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Il PNRR e il Sud che non vediamo
L’ultimo referto della Corte dei conti mostra un Mezzogiorno che realizza i progetti più rapidamente, ma spesso perché dispone di interventi più piccoli e di minori risorse. Tra aree interne, spopolamento e capacità amministrativa, il divario territoriale resta aperto. C’è un paradosso al cuore dell’ultimo referto della Corte dei conti sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, delibera n. 12/2026 delle Sezioni riunite in sede di controllo, approvata il 27 maggio 2026, che merita di essere nominato con chiarezza, senza eufemismi tecnocratici. I progetti del PNRR avanzano più velocemente al Sud. Lo dice la Corte stessa: «i progetti procedono più speditamente nel Mezzogiorno, con una durata media inferiore di oltre due mesi (64 giorni) rispetto al dato italiano». Al Nord le durate sono superiori di 40 giorni. Se ci si fermasse qui, si potrebbe leggere il dato come un successo, perfino come una smentita del pregiudizio che vuole il Mezzogiorno condannato al ritardo strutturale. Ma la Corte aggiunge una nota metodologica che ribalta tutto: questa velocità dipende probabilmente dalla «minore dimensione finanziaria dei progetti», non da una maggiore capacità realizzativa. Il Sud corre su cantieri più piccoli. Il Nord rallenta perché costruisce di più. È questa la trappola concettuale che attraversa il rapporto e che nessun comunicato istituzionale ha il coraggio di svelare fino in fondo. IL CLUSTER DELL’ECONOMIA FRAGILE: UN RITRATTO GEOGRAFICO La parte più densa e preziosa della delibera — la Sezione II, dedicata alle “aree interne” — introduce una tassonomia che rompe con la semplificazione del dualismo Nord-Sud e, al tempo stesso, lo conferma, in forma più granulare e spietata. Attraverso un’analisi cluster condotta su 3.834 comuni classificati come “Area Interna” secondo la tassonomia Istat 2021–2027, la Corte individua quattro profili territoriali. Il primo si chiama “Economia fragile”: comuni caratterizzati da condizioni economiche sfavorevoli, deprivazione socio-economica mediamente del 49,5% superiore alla media nazionale, basso tasso di occupazione (54%), copertura degli asili nido al 5%, scarsa presenza di servizi turistici. «I Comuni rientranti in tale gruppo sono localizzati quasi interamente nel Mezzogiorno», scrive la Corte. Su 1.368 comuni classificati in questo cluster, 1.279 sono nel Sud e nelle Isole. Non è un dato marginale: è la mappa della marginalizzazione strutturale del Paese. La Corte costruisce questo apparato analitico innovativo; la lettura per cluster supera il vecchio schema delle macro-ripartizioni e poi lo lascia sospeso, senza che le sue implicazioni politiche vengano tratte con la necessaria radicalità. Noi proviamo a farlo. LA CLAUSOLA DEL 40% E LA SUA ELUSIONE Il PNRR prevedeva, per alcune misure, una riserva del 40% delle risorse a favore del Mezzogiorno. Era un impegno politico significativo, un argine contro il meccanismo ordinario che tende a concentrare le risorse lì dove le strutture di spesa sono già più rodate. La delibera n. 12/2026 registra, quasi di passaggio, che per la misura di efficienza energetica di cinema, teatri e musei (M1C3) i bandi prevedevano una quota del 40% a favore del Mezzogiorno, ma il tetto è stato rispettato solo per il 32,8%, per carenza di candidature idonee dalle Regioni interessate. Qui bisogna soffermarsi. La “carenza di candidature” non è un fatto neutro, non è una libera scelta del territorio. È il riflesso di una capacità amministrativa e progettuale strutturalmente più debole, che a sua volta è l’esito di decenni di sottoinvestimento nei sistemi locali. La clausola del 40% nasce esattamente per compensare questo squilibrio, ma finisce per essere aggirata proprio perché le condizioni di partenza non sono state adeguatamente presidiate. Il risultato è che le risorse destinate a colmare il divario si concentrano dove il divario è minore. LO SPOPOLAMENTO COME TRAPPOLA AUTO-RINFORZANTE Tra i dati più perturbanti della relazione vi è la descrizione del circolo vizioso che governa le aree periferiche: l’assenza dell’asilo nido scoraggia le giovani coppie dal trasferirsi o dal restare, la popolazione fertile si riduce ulteriormente, la domanda potenziale scende ancora, rendendo il servizio ancora meno sostenibile. La Corte chiama questo meccanismo «trappola demografica auto-rinforzante». Non è una metafora: è la dinamica reale di centinaia di