative Evaluation” (arXiv, 2024), https://doi.org/10.48550/arXiv.2408.05587)︎ 2. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (Roma-Bari: Laterza, 2015).︎ 3. Maria Chiara Pievatolo, “La bilancia e la spada: scienza di stato e valutazione della ricerca,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2017, secs. 2 n10, https://commentbfp.sp.unipi.it/maria-chiara-pievatolo-la-bilancia-e-la-spada-scienza-di-stato-e-valutazione-della-ricerca/.︎ 4. “Le penne si limitano reciprocamente da sé, così da non perdere la loro libertà” (I. Kant, Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», 1793 AK VIII, 304)︎ 5. Francesco Scotognella, “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: Lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesco-scotognella-laffermazione-di-una-teoria-nella-comunita-scientifica-lo-scienziato-parresiasta-il-collettivo-di-pensiero-e-il-mutuo-appoggio/.︎ 6. Mario Biagioli, “Fraud by Numbers: Metrics and the New Academic Misconduct,” Los Angeles Review of Books, September 2020, https://lareviewofbooks.org/article/fraud-by-numbers-metrics-and-the-new-academic-misconduct: quanto scrivo in un testo conta ancora, ma non perché occorra leggerlo, bensì perché vettore di computazioni a uso valutativo.︎ 7. Fenomeno, questo, noto come legge di Goodhart ((Michael Fire and Carlos Guestrin, “Over-Optimization of Academic Publishing Metrics: Observing Goodhart’s Law in Action,” GigaScience 8, no. 6 (2019), https://doi.org/10.1093/gigascience/giz053) e non difficile da prevedere ((Alessandro Figà-Talamanca, “L’Impact Factor nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica,” in SINM 2000 : un modello di sistema informativo nazionale per aree disciplinari, 2000, https://www.roars.it/online/limpact-factor-nella-valutazione-della-ricerca-e-nello-sviluppo-delleditoria-scientifica/).︎ 8. Adam Marcus and Ivan Oransky, “The Scientific Literature Can’t Save You Now,” The Atlantic, 2025, https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/02/rfk-kennedy-vaccines-scientific-literature/681681.︎ 9. Phie Jacobs, “One-Fifth of Computer Science Papers May Include AI Content,” Science, 2025, https://www.science.org/content/article/one-fifth-computer-science-papers-may-include-ai-content.; (John Drake, “AI Slop Is Flooding Academic Journals. A Top Journal Measured It,” Forbes, 2026, https://www.forbes.com/sites/johndrake/2026/04/30/ai-slop-is-flooding-academic-journals-a-top-journal-measured-it/); (H. Holden Thorp, “AI in scientific publishing: Slower, worse, and more expensive,” Science 393, no. 6808 (2026): 225, https://doi.org/10.1126/science.aek5570).︎ 10. “’Intelligenza artificiale’ è un’espressione di marketing” (Daniela Tafani, Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue storie, 2026, 7, https://doi.org/10.5281/zenodo.21891513).︎ 11. Margaret Thatcher, “Interview for Sunday Times,” 1981, https://www.margaretthatcher.org/document/104475. (Adam Mastroianni, “Incentives Are for Losers,” Experimental History, 2026, https://www.experimental-history.com/p/incentives-are-for-losers) spiega perché, e in chi, è così facile cambiarli.︎ 12. Mats Alvesson, Yiannis Gabriel, and Roland Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say (Oxford: Oxford University Press, 2017), 18.︎ 13. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 9.︎ 14. Perfino dalla prospettiva di (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 33), che è quella dell’economia aziendale, il gioco della pubblicazione a punteggio bibliometrico pare costoso per la società e penoso per le persone: una gara poco olimpica che non appassiona il pubblico, non diverte i partecipanti e ai perdenti dà meno di nulla.︎ 15. Kathleen Lynch, “Control by Numbers: New Managerialism and Ranking in Higher Education,” Critical Studies in Education, 2014, http://dx.doi.org/10.1080/17508487.2014.949811: chi gioca la partita del pubblica-o-muori non ha tempo di fare l’intellettuale pubblico︎ 16. Maria Chiara Pievatolo, “Se l’università può essere liberale,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2021, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/06/universita_liberale.︎ 17. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, capitoli VI, VII e VIII.︎ 18. Francesca Di Donato, “Una questione di qualità o una formalità? L’Agreement on Reforming Research Assessment e il processo di riforma della valutazione della ricerca in Europa,” Bollettino Telematico Di Filosofia Politica, 2022, https://commentbfp.sp.unipi.it/francesca-di-donato-una-questione-di-qualita-o-una-formalita-lagreement-on-reforming-research-assessment-e-il-processo-di-riforma-della-valutazione-della-ricerca-in-europa.︎ 19. La traduzione italiana dell’accordo di riforma si trova in F.Mura, C. Cicatiello, L. Gavioli, E. Roma, C. Sganga, Accordo sulla riforma della valutazione della ricerca, https://doi.org/10.5281/zenodo.13629063, 2024. Gli impegni citati di seguito si trovano alle pagine 11-15.︎ 20. F. Di Donato et al., “Mind the Gap: From Policy to Practice at CNR an Analysis of Career Advancement Criteria in Light of the Agreement on Reforming Research Assessment [Version 2; Peer Review: 3 Approved],” Open Research Europe 6, no. 127 (2026), https://doi.org/10.12688/openreseurope.23373.2.