Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame»L’isola artica è nel mirino della politica aggressiva e imperialista del
presidente Trump ormai da molti anni, ma nell’ultimo periodo la sua insistenza
nel “prendere” la Groenlandia si fa sempre più pressante e insistente. I timori
di una vera e propria invasione militare e di una acquisizione «con le buone o
le cattive», parafrasando Trump, del territorio, si sono fatti ancora più vividi
in seguito all’attacco sferrato dagli Stati uniti al Venezuela nei primi giorni
del 2026. Inoltre, le dichiarazioni di Trump si insinuano all’interno di un
percorso pluridecennale che sta portando progressivamente la Groenlandia verso
una sua indipendenza nei confronti della Danimarca, e di contro la politica
groenlandese non accetterebbe di passare da un controllo straniero all’altro.
Di questi e di altri aspetti legati alle tensioni che emergono sempre più vivide
intorno alla Groenlandia abbiamo parlato insieme a Paolo Borioni, professore
associato al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’università La
Sapienza ed esperto in studi artici. Di seguito la video-intervista e una
sintesi scritta della conversazione.
Che spazio è la Groenlandia? Ci puoi raccontare di più della popolazione
indigena inuit che la abita e della sua storia di colonizzazione?
La popolazione inuit è una popolazione che esprime con chiarezza un desiderio
d’indipendenza, però al contempo ha anche assunto alcuni dei tratti trasmessi
dal rapporto con i danesi. È una società che protesta anche animatamente e
retrospettivamente per alcune questioni come le sterilizzazioni forzate a cui
sono state sottoposte nei decenni passati alcune donne inuit, così come la
privazione della patria potestà ad alcune coppie. Queste politiche si inserivano
all’interno di una un’idea di riforma sociale preventiva che ha degli aspetti
altamente problematici, repressivi e razzisti.
Al contempo i groenlandesi hanno assunto su di sé alcuni caratteri, come la
vicinanza alla fede religiosa, che si identifica con la con la chiesa evangelica
danese, maggioritaria in Danimarca e in Groenlandia. Anche il rapporto con i
monarchi danesi è sempre stato forte e l’idea di andare verso l’indipendenza è
caratterizzata da minore ostilità rispetto a ciò che abbiamo visto in altre
storie coloniali, ed esiste soprattutto è un’idea collaborativa.
Storicamente avviene che abbiamo le popolazioni nordiche, prima di tutto quelle
norvegesi, che ancora prima dell’anno mille si stabiliscono per alcuni secoli in
Groenlandia. Dal XVIII° secolo viene ripresa come terra di missione gestita in
parte dai religiosi della chiesa evangelica luterana e poi da compagnie con
capitale borghese norvegese e danese, e in seguito da una compagnia regia
commerciale, come era usanza al tempo in tutto il mondo, per gestire i commerci
fra la metropoli e la periferia coloniale. Negli anni 1950 del secolo passato,
la Groenlandia diviene una provincia della Danimarca, quindi c’è un progresso
nei diritti, nel senso che i groenlandesi, così come i faroesi, eleggono due
deputati al parlamento monocamerale danese. Negli stessi anni la Danimarca ha
concesso o comunque viene attribuita la capacità di autodeterminazione di un
governo autonomo Groenlandese.
L’ultima evoluzione del 2009 porta a una forma di autogoverno completa che ha
anche un suo itinerario verso l’indipendenza, anche se disegnato secondo una
forma cooperativa e collaborativa. Certamente il modello sociale dal quale non
vogliono allontanarsi troppo i groenlandesi è quello nordico danese ed è
attestato da tutti i tipi di indagini di opinione, recenti e passati.
Quali sono le sfide di questo territorio di fronte al riscaldamento climatico,
al nuovo turismo e alla disoccupazione diffusa?
Rispetto al cambiamento climatico le questioni sono due. Da un lato il fatto che
le grandi ricchezza del sottosuolo sono state sfruttate in maniera poco
sistematica fino a questo momento perché gli spessissimi ghiacci interni rendono
più difficile l’estrazione dal sottosuolo. Dall’altro perché anche qualora
questo avvenisse, la mancanza e la difficoltà di costruire infrastrutture
renderebbe comunque difficile poi l’effettiva esportazione delle risorse. Il
cambiamento climatico, posto che è una catastrofe che va evitata a tutti i
costi, però può favorire una forma più intensa di sfruttamento del sottosuolo.
