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Banche e finanza: legalità senza giustizia
Dal podcast Unchained alle azioni collettive: come cittadini e movimenti sociali monitorano la finanza per difendere diritti e territori. Il podcast di Valori.it, “JP MORGAN: La banca che ha sostenuto Jeffrey Epstein e la banalità del male”, ultima puntata di Unchained – Storie di ordinario capitalismo selvaggio, parte da un cortocircuito potente: mentre a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, viene di fatto impedito di aprire un conto corrente a causa delle sanzioni statunitensi con effetti extraterritoriali sull’intero sistema bancario globale, Jeffrey Epstein¹ – già condannato nel 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile – continuava a beneficiare di relazioni privilegiate con una delle più grandi banche del mondo, JPMorgan Chase. Il racconto di Lorenzo Tecleme non indulge nel sensazionalismo. Al contrario, smonta la narrazione complottista e mostra qualcosa di più inquietante: non una cospirazione segreta, ma una rete di relazioni economiche alla luce del sole. Secondo ricostruzioni giornalistiche – tra cui un’inchiesta del New York Times – dirigenti della banca avrebbero consentito a Epstein operazioni anomale, linee di credito e movimentazioni che avrebbero dovuto attivare controlli antiriciclaggio. Dopo lo scandalo, il manager coinvolto ha lasciato l’istituto, ma la struttura che ha reso possibile quel rapporto è rimasta intatta. NON È UN’ECCEZIONE. È UN MECCANISMO La questione centrale non è il mostro individuale, ma il sistema finanziario che consente a certi attori di operare indisturbati finché producono profitto economico. Il podcast allarga poi lo sguardo: le banche non sono entità oscure che agiscono nell’ombra. Le banche operano legalmente in settori come combustibili fossili e industria bellica, e quando le regole sono controllate da chi ne beneficia, smettono di tutelare diritti, ambiente e democrazia. Ed è proprio qui che si manifesta la frattura tra legalità e giustizia: quando le regole sono scritte da chi ne beneficia, leggi e istituzioni smettono di essere uno strumento di equità e diventano un meccanismo di repressione e protezione degli interessi economici di multinazionali e gruppi finanziari, il cui obiettivo è il profitto, non la tutela dei territori e dei diritti umani. La legalità da sola non garantisce trasparenza: quando le regole restano opache e le decisioni non sono controllabili, si aprono spazi in cui corruzione e abusi possono prosperare, aumentando il rischio democratico. Non è una questione nuova. Nel 1972, nel suo storico discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Salvador Allende denunciava il potere delle multinazionali – chiamandole “sociedades transnacionales” – capaci di interferire nella sovranità degli Stati e di condizionare processi democratici. A oltre cinquant’anni di distanza, il nodo resta: > chi decide davvero le regole dell’economia globale? Chi stabilisce cosa sia > legale in uno Stato? E chi controlla i controllori? In questo quadro si inserisce un’altra domanda scomoda: quali interessi economici sostengono oggi derive autoritarie e nazionaliste? Il Transnational Institute (TNI), nel rapporto “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026)², analizza le connessioni tra settori emergenti della finanza alternativa (private equity, hedge fund), comparti sotto pressione come i combustibili fossili e frazioni di capitale domestico che utilizzano governi autoritari per ridefinire equilibri e regole. Non esiste un unico blocco monolitico: esistono convergenze di interessi materiali. Comprenderle è condizione per un antifascismo economico, che non sia solo morale. Questo significa anche nominare ciò che spesso resta implicito: il lobbying. Gruppi di pressione sulle istituzioni europee che operano stabilmente per orientare direttive, regolamenti e politiche pubbliche. Vale per le lobby dei combustibili fossili, per il settore finanziario e per reti come ELNET³, attiva nel rafforzare relazioni politiche tra Unione Europea e Israele. Le istituzioni non sono mai neutre: sono attraversate da interessi economici. Ma non tutte le pressioni sono equivalenti. Esiste una differenza sostanziale tra il lobbying esercitato da grandi gruppi economici per massimizzare profitti e