comuni del Meridione, dove la copertura degli asili nido è al 5% contro il 19% dei poli urbani. Il PNRR ha stanziato complessivamente circa 21,9 miliardi di fondi PNRR per progetti localizzati nelle aree interne. Ma la distribuzione per Missione rivela una debolezza strutturale: la Missione 3, quella dedicata alle infrastrutture di trasporto, è la più sottodimensionata, con soli 19 progetti per 335 milioni di euro. La ferrovia Salerno-Reggio Calabria ad alta velocità è il solo intervento classificato come “in ritardo” con un grado di criticità di livello alto. COSA CHIEDE QUESTO REFERTO La delibera n. 12/2026 non è un documento di denuncia: è un atto di controllo. Ha il tono pacato e l’architettura argomentativa della magistratura contabile. Ma tra le righe di quella pacatezza si legge un messaggio inequivocabile: il PNRR, nella sua configurazione attuale e nei meccanismi con cui viene attuato, non sta producendo convergenza territoriale. Sta producendo avanzamento, e questo va riconosciuto, ma non riduzione del divario. Il Sud corre su cantieri più piccoli, partecipa meno ai bandi, riceve meno risorse di quelle che gli spetterebbero, abita comuni che la stessa Corte definisce a “economia fragile” e che sono quasi tutti meridionali. Finché queste evidenze non diventano il centro del dibattito politico, non il margine tecnico di una relazione semestrale, il PNRR resterà un’occasione parzialmente mancata. Non è questione di volontà dei singoli comuni o delle singole regioni. È questione di come si costruisce una politica di sviluppo che parta dalle condizioni reali e non presupponga una uniformità che non esiste. FONTI Corte dei conti – Delibera n. 12/SSRRCO/REF/2026, Relazione sullo stato di attuazione del PNRR Art. 7, comma 7, d.l. 31 maggio 2021, n. 77 – Gazzetta Ufficiale Istat – Classificazione dei comuni nelle aree interne 2021–2027 Cerqua, Giannantoni, Zampollo, Mazziotta – The Municipal Administration Quality Index: The Italian case CENSIS – Supporto operativo alla strategia delle aree interne Sistema ReGiS – monitoraggio, rendicontazione e controllo PNRR Struttura di Missione PNRR – Presidenza del Consiglio dei Ministri Francesco Russo
June 15, 2026
Pressenza
Un’Italia policentrica e il fermento delle città intermedie. I dati del Rapporto di Mecenate 90
Sono 157 le città intermedie individuate nel Rapporto ricomponendo la geografia territoriale del nostro Paese – 73 nel Nord Italia, 44 nel Mezzogiorno e 40 nelle regioni del Centro –. È il primo dato tra i tanti raccolti nel secondo volume “L’Italia Policentrica. Il fermento delle città intermedie”, curato da Mecenate 90 in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne. Si tratta di città che producono un valore aggiunto pro-capite più alto del 16% rispetto al resto d’Italia (34.154 contro 29.534 euro nel 2022); resistono in prospettiva meglio all’inverno demografico contenendo il calo della popolazione al 4,5% tra il 2024 e il 2050 a fronte di una contrazione prevista del 7,3% della media italiana; presentano un indice di qualità della vita superiore del 7,3% rispetto alle città metropolitane e di ben il 27% più alto delle altre città del Paese. Sono città che ospitano imprese di eccellenza del Made in Italy e ad alto contenuto innovativo, città che esprimono dinamismo sociale, culturale ed economico e creano opportunità concrete per contrastare lo spopolamento e l’insufficiente dotazione di infrastrutture fisiche e digitali. Le città intermedie accolgono 10.690.518 residenti, il 18,1% della popolazione italiana (dati al 2024); 95 Comuni capoluogo non metropolitani; 33 Comuni non metropolitani con presenza o accessibilità ai servizi essenziali e un indice di offerta turistica maggiore o uguale a 4,6 posti letto ogni 100 abitanti; 29 Comuni non metropolitani, con presenza o accessibilità ai servizi essenziali, Centri di un Sistema Locale del Lavoro con specializzazione produttiva prevalentemente manifatturiera. Oltre la metà (83 Comuni) ha una dimensione demografica che va dai 50mila residenti e oltre. La città più grande è Verona con 255.298 residenti; seguono le città di Padova (207.502 residenti), Trieste (198.843 residenti), Brescia (198.259 residenti) e Parma (198.121 residenti). In termini di superficie la città più grande è Ravenna con un’estensione di 651,85 chilometri quadrati di territorio, mentre Riccione è la città con la minore superficie territoriale, pari a 17,9 chilometri quadrati. La città più densamente popolata è