︎ 21. Forse anche perché la sua azione è centralizzata e dunque bisognosa di armi di valutazione di massa ((AISA, “Di statistica e virtù: i criteri della VQR 2020-2024 e la riforma europea della valutazione della ricerca,” 2024, https://aisa.sp.unipi.it/di-statistica-e-virtu-i-criteri-della-vqr-2020-2024-e-la-riforma-europea-della-valutazione-della-ricerca).︎ 22. Maria Chiara Pievatolo, “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia: riassunto operativo dei lavori della conferenza: “Avanti piano, quasi indietro: la riforma europea della valutazione della ricerca in Italia”, Bologna 2024,” 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11390127.; citation” data-cites=”aisacoanvur2024″>(AISA, “Di statistica e virtù”).︎ 23. AISA, “Anvur, reclutamento, università: l’Epifania della valutazione di stato,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/anvur-reclutamento-universita-lepifania-della-valutazione-di-stato.︎ 24. Caso. Roberto, “Il mio nome è ANVUR: agente (dipendente) con licenza di valutare (numericamente),” 2026, https://www.robertocaso.it/2024/01/21/il-mio-nome-e-anvur-agente-dipendente-con-licenza-di-valutare-numericamente., (Fiorella Kostoris, “L’esperienza del CIVR e le prospettive dell’ANVUR nella valutazione della ricerca in Italia,” Statistica e Società, 2008, https://www.sis-statistica.it/old\_upload/contenuti/files/pdf/2011/statistica\__societ\_2008\_speciale\_valutazione\_delle\_ricerca\_in\_statistica.pdf).︎ 25. Alessandra Algostino, “L’università inquieta della Costituzione e l’università neoliberale,” Il Ponte, no. 1 (26 AD): 86–89.︎ 26. AISA, “L’ANVUR, agenzia dipendente per la valutazione di stato, diventa ancora più governativa,” 2026, https://aisa.sp.unipi.it/lanvur-agenzia-dipendente-per-la-valutazione-di-stato-diventa-ancor-piu-governativa.︎ 27. Molti editori commerciali preferiscono presentarsi come fornitori di servizi di analisi dei dati ((Dfg-Committee on Scientific Library Services and Information Systems, “Data tracking in research: aggregation and use or sale of usage data by academic publishers. A briefing paper of the Committee on Scientific Library Services and Information Systems of the Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG, German Research Foundation),” Zenodo, 2021, 3, https://doi.org/10.5281/zenodo.5937995)): pubblicazione e scienza – per le quali tali oligopolisti sono, se non anche dannosi, superflui – rimangono ormai solo come pretesto.︎ 28. Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà, trans. Domenico Venturelli (Morcelliana, 1994)., con qualche modifica alla traduzione (AK VII, 19-20 n2).︎ 29. Francesca Di Donato, “Università, scienza e politica nel ’Conflitto Delle Facoltà’,” Bollettino telematico di filosofia politica, 2006, http://btfp.sp.unipi.it/dida/streit/.︎ 30. Elisabeth Anderson, Private Government: How Employers Rule Our Lives (and Why We Don’t Talk about It (Princeton: Princeton University Press, 2017).: il mercato libero presuppone lavoratori autonomi, padroni di se stessi: ma a partire dalla rivoluzioni industriale i lavorato de iure o de facto dipendenti sono governati dai loro padroni. Le aziende sono, per lo più, sistemi autoritari.︎ 31. Kant fu – a suo modo – un lettore precoce di Adam Smith ((Samuel Fleischacker, “Values Behind the Market: Kant’s Response to the “Wealth of Nations,” History of Political Thought 17, no. 3 (1996): 379–407)), in un ambiente culturale ancora dominato dalla cameralistica︎ 32. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, Return to Meaning. A Social Science with Something to Say, 40. non critica radicalmente neppure i cosiddetti ranking perché danno pressione esterna a una vita accademica altrimenti rilassata; secondo (Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 43) la competizione fra università può scuotere la “laissez-faire culture” che determina endogamia e favoritismo.︎ 33. Alvesson, Gabriel, and Paulsen, 121–22.︎ 34. “Tra tutte le caratteristiche della società d’affari moderna, tre – tutte impossibili da ottenere solo in via contrattuale – hanno contribuito più delle altre al suo successo: lo scudo societario (entity shielding), lo spostamento delle perdite e il prospetto dell’immortalità. Lo scudo societario crea diritti di proprietà su determinati insiemi di cespiti, ognuno con i suoi creditori distinti che si possono limitare a monitorare un solo insieme, ma che non hanno accesso alla torta più ampia. Lo spostamento delle perdite consente ai proprietari di limitare il loro passivo trasferendo ad altri il rischio di fare affari: ai creditori extracontrattuali o contrattuali dell’azienda, o all’intera collettività richiedendo l’intervento del governo quando il fallimento costituirebbe una minaccia per l’intera economia. Questa opzione put è tipica delle società finanziarie, ma non è insolita anche per le società non finanziarie, come dimostra il salvataggio di molte grandi case automobilistiche durante la crisi del 2008 negli Stati Uniti. Infine, l’immortalità aumenta la