In Brasile non è scesa la notte
Alle 9,09 della sera del 25 ottobre anche l’infido presidente di turno del
Tribunale Superiore Elettorale, Kassio Nunes Marques, ha riconosciuto con una
dichiarazione ufficiale la vittoria di Luis Inácio Lula da Silva come presidente
della Repubblica Federativa del Brasile. Si è chiusa così formalmente una
tesissima competizione composta di due fasi: la prima fra agosto e inizio
ottobre 2026 conclusa con il turno elettorale generale, la seconda fra il 4 e il
25 ottobre per i ballottaggi. Ma già verso le 20.00 le proiezioni attestavano il
sorpasso e dalle strade era salito un grido liberatorio. Dal primo al secondo
turno sono passati dall’astensione, dal voto nullo o dal voto bianco al voto
valido oltre dieci milioni di suffragi, dei quali 71% per Lula; nel solo Stato
di San Paolo (il più popoloso, ricco e di destra del Paese) oltre due milioni.
Il distacco fra cittadini e cittadine che hanno preferito Lula a Flavio è stato
di oltre 4,4 milioni, un margine difficile da contestare. Che cosa ha prodotto
questo cambiamento di comportamento di masse significative non è ovvio,
bisognerà approfondire con cura. Ma alcuni elementi si colgono già con uno
sguardo iniziale.
Intanto va notato che sociologi, statistici, sondaggisti poco conoscono della
società brasiliana con il risultato che diffondono fake news preterintenzionali.
Tutte, senza eccezione, le grandi agenzie di analisi di dati (di proprietà di
banche e istituti finanziari) hanno ripetuto in modo martellante che Flavio era
in vantaggio di due punti su Lula. Solo uno studio poco noto parlava di
pareggio: 50 a 50. Quanto i sondaggi condizionano l’agire dei candidati e quanto
le scelte degli elettori oscillano e si modificano di fronte ad affermazioni
mascherate dalla “certezza” dei numeri?
Lo schieramento bolsonarista ha preso per buone queste previsioni e nel mese di
ottobre si è dedicato a organizzare il futuro governo che credeva suo. Così ha
scelto come probabili ministri persone rozze e facili a dichiarazioni
inquietanti che hanno messo in allarme molti: Daniela Marques per l’economia
(«Bisogna tagliare nella carne viva» per ridurre il bilancio federale di 200
miliardi di R$ all’anno, 1,5 del PIB); Claudio Lottenberg, medico di una clinica
esclusiva, per la sanità («Il SUS non ha bisogno di ulteriori finanziamenti»);
forse Guilherme Deritte per la sicurezza pubblica, considerato eccessivo persino
dai sui colleghi di San Paolo. La spropositata certezza di successo di Flavio
era peraltro giustificata sia dalla prepotenza del candidato, sia dal fatto che
lo stesso ha avuto, da agosto in poi, l’appoggio pieno della stampa economica
(Band e Globo), della stragrande maggioranza degli imprenditori a cominciare
dalla Fiesp/Federazione delle industrie dello Stato di San Paolo (con poche
eccezioni, come il colosso delle proteine animali JBS), dell’agribusiness, del
complesso finanziario legale e illegale, della quasi totalità delle chiese
neopentecostali (parzialmente arginate da una prudente assunzione di
responsabilità della Chiesa cattolica), delle milizie, della criminalità
organizzata. Senza dimenticare l’intromissione internazionale. Atteggiamento
opposto valeva per il campo progressista.
Come è stato arginato tutto questo nel clima teso del periodo 4-25 ottobre? Con
una tensione prodotta da un fattore emotivo: l’euforia della destra e,
specularmente, la delusione dell’area di centro-sinistra rispettivamente per
avere vinto e per essere stata superata nel primo turno. Anzitutto vaste masse
hanno autonomamente compreso il progetto di convergenza tra la destra e
l’estrema destra al di là delle parole del loro rappresentante («Non toglierò il
bonus famiglia», «Tutti potranno difendersi con più armi» ecc.).
Lula personalmente ha dato un contributo insostituibile alla comprensione del
nuovo fenomeno politico rappresentato da Bolsonaro jr. Fin dall’inizio del
confronto per il secondo turno ha utilizzato per definire l’avversario il
termine “miliziano” (senza che nessuna denuncia per ingiuria sia stata
depositata al riguardo). «Mai avrei pensato di dovermi confrontare con un
fascista miliziano», ha ripetuto la notte del 25 ottobre nella grande
manifestazione spontanea della Avenida Paulista a San Paolo. E ciò, ha aggiunto,
è delegittimante per un presidente che deve dialogare in continuazione con i
grandi del mondo e nelle istanze internazionali: infatti Flavio, nell’ideologia
e nella pratica fascista, rappresenta il filone, particolarmente ripugnante, che
le salda con la struttura delle milizie paramilitari. Con Flavio presidente la
milizia avrebbe occupato il vertice dello Stato. E ciò è stato ben compreso e
respinto da vasti settori.
In questo contesto di presa di coscienza diffusa e di massa si è rotto
l’incantesimo della passività e dell’antipolitica. L’espressione maggiore di
questo fatto centrale si è avuta sabato 24 ottobre pomeriggio. Per la
manifestazione di chiusura della campagna del fronte progressista un fiume
immenso di giovani adulti ha inondato e sommerso l’Avenida Paulista a San Paolo
in uno spazio di 2.400 metri per 47: un fiume sereno, sorridente, colorato,
determinato. Di nuovo la sera e la notte del 25 ottobre sono affluiti, sempre
alla Paulista, gli stessi infiniti giovani adulti decisi a costruire il proprio
destino. Anche nell’infelice tornata elettorale del 4 ottobre per il Senato e
per la Camera si è formato un gruppo non piccolo di uomini e donne fra i 30 e i
40 anni dal quale emergeranno gruppi dirigenti innovativi che già in parte si
vedono.