Monza, con 3.758 abitanti per chilometro quadrato, mentre Enna è la città che registra la minore densità abitativa, con 71 abitanti per chilometro quadrato. Dal 2010 a oggi la classifica dei tassi di crescita delle imprese ha sempre visto primeggiare le aree metropolitane, così come le città intermedie. Prendendo in considerazione le 12 regioni che presentano all’interno dei propri confini almeno un’area metropolitana si nota come in ben 8 (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Sicilia e Sardegna) le città intermedie fanno registrare un tasso di crescita superiore alle aree metropolitane. Oltre che per la qualità della vita queste realtà si distinguono per una produzione di valore aggiunto pro-capite superiore alla media nazionale del 16% – 34.154 euro contro 29.534 euro, dati del 2022 – e per una capacità di resistere meglio, in prospettiva, all’inverno demografico. Si stima, infatti, che nelle città intermedie tra il 2024 e il 2050 la popolazione diminuirà del 4,5%, mentre nel resto d’Italia questa contrazione raggiungerà quota 7,3%. Gli esiti del Primo Rapporto, realizzato prima della pandemia, restituirono profili di città determinate a fare futuro, con un ben definito progetto di città e percorsi necessari per realizzarlo, con modi e forme differenti nel delineare gli obiettivi e nell’attivare azioni condivise tra Istituzioni, imprese e cittadini. Gli esiti di questo Secondo Rapporto ci consegnano profili di città determinate a creare opportunità per contrastare le vulnerabilità dovute al progressivo invecchiamento della popolazione, allo spopolamento, all’insufficiente dotazione di infrastrutture fisiche e digitali. “Pur facendo la tara della mia passione per i processi di autopropulsione della nostra società, scrive il Presidente del Comitato Scientifico di Mecenate 90, Giuseppe De Rita, devo riconoscere che, atterrando ancora una volta sulla realtà (nelle dieci città di Caltagirone, Catanzaro, Chieti, Lecco, Livorno, Macerata, Novara, Padova, Salerno, Taranto) trovo certo delle fragilità antiche e nuove, ma trovo specialmente una forte tensione a crescere e una forte “soggettualità” di sviluppo collettivo”. E il Presidente di Mecenate 90 Daniele Pitteri aggiunge: “Rispetto alle dinamiche di sviluppo dell’ultimo Novecento e del primo decennio di questo secolo, le città intermedie tendono a disegnarsi e a definirsi per differenziazione, definendo una propria ‘dimensione immateriale’ attraverso l’esaltazione dei caratteri di unicità e di tipicità, tuttavia pensando e definendo il proprio posizionamento in una dimensione internazionale che valorizza, armonizzandoli, la tensione allo sviluppo economico e la qualità della vita sociale”. Qui per scaricare la sintesi del Rapporto “L’Italia policentrica. Il fermento delle città intermedie”: https://www.tagliacarne.it/files/251127/sintesi_italia_policentrica_mecenate90.pdf Giovanni Caprio
December 4, 2025
Pressenza
Aree interne: anche i vescovi critici sul piano del governo
Il Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-2027 (PSNAI), approvato dal Ministro per le politiche di coesione è attraversato, come è stato diffusamente rilevato, da un certo pessimismo. Si ha quasi l’impressione che di fronte alle criticità di queste aree si sia sul punto di “gettare definitivamente la spugna”, soprattutto quando si legge che “queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”, oppure che “nessun Comune ha di fronte un destino ineluttabile in relazione alle coordinate geografiche in cui si trova, ma sono molti i Comuni che rischiano un percorso di marginalizzazione irreversibile per le dinamiche demografiche che li caratterizzano”: https://politichecoesione.governo.it/media/ihnf1qaq/1_contributo-cnel-demografia-delle-aree-interne-e-condizioni-per-uninversione-di-tendenza.pdf. L’allegato al piano messo a punto dal demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina, all’Obiettivo 4, denominato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile” è, per alcuni versi, ancora più esplicito: “Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni), oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”: https://politichecoesione.governo.it/media/ihnf1qaq/1_contributo-cnel-demografia-delle-aree-interne-e-condizioni-per-uninversione-di-tendenza.pdf. Pur prendendo atto, senza alcun romanticismo, dell’oggettivo declino in atto in queste comunità e delle difficoltà nel cercare di tirarle fuori dalla marginalizzazione, il destino segnato