Quello della Groenlandia è un tipico caso di economia della dipendenza ed
estrattiva, o meglio estrattivista. Tra l’altro le elezioni di qualche anno fa
sono state caratterizzate dal fatto che la popolazione inuit ha rifiutato un
progetto di estrazione di terre rare perché ne aveva già accertato gli esiti
negativi sul piano ambientale, e temevano che queste nuove attività economiche
potessero compromettere la caccia e la pesca, ben più radicate nella cultura
inuit, ma anche estremamente rimunerative. L’esito elettorale ha favorito la
vittoria di Inuit Ataqatigiit (Ia), il partito socialista e indipendentista
groenlandese, alla sinistra della social democrazia, che ha sospeso questo tipo
di estrazione dietro la quale c’era una joint venture se non ricordo male
sino-australiano.
Infine faccio una mia riflessione sul cambiamento climatico e sulla questione
dell’iperturismo che ormai è arrivato anche ai lembi estremi del nord europea,
tipo l’Islanda, e anche nell’artico potrebbe arrivare. Ritengo che, non so
quanto legittimamente, i grandi capitalisti delle Big-Tech che si muovono
intorno a Trump, e Trump stesso, stiano forse pensando ad acquisire la
Groenlandia anche perché in un’ipotesi di clima sempre più caldo magari alcune
popolazioni o alcune persone particolarmente benestanti potrebbero accettare di
trasferirsi lì per scampare a invece i disastri ben maggiori che potrebbero
accadere in altre zone del mondo. Questo per realizzare lì una specie di
comunità di geni o supposti geni che si radunano per creare un’aristocrazia del
nuovo ipercapitalismo.
Qual è la situazione politica e le posizioni in campo di fronte questa minaccia
statunitense?
Sia il partito Siumut, che sono social-democratici, che Inuit Ataqatigiit, che
sono questo partito socialista groenlandese, sono indipendentisti, e sono ora
rispettivamente il secondo e il terzo partito dopo essere stati quasi sempre il
primo e secondo. Entrambi però sono attenti a indicare un percorso di
indipendenza che non sia uno stravolgimento degli aspetti del welfare
social-democratico nordico. Poi c’è un aspetto di altro tipo, cioè che appunto
con i danesi alla fine si è costruito un percorso costituzionale condiviso che è
anche prospettico: dalla svolta del 1979 che ha concesso il governo autonomo e
poi quella successiva del 2009 dell’autogoverno, sempre uscite da referendum
popolari nettamente maggioritari. Quindi c’è stato un percorso democratico
chiaro ed evidente.
La maggior parte della popolazione quindi non vorrebbe lasciare questo percorso
certo, deciso insieme ai danesi, per un percorso incerto “americano”. Inoltre le
condizioni di vita delle popolazioni inuit in Alaska, un po’ meglio per quanto
riguarda il Canada, non sono certo migliori di quelle dei groenlandesi, anzi
tutt’altro.
Le ultime elezioni hanno visto una netta maggioranza di partiti, Siumut
(social-democratici), Inuit Ataqatigiit (socialisti), e Demokraatit
(liberal-democratici), i quali presentano differenze tra di loro ma si ritrovano
tutti in un approccio indipendentista. Tutti dicono non vogliamo essere né
danesi né americani ma certamente non vogliamo essere comprati: we are for
business but not for sale. Questa coalizione che raccoglie il 75%
dell’elettorato, e che adesso governa, si è unita, prima in campagna elettorale
all’inizio del 2025 e poi con la formazione del governo attuale, per rimanere
all’interno del percorso che abbiamo descritto, costituzionale, di progressiva
autonomia.
Inoltre questo percorso può concretamente portare a una retrocessione ulteriore
della Danimarca, soprattutto nella gestione della politica estera che è ora
quasi l’unica prerogativa che rimane ai danesi rispetto ai groenlandesi e ai
faroesi. Per ora il dibattito ha visto i groenlandesi accettare questa
“acquisizione” della gestione della politica estera, ma vengono sempre più
spesso avanzate richieste di maggiore autonomia su alcuni temi più strettamente
legati al territorio groenlandese, come per esempio la richiesta di sedere nel
Consiglio artico. Va detto anche che la Danimarca contribuisce ancora molto
all’economia dell’isola, con un contributo fisso annuale di vari miliardi di
corone, che divisi per una popolazione sotto i 60 mila abitati non è poco.
C’è soltanto un partito, che si chiama Naleraq, più nazionalista e più
indipendentista, che è cresciuto fino al 25%, ed è l’unico all’opposizione, che
invece è più aperto al rapporto con gli Stati Uniti, nonostante probabilmente lo
fanno per comunque accelerare il distacco dalla Danimarca.
