La Sardegna reclama salute pubblica
La situazione della sanità pubblica è diventata sempre più lacunosa e precaria
un po’ in tutta Italia ma, come di costume, diventa addirittura allarmante e al
limite del collasso, in alcune regioni, prima fra le quali la Sardegna.
Pronti soccorsi in cui si può far la fila per 24 o 36 ore, prima di essere
visitati, chiusura di reparti negli ospedali, liste d’attesa bibliche per alcuni
esami diagnostici e per le visite specialistiche, medici di base e guardie
mediche a dir poco insufficienti. Sempre più persone si trovano costrette,
davanti alle emergenze per la propria salute, a rivolgersi al sistema privato,
pagando di tasca propria per prestazioni che dovrebbero essere erogate dal
servizio pubblico. Magari fino a raschiare il portafoglio e così, chi non ce la
fa, rinuncia addirittura a curarsi.
E’ in questo contesto disumanizzante, che il Coordinamento dei comitati sardi
per la sanità pubblica ha chiamato la popolazione a Cagliari, per una
manifestazione di protesta, davanti ad una situazione diventata insostenibile.
Occorrerebbero molti più medici negli ospedali, spesso anche più infermieri e
più operatori sanitari, ma anche una più capillare presenza dei presidi sanitari
in tutti i territori, soprattutto quelli più isolati. Ma questo richiederebbe
uno sforzo economico notevole, che il governo preferisce dedicare al settore
degli armamenti. Vale a dire che si preferisce investire sulla morte, non sulla
vita.
In piazza c’erano circa un migliaio di manifestanti, provenienti da diverse zone
dell’isola, dove a macchia di leopardo si sono costituiti comitati locali per la
difesa della sanità pubblica. Il corteo è arrivato in via Roma, sotto il palazzo
del Consiglio regionale, dove una delegazione è stata ricevuta dai
rappresentanti delle istituzioni, per presentare le richieste dei comitati
popolari. Nel frattempo gli interventi dei portavoce dei vari territori, hanno
dipinto un quadro da vera apocalisse della sanità pubblica in Sardegna. In
particolare l’associazione Passeggini vuoti ha voluto mettere in luce il
collegamento tra la diminuzione delle nascite, assai incisiva in molti paesi
dell’interno, a rischio di spopolamento, e la mancanza di cure pediatriche
vicine. Erano ben visibili sulla piazza una quindicina di passeggini vuoti, dove
il bambino era sostituito da un cartello, come “senza cure l’infanzia non
nasce”, o “dove sono i pediatri?”.
Da segnalare anche l’intervento del portavoce dell’associazione di base dei
consumatori (ABACO) che ha messo in relazione il collasso della sanità pubblica
con l’economia di guerra che privilegia gli investimenti nel settore della
Difesa, ovvero nelle armi. In questo modo vengono trascurati tutti i servizi
pubblici, la salute, la scuola, l’aiuto ai disabili, agli anziani, la
solidarietà sociale, per assecondare i profitti dei guerrafondai.
La sensazione è che questa sia solo una tappa, in una lotta per la difesa della
sanità pubblica e per una società che sia propensa alla cura, dell’ambiente come
della persona, piuttosto che a produrre strumenti di morte, che incrementano
nuove ferite e nuovi dolori.
Carlo Bellisai