che viene loro assegnato risulta per lo meno sbrigativo, se non altro perché parliamo di 1.060 Comuni con circa 2 milioni di abitanti per una superficie territoriale di circa 51 mila kmq, che rappresentano il 13,4% di tutti i Comuni italiani, il 3,3% della popolazione nazionale e il 17% di tutta la superficie nazionale. Realtà ove a fianco di indiscutibili criticità quotidiane, non mancano adattamenti, esperimenti e resistenze che meritano di essere considerati. Per questo, oltre 150 soggetti, tra cui docenti universitari, sindaci, urbanisti e operatori culturali, a giugno  hanno sottoscritto un appello pubblico contro la logica dell’“irreversibilità”, che a loro avviso significa “un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia”. I firmatari chiedono una revisione del piano, invitano i Consigli comunali a pronunciarsi in merito e offrono collaborazione per costruire strategie concrete di rilancio: https://uncem.it/piano-aree-interne-e-lo-spopolamento-irreversibile-da-accompagnare-uncem-si-investa-nel-modo-giusto-con-la-nuova-programmazione-europea-28-34/. Ora a far sentire la propria voce anche 139 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati, che hanno sottoscritto una  “Lettera aperta al Governo e al Parlamento” e che sarà consegnata all’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree fragili”, quale contributo affinché non ci si rassegni a sancire la morte di una parte significativa del Paese. Nella lettera si chiede che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne, si sollecitino le forze politiche e i soggetti coinvolti a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese e si chiede di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico. Occorre “ribaltare la definizione delle aree interne, si legge nella lettera, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo – in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità – a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina.” Qui la lettera: https://www.chiesacattolica.it/aree-interne-lettera-aperta-al-governo-e-al-parlamento/. Giovanni Caprio
August 29, 2025
Pressenza
Mezza Italia dovrà essere accompagnata in un percorso di spopolamento irreversibile…
SECONDO IL PIANO STRATEGICO NAZIONALE DELLE AREE INTERNE, MOLTI COMUNI DELLE AREE INTERNE CHE SI TROVANO LONTANI DAI CENTRI DOVE SI CONCENTRANO I SERVIZI ESSENZIALI VANNO SEMPLICEMENTE ASSISTITI IN UN PERCORSO DI DECLINO E INVECCHIAMENTO E NON POSSONO ASPIRARE A UNA INVERSIONE DI TENDENZA. TANTE LE VOCI CHE SI SONO SOLLEVATE CONTRO LA DECISIONE DEL GOVERNO, RITENENDOLA INACCETTABILE. Non si placano le discussioni generate dal nuovo “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne” firmato dal ministro per le Politiche di coesione (e per gli Affari europei e il Pnrr) Tommaso Foti, nel quale circa quattro mila comuni italiani – con una popolazione pari al 23% del totale nazionale – vengono definiti secondo una distinzione su quattro tipologie di obiettivi. Uno dei quali (il numero 4) così recita: «Obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita». Una frase decisamente esplicativa che pare voler ammettere l’impossibilità di mettere in campo una strategia utile a favorire la “restanza” o il ritorno di persone, famiglie e attività economiche o agricole in quelle aree definite da molti come “marginali” e in continuo e progressivo spopolamento. Se le parole hanno (ancora) un senso logico, il nuovo Piano del Governo dà per assodato che gran parte di questi quattromila comuni non abbiano un futuro e debbano, appunto, essere semplicemente aiutate a gestire una lenta agonia anagrafica e sociale. Come indica Alfonso Scarano su il Fatto Quotidiano «Non si investirà più per trattenere i giovani o attrarne di nuovi. Non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza». > Franco Arminio, poeta e paesologo, ha espresso puntualmente il suo stupore > «Non immaginavo che si potesse arrivare a concepire vasti territori > dell’Italia come un Hospice per malati terminali». > > Il Presidente dell’Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) Marco > Bussone ha invitato il Governo ad eliminare il paragrafo “incriminato” «per il > bene del Paese, per la sua coesione alla quale tutti e tutte lavoriamo. Ma per > stralciarlo, azzerare quel punto, occorre sciogliere un nodo importante. > Ovvero, quanto investiremo in termini di milioni e miliardi di euro sulle aree > interne e montane dal 2026 al 2034, in questa e nella nuova