Perché Trump è così interessato Groenlandia?
È vero che la Nato e i danesi in particolare hanno continuato da una ventina
d’anni una non più realistica politica che vede l’artico come spazio di pace,
per cui la regione non è stata presidiata militarmente quanto forse sarebbe
stato necessario per prevenire queste pretese statunitensi. La Russia da parte
sua possiede circa il 60% di territori artici, quindi è normale che sia attiva
nella zona. Gli esperti danesi, rispetto all’attività russa nell’artico, dicono
che sì, esiste, ma è più dalla parte del mare di Barents e delle Svalbard, e
questo è interessante, quasi divertente, perché come sappiamo i danesi sono
stati i più filo-Nato all’interno dell’Europa occidentale e i più antirussi
probabilmente in assoluto. Mentre non risulta nulla di particolare né di russo e
nemmeno di cinese intorno alla Groenlandia.
Quello che temono gli americani è che i sommergibili atomici russi possano
insinuarsi sotto i ghiacci avvicinandosi molto al continente americano e
accorciare ancora di più quella che è la realtà dell’artico, nel senso che
l’artico è la zona di minore percorrenza dalla quale si possono raggiungere tre
continenti, come la zona del mediterraneo. Avvicinandosi e navigando sotto i
ghiacci i sommergibili atomici russi potrebbero essere più minacciosi e questo
probabilmente ha un suo fondamento strategico.
Un’altra motivazione può essere che dopo il logoramento subito dai russi in
Ucraina una presenza americana forte nell’artico produrrebbe per loro uno sforzo
militare ulteriore e quindi uno stress superiore per l’economia russa. Ma i
danesi rispondo che nei trattati come quello del 1951, firmato in piena guerra
fredda e poi modificati in seguito, in realtà gli americani possono benissimo
decidere, trattando con i groenlandesi, di impiantare nuove basi. Ma gli
americani hanno addirittura nel tempo ritirato delle forze dalla Groenlandia,
quindi i danesi controbattono che se gli Stati uniti hanno queste paure la colpa
è anche loro che si sono ritirati da quel territorio.
Infine altra questione importante che sta dietro il ragionamento americano
riguarda gli aspetti più strategici, più razionali, per quanto temibili per la
pace degli equilibri mondiali. C’è l’idea di arretrare la difesa del continente
americano, cioè lasciare agli europei la difesa verso la Russia nel post guerra
in Ucraina per poi investire una parte cospicua nella parte artica e in quella
pacifica.
Secondo lei come si muoveranno gli USA per arrivare al controllo di questo
territorio?
C’è una risorsa che i nordici, e specialmente i nordici neutrali, come Finlandia
e Svezia, fino a poco tempo fa hanno utilizzato durante la guerra fredda, cioè
rendere particolarmente infame, a livello politico, un possibile attacco al loro
territorio. Questa politica era parte del loro dispositivo di sicurezza, perché
la neutralità ha una sua teoria della sicurezza nazionale. La difesa della
Danimarca è quella di diffidare gli Stati uniti dallo sparare a un Paese con
queste caratteristiche, che in più è uno dei più fedeli alleati.
Ma visto che l’opzione militare c’è sempre, rischia di forzare gli inuit e la
Danimarca ad accettare delle soluzioni che non avevano voluto accettare prima,
per esempio un’associazione della Groenlandia agli Stati uniti, tipo Portorico.
Fino al momento gli esperti militari danesi dicono che non risponderanno nel
caso gli Stati uniti li attacchino [l’intervista è stata registrata sabato 10
gennaio, ndr]. Un’altra ipotesi dell’espansione americana in Groenlandia è per
esempio la seguente: è plausibile che si concluda un nuovo trattato che riguardi
una nuova presenza militare americana con, per esempio, cinque nuove basi e
l’invio di 10mila soldati. Poi la realtà magari sarà che gli uomini e le forze
realmente dispiegate saranno il quintuplo, con una annessione di fatto
dell’isola e una gestione sul piano clientelistico della popolazione.
Un’altra ipotesi, che ho sentito dire da degli esperti accademici questa volta,
non della difesa, sia norvegesi che danesi, vedrebbe gli americani chiedere agli
alleati Nato di barattare una presenza statunitense come garanzia per una futura
pace in Ucraina in cambio di una pressione verso la cessione della Groenlandia
da parte dei danesi.
La copertina è a cura di DinamoPress
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