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Emergency alla manifestazione contro i CPR a Castel Volturno: “Chiediamo l’abolizione di questo sistema”
EMERGENCY promuove e aderisce alla manifestazione nazionale “NO AI CPR, NÉ A CASTEL VOLTURNO NÉ ALTROVE” che si terrà il 24 ottobre a Castel Volturno, per dire che la comunità non ha bisogno di un Centro di Permanenza per il rimpatrio (CPR) sul proprio territorio e, nello stesso tempo, chiedere la chiusura di tutti i CPR, ribadendo la necessità del superamento dell’intero sistema della detenzione amministrativa. EMERGENCY denuncia da anni come la detenzione amministrativa all’interno dei CPR non solo non offra alcuna risposta alla gestione dei fenomeni migratori, ma continui a produrre esclusione, sofferenza, ulteriore marginalità e in alcuni casi morte. Attraverso il lavoro dell’ONG, con visite degli operatori all’interno dei CPR, insieme al TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), e il contatto diretto negli ambulatori in Italia con le persone che hanno vissuto l’esperienza della detenzione, EMERGENCY ha potuto constatare l’impatto psicofisico che la detenzione nei Centri per i Rimpatri ha sulle persone. Queste ultime, pur in assenza di reati, vengono private della libertà personale, con una gravissima limitazione di diritti e garanzie fondamentali, tra cui quello alla salute.  “I CPR sono assimilabili ai vecchi manicomi per le logiche di segregazione e violenza istituzionale; per questo andrebbero anch’essi aboliti” dichiara Sergio Serraino, coordinatore EMERGENCY Campania. “Dopo 28 anni di esistenza del sistema dei CPR, possiamo affermare che il problema non sia solo nella gestione dei luoghi, ma nell’obiettivo per cui sono nati: il rimpatrio forzato di uomini e donne che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di sottrarsi a condizioni di vita inaccettabili e pericolose.” Nel secondo rapporto di monitoraggio sui CPR pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione[1] , emerge ancora più chiaramente come questi luoghi di detenzione, di fatto, abbiano conseguenze importanti sia sulla salute fisica che su quella mentale delle persone trattenute. “Il diritto alla salute all’interno di questi centri risulta sistematicamente compromesso a causa della natura stessa della detenzione amministrativa. Sono luoghi patogeni, cioè in grado di generare o deteriorare gravemente la salute psicofisica delle persone” dichiara Emanuele Longo, responsabile medici Programma Italia EMERGENCY. “All’interno dei CPR è stata più volte denunciata una massiccia e spesso incontrollata somministrazione di terapie sedative e psicofarmaci, che sembrano utilizzati in modo improprio come strumento di gestione dell’ordine pubblico e di contenimento della tensione interna, anziché per reali finalità terapeutiche. A questo si aggiunge un numero allarmante di atti di autolesionismo, continui tentativi di suicidio e anche di morti tragiche, specchio di una profonda e disperata sofferenza psicologica.” Nei CPR, anche l’assistenza sanitaria di base, a gestione privata, è spesso fortemente limitata, senza un adeguato percorso di cura e continuità terapeutica. A incidere sul benessere delle persone trattenute sono soprattutto le condizioni stesse della detenzione: isolamento, carenze strutturali e limitazioni della libertà personale producono un impatto significativo su chi vive in questi centri, con il rischio concreto di ri-traumatizzazione o di sviluppare disturbi post – traumatici da stress. “Un nostro paziente in Sicilia è stato rinchiuso per diverso tempo in un CPR” racconta Ahmed Echi, responsabile del progetto Sicilia di EMERGENCY. “Quando lo abbiamo rivisto era un altro: a malapena camminava, sembrava addormentato, non rispondeva. Non era più la stessa persona che conoscevamo.”  EMERGENCY sarà presente il 24 ottobre alle ore 13.00 davanti il Centro Fernandes di Castel Volturno per chiedere la chiusura di tutti i CPR presenti in Italia, di non investire nell’apertura di altri Centri di Rimpatrio e concentrarsi su politiche fondate sulla tutela dei diritti, dell’accoglienza e della salute. Emergency
October 22, 2026
Pressenza
Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17 ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!” Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza. Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore, malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di tutte le patologie da fonti inquinanti della regione. Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento e capacità produttiva del polo siderurgico jonico. Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad avvolgerci, per qualche periodo. La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del “mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi costruito da mano umana. Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012 avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche ora che il catorcio è semispento. Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su un’isola. La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più: occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri! I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo. Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche, era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera” – quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare, sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”. I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca. Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!” Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto: “Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti: grazie, nonno di tutti noi!” La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto. Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce: “Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella guerra (…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra che non abbiamo difeso e ora è un campo minato su cui crescono fiori bellissimi”. A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle piazze partecipate. E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!   Mimmo Laghezza
October 20, 2026
Pressenza
EX ILVA, cinque giorni di lotta ad oltranza hanno dimostrato la forza dei lavoratori. Ora il Governo deve rispondere.