Programmazione > comunitaria, andando oltre le 73 più 43 aree interne sperimentali, unendo SNAI > a Strategia delle Green Community a Strategia per la Montagna, favorendo gli > investimenti pubblici e per le imprese, evitando che le strategie siano solo > per il Mezzogiorno, e che le sperequazioni territoriali siano viste solo tra > nord e sud del Paese, individuando strumenti per la riorganizzazione > istituzionale, la governance e il lavoro insieme dei Comuni, favorendo la > managerialità negli Enti locali che condividono funzioni e servizi sulla > stessa valle e sull’ambito territoriale ottimale, modificando norme nazionali > in particolare su scuole e sanità che permettano di potenziare servizi > pubblici decisivi. Come esiste l’Agenda Urbana, il Ministro Foti e il > Vicepresidente della Commissione UE Fitto possono individuare finalmente una > Agenda europea e nazionale per la Montagne e per le Aree interne. Solo così > evitiamo lo spopolamento. Che, secondo Uncem, non è irreversibile». > > Per l’antropologo e studioso Vito Teti «le politiche che si stanno adottando > sono tali da rendere irreversibile il fenomeno dello spopolamento. Anziché > alimentare speranza e fiducia si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità > di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Il > problema non è solo di ordine strutturale, economico e demografico, ma è > proprio di ordine antropologico-culturale e di creazione di una sorta di > disaffezione ai luoghi da parte dei giovani che non trovano un buon motivo per > restare, oltre alla mancanza di interventi che realizzino esperienze positive, > in controtendenza rispetto allo spopolamento. Non si dice ai giovani che hanno > il diritto di restare, che possono impegnarsi e mobilitarsi per cambiare le > cose. Non si dice ai giovani che possono avere la speranza di cambiare le > cose, questa è una sorta di resa e di requiem per paesi che sono moribondi > ormai da circa settant’anni e che adesso stanno arrivando a una vera e propria > morte. In alcune dichiarazioni sembra quasi ci si rassegni a una sorta di > eutanasia dei paesi, mentre bisognerebbe dire che i paesi hanno diritto di > vivere anche se hanno un solo abitante, che semmai dovrebbero essere messi in > condizioni di vivere bene e dignitosamente». Quanti anni sono trascorsi da quel particolare periodo in cui la pandemia in atto pareva avere innescato un processo di nuovo interesse per la vita di comunità lontane dalle grandi aggregazioni metropolitane? Sembrerebbero secoli, non anni. E la “Politica” non pare certamente possederne memoria… Forum Salviamo il Paesaggio
July 10, 2025
Pressenza
E se la soluzione allo spopolamento fosse un flusso migratorio virtuoso verso i paesi?
Partendo dal dibattito che si è acceso sul tema in questi giorni, Paolo Piacentini – presidente onorario di FederTrek – prova a immaginare una risposta al problema dello spopolamento delle aree interne. Nelle ultime settimane è esplosa la polemica politica sul tema dello spopolamento delle aree interne. Il confronto dal Parlamento si è trasferito all’esterno coinvolgendo l’antropologo Vito Teti, chiamato in causa in modo alquanto maldestro dal ministro Foti. Vito ha risposto con la sua consueta lucidità e altrettanto ha fatto lo storico dell’Appennino Augusto Ciuffetti. Entrambi hanno evidenziato l’assenza di una visione chiara che, bisogna ammetterlo, viene da molto lontano e quindi ha responsabilità politiche bipartisan. Alle prime risposte accennate è seguita una lettera molto importante per contenuti e valenza politica da parte del sindaco di Gagliano Aterno Luca Santilli, a cui ha fatto seguito un articolo a più pagine, sul quotidiano il Centro. A seguito della ferma presa di posizione del sindaco di Gagliano Aterno si sono fatti sentire altri sindaci per evidenziare tutti quei fenomeni di nuovi insediamenti che danno quella speranza che il governo sembra non voler cogliere. Parlare dello spopolamento come fenomeno irreversibile vuol dire lasciare che le nostre aree interne, soprattutto in alcune aree montane più lontane dal “centro” politico e geografico, diventino un territorio da invadere con un economia estrattivista sempre più imperante. Senza riprendere le riflessioni di Vito e di Augusto, che pur nelle loro sfumature e diversità condivido da tempo, provo a mettere il dito nella piaga di alcune problematiche troppo spesso sottovalutate. Quando si parla di politiche per arginare lo spopolamento o addirittura