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Sull’idea di socialismo che propone Abdullah Ocalan
Raccomandiamo la lettura integrale di questo articolo, di cui abbiamo riportato ampi stralci, dal sito occhisulmondo.info Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia. (Qui il link al documento) Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista, necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI, dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo passato. A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo multisecolare planetario. Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine primaria delle specie umane. Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo. Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato, anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi. Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche. Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa presumibilmente – anche quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema. Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda. Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura metodologica fonda la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corollario economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100 secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare, che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana. […] Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei confronti del male più doloroso e intollerabile. Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi, il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento, asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data, in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della comunità. […] Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di Öcalan nel suo messaggio è sicuramente  un chiaro segnale della comprensione maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno. Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello comunitario, nella partecipazione collettiva confederata. Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale, della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport, della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica. I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad un’ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso (e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da eventuali controrivoluzioni e restaurazioni. Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza, per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento, progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione permanente durante tutto il percorso di vita delle persone. Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo” ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa”. Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola altresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione, che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite, come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso bio del mondo. Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche. […] Redazione Italia
May 24, 2026
Pressenza
I beni comuni in Chiapas | Per un ecosistema auto-governato oltre l’alternativa tra pubblico e privato – di Antonio Semproni
L'esperienza zapatista in Chiapas sarebbe impensabile senza i beni comuni: non solo la terra, ma anche infrastrutture come scuole e ospedali, nonché la stessa forza-lavoro, sono state riconosciute come beni comuni. Ciò significa non solo che ne sono stati socializzati i benefici, ma anche tutta la comunità è ammessa alla loro gestione. Per questo [...]
April 11, 2026
Effimera
Narco-stato e fascismo criminale in Messico
Ciao a tutt*, siamo qui a dare la nostra parola come collettivo internazionalista Nodo Solidale, un piccolo gruppo di militanti con un sogno rivoluzionario, piantato su due sponde dell’oceano, una in Messico e l’altra in Italia. Partendo dalla nostra umile e specifica esperienza politica, speriamo di stimolare e nutrire il dibattito, necessario, che ci propone questa meravigliosa realtà che ringraziamo e di cui ci sentiamo parte. Perché Renoize è la memoria viva di Renato, idea e pratica mai sopita di antifascismo comunitario che ancora ci unisce in questa città sempre più delirante e difficile. Come molt* già sanno, per il nostro collettivo esserci oggi è una questione d’infinito, inesauribile, amore ribelle.  