la pressione politica esercitata da movimenti sociali che rivendicano diritti umani, beni comuni e cancellazione del debito. Le istituzioni sono sempre terreno di conflitto: la questione è quali interessi riescano a imporsi. Anche l’industria militare è sostenuta da investimenti bancari: fondi e ETF possono finanziare aziende produttrici di armi impiegate in conflitti. La mancanza di trasparenza non è inevitabile, ma una scelta di governance. Un esempio concreto è quello della General Dynamics, l’unico produttore statunitense dei corpi bomba della serie Mark 80, inclusa la MK‑84 (“Hammer”). Un’inchiesta di Al Jazeera (“The Rest of the Story”, febbraio 2026) ha documentato l’uso di queste munizioni termiche e termobariche nel conflitto a Gaza, ricostruendone la catena di fornitura e le implicazioni umanitarie. Il loro impiego in aree densamente popolate solleva gravi questioni di diritto internazionale. «Come facevano i nazisti nei campi di concentramento: le bombe disintegrano l’intera materia organica». Per quasi 3.000 persone, tra donne e bambini, non ci sono corpi da seppellire né funerali da celebrare. MOVIMENTI PER IL DISARMO E LA GIUSTIZIA ECONOMICA Non a caso movimenti come BDS Italia chiedono un embargo militare, mentre reti civili italiane — Sbilanciamoci!, Fondazione PerugiAssisi, Rete Italiana Pace e Disarmo, Coordinamento No Nato, No Rearm Europe e Operazione Colomba della Papa Giovanni XXIII — organizzano formazione, proteste e campagne per il disarmo e la riduzione delle spese militari, tra cui la campagna “Ferma il riarmo”. In Italia, ReCommon agisce come osservatorio critico dei flussi di denaro pubblico e privato: monitora investimenti di grandi gruppi bancari in progetti fossili, denuncia legami tra finanza, grandi imprese energetiche e governi, pratica azionariato critico nelle assemblee societarie e fa pressione affinché garanzie pubbliche non sostengano progetti climaticamente distruttivi. Vari movimenti europei —  Finance Watch, Tax Justice Network, Attac, CADTM Italia, Eurodad — sono lobby di cittadine e reti transnazionali⁵ che producono studi, proposte legislative, organizzano monitoraggi e campagne per promuovere disarmo, giustizia economica e tutela dei diritti. Anche reti religiose – come Caritas Internationalis con la campagna “Cambiare la rotta: Trasforma il debito in speranza” in vista del Giubileo 2025 – e diverse Chiese riformate hanno chiesto la remissione del debito come imperativo morale. Movimenti del Sud globale denunciano da decenni un sistema finanziario che estrae ricchezza (materie prime e sfruttamento lavorativo) dai Paesi poveri, chiedendo la cancellazione del debito pubblico ritenuto insostenibile. Tutto questo non è un elenco accessorio: è il contesto in cui il caso Epstein acquista senso politico. Se la finanza può isolare una funzionaria ONU attraverso sanzioni extraterritoriali e al tempo stesso sostenere, per anni, un cliente già condannato per pedofilia perché economicamente redditizio, allora la questione non è morale ma strutturale e democratica. DEMOCRAZIA E TRASPARENZA NELL’ECONOMIA GLOBALE Quando il potere economico condiziona la scrittura delle leggi, quando le lobby operano in assenza di trasparenza e senza reali meccanismi di controllo pubblico, la legalità oggi sostiene un sistema sempre meno vincolato alla giustizia e alla tutela dei diritti umani. La crisi non è episodica: è strutturale. Si manifesta nelle leggi cucite ad personam, nella difficoltà di tutelare l’ambiente e i territori, nell’aumento della repressione e criminalizzazione del dissenso, nella progressiva erosione della sovranità democratica delle comunità. È una forma di corruzione istituzionale che svuota dall’interno il principio stesso di responsabilità pubblica e incrina il patto tra istituzioni e cittadini che versano le tasse. Il podcast di Valori.it dimostra che non servono teorie su cupole segrete né riti satanici per spiegare l’impunità delle élite economiche. Analizzare i flussi finanziari è un atto di consapevolezza democratica. Significa chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, quali interessi sostengono e quali mondi rendono possibili. Significa anche capire come la legalità possa divergere dalla tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dei territori. Unchained rende visibile la routine economico-amministrativa che chiamiamo capitalismo, mostrando che la banalità del male non è un’eccezione. È un sistema che può essere interrotto e trasformato solo diventando consapevoli, contrastando l’influenza delle lobby economiche. Agendo come cittadini, consumatori e correntisti responsabili, capaci di tutelare diritti e territori da decisioni guidate e esclusivamente dal profitto. La trasparenza è fondamento della democrazia.   