Ingeborg Bachmann / “Quel che ho visto e sentito…”
La multiforme Ingeborg Bachmann ha disegnato la propria immagine pubblica (ma di
più, privata) non soltanto attraverso la poesia, ma rasentando sempre una
“classicità” che dovrebbe interrogarci sull’epoca attuale e far piazza pulita di
slogan e di pensieri la cui stagionatura è andata a male. La forma piana e
pacata dei testi presenti in A occhi aperti li trasforma in avventure educate
nel mondo (l’Italia soprattutto), ed eventi letterari che non spaventano i
lettori come invece fa la gran parte della poesia contemporanea. Cosa va a
vedere il fruitore di queste pagine – molto ben curate da Barbara Agnese – che
raccolgono testi pubblicati in vita e altri incompiuti pubblicati postumi?
Abbozzi, ricordi, appunti scritti per la radio tratti dal lascito letterario
dell’autrice. Tutto in ordine cronologico, seguendo gli spostamenti di Ingeborg
da Vienna a Parigi e Londra, fino a Roma.
Lei ci parla degli autori prediletti, Musil, Kafka, Plath, Bernhard, del destino
della logica nell’impervio appeal di Wittgenstein, ma anche della Callas col
modo tutto suo di prendere respiro e di incarnare una “leva che ha capovolto il
mondo”, umana ed estranea. Ingeborg ha visto bruttezza e bellezza del Tevere, la
ruggine calpestata durante il cammino lungo il suo corso. Non lascia
indifferenti lo sguardo della scrittrice che più di molti indigeni affronta la
città senza soccombere, arrivando a conoscere per bene tutti i nomi che Roma
contiene. Tutti gli “ho visto” fanno tremare per come la città viene ribaltata
addosso al lettore che si accorge di aver mancato per quasi una vita intera la
comprensione. Per Ingeborg scavare nella terra con le proprie pene vuol dire
trovare quelle degli altri. Dal cimitero protestante salgono non solo i versi
dei poeti.
Altro scritto in cui l’attuale si trasforma in qualcosa di diverso dal
convenzionale è “I passeggeri clandestini” dove il mito della macchina volante
viene smontato attraverso i pensieri comuni di chi sale in aereo come
viaggiatore o come pilota e hostess: queste persone sono viste dall’occhio
indagatore di Bachmann, e il mondo aeroportuale diventa una specie di set
cinematografico dove qualunque cosa può accadere. Tranne, forse, il precipitare.
Viene da pensare che fra quei passeggeri sia presente, non per caso, Friedrich
Dürrenmatt.
A occhi aperti ci fa scoprire il mondo della prosa, in questo caso d’occasione,
dove ogni significato non sembra prestabilito, e la lingua di Bachmann non perde
per un attimo la trasparenza che la porta spesso al fondo delle cose, là dove
Kafka ha sempre voluto arrivare anche utilizzando un’ascia. La scrittrice può
dire tutto, ricostruisce le proprie emozioni, rende visibile chi ama e fa
rifiorire il proprio interesse fino a quando le scintille ci investono al punto
che niente assomiglia più alle visioni precedenti. E si può amare il mondo
rivoluzionato perché nelle pagine di Ingeborg la realtà esiste col suo nome
vero, messo a nudo stracciando dolore e falsità.
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