vita delle entità poste in forma d persona giuridica estendendone pertanto la durata. Le persone giuridiche, come le altre aziende, non sono immuni al fallimento, ma devono essere condannate a morte dai loro creditori con un procedimento di bancarotta, o dagli azionisti tramite lo scioglimento volontario” ((Katharina Pistor, The Code of Capital. How the Law Creates Wealth and Inequality (Princeton – Oxford: Princeton University Press, 2019), 55) trad.it Il codice del capitale, Luiss U.P., 2021, p .83 – con qualche modifica). L’opzione put è una scommessa finanziaria che comporta un impegno ad acquistare un titolo a un certo prezzo: nel caso di salvataggio di un’azienda tramite denaro pubblico l’acquirente obbligato – e scommettitore involontario – è il contribuente.︎ 35. Colleen Flaherty, “The Costs of Publish or Perish,” Inside Higher Education, 2015, https://www.insidehighered.com/news/2015/10/12/study-suggests-pressure-publish-impedes-innovation.︎ 36. William Clark, Academic Charisma and the Origins of the Research University (Chicago: The University of Chicago Press, 2006), 12 ss.︎ 37. Come capitò nel 1723 a Christian Wolff, licenziato dall’università di Halle anche in virtù di un suo discorso rettorale che elogiava la cultura cinese come illuminata: (Clark, 93–95)︎ 38. Come capitò a Kant stesso, che ricevette un rescritto personale di censura da parte di Federico Guglielmo II Hohenzollern, documentato nella prefazione del Conflitto delle facoltà.︎ 39. Algostino, “L’università Inquieta della Costituzione e l’università neoliberale” osserva che l’università italiana ed europea di oggi è indirizzata dagli stati sia al servizi delle aziende, cioè di interessi privati, sia per la propaganda e gli usi bellici.︎ 40. Maria Chiara Pievatolo, “Conflitto nelle università: studenti, professori e guerre,” Centro Per La Riforma Dello Stato, 2024, https://doi.org/10.5281/zenodo.11111484.︎ 41. Questo vale non solo per l’editoria e la bibliometria, ma a fortiori per l’infrastruttura di rete: come scrive (Massimo Carboni, “Dal primo pacchetto IP al GARR: la rete come scelta politica,” Agenda Digitale, 2026, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/dal-primo-pacchetto-ip-al-garr-la-rete-come-scelta-politica/), “il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini, infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a che fare con i valori fondativi della rete aperta. Chi conosce le mappe dei cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere: controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e quindi la libertà.”︎ 42. Rick Anderson, “Where Did the Open Access Movement Go Wrong?: An Interview with Richard Poynder,” The Scholarly Kitchen, 2023, https://scholarlykitchen.sspnet.org/2023/12/07/where-did-the-open-access-movement-go-wrong-an-interview-with-richard-poynder/.: Poynder, però, come osservato da J.-C. Guédon nei commenti, trascura il ruolo dell’editoria scientifica commerciale e degli indicatori su di essa e da essa costruiti nella valutazione amministrativa della ricerca.︎ 43. Paola Galimberti, “Open Science: cambiamento culturale cercasi” (Zenodo, 2020), https://doi.org/10.5281/zenodo.4014989. su cui (Maria Chiara Pievatolo, “Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?” Bollettino telematico di filosofia politica, 2020, https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/09/scienza-aperta-solo-una-questione-di-adempimenti).︎ 44. Michael Hagner, “Open Access, Data Capitalism and Academic Publishing,” Swiss Medical Weekly 148, no. 14600 (2018), https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600. Per non parlare del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”.︎ 45. Paola Borgna et al., eds., Perché la valutazione ha fallito, 2023, https://morlacchilibri.com/universitypress/index.php?content=scheda&id=1209.︎ 46. Laura Rothfritz, W. Benedikt Schmal, and Ulrich Herb, “Trapped in Transformative Agreements? A Multifaceted Analysis of >1,000 Contracts,” 2024, https://doi.org/10.48550/arXiv.2409.20224.; (Jon Tennant,“‘Transformative’ Open Access Publishing Deals Are Only Entrenching Commercial Power”, Times Higher Education (THE), 2019); (Elena Simukovic, “Transformative Agreements Are a Blind Alley,” Katina Magazine, 2024, https://doi.org/10.1146/katina-20241008-1).︎  
October 12, 2026
ROARS
Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione
Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica? La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa. Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali. Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore. Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni. Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori. Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca. La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende. È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie. Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride. La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica. È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro. In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.  