provare ad attivare un controesodo la presenza della natura o del valore dei paesaggi sembrano essere elementi secondari perché non hanno un valore economico tangibile. Come a essere trascurata è la fragilità della maggior parte delle aree interne, soprattutto quelle montane. Di quest’ultimo problematica ci si rende conto solo quando arriva la frana di turno, fenomeno che negli ultimi è sempre più frequente. Partiamo dalla presenza delle risorse naturali nel loro insieme alle quali, da molti anni, è stato riconosciuto un valore economico attraverso il meccanismo virtuoso dei servizi ecosistemici. L’aver dato un valore economico alle risorse naturali per incentivare le comunità locali a mantenerle nel tempo anche a beneficio delle future generazioni è stata una grande novità, ma purtroppo ad oggi siamo all’anno zero. Qualche situazione è stata attivata ma rispetto alla grande opportunità di trasformazione  culturale, sociale ed economica sul come riabitare le aree interne con una nuova consapevolezza purtroppo nulla di significativo sembra emergere. Il mancato funzionamento dei servizi ecosistemici sta, in piccola parte, nella complessità del meccanismo, ma il limite più grande lo troviamo nelle  istituzioni preposte e nella politica tutta che non hanno creduto alle potenzialità di tale strumento. Immaginate una piccola comunità, anche quella più marginale in termini geografici, che viene coinvolta nella corretta gestione delle risorse naturali traendone un vantaggio economico e sociale. A quel punto, se il meccanismo dovesse andare a regime forse non servirebbero altre politiche fiscali di vantaggio e nel medio lungo termine i finanziamenti d’investimento o per la spesa corrente potrebbero trovare una finalizzazione più coerente con le esigenze delle comunità interessate. ll territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Se i luoghi non trasmettono più un significato legato alle attività umane – siano esse produttive, ludiche, religiose o altro – a subentrare è quello che Vito Teti definisce in modo molto chiaro come spaesamento. Si vive in un territorio come residenti senza esserne dei veri abitanti se leghiamo questo sostantivo al prendersi cura di uno spazio geografico ben definito. Non ci potrà mai essere una seria politica per la montagna e per le aree interne se le istituzioni preposte non andranno oltre quelle misure legislative, economiche e fiscali che comunque vanno messe in campo, per andare a lavorare seriamente per far nascere una nuova cultura dell’abitare. Mi capita spesso di affermare, nel mio girovagare appenninico, che il vero abitante di un luogo è colui che si prende cura dei paesaggi, intesi nella loro complessità storico-culturale, naturale e ambientale. Può esistere anche un abitare temporaneo, come accade ad esempio al viaggiatore consapevole che contribuisce a far ri-nascere un nuovo modo di rapportarsi ad ogni singolo territorio. Certo non può definirsi abitante temporaneo il turista mordi e fuggi, fosse pure “ lento” e dolce. Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Capita sempre più frequentemente che a ridare un senso all’abitare in modo nuovo le aree interne e montane siano i nuovi arrivati ed è per questo che non è assolutamente banale pensare a una politica demografica che incentivi un virtuoso flusso migratorio verso i piccoli paesi. Per stare con i piedi per terra e cercare di tenere aperto un confronto laico con chiunque ha a cuore le aree interne della nostra Penisola bisogna allora avviare una nuova stagione d’ascolto e proposta che abbia alcuni punti fermi: * Effettiva attuazione dei servizi ecosistemici, compresa la parte dei benefici immateriali per attivare la non più rinviabile alleanza tra città e montagna basata sulla consapevolezza di quanto l’urbanizzazione delle pianura e della costa dipendono dalle risorse della “spina dorsale” del Paese. * Favorire i processi migratori dalla città alle aree interne – cosa che, in piccola parte, accade da qualche anno – attraverso una seria defiscalizzazione delle attività produttive, sociali e culturali. * Frenare con norme molto stringenti i fenomeni speculativi che, oltre a essere molto spesso eterodiretti, estraggono risorse senza nessun vantaggio per le comunità locali. La politica per frenare la crisi demografica è molto complessa e la mia vuole essere un’analisi parziale che tocca aspetti scarsamente attenzionati nel dibattito pubblico. Ci torneremo.   Italia che Cambia
July 9, 2025
Pressenza