Marge Piercy / Il miraggio di Mattapoisett
Ormai quasi cinquant’anni fa Marge Piercy, scrittrice e attivista statunitense,
mirava il mondo che la avvolgeva con aria di speranza. Gli anni Settanta del
secolo scorso, spiega Piercy, furono un periodo vivacemente ottimista in merito
alle cause sociali che stavano a cuore a chi, come lei, si batteva per una
società più equa. Dominavano la scena i dibattiti pacifisti, femministi,
ambientalisti e sociali. Essi finirono, nel suo immaginario di scrittrice, per
aprire una finestra utopistica, nata dal “desiderio di un mondo migliore”, che
concretizzò nel romanzo Donna sul filo del tempo, arrivato in Italia quest’anno
per SUR con la traduzione di Andrea Buzzi.
L’ingrediente fondamentale, che pone le basi per tutto il mondo utopico del
domani creato nel romanzo, è la speranza, che trova nella fragilità e incertezza
il nucleo della sua potenza e inarrestabilità. Di speranza si sente priva da
diverso tempo Connie, la donna sul filo del tempo che aprirà uno squarcio in un
possibile futuro. Consuelo è una donna sulla trentina che vive nella New York
del 1976, nata in Texas custodendo radici sudamericane. Connie si trova ai
margini della società: riceve un sussidio economico per vivere e non possiede
più legami affettivi significativi, dopo la morte del compagno e
l’allontanamento legale della figlia. Dopo un episodio mal interpretato Connie
viene rinchiusa (nuovamente) in un ospedale psichiatrico, dove iniziano a usarla
come cavia per degli esperimenti volti al controllo degli impulsi mentali ed
emotivi. Connie possiede, però, una forte energia psichica che la rende
ricettiva verso altre energie da altre epoche: così conosce Luciente.
Luciente vive in un paesino del Massachusetts denominato Mattapoisett e corre
l’anno 2137. Si occupa di fitogenetica, ma attraverso la partecipazione a un
programma di emettitori, persone che tentano di attivare le proprie risorse
mentali intracognitive per parlare con il passato, riesce a mettersi in contatto
con Connie – e portarla mentalmente a Mattapoisett. Connie incontra, sorpresa,
una società migliore di quella che conosce, priva del dominio fantascientifico
dell’immaginario collettivo. Le classiche divisioni tra uomini e donne sono
state accantonate in favore di una suddivisione non più in base al genere
biologico, ma alle competenze di ciascun individuo. La maternità non è legata al
genere, in quanto non si partorisce più in vivo. Esiste un covatoio, dove gli
embrioni crescono fino al raggiungimento del nono o decimo mese. Quando arriva
il momento in cui sono pronti a nascere, i bambini vengono assegnati a un nucleo
di tre madri, senza distinzione di genere, che diventano comamme del bambino –
fino al momento della cerimonia del nome, dove i ragazzini si scelgono il
proprio nome e diventano indipendenti. La famiglia che si creeranno nel tempo
con i propri dolciamici diventerà la fam, un’unione di spirito e corpo senza
imposizioni di legge o obblighi.
Sebbene tutti abbiano il proprio lavoro, ognuno si occupa in contemporanea sia
delle faccende più basilari della vita, come coltivare e raccogliere i frutti
del terreno, sia della gestione della propria società, con assemblee cittadine
dove si decide a livello comunitario il perseguimento di qualche idea e una
turnazione dei dirigenti. Ogni cittadino ha la possibilità di prendersi un anno
sabbatico per viaggiare e intraprendere qualche vocazione, dopo un tempo di
lavoro sufficiente. Ognuno è pienamente libero di scegliere dove vivere: si può
rimanere nel paese e nella cultura di nascita, oppure integrarsi altrove. La
cura dell’ambiente naturale è intrinseca alla società che è stata costruita:
niente automobili ad alto consumo, niente industrie inquinanti. Il lavoro più
tedioso è stato robotizzato a favore di una minor permanenza in ritmi lavorativi
pesanti. Concentrandosi sul raggiungimento della massima autosufficienza
proteica possibile, gli abitanti di Mattapoisett vivono in una società pulita,
trasparente, in armonia con la flora e la fauna che popola il loro angolo di
mondo.
“Quando si scrive del futuro”, afferma l’autrice nella prefazione al libro, “lo
scopo è provare a influenzare il presente individuando le tendenze in atto”. In
Donna sul filo del tempo incontriamo una traduzione in chiave utopica di ciò per
cui Piercy si è battuta come attivista. Le battaglie femministe per un maggior
controllo del proprio corpo si sono trasformate nella parità assoluta di genere
– contro un futuro distopico robotizzato che compare brevemente nel romanzo,
dove le donne sono sotto il controllo degli uomini che detengono la ricchezza
assoluta. Le istanze sociali sono sfumate in una vita comunitaria, dove ognuno
partecipa attivamente alle decisioni politiche e nessuno deve nascondere le
proprie radici. La comunione con l’ambiente è diventata il nucleo della vita
della popolazione, attorno al quale ruota la sua preservazione dopo i danni
causati dalla negligenza e superficialità di pensiero del passato. Nonostante
nulla sia inevitabile e Mattaposett sia “solo uno dei futuri possibili”, come
spiega Luciente, Piercy si batte per un minor sbilanciamento nella distribuzione
della ricchezza – una ricchezza che è tanto più importante quando viene letta in
relazione alla salvaguardia del verde che splende sulla terra, all’uguaglianza,
ad un pieno perseguimento del proprio potenziale.
Quando si legge del futuro, quindi, si sta leggendo anche del presente.
Nonostante il romanzo sia inizialmente uscito nel 1976, nel nostro tempo rimane
ancora tanto da fare per raggiungere gli ideali di Mattapoisett. Se è vero che
potrebbero coesistere universi paralleli, come in Donna sul filo del tempo, dove
diversi futuri sono possibili, allora Piercy è riuscita a scrivere non solo un
romanzo utopico, ma soprattutto un romanzo di speranza.
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