July 29, 2026
ROARS
Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti open
Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista, l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese, istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori: mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni, geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli infallibili. Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca. Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta, ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati da parte degli editori. Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile, la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa. Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi. Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano, non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi disponibili in forma adeguata. La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate, OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita affatto. A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions, segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza sull’imperfezione. Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del 2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e trasformati. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale. Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare “qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco * Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili, citabili e interoperabili
July 3, 2026
ROARS
Scienza aperta e valutazione di stato: una relazione problematica
Due parole chiave rendono bene il senso della trasformazione vissuta dall’università nell’epoca della valutazione amministrativa della ricerca. Ricordo incidentalmente che quest’anno ricorrono i 40 anni dal Research Assessment Exercise (oggi REF), il modello britannico a cui si è ispirata la VQR, varato in piena epoca thatcheriana, quando l’imperativo era economico e non scientifico: ed era essenzialmente quello di produrre di più con meno. La prima parola è “incentivo”. Si tratta di una tecnologia di governo con cui il potere politico gestisce e controlla l’istituzione deputata a produrre sapere. Nel Medioevo incentivus era il nome dello strumento a fiato che serviva a dare il “la” per accordare gli strumenti e dirigere i musicisti durante un’esecuzione collettiva. È uno strumento di governo delle condotte di tipo soft, proprio della governance neoliberale. Ma attenzione: è soft non perché comandi di meno. Lo è perché dà l’impressione di essere una specie di pilota automatico, come se discendesse direttamente dal calcolo oggettivo delle cose. L’incentivo premiale solo apparentemente è una forma di comando debole, in realtà è un modo di dominare più profondamente fino al punto di produrre l’interiorizzazione del comando da parte dei dominati stessi. Margaret Thatcher lo rivelò senza ipocrisie quando ebbe a dichiarare: “l’economia è solo il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”. La seconda parola che racconta efficacemente l’università di oggi è “prestigio”. Se l’impiego dell’incentivo riguarda il potere sugli universitari, la competizione per il prestigio è invece il terreno di coltura della loro soggettivazione, la cifra peculiare del loro éthos, che il sistema di valutazione premiale esaspera fino a livelli patologici. Anche qui l’etimologia è rivelatrice. In latino praestigium indicava l’illusione e il trucco dell’illusionista. Il termine deriva da prae-stringere: letteralmente “stringere davanti”, nel senso di maneggiare qualcosa davanti agli occhi di un pubblico per abbagliarne la vista e ingannarlo. Nella sua origine, dunque, il prestigio non rimanda alla sostanza delle cose, ma all’effetto estrinseco e illusorio che esse producono sugli osservatori. Se l’incentivo disciplina i comportamenti degli accademici, il prestigio ne orienta i desideri e ne solletica le vanità narcisistiche. È attraverso la ricerca incessante di riconoscimento, citazioni, ranking e capitale reputazionale che oggi gli accademici hanno imparato ad autocomprendere sé stessi e il proprio lavoro di ricerca. Il combinato disposto di incentivazione premiale e ossessione del prestigio ci ha precipitato in una condizione che lo studioso di management svedese Mats Alvesson (in un libro significativamente intitolato Ritorno al senso) ha descritto in questi termini: “mai prima d’ora così tanti hanno scritto così tanto, pur avendo così poco da dire a così pochi”. Oggi si chiede all’agenzia di valutazione di svolgere un ruolo di impulso e presidio della scienza aperta. Ma dobbiamo tutti riconoscere – almeno con il senno di poi – che le policies di Anvur sono state proprio loro il più efficace vettore istituzionale della nostra attuale dipendenza da infrastrutture proprietarie, infrastrutture che sono l’esatta negazione dell’open science. Con quale credibilità Anvur dovrebbe ora promuovere la scienza aperta dopo che per anni ha contribuito a costruire incentivi che favoriscono l’uso e il valore strategico di dispositivi come la classificazione delle riviste e gli indicatori bibliometrici dipendenti da database commerciali? L’ipotesi che Anvur si faccia promotore della scienza aperta presenta un enorme problema di credibilità e richiede quanto meno una seria e profonda riflessione autocritica sul passato, altrimenti sembra solo maquillage istituzionale. Ad esempio, l’uso regolativo di Scopus ha trasformato il database di Elsevier (peraltro un soggetto in evidente conflitto di interesse nella sua duplice veste di editore e data broker) in un’infrastruttura obbligatoria per l’accesso alle carriere accademiche, facendo sì che lo