Come bianchx europex che attraversano, vivono, amano e si riconoscono complici di quel Messico “dal basso”, ribelle e resistente, proveremo a tradurre in questo intervento ciò che osserviamo da circa vent’anni, citando talvolta i nostri stessi contributi su nodosolidale.noblogs.org Il tema che ci convoca è la guerra contro l’umanità che stiamo vivendo. Ormai sappiamo che le guerre servono all’autocrazia mondiale – passatecelo come concetto critico e metaforico – per «distruggere e spopolare» per poi «riordinare e ripopolare i territori» secondo gli interessi di un unico vincitore: il capitale. È questa la formula coniata dagli e dalle zapatiste dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) per leggere la «Quarta guerra mondiale». “Quarta” perché durante quella che fu definita “Guerra fredda” si sono combattutte più di un centinaio di guerre in tutto il pianeta, insomma di freddo c’era poco… La guerra globale permanente che sta combattendo il capitale globale contro l’umanità.  Il genocidio in Palestina preparato da anni di occupazione, assedi e attacchi sistematici al popolo palestinese, ne è tragicamente la dimostrazione più feroce e palese. «L’atto finale del colonialismo bianco», così lo definisce il giornalista Bellingausen. Come scrive Rita Laura Segato, ci sono massacri che non si limitano allo sterminio fisico: colpiscono la trama stessa del vivente. Non si uccidono soltanto corpi: si spezzano genealogie, si interrompono legami, si devastano comunità. È un femminicidio mondiale, dove ciò che è relazionale, ciò che custodisce e protegge la vita, viene ferito al cuore, proprio perché la vita è l’antitesi del capitalismo. Accade oggi in molte parti del mondo quello che giustamente qui chiamate «regime di guerra». E non si tratta soltanto del cosiddetto «modello Orbán“ delle destre: anche governi che si proclamano progressisti riproducono, con maschere nuove e un lessico più seducente per le masse, le stesse logiche di dominio e sfruttamento del capitale globale. In questo senso, il Messico e la guerra non dichiarata che vi si consuma, rappresentano oggi un laboratorio “anomalo” di potere e sfruttamento, un esempio drammatico che non possiamo ignorare e che vorremmo provare a inquadrare insieme. LA QUARTA TRASFORMAZIONE Citiamo ancora l’EZLN che, in uno dei suoi comunicati più recenti ha descritto il pianeta come un unico e grande latifondo: i padroni sono le grandi imprese multinazionali, mentre i governi non sono altro che i caporali che si alternano nella gestione tirannica del pezzo di proprietà loro assegnato. L’alternanza fra i diversi caporali è quella che chiamano democrazia. E  In quest’ ottica, l’arrivo di Morena (Movimiento de REgeneración Nacional) al governo non ha cambiato il sistema, ma soltanto chi lo amministra, il caporale, appunto. In Messico, dopo due sconfitte elettorali, Andrés Manuel López Obrador decise di abbandonare il PRD e fondare appunto Morena, un nuovo movimento che si presentava come voce della sinistra popolare e alternativa al sistema dei partiti tradizionali: un partito costruito intorno alla sua figura, più che su un progetto collettivo. Nel 2018, al terzo tentativo, ha conquistato la presidenza con un consenso senza precedenti, presentandosi come paladino della “Quarta trasformazione” del Paese, dopo l’Indipendenza (1810-’21), la Riforma liberale (1867) e la Rivoluzione Messicana (1910-’17). > Al posto di una vera democratizzazione si è consolidato invece un potere > personalistico, con programmi sociali più utili al consenso che alla giustizia > strutturale. La militarizzazione della sicurezza è proseguita, smentendo gli > impegni iniziali, mentre le politiche economiche hanno favorito le pratiche > estrattiviste. Nel 2024 Claudia Sheinbaum è diventata la prima donna presidenta del Messico, ma la sua elezione è stata solo un sigillo di continuità con il governo precedente. Sul piano sociale, a livello micro-economico, si è tentata una ridistribuzione dei redditi, soprattutto nelle campagne e nelle zone più povere del Paese, attraverso numerosi programmi puramente assistenzialistici. Questi interventi, infatti, pur alleviando un po’ le difficoltà immediate di sopravvivenza, restano privi di una reale prospettiva di cambiamento strutturale delle vite e spesso sono stati utilizzati in chiave controinsorgente: per cooptare, comprare le coscienze e indebolire le lotte sociali e i movimenti popolari, soprattutto quelli autonomi.  A livello macro-economico, i governi progressisti di López Obrador e Claudia Sheinbaum hanno invece continuato e, in certi casi, approfondito il solco delle politiche neoliberali imposte dal Fondo Monetario Internazionale e da organismi finanziari continentali come il Banco de Desarrollo Interamericano. In questo contesto, il Messico si presenta come nuova potenza regionale “latina”, sia culturalmente che politicamente, ma il suo rapporto di sudditanza con gli Stati Uniti resta invariato: la dipendenza economica e politica limita le possibilità di indipendenza e di trasformazione reale, consolidando invece il modello di sviluppo orientato al mercato e alle élite transnazionali più che ai bisogni della popolazione.  