NOTE A PIÈ DI PAGINA 1. Jeffrey Epstein: nel 2008 si dichiarò colpevole in Florida per reati legati allo sfruttamento sessuale di minori, beneficiando di un controverso patteggiamento. Il suo rapporto con JPMorgan Chase è stato oggetto di cause civili e inchieste giornalistiche. Documenti giudiziari e articoli del The New York Times (“JPMorgan Kept Jeffrey Epstein as a Client Despite Internal Warnings”, 2019–2023), insieme alla copertura di Reuters e Financial Times, hanno evidenziato che la banca lo mantenne come cliente per anni nonostante segnalazioni interne, sollevando interrogativi sull’efficacia dei controlli di conformità, inclusi gli obblighi antiriciclaggio (AML) e le procedure di know-your-customer (KYC). 2. Transnational Institute (TNI), “Follow the money: The business interests behind the far right” (3 febbraio 2026); TNI, “Corporate Power, A David and Goliath struggle for the 21st century” (2019).  Si veda anche l’iniziativa “Stop Corporate Impunity”, che promuove strumenti giuridici vincolanti per ritenere le imprese responsabili di violazioni dei diritti umani. Spesso citata come Global Campaign to Reclaim People’s Sovereignty, Dismantle Corporate Power and Stop Impunity è una rete globale che comprende oltre 250 organizzazioni, movimenti sociali, sindacati e comunità colpite dalle attività delle multinazionali: https://www.stopcorporateimpunity.org/ 3. European Leadership Network (ELNET), organizzazione attiva nel rafforzamento delle relazioni politiche tra Unione Europea e Israele, spesso descritta come uno dei principali gruppi di pressione pro-Israele, considerato braccio europeo dell’APAC (American Israel Public Affairs Committee). Per un approfondimento sulle dinamiche di pressione politica e mediatica, si veda la recente intervista video tra Alessandro Di Battista e Rula Jebreal (YouTube Live, febbraio 2026), in cui vengono discusse le relazioni tra lobbying internazionale, finanziamenti politici e quella che Jebreal definisce “israelizzazione” delle società occidentali, intesa come progressiva erosione dei diritti civili in nome della sicurezza. 4. Per informazioni sulle campagne BDS “Embargo militare” e “Banche Complici” scrivere via mail a: bdsitalia.embargomilitare@gmail.com . Articolo: Stop al commercio di armi e alla cooperazione militare con Israele: https://bdsitalia.org/index.php/campagne/embargo-militare; Petizione “Interrompiamo il transito di armi dai porti italiani”, campagna 2026: https://c.org/5qvKZbSvkb 5. Reti attive su regolazione finanziaria e debito: – Sbilanciamoci! (coalizione di oltre 50 organizzazioni italiane) – Finance Watch (contro-lobby cittadina presso l’UE) – Tax Justice Network (lotta a evasione fiscale e segretezza bancaria) – Attac (promozione della Tobin Tax e contrasto ai paradisi fiscali) – CADTM Italia (annullamento dei debiti illegittimi) – Eurodad (rete europea su debito e sviluppo)   Il mio precedente articolo: > Il problema siamo noi   Valentina Fabbri Valenzuela
February 22, 2026
Pressenza
Israele. Il grido muto dei bambini di Gaza: «Piloti, non sganciate più bombe»
Si muovono all’unisono: un organismo compatto formato da una cinquantina di individui. Giunti sul ciglio della strada che conduce al cancello di Tel Nof si dispongono ordinati, uno accanto all’altro. Insieme, con un’unica, repentina, rotazione delle braccia, sollevano le gigantografie che hanno portato senza proferire una parola. I corpi si trasformano in altrettanti pannelli espositivi per i volti di Ahlan, Maron, Firas, Jowan e alcuni dei circa 2mila bimbi di Gaza – secondo le stime del locale Ministero della Sanità – uccisi dalla fine dell’ultimo cessate il fuoco, lo scorso 18 marzo. Nel silenzio in cui si svolge la dimostrazione, sono gli occhi di questi piccoli a denunciare, a gridare, a interpellare. A domandare perché. Perché donne e uomini hanno sganciato la bomba da cui sono stati dilaniati. Non lo chiedono – con