Stato esternalizzasse a un soggetto con finalità di lucro una funzione pubblica strategica. E si badi: non è stata delegata solo la valutazione. Di fatto, lo Stato ha appaltato a un privato la definizione stessa di visibilità scientifica, nonché la definizione di che cosa debba considerarsi scienza. Ed è qui che affonda le radici il problema di credibilità pubblica che oggi investe università e ricerca scientifica. Come possiamo pretendere che i cittadini si fidino della scienza, quando noi stessi abbiamo accettato di subordinare la nostra autorevolezza agli algoritmi opachi di un monopolista privato? Verosimilmente la nostra crisi di credibilità nasce anche dal fatto che la scienza si è lasciata burocratizzare e privatizzare, smarrendo la sua natura di bene pubblico aperto. Poi, non meravigliamoci se la società ci guarda con sospetto e diffidenza! Certo, i cambiamenti in direzione del buon senso sono sempre possibili, perfino per una tecnostruttura come Anvur. Ma servirebbe un ripensamento strutturale del suo mandato, e non un suo ulteriore rafforzamento e assoggettamento all’esecutivo (come previsto dal recente DPR del 7 gennaio 2026). Ma soprattutto servirebbe una convinta e convincente elaborazione critica della responsabilità che i sistemi di valutazione hanno avuto nel consolidare ecosistemi proprietari della comunicazione scientifica. Il rischio è che si cerchi, gattopardescamente, una nuova funzione legittimante per conservare l’esistenza dell’agenzia, e non un modo percambiare davvero le pratiche della ricerca. Del resto, una scienza aperta imposta attraverso meccanismi di valutazione obbligatori rischia di diventare nient’altro che un nuovo dispositivo di governo delle condotte scientifiche. Così non si passa dalla costrizione alla libertà, ma solo da una forma di governo della scienza a un’altra, laddove invece la produzione della conoscenza richiederebbe il più elevato grado possibile di autonomia rispetto ai meccanismi amministrativi che pretendono di orientarla. Un’autentica scienza aperta implica la possibilità di pratiche plurali e autodirette. Al contrario, una scienza aperta amministrata dall’autorità valutativa rischia di assomigliare a una libertà concessa e regolata (potremmo dire octroyée, come certe costituzioni ottocentesche), e non a una libertà realmente esercitata. Per non parlare poi del paradossale doppio legame che si verrebbe a creare: la prescrizione “fai scienza aperta” diventerebbe la grottesca versione anvuriana del classico paradosso psicologico “sii spontaneo”. Bisogna intendersi su un punto preliminare: quando si parla di scienza aperta non dobbiamo riferirci semplicemente al compito di rendere accessibili pubblicazioni e dati, ma dobbiamo avere in mente innanzitutto il fine di preservare l’autonomia delle comunità scientifiche rispetto ai centri che ne governano incentivi e criteri di prestigio. Non intendo sostenere che la scienza aperta non possa essere promossa dalle istituzioni, tutt’altro. Sto dicendo invece che l’apertura della scienza cessa di essere tale quando viene definita e governata esclusivamente dall’autorità che pretende di garantirla. Insomma, se non abbiamo il coraggio morale e intellettuale di fare ammenda dei guasti provocati dalla valutazione di stato, sarà impossibile pensare di ricostruire un ambiente della ricerca sano e libero da condizionamenti impropri e incentivi distorsivi. Il problema, dunque, non è adottare incentivi diversi, né sostituire una valutazione con un’altra che magari premi di più le pubblicazioni in accesso aperto. Il problema è semmai uscire una volta per tutte dalla logica che affida il governo della ricerca alla combinazione di incentivo e prestigio. La questione da porre è radicale e ci interroga tutti: vogliamo istituzioni che orientino i comportamenti degli studiosi, oppure istituzioni che mettano a loro disposizione beni pubblici e infrastrutture comuni? Se il problema è la dipendenza da infrastrutture proprietarie, la soluzione non può consistere nel moltiplicare snervanti adempimenti valutativi, ma nel costruire, potenziare e diffondere beni pubblici a lungo termine nel campo della ricerca e della conoscenza scientifica. Per realizzare la cosiddetta “quinta libertà” prevista dall’Unione Europea (quella della conoscenza e della ricerca, dopo persone, merci, servizi e capitali) abbiamo bisogno soprattutto di promuovere archivi, piattaforme editoriali, strumenti didattici e infrastrutture digitali aperte che sottraggano la comunicazione scientifica alla rendita monopolistica. La mia non vuole essere ovviamente una critica all’azione pubblica in quanto tale. Non ogni intervento dello Stato, infatti, produce eterodirezione della ricerca. Vi è però una differenza decisiva tra istituzioni che governano le pratiche scientifiche somministrando incentivi premiali e rilasciando patenti di prestigio, da una parte, e istituzioni che forniscono infrastrutture comuni, lasciando alle comunità scientifiche la libertà di utilizzarle, dall’altra. Questo significa che alle istituzioni pubbliche non dobbiamo chiedere di governare la ricerca (come si è fatto finora con Anvur) ma pretendere che forniscano servizi e beni pubblici per la ricerca. In altre parole, per ottenere una ricerca di qualità non abbiamo bisogno di istituzioni che disciplinino, abbiamo bisogno semmai di istituzioni che abilitino. In definitiva, il tema non è scegliere tra una scienza aperta governata da ANVUR e una scienza aperta governata da Elsevier. L’alternativa è, invece, tra una conoscenza organizzata come bene pubblico e una conoscenza organizzata come risorsa da amministrare o da valorizzare economicamente. Se davvero vogliamo realizzare la quinta libertà europea, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di dirigere la scienza per interposta agenzia valutativa ma di garantire le risorse materiali e le condizioni infrastrutturali che consentano alle comunità scientifiche di esercitare finalmente la loro piena e costituzionale libertà di ricerca.   Relazione tenuta al convegno “La Scienza Aperta nel prisma dello European Research AREA Act (ERA Act). Il lavoro ancora da fare”, Cnr Roma 10 giugno 2026  