Foto Nodo Solidale I MEGA-PROGETTI E IL MODELLO ESTRATTIVISTA Il progetto trentennale di riordino strutturale e geostrategico, noto come Plan Puebla-Panamá, ostacolato storicamente dalle resistenze locali, trova oggi nuova linfa con i governi progressisti messicani. In Messico l’estrattivismo resta il vero motore dell’economia, con i settori minerario, petrolifero e forestale che servono principalmente a garantire profitti alle grandi imprese, calpestando i diritti delle comunità locali. I governi recenti hanno puntato a rafforzare la Comisión Federal de Electricidad (CFE) come strumento di sovranità nazionale, ma al contempo hanno aperto sempre più spazi alle grandi imprese e investitori esteri, che continuano a esercitare un’influenza decisiva. Nel 2025 il governo di Sheinbaum vanta il record di investimenti stranieri: 36 miliardi di dollari. I progetti di energia rinnovabile, spesso promossi come sostenibili, convivono con centrali fossili e idroelettriche ad alto impatto sociale e ambientale, che espropriano terre e risorse delle comunità locali. Progetti energetici come la raffineria di Dos Bocas a Tabasco non mirano tanto allo sviluppo interno, quanto a fornire energia agli Stati Uniti, rafforzando un modello di subordinazione economica e geopolitica.  Così sviluppo, estrattivismo e controllo politico si intrecciano, trasformando risorse naturali e territori in spazi di messa a valore, mentre le popolazioni locali pagano il prezzo ambientale e sociale.  Progetti come il Tren Maya rappresentano uno specchietto per le allodole: presentati come iniziative di sviluppo turistico e valorizzazione culturale, dietro il marketing verde e sostenibile si nasconde un impatto ambientale e sociale devastanti. La costruzione della ferrovia attraversa ecosistemi fragili, distruggendo porzioni significative di selva maya e habitat naturali, mettendo a rischio specie animali e piante endemiche. Allo stesso tempo, le comunità indigene e rurali lungo il percorso subiscono espropri, pressione economica e marginalizzazione, senza ricevere veri benefici dal progetto. Su quei binari viaggiano soprattutto merci, mentre il turismo promesso risponde agli interessi delle grandi imprese e degli investitori, riducendo territori ricchi di biodiversità a semplici scenografie per flussi rapidi e superficiali. Così, il Tren Maya diventa un altro esempio di come il discorso di sviluppo sostenibile possa mascherare pratiche estrattiviste, neoliberali e di sfruttamento dei territori e delle popolazioni locali.  Il Corredor Transístmico rappresenta uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi di questi governi progressisti. Attraversando l’istmo di Tehuantepec, collega l’Oceano Pacifico con l’Atlantico, posizionando il paese come alternativa commerciale strategica al canale di Panama. Il progetto integra porti, ferrovie, strade e zone industriali in un corridoio che trasforma radicalmente il territorio: vaste aree rurali e indigene sono espropriate, gli ecosistemi fragili vengono travolti dalla linea ferroviaria di altà velocità e il paesaggio naturale riscritto per accogliere infrastrutture logistiche e attività produttive intensive. Dal punto di vista logistico, il corridoio accelera in maniera vertiginosa i flussi di merci, materie prime e persino turisti, integrando il Messico in catene globali di commercio e consolidando la sua funzione di hub regionale a beneficio delle élite e del capitale internazionale.  Non si tratta solo di Grandi Opere o Mega-progetti, ma di dispositivi geopolitici di controllo su territorio e popolazione. La trasformazione non è mai neutra: diventa accumulazione capitalistica e controllo sociale, mentre i benefici restano simbolici o concentrati in poche mani. I mega-progetti messicani mostrano così il volto reale di uno sviluppo estrattivista e politicizzato, dove tutto è subordinato a profitto e potere. UN’IMMENSA FRONTIERA Nella logica violenta del riordino territoriale rientra naturalmente anche la gestione delle frontiere. Il Messico, sotto la pressione costante degli Stati Uniti, continua, per esempio, ad applicare il Plan Frontera Sur, rilanciato e inasprito nel 2024 con nuovi fondi statunitensi, droni di sorveglianza e pattugliamenti congiunti. L’obiettivo dichiarato: contenere le migrazioni prima che arrivino al confine nordamericano. L’obiettivo reale: esternalizzare il confine USA fino al Guatemala, trasformando