Berkan B, quando a rimetterci è sempre l’ambiente
Si dice che le sentenze non si commentano, ma qualche considerazione ci sia
concesso farla su questa lunga vicenda arrivata alle cronache nazionali e che
ora rischia di fare storia.
Una storia certamente pessima, perché si inquadra nel contesto delle attività
portuali, per loro natura particolarmente delicate e potenzialmente molto
impattanti per l’ambiente e per la salute dei cittadini.
Sono oltre 700 i relitti sparsi per i porti italiani: una sorta di gigantesca
discarica diffusa di materiali tossici e pericolosi a contatto con l’ambiente
marino che, nonostante molti appelli degli addetti i lavori più attenti, non
vede al momento alcuna soluzione normativa, né tantomeno l’ipotesi della
creazione di un’authority dedicata che possa occuparsi di un’opera vastissima di
bonifica tanto gravosa quanto molto urgente. In poche parole, chi abbandona navi
o relitti, opera su di essi, concede banchine o ne ha la custodia, sa di poterlo
fare in Italia con tutta tranquillità e senza alcun rischio.
La vicenda Berkan B ne è un esempio clamoroso: senza ripercorrere i punti
amministrativi più gravi (tra tutti, i tre rinnovi di concessione retroattivi a
nave sequestrata e lesionata) ricordiamo solo le tante testimonianze foto/video
di pesci ed uccelli morti contaminati anche fuori dalle panne antiquinamento e
lo spargimento per mesi di fiotti neri e densi del cancerogeno fuel oil (2019)
dopo un’attesa di un anno e mezzo senza provvedere; spargimento che è proseguito
anche durante la rimozione della carcassa (2021).
Ma clamorosa è anche la conclusione della denuncia presentata nel 2022 da Italia
Nostra per il “cimitero delle navi”, presente sempre nella Pialassa dei
Piomboni: il giudice ha alzato le braccia, e tutto è stato archiviato. A nulla
vale che le acque siano contigue ad un’area ZSC ZPS, zona del Parco del Delta
del Po, ovvero sottoposta alle stringenti Direttive europee per la conservazione
dell’ambiente e della fauna selvatica, dove peraltro sono attivi decine di
“padelloni” per la pesca, e dove si pescano anche vongole di frodo.
Ritornando alla Berkan B, l’assoluzione per particolare tenuità del fatto
implica il riconoscimento della responsabilità dell’imputato per quanto
accaduto. Ma il Giudice ha ritenuto che il danno comportato sia stato esiguo e
riparato – con oltre 10 milioni di euro di soldo pubblici – dalla rimozione del
relitto.
Il “colpevole” è stato dunque individuato, ma la colpa commessa trascurabile. In
poche parole, il contrario di ciò che premeva evidenziare da parte di chi si è
mobilitato per denunciare il fatto e doverosamente costituito parte civile:
ovvero non puntare il dito contro questo o quel personaggio, ma indicare il
danno ambientale patito dal nostro territorio, con l’auspicio che episodi del
genere potessero non accadere più.
Ma di tutto questo nessuno ha evidentemente tenuto conto. La vicenda Berkan B
rappresenta quindi una nuova sconfitta per l’ambiente a Ravenna, così
maltrattato a tutti i livelli, e da cui, però, dipende il nostro benessere e la
nostra salute.
Italia Nostra sezione di Ravenna
Redazione Italia