la loro presenza muta – al governo israeliano, al comando militare, all’esercito, alla leadership di Hamas in Qatar o nella Striscia. Interrogano le persone incaricate di premere il pulsante da cui è dipesa la loro morte: i piloti della base a pochi passi, la Airforce 8, la più antica del Paese, situata a cinque chilometri a sud di Rehovot e a una ventina da Tel Aviv. È la prima volta che l’iniziativa, volutamente senza nome, riprende dalla “Guerra dei dodici giorni” con l’Iran. «Speriamo sia un ritorno di breve durata», racconta Yali Marom, tra le promotrici. Una nuova tregua si profila finalmente all’orizzonte. Per tantissimi bambini della Striscia arriverà, comunque, troppo tardi. «Per quale ragione non smettere già ora di premere il pulsante letale?», prosegue l’attivista che, da ventuno mesi, dall’appartamento di Rehovot, sente il rombo sinistro degli aerei sulla sua testa. «Ad ogni passaggio, le pareti di casa tremano La ripresa dell’offensiva israeliana , dopo la prima tregua di 4 mesi fa, mi ha fatto capire che dovevo smettere di gridare al cielo “basta” e fare qualcosa. Ho parlato con alcuni amici. Siamo consapevoli dell’impossibilità di convincere Benjamin Netanyahu per il quale la sopravvivenza politica conta più della vita degli ostaggi, dei militari, dei palestinesi. Abbiamo, però, fiducia nell’umanità dei nostri connazionali di Tel Nof che possono decidere di fare la cosa giusta». Più che una protesta, quello che da oltre tre mesi, una volta alla settimana, davanti alle installazioni dell’aeronautica di Rehovot o Hatzor o Palmachim – è un dialogo silenzioso. Intavolato da pacifisti storici come da cittadini mai scesi in piazza prima d’ora. Non si tratta di una vera e proprio organizzazione. È un sentire comune che si fa azione grazie al passaparola. Ad Ayala l’ha suggerito l’amica Moria. A quest’ultima ne ha parlato il compagno. Iris è venuta una prima volta senza sapere bene che cosa aspettarsi. Ed è tornata. Lo stesso ha fatto Michal nonostante i suoi 77 anni. I pionieri fissano ora, giorno – tutte le volte diverso – e punto di ritrovo su Signal per questioni di sicurezza. Dimostrare all’esterno dei compound militari non è illegale. Nel clima di tensione bellica, però, la cautela è d’obbligo. Per questo, la mobilitazione è preceduta da un briefing in cui si ripassano le regole di “ingaggio”: stare uniti, non cedere a eventuali provocazioni, non ribattere, prepararsi a “scenari sfavorevoli” ovvero l’arresto o un pestaggio da parte di qualche fanatico. Stavolta si incontrano in un luogo neutro della Road 40: l’incrocio tra Bilu e Gedera, nel tardo pomeriggio. Da là guidano in corteo, per una decina di minuti, fino a Tel Nof. Per molti militari, quell’orario coincide con la fine del turno. Le loro auto rallentano mentre costeggiano la sequenza di foto rette raccolte pazientemente, a partire dal 7 ottobre, insieme ai nomi e a frammenti di storie, dall’artista e attivista Adi Argovi con il progetto “Forcibly involved”, “coinvolti per forza”. Qualcuno getta un’occhiata fugace, fa un video con il telefono, mormora un’imprecazione, scaglia un insulto o uno sputo. «Siete una vergogna, state devastando il Paese. Il massacro del 7 ottobre è tutta colpa vostra», urlano tre giovani soldatesse. Nessuno si scompone: Sapir si avvicina per parlare, con tono pacato, alle ragazze. «Non ce l’abbiamo con i militari, né li giudichiamo. La presa di coscienza richiede tempo. Spieghiamo e aspettiamo: stavolta molti hanno preso i nostri volantini. Magari li leggeranno. Magari troveranno il coraggio di compiere un atto di autentico eroismo e si fermeranno», afferma. Un pilota, nel frattempo, si arrampica sul tettuccio di una vettura e sventola senza sosta una bandiera israeliana. Trascorrono 35 minuti prima dell’arrivo di due pattuglie della polizia. «In teoria non possono fare niente. In pratica… L’ultima volta ci hanno multati per aver attraversato la carreggiata fuori dalle strisce pedonali», dice, non senza ironia Ayala. Stavolta va bene: la dimostrazione procede per quasi un’ora. Quando la tensione inizia a salire e i miliziani dell’ultradestra ad avvicinarci minacciosi, la catena umana si scioglie e il gruppo si disperde in fretta. Torneranno. Fino a quando qualcuno non cesserà il fuoco». Ripubblicazione autorizzata dall’autrice Redazione Italia
July 6, 2025
Pressenza