tutto il Messico in una immensa zona di frontiera. Mentre il governo federale stringe accordi con Washington per contenere il flusso migratorio, intere regioni diventano zone cuscinetto, dove la migrazione è gestita come una minaccia militare invece che come una crisi umanitaria. Il dramma migrante in Messico, infatti, non è solo il risultato di rotte pericolose o confini militarizzati, ma è il frutto di un sistema che trasforma la mobilità umana in problema di sicurezza. La migrazione viene gestita come minaccia, mentre chi fugge da fame, violenza o disastri climatici si trova intrappolato tra politiche repressive, gruppi criminali e frontiere invisibili che segnano territori e corpi. Centri di detenzione, pattugliamenti, accordi internazionali con gli Stati Uniti e controllo tecnologico del territorio rendono ogni passo del cammino un percorso di costante rischio, mentre i diritti fondamentali vengono negati e la dignità calpestata. I dati ufficiali parlano di un flusso verso il nord di circa un milione e mezzo di migranti all’anno, ma solo nel 2024 questo governo di “sinistra” ha dichiarato di averne arrestati 925.000. > Circa 9.000 le denuncie di migranti desaparecid@s, scomparsi, numero > nettamente inferiore alla realtà, perché ovviamente è estremamente complicato > per i familiari di un altro Paese realizzare la pratica della denuncia in > Messico.  La presenza dei cartelli del narcotraffico, poi, lungo le rotte migratorie di Chiapas, Oaxaca, Veracruz, Tabasco, con percorsi secondari in Guerrero e Campeche, si intensifica sempre di più: sequestri per estorsione, stupri a fini di tratta e reclutamento forzato. Desaparecid@s in tutto il Paese. I migranti sono costretti a lavorare come sicari o come braccianti nei campi di oppiacei o nei laboratori di metanfetamina, mentre le donne sono trascinate nel girone infernale della prostituzione forzata e della tratta. La frontiera non è una linea: è una trappola, un labirinto di checkpoint, milizie, sequestri, fosse comuni e omertà che pervade il Paese. La migrazione diventa così un altro laboratorio di sfruttamento, esclusione e violenza, dove lo Stato, le mafie e gli interessi geopolitici definiscono chi usare, chi può sopravvivere, chi deve arretrare e chi scompare nell’oblio di rotte invisibili.  Per anni la frontiera nord del Messico è stata il simbolo del dramma, con il muro che separava famiglie, sogni, vita e morte. Ma anche al sud la violenza era già presente e oggi si è moltiplicata, trasformando intere regioni in teatri di guerra silenziosa. Nord e Sud sono ormai scenari di un conflitto che colpisce migranti e comunità locali, lasciando dietro di sé terre devastate e vite spezzate: una narco-dittatura, feroce forma di fascismo criminale in America Latina. Foto Nodo Solidale NARCO-STATO: FRAMMENTARE, IMPAURIRE, SORVEGLIARE E PUNIRE  Insomma, questa politica del riordino territoriale che “distrugge e spopola” per “ricostruire e ripopolare” che è tipica del capitalismo estrattivista globale, si innesta anche in Messico e lo fa su di un elemento nazionalista: l’uso della forza dello Stato non solo come strumento di controllo ma anche di gestione economica. Gli appalti per le grandi opere vengono assegnati alle imprese costruttrici tramite la SEDENA (Secretaría de Defensa Nacional, il ministero della Difesa) e custoditi dalle forze militari grazie a un decreto che definisce questi mega-progetti «territori di rilevanza strategica nazionale». Con gli ultimi due governi progressisti, l’Esercito messicano ha rafforzato il proprio peso politico, assumendo funzioni civili e di polizia, fino all’incorporazione nel 2024 della Guardia Nacional nella SEDENA. Ispirata al modello dei Carabinieri italiani, la Guardia è nata nel 2019 come corpo militarizzato alternativo alla corrotta Policia Federal. Oggi conta 130.000 agenti, assorbiti dalle Forze Armate e dispiegati in tutto il paese. In particolare, sono concentrati lungo la frontiera sud e in quei luoghi considerati strategici per l’economia nazionale, fungendo sia da barriera per respingere i migranti in arrivo dal Centroamerica, sia da protezione del capitale investito nelle grandi opere e nelle attività estrattiviste.  