June 15, 2026
ROARS
Oltre le APC: cambiare il sistema
L’analisi di Samuel Moore e il position paper delle università olandesi convergono su una stessa diagnosi: l’attuale sistema di editoria scientifica, compreso il modello open access basato su APC, genera distorsioni e incentivi sbagliati. Per Moore, eliminare i finanziamenti alle APC non risolve il problema, ma rischia di spostarne semplicemente i costi. Il documento olandese mostra che la radice della crisi risiede nell’economia del prestigio e nei sistemi di valutazione della ricerca. La soluzione passa quindi da infrastrutture aperte e non commerciali, da nuovi criteri di valutazione e da una responsabilità condivisa tra ricercatori, istituzioni ed enti finanziatori. Solo una trasformazione culturale e sistemica può produrre un cambiamento duraturo. Vorrei commentare qui due contributi di origine diversa ma che in pratica parlano della stessa cosa. Samuel Moore fa una serie di considerazioni sulla decisione del Cancer Research UK di non finanziare più le APC per il gold open access. Le università olandesi pubblicano un position paper dal titolo Vision on publication culture. Entrambi i testi – l’analisi di Samuel Moore sulla decisione di Cancer Research UK e il position paper “Vision on Publication Culture” – partono da una diagnosi comune: il sistema attuale di editoria scientifica, incluso il modello open access basato su APC, non funziona ed è fonte di distorsioni profonde. Samuel Moore riconosce che il modello APC ha fallito: invece di rendere l’accesso più equo, ha rafforzato gli editori commerciali, incentivato la pubblicazione di massa e aggravato problemi come la crisi della peer review e la scarsa qualità di ciò che viene pubblicato. > more and more articles are published, as quickly as possible, with recourse to > as little paid labour as possible. Publishers prioritise scale, automation and > homogeneity to cope with this volume, leading to problems of fraud, oversupply > and peer review fatigue Tuttavia, il punto centrale del suo commento è un altro: ritirare i finanziamenti per l’open access è una risposta sbagliata (o forse incompleta). Secondo Moore, questa scelta non rappresenta un vero cambiamento, ma una forma di “austerità travestita da etica”: invece di trasformare il sistema, si limita a sottrarre risorse restando dentro la stessa logica di mercato che ha prodotto il problema. Il rischio è semplicemente spostare i costi (ad esempio sulle università) e indebolire ulteriormente la capacità di orientare il sistema. La sua posizione è chiara: non bisogna abbandonare l’open access, ma cambiarne radicalmente le modalità, investendo in modelli alternativi che non alimentino il circuito commerciale dominante. Moore suggerisce esplicitamente strade come sostenere infrastrutture editoriali comunitarie, incentivare i preprint, finanziare forme non commerciali di pubblicazione, coinvolgere le comunità disciplinari nella costruzione di soluzioni. Qui emerge una forte convergenza con il position paper delle università olandesi “Vision on Publication Culture” che porta questa intuizione a un livello più ampio e sistemico. Il documento infatti sostiene che il problema non è solo economico, ma culturale: l’intero sistema è dominato da un’economia del prestigio e da meccanismi di valutazione che premiano la sede di pubblicazione più del contenuto. Di conseguenza, tentare di risolvere la crisi restando all’interno dei canoni tradizionali dell’editoria scientifica – mercato delle riviste, competizione per il prestigio, metriche quantitative – produce inevitabilmente nuove distorsioni. Il modello gold basato su APC ne è un esempio emblematico: una riforma pensata per aprire l’accesso che si è perfettamente adattata alle logiche commerciali esistenti. Il position paper propone quindi un cambiamento più profondo: spostare la valutazione dalla rivista alla qualità e al contributo della ricerca, valorizzare una pluralità di output (dati, software, report, preregistrazione, preprint), promuovere apertura e condivisione precoce, costruire infrastrutture aperte, sostenibili e non commerciali. La differenza tra i due testi sta nel livello di esplicitazione, ma la direzione è la stessa e complementare: Moore critica il ritiro dei fondi perché non cambia il sistema, il position paper mostra che il sistema può cambiare solo uscendo dalle sue logiche interne. In sintesi, entrambi convergono su un punto cruciale: il problema dell’editoria scientifica non si risolve togliendo o redistribuendo risorse all’interno del modello attuale, ma trasformando la cultura della pubblicazione. Finché la ricerca sarà valutata in base al prestigio delle riviste e non al suo contenuto, ogni intervento – anche ben intenzionato – rischierà di riprodurre le stesse distorsioni o addirittura peggiori. Non si tratta più di correggere il sistema, ma di trasformarlo. Un numero crescente di studiosi e policy maker riconosce che gli strumenti finora adottati non sono sufficienti: intervenire sui meccanismi esistenti, senza metterne in discussione i presupposti, non fa che riprodurre le stesse disuguaglianze e inefficienze. Si parla dunque di una trasformazione radicale perché riguarda la cultura stessa della pubblicazione scientifica: i