Vorrei chiarire che cosa intendo dire parlando di partecipazione spontanea. Il
fronte di sostegno a Lula ha moltiplicato comizi e incontri e preparato montagne
di materiale di propaganda stampato e online, ma tutto questo è stato preso in
mano da migliaia e migliaia di persone lontane dalla militanza classica ed è
stato diffuso con contatti diretti, messaggi di comunicazione non verbale
riconosciuti e condivisi, assunzione di iniziative di singoli e piccoli gruppi
dei tipi più diversi. Tutto ciò senza, ovviamente, sottovalutare l’impegno di
partiti, sindacati, movimenti. È stata un’azione coraggiosa che ha sfidato un
clima onnipresente di minacce: «Se vince Lula ti licenzio», dicevano le padrone
alle domestiche o i padroni nei luoghi di lavoro. «Se nel tuo quartiere non c’è
il numero di voti che vogliamo, picchiamo la tua famiglia» dicevano le milizie
nella favelas di Rio. «Vi mandiamo via» minacciavano le alte gerarchie a pastori
e fedeli di parrocchie neo pentecostali e così via.
Ma qualche cosa si è mosso dentro alla società ed è affiorato alla superficie
con una forza incontenibile. Questa spinta iniziale mossa dalla percezione di un
pericolo inusitato (il fascismo delle milizie) ha trovato un punto su cui fare
leva nella piattaforma del deputato André Janones intensamente operativa dopo il
4 ottobre. Con 53.000 iscritti a inizio ottobre, ha raggiunto i quattro milioni
a metà mese e i dieci milioni il 23 ottobre. Dubito che senza quella piattaforma
si sarebbe vinto, perché essa, denominata con scelta felice “esercito di Lula”,
ha trasmesso il senso di non essere soli e offerto un punto di organizzazione
chiaro e semplice da capire ed eseguire per evitare di agire in modo
frammentato. E soprattutto ha rotto la paralisi del campo progressista nell’uso
politico delle reti sociali. Come questa esperienza influenzerà la
partecipazione politica del mondo progressista nel tempo a venire non è dato
sapere. La vita del quarto governo Lula non sarà certo facile: un collegamento
continuativo con quella parte della società che ha bloccato Bolsonaro può essere
decisivo.
La vittoria di Lula e soprattutto il non accesso al potere di Flavio hanno un
riflesso internazionale evidente. Il governo Trump e il segretario di Stato
Marco Rubio, così come il governo di Netanyahu, sono intervenuti in vario modo,
più o meno manifesto, nelle elezioni e adesso vedono il loro prestigio
appannato. Mettere in dubbio il riconoscimento delle elezioni e parlare di
brogli non significa molto. Il progetto di Trump e Rubio di completare il
controllo dell’America Latina è al momento ridimensionato. “Le vene aperte
dell’America Latina” che il linguaggio profetico di Eduardo Galeano ci ha fatto
conoscere hanno ricevuto un temporaneo, pur insufficiente balsamo. Il messaggio
è stato colto nel continente e tutti i presidenti di destra che hanno negli
ultimi anni conquistato gli esecutivi dei loro Paesi hanno riconosciuto
immediatamente i risultati elettorali e inviato messaggi non formali a Lula. Fa
eccezione, e non stupisce, Milei, sempre citato come esempio da seguire da
Flavio. Il peso territoriale ed economico del Brasile condiziona inesorabilmente
l’intera area.
Ovviamente, per i Brics (che l’Europa, incapace di uscire dalla sua matrice
colonial-imperialista, guarda con sufficienza e disprezzo), il Brasile del
multilateralismo è necessario e quindi nei prossimi mesi il sodalizio del sud
globale potrà cercare di intensificare la sua attività pur fra le difficoltà
prodotte dalle guerre. Per l’Europa democratica una vittoria di Flavio avrebbe
rafforzato non poco le destre fascistizzanti già ben coordinate nel CPAC
(Conservative Political Action Conference), ma i singoli Paesi sono lenti
nell’inviare un messaggio di congratulazione al neo eletto. Il governo italiano
è stato lentissimo. Si deve sperare che sappia separare i rapporti personali di
alti esponenti dell’esecutivo con la simpatica famiglia Bolsonaro dai
comportamenti istituzionali. Nel complesso i Paesi e le istituzioni regionali
europei sono sempre stati sospettosi verso i governi di centro sinistra
brasiliani. Avere posto un argine al dilagare di forze fascistizzanti è – sembra
a me – qualche cosa di comune vantaggio, un bene comune da non danneggiare.
Tutto bene dunque? Assolutamente no. Le forze conservatrici e anticostituzionali
continuano potenti in Brasile e non sembrano intenzionate a retrocedere dai loro
progetti di dominio; l’esecutivo che si insedierà a inizio 2027 si trova di
fronte un fronte legislativo di destra combattivo e senza scrupoli; una crisi
profonda investe i più alti livelli del potere giudiziario e non sarà facile
trovare un nuovo equilibrio. Questo nel contesto devastante di un mondo in
fiamme. Ma in Brasile non è scesa la notte.
Aggiornamento
Il testo era già concluso quando il candidato sconfitto Flavio Bolsonaro è
fuggito negli Stati Uniti. Desidero solo ricordare che Flavio è indagato non per
reati politici, ma per ipotesi di riciclaggio, corruzione, evasione fiscale,
calunnia e altro ancora. Per questo la polizia federale aveva chiesto il ritiro
dei passaporti, uno dei quali è italiano, avendo egli la doppia cittadinanza.
Redazione Italia