In definitiva, è una mercificazione capitalista dei territori, sostenuta e difesa dal braccio armato dello Stato: l’Esercito federale. Un’alleanza potente e spaventosa, soprattutto quando è risaputo – e dimostrato – che in Messico le forze armate sono complici e socie dei consorzi criminali, specialmente dello storico cartello di Sinaloa. Al di là della rappresentazione simbolica che spoliticizza i “narcos” – o addirittura li rende accattivanti attraverso serie tv e film –, infatti, crediamo che il fenomeno vada letto come una forma di organizzazione specifica dell’economia capitalistica neoliberale e globalizzata. Ci azzardiamo a dire che in molte parti del mondo l’economia criminale sta penetrando nelle relazioni economiche come un vero e proprio modo di produzione capitalistico, un modo assolutamente violento, quindi “fascista” in senso ampio. Non è una peculiarità esclusiva del Messico o dell’America Latina, basti pensare alle mafie europee, come quella russa, alle organizzazioni camorristiche e ‘ndranghetiste in Italia capaci di muovere capitali globali, alle “scam cities” asiatiche, alle triadi cinesi, alla Yakuza giapponese o ai cartelli africani legati ai traffici di materie prime e migranti.  > Se il profitto economico è il principio cardine della politica contemporanea, > il crimine organizzato è l’attore perfetto della distopia capitalista: si > presenta come un imprenditore dotato di capitali inesauribili, capaci di > scorrere dai mercati sommersi a quelli formali, contaminandoli. Le sue fonti di ricchezza sono le più estreme forme di mercificazione: i corpi (con il traffico di organi, la prostituzione, lo sfruttamento dei migranti), le armi, le droghe e tutto ciò che può generare valore di scambio. La mano d’opera quasi schiavizzata, tra precarietà assoluta e negazione di ogni diritto lavorativo, permette inoltre l’immpennata della curva del plusvalore, accelerando l’accumulazione di ricchezza. Oltre a questa presenza attiva nel mercato, il crimine organizzato, che nei fatti si fa socio della classe politica che corrompe e protegge, rappresenta anche il “nemico perfetto” nel discorso pubblico dei governi perché si consolida come il pretesto inoppugnabile per incentivare le spese militari, estendere la militarizzazione, aumentare gli effettivi di polizia, affinare le forme di tecno-controllo sulla popolazione, che, di fronte alla reale e spietata violenza di questi consorzi mafiosi, spesso applaude addirittura le politiche securitarie e repressive.  Così che l’applauso del popolo e la narrativa delle istituzioni distolgono l’attenzione da un fatto socialmente comprovato: il crimine organizzato è parte viva e integrante tanto dell’apparato economico, amministrativo e repressivo come del suo tessuto sociale. È un elemento fondamentale e attivo dell’economia attuale di un Paese come il Messico, solo per rimanere nell’esempio di cui stiamo parlando. È una struttura fluida e diffusa che pervade imprese e istituzioni.  Infine il crimine organizzato offre allo Stato la possibilità di una repressione in “outsorcing”: fuori dai corpi armati ufficiali del potere, le bande di criminali diventano, infatti, i mercenari e i paramilitari contemporanei che, mentre generano terrore nella popolazione per sottometterla alle proprie necessità economiche, eliminano selettivamente chiunque si opponga o denunci queste convivenze criminali. Giornalist*, compagn*, attivist* sociali, ambientalisti, madres buscadoras, leader indigeni o comunitari, vengono tutt* falciati dalle smitragliate dei “narcos” o fatti sparire, mentre i governi, anche quelli progressisti, se ne lavano le mani, giocando ad accusare la criminalità “narco” di questi tristi, interminabili e sempre impuniti delitti. > In Messico, questa guerra invisibile e “democratica” va avanti dal 2006, dalla > cosiddetta “guerra al narcos” di Felipe Calderón fino al 2025, ha già prodotto > 532.609 morti, di cui almeno 250.000 sotto i governi progressisti di López > Obrador e Sheinbaum. Parallelamente, 123.808 persone > risultano desaparecidas (dato ufficiale al 13 marzo 2025), quasi 50.000 negli > ultimi sei anni. La tragedia avviata dalle destre non si è fermata con il progressismo: si è moltiplicata. Tutti i governi, senza distinzione ideologica, hanno le mani sporche di sangue. È da più di quindici anni che, come collettivo, ci uniamo a quella parte della società civile organizzata che denuncia questa guerra negata, manipolata o romanticizzata, per esempio, lo ripetiamo, nelle serie televisive dedicate al narcos. Si tratta invece di una guerra e di un modello eminentemente capitalista, che accumula enormi ricchezze attraverso il traffico di merci, armi e corpi. Quelli dei migranti, delle donne e dei bambini rapiti, dei giovani attratti da offerte di lavoro ingannevoli e arruolati a forza. Corpi torturati, smembrati, sciolti nell’acido, ridotti a niente. È la fabbrica del terrore, la necro-produttività capitalista. La repressione e il terrore, in questo contesto, non sono più diretti solo contro guerriglieri o attivisti, ma diventano una forma di governance flessibile e spietata: un dispositivo che disciplina territori e popolazioni, che difende il capitale e normalizza l’orrore. Questo meccanismo, oltre a reificare e mercificare tutto, persone, corpi, spazi e tempi di vita, ha anche un ruolo ideologico decisivo: spoliticizzare la lotta di classe, trasformare la resistenza in “criminalità”, oscurare il saccheggio dietro la retorica della sicurezza. Si potrebbe pensare, ironicamente, che «almeno non piovono le bombe dal cielo», che il Messico non sia come la Palestina, la Siria, il Kurdistan, il Sudan o l’Ucraina. Eppure il numero delle vittime è paragonabile, a volte persino superiore. Non è una guerra simmetrica tra eserciti, né la classica guerra asimmetrica tra Stato e nemico interno.  