criteri di valutazione, le logiche di prestigio, le infrastrutture e i modelli economici in vigore da moltissimi anni. E, proprio per questo, non può essere demandata a un singolo attore. Coinvolge necessariamente più livelli: * le istituzioni accademiche, chiamate a riformare i sistemi di valutazione e carriera; * i singoli ricercatori, che devono essere messi nelle condizioni (e incentivati) a scegliere pratiche di pubblicazione più aperte e responsabili; * gli enti finanziatori, che hanno il potere – e la responsabilità – di orientare il sistema attraverso politiche mirate, investimenti e sostegno a modelli alternativi. La direzione è quindi sempre più condivisa (per lo meno fuori dal nostro Paese): uscire dall’economia del prestigio e costruire un sistema di comunicazione scientifica anche distribuito (publish review curate)  fondato su qualità, apertura e responsabilità collettiva. Solo un’azione coordinata tra questi diversi livelli potrà rendere possibile quel cambiamento strutturale che entrambi i testi indicano come ormai necessario. Questo post è uscito precedentemente su openscience.unimi.it
June 3, 2026
ROARS
Basta pagare per pubblicare in open access
Cancer Research UK rompe con l’open access commerciale e punta su modelli alternativi più sostenibili, in particolare il green open access. Il nodo è il drenaggio di risorse verso un sistema editoriale sempre più concentrato e costoso. Un primo passo verso una fase di cambiamento strutturale? We won’t be funding open access publishing any more. Questa la conclusione a cui giunge Cancer Research UK, una charity britannica che dimostra che sulla base delle evidenze le politiche possono (e devono) essere cambiate. La comunicazione aperta e trasparente dei risultati della ricerca appare doverosa quando questa è finanziata con fondi pubblici. Lo è ancora di più se tale ricerca a a che fare con la salute delle persone. Questa apertura e trasparenza rappresentano però una ulteriore voce di costo nei budget degli enti finanziatori. La decisione di sostenere finanziariamente l’open access gold (basato sul pagamento di article processing charges) implica un investimento di fondi importante che quindi vengono distolti dalla ricerca. Telethon, nel 2017, illustrando la propria politica di open access (la prima in Italia) come la scelta di adottare una politica di open access fosse stata dibattuta e sofferta proprio per le implicazioni connesse (la rinuncia a finanziare un progetto di ricerca in più). Una politica di apertura così costosa (in tutti i sensi) deve quindi prevedere frequenti monitoraggi e, se è il caso, anche ripensamenti. E’ il caso della Charity Cancer Research UK che in un recente comunicato ha dichiarato di non volere più sostenere finanziariamente le pubblicazioni ad accesso aperto. Il giudizio sulla strada presa dal movimento dell’accesso aperto (almeno nella interpretazione dell’editoria commerciale) è molto duro e netto. We need efficient scholarly communications to spread scientific ideas via a fair economic model. We currently don’t have that. The open access movement was bold and promising, but ultimately disappointing. Now is the time to stop and call for a new way to make publishing work. L’ente non disconosce l’accesso aperto come modalità di comunicazione trasperente dei risultati, ma ritiene che si debbano trovare modelli diversi di pubblicazione che non drenino così tante risorse. Per questa charity che si basa sulle donazioni si tratta di decidere come investire 5.2 milioni di sterline nei prossimi tre anni, e a quanto pare si è deciso di non fare aumentare ulteriormente i profitti di un oligopolio già ricchissimo. Ovviamente non è sufficiente disinvestire, ma è necessario un cambiamento a più livelli. Il primo passo sarà quello di modificare e ampliare le modalità di valutazione e di giudizio su qualità e impatto della ricerca, e di richiedere a chi applica per i fondi di presentare un CV narrativo che dia conto delle molteplici dimensioni della attività scientifica. Questo permetterà di prendere le distanze da quei numeri tossici che hanno portato alla attuale crisi della comunicazione scientifica e ad una economia del prestigio basata ormai molto più sulla forma che sulla sostanza. Il passo successivo sarà un ritorno al green open access attraverso il deposito in Europe PMC. Questa scelta non rappresenta dunque un rifiuto dell’accesso aperto, ma una critica all’attuale modello economico, considerato insostenibile. L’obiettivo è promuovere un cambiamento profondo: un sistema di pubblicazione più equo, in cui i costi siano sostenuti una sola volta e in modo trasparente, e che favorisca davvero la diffusione della conoscenza scientifica. Un sistema più efficiente e giusto potrebbe accelerare il progresso della scienza e portare benefici concreti soprattutto per quella ricerca che coinvolge i pazienti. La politica su open access aggiornata di Cancer research UK (sostegno del green open access e della prepubblicazione attraverso i server di preprint) va letta nel contesto più ampio di un ripensamento generale sulla editoria scientifica, sui suoi attori, sulle risorse impegnate, sulla sua robustezza,  che coinvolge la valutazione (CoARA), la gestione dei diritti sulle pubblicazioni scientifiche (secondary publication right) fondamentali per poter comunicare in maniera tempestiva i risultati, le modalità di pubblicazione promosse da governi ed enti di finanziamento (Publish Review Curate). Tutte azioni che tentano di rispondere ad un sistema in crisi ormai da anni. (questo post è parzialmente tratto dal sito openscience.unimi.it)
April 16, 2026
ROARS
Riportare la conoscenza scientifica nelle mani di chi la produce: dove sbaglia RFK jr.
