Regno Unito, il fronte indipendentista sfida Londra: “il tempo di Westminster sta finendo”
Nella giornata di ieri, lunedì 14 settembre, i primi ministri di Scozia, Galles
e Irlanda del Nord si sono incontrati a Cardiff per firmare un memorandum, il
primo di questo genere, nel quale rivendicano il diritto dei rispettivi Stati
all’autodeterminazione. I firmatari chiedono a Londra di «preparare, pianificare
e facilitare il cambiamento costituzionale in ciascuna delle tre nazioni» per
spingere Downing Street ad autorizzare nuovi referendum sull’indipendenza.
L’incontro ha un forte valore politico, dal momento che, per la prima volta da
quando il governo di Tony Blair trasferì parte dei poteri di Londra ai
parlamenti di Edimburgo, Cardiff e Belfast, alla fine degli anni ’90, a guidare
le tre nazioni vi sono i rappresentanti di tre partiti indipendentisti: SNP
(Scozia), Plaid Cymru (Galles) e Sinn Féin (Irlanda del Nord).
Il memorandum riconosce che i tre partiti hanno posizioni costituzionali diverse
e lascia a ciascuna nazione la scelta di tempi e modi. Allo stesso tempo li
impegna a collaborare su economia, energia e rapporti con l’Unione Europea.
Swinney (leader scozzese) e ap Iorwerth (primo ministro del Galles) hanno anche
firmato un secondo accordo, stavolta tra i due governi e senza lo Sinn Féin
irlandese, per chiedere a Londra più poteri e una distribuzione più equa delle
risorse. Anche su questo punto le priorità divergono. Il Galles vuole riformare
la formula Barnett, il meccanismo che determina i fondi trasferiti da Londra,
perché lo considera penalizzante. La Scozia, che da quel sistema trae vantaggio,
non ha appoggiato la richiesta.
Le tre situazioni restano in ogni caso molto diverse. La Scozia ha già votato
per l’indipendenza nel 2014, quando il 55% scelse di restare nel Regno Unito.
Nel 2022 la Corte suprema del Regno Unito ha stabilito all’unanimità che la
Scozia non può indire un nuovo referendum senza il consenso di Westminster,
bloccando la consultazione che l’allora Primo ministro Nicola Sturgeon aveva
fissato per l’ottobre 2023. Il Galles invece, non ha mai votato per
l’indipendenza, ma solo per l’autonomia. Nel 1979 la proposta fu respinta con
quasi l’80% di no, nel 1997 passò con il 50,3%. Il partito gallese Plaid esclude
un referendum prima delle elezioni del 2030 e punta, nel frattempo,
all’istituzione di una commissione nazionale e sul trasferimento di nuove
competenze. In Irlanda del Nord l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 affida la
scelta di indire una consultazione al solo governo britannico. L’unico
precedente è il referendum del 1973, boicottato dai nazionalisti e vinto dagli
unionisti con quasi il 99% dei voti contrari. I sondaggi indicano ancora una
maggioranza favorevole a restare nel Regno Unito, anche se il divario si è
ridotto dopo la Brexit.
L’incontro di Cardiff è arrivato, solo temporalmente, dopo le parole di Donald
Trump. In alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa mentre si trovava a
Dublino, seduto accanto al premier irlandese Micheál Martin, il presidente
statunitense ha detto: «Non voglio creare problemi, ma mi piacerebbe vederla
(l’Irlanda, ndr) unita. Prima o poi succederà». A suo parere, sarebbe «una cosa
fantastica, anche se il Regno Unito avrà qualcosa da dire». Poco dopo, davanti a
imprenditori dei due Paesi, ha ammesso che sulla questione non esiste una buona
risposta. Con queste frasi Trump – che ha ripetutamente criticato Londra per il
mancato supporto all’aggressione condotto da USA e Israele contro l’Iran – ha
rotto la storica neutralità di Washington sul tema. Martin non ha commentato e
Londra ha fatto sapere che la propria posizione non cambia. Il leader del
Democratic Unionist Party nordirlandese, Gavin Robinson ha replicato che il
futuro dell’Irlanda del Nord lo decideranno i suoi abitanti, e non i commenti
che arrivano da Londra, Dublino o Washington.
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