Il Messico è quindi il laboratorio di una nuova forma di conflitto: una guerra di frammentazione territoriale. Le aree più colpite sono le periferie rurali e semi-rurali, ma anche città e metropoli subiscono gli effetti di questa guerra fatta di micro-conflitti ad altissima intensità di fuoco, disseminati e invisibili, che devastano la vita civile, condotta da una moltitudine di attori armati come cartelli, paramilitari, bande giovanili, forze speciali di polizia come i Pakales, esercito federale, Guardia Nacional e gruppi di autodifesa più o meno legittimi che si contendono territori e mercati. Ripetiamo: Stato e crimine non sono blocchi contrapposti e monolitici, ma componenti fluidi di un vasto mercato condiviso, dove politici, giudici, militari, narcos e imprenditori si intrecciano in una feroce lotta per risorse, corpi, territori e flussi economici. In Chiapas, dove vari compagn* del nostro collettivo vivono, il sud profondo del Paese, la situazione è esplosiva. Si contano 15,000 “desplazados“, sfollati di intere comunità indigene e contadine costrette ad abbandonare le proprie terre a causa dell’intensificarsi dei conflitti armati, con il cartello di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación che si intrecciano a forze di sicurezza e paramilitari. Solo in questi primi sei mesi del 2025 sono state scoperte 27 fosse comuni clandestine nella zona a ridosso la frontiera. In varie aree, lo Stato si ritira. In altre, convive o subappalta al crimine organizzato la gestione della res publica come l’elezione pilotata dei sindaci (o la loro soppressione), la riscossione delle “tasse” o il pizzo, la gestione delle licenze, l’imposizione di orari di coprifuoco. Altrove, lo Stato reprime. Sparizioni forzate, imboscate e sparatorie in pieno giorno, femminicidi come pratica sistematica, villaggi rasi al suolo e fosse comuni clandestine sono l’orrore quotidiano di questa guerra di frammentazione territoriale, dove ogni metro quadrato del Chiapas sembra ardere per un conflitto diverso, per il moltiplicarsi degli attori armati in gioco. E non si sa mai bene chi è stato, perché il nemico è ovunque, volutamente spoliticizzato, cangiante, feroce. Resta dunque una domanda cruciale: Come ci si scontra con le mafie quando queste governano? Come ci si ribella a un nemico politicamente impalpabile? Non a un esercito in uniforme, ma a una moltitudine camaleontica di imprenditori della violenza, senza regole, senza etica, senza patto sociale. Contro chi dirigere la rabbia sociale? A chi chiedere giustizia? Questa è la potenza terribile del dispositivo: rendere la rivolta quasi impossibile.  Eppure, nonostante tutto, comunità e movimenti continuano a resistere, a costruire autonomia, isole di speranza nel mare infuocato di questa guerra anomala. Nella selva del Chiapas, sulle coste del Pacifico, nelle periferie delle megalopoli, negli assolati deserti del nord decine di collettivi, organizzazioni popolari, comunità indigene costruiscono spazi di speranza, mantenendo una fiammella accesa in questa terribile oscurità… con il sogno di veder bruciare un giorno i palazzi del potere e costruire sulle loro macerie un mondo più umano.  Immagine di copertina di Nodo Solidale, manifestazione a Città del Messico Articolo pubblicato originariamente sul blog Nodo Solidale SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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September 12, 2025
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Che ci fanno i soldati israeliani nelle scuole del Chiapas?
Pubblichiamo in italiano un reportage del giornalista indipendente Témoris Grecko realizzato a partire da una denuncia del Comité Acción Palestina Chiapas di San Cristóbal de Las Casas riguardo la presenza di veterani di guerra israeliani nelle scuole elementari del Chiapas. Questi giovani (tutti ex soldati) entrano nelle scuole pubbliche locali […] L'articolo Che ci fanno i soldati israeliani nelle scuole del Chiapas? su Contropiano.
July 6, 2025
Contropiano