Dopo Karen Maex ed EUA, un contributo di oltreoceano apparso su Chronicle of higher education. Il titolo parla da sé: What RFK Jr. Got Right About Academic Publishing. The system no longer works for anyone except corporate publishers.  Verrebbe da dire la soluzione sbagliata per la corretta individuazione del problema. (Ringrazio Luca de Fiore per la segnalazione). L’occasione del commento apparso sul Chronicle è la decisione da parte del governo americano, su suggerimento di RFK jr. di avviare la pubblicazione di proprie riviste scientifiche, vale a dire non più governate dagli interessi commerciali bensì da quelli politici. Dalla padella nella brace verrebbe da dire. Tuttavia il punto di partenza è corretto. Il sistema dell’editoria scientifica saldamente in mano ad un oligopolio di editori commerciali presenta forti inefficienze, causa disuguaglianze ed è fortemente orientato al profitto, con costi per pubblicare che raggiungono i 12000 dollari (Nature). Non è sempre stato così, una forte virata verso il profitto si ha con la comparsa di Robert Maxwell che rende l’editoria scientifica una attività produttiva fra le più vantaggiose (molto più di quella dei colossi del web come Google o dell’informatica come Microsoft ad Apple). Ai costi sostenuti dalle istituzioni (per leggere e per pubblicare), si aggiungono quelli degli enti finanziatori Agencies like the National Institutes of Health and the National Science Foundation spend billions on research, only for the findings to be locked behind expensive paywalls. Authors are often required to surrender copyright to publishers, losing ownership of their publicly funded work. Taxpayers fund research, universities pay faculty to conduct it — and both must pay again to access the results. L’open access nella versione degli editori commerciali (gold open access) ha ulteriormente complicato la situazione, aumentato i costi e accresciuto le disuguaglianze. While meant to democratize access, APCs created new barriers for researchers and allowed commercial publishers to retain dominance L’autore dell’articolo su The Chronicle of higher education, professore a Stanford e già associate director del NIH, definisce quattro grossi problemi dell’editora scientifica: La peer review (difficoltà a trovare revisori, mancato riconoscimento e inaccuratezza legata spesso a scarsità di tempo). Le APC che costringono a recuperare fondi anche ricercatori molto giovani e privi di finanziamenti La formattazione degli articoli (ogni volta diversa) che richiede tempi lunghi e che non aggiunge nulla al contenuto L’accesso chiuso che impedisce una disseminazione ampia delle ricerche. La soluzione a questi problemi e inefficienze non è quella di creare un pacchetto di riviste curato dal governo, ma guarda caso quella di basarsi su infrastrutture pubbliche governate dalla comunità scientifiche. The solution is not federal control as suggested by Kennedy, but rather university-led publishing grounded in academic values and supported by modern infrastructure. E così si torna al discorso di Karen Maex (Protect independent and public knowledge) In un sistema di questo tipo revisori ed editors sono ricompensati per il loro lavoro in temini di riconoscimento della attività per gli avanzamenti di carriera o di riduzione di certi carichi istituzionali, le infrastrutture sono gestite dalla istituzioni (anche in forma consortile) e tutte le pubblicazioni sono messe a disposizione ad accesso aperto. I fondi ci sono già nel sistema, ma vanno ridirezionati. This model will require investment, but the funds already exist — locked up in excessive publisher fees. Universities and research institutions currently spend hundreds of millions annually on subscriptions and APCs. Redirecting even a portion of that spending to support in-house publishing could drastically reduce costs and improve access. Commercial publishers enjoy profit margins of 30-40 percent. By eliminating those margins, a university-based system could offer high-quality publishing at far lower cost. Se la soluzione prospettata da Kennedy è totalmente sbagliata il punto di partenza è del tutto corretto The current system no longer works for anyone except corporate publishers. Rather than replacing private publishers with a government-run platform — which raises concerns about political interference — we should empower academic institutions to reclaim control over scholarly communication. Abbiamo la tecnologia, abbiamo l’expertise, abbiamo i fondi. Ciò che manca è la volontà di costruire un sistema that serves science rather than exploits it (pubblicato su: https://openscience.unimi.it/blog/)
July 9, 2025
ROARS