Cinque giorni di sciopero, blocchi stradali, manifestazioni e una determinazione che da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, ha riportato al centro della scena nazionale la forza dei lavoratori dell’ex Ilva. Sono state giornate straordinarie, nelle quali migliaia di operai hanno dimostrato che, nonostante anni di crisi, promesse mancate, […] L'articolo EX ILVA, cinque giorni di lotta ad oltranza hanno dimostrato la forza dei lavoratori. Ora il Governo deve rispondere. su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Ex Ilva, Usb: la mobilitazione prosegue. Il governo non può più limitarsi a gestire l’emergenza
La giornata di sciopero e mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva rappresenta un passaggio importante di una vertenza arrivata ormai a un punto di rottura. La partecipazione dei lavoratori e i blocchi organizzati a Taranto e Genova confermano che non esistono più le condizioni per accettare ulteriori rinvii. La […] L'articolo Ex Ilva, Usb: la mobilitazione prosegue. Il governo non può più limitarsi a gestire l’emergenza su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
Londra. Continuano le manifestazioni per chiedere la chiusura dell’ambasciata israeliana
Dopo un grande 150° Picchetto arricchito dall’intervento di Agnes Kory sopravvissuta all’Olocausto nazista, e guidato da Rachael Shapiro di IJAN Germania, ci avviamo al Picchetto  no. 151. È stata una settimana memorabile: le conseguenze del discorso del Mininstro degli Esteri del Regno Unito, l’ebreo Ed Miliband, sono state spettacolari. Sebbene […] L'articolo Londra. Continuano le manifestazioni per chiedere la chiusura dell’ambasciata israeliana su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
Ex Ilva. O interviene lo Stato o è catastrofe sociale
La sentenza della Corte d’Appello di Milano che ordina la chiusura dell’area a caldo di Taranto per amianto e polveri sottili, vista la storia degli ultimi 14 anni era scontata. La Meloni non può dire che “non dipende da noi”. Questa sentenza è arrivata dopo 14 anni di errori clamorosi […] L'articolo Ex Ilva. O interviene lo Stato o è catastrofe sociale su Contropiano.
September 16, 2026
Contropiano
Ex Ilva. Chiude l’area a caldo. Migliaia di licenziamenti
Un decreto della Corte d’Appello di Milano, impone che entro il 25 ottobre venga chiusa l’area a caldo della ex Ilva di Taranto, in pratica il cuore della fabbrica ma anche dell’inquinamento ambientale. I giudici milanesi hanno rigettato l’istanza di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietaria e […] L'articolo Ex Ilva. Chiude l’area a caldo. Migliaia di licenziamenti su Contropiano.
September 12, 2026
Contropiano
Electrolux. Confermati licenziamenti e chiusure. Il 15 sciopero in tutti gli stabilimenti
Dopo due giorni di confronto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy della scorsa settimana, la direzione dell’Electrolux ha sotanzialmente confermato il proprio piano industriale, mantenendo la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e un numero di esuberi pari a 1.450 dipendenti in tutta Italia. A questi […] L'articolo Electrolux. Confermati licenziamenti e chiusure. Il 15 sciopero in tutti gli stabilimenti su Contropiano.
September 10, 2026
Contropiano
«l’Unità» da tre mesi in silenzio
Da tre mesi (7 luglio 2026) «L’Unità» non è più in edicola. Ancora un’interruzione alle pubblicazioni per il quotidiano diretto (da tre anni, fin dalla riapertura) da Piero Sansonetti. Fino a quel momento Sansonetti dirigeva «Il Riformista», poi transitato per una breve parentesi a Matteo Renzi, successivamente ad Alessandro Barbano e ora tornato a Claudio Velardi, che quel quotidiano aveva contribuito a fondarlo. Ora l’incontro-scontro in essere è tra l’editore (Romeo editore) e il Partito democratico, interessato a rilevare la testata un tempo organo del Pci, poi del Pds nonché del Pd, infine quotidiano d’area democratica. Che poi, non può neanche chiamarsi scontro dato che tra le parti vige un paludoso silenzio. Stop that train Non sappiamo se questa interruzione delle pubblicazioni sia preludio ad una nuova chiusura definitiva o se davvero vi sia una base interlocutoria concreta tra il Partito democratico e l’editore Romeo. Per un verso o per l’altro, registriamo la quarta chiusura, a seguito di riapertura, degli ultimi vent’anni. La segretaria del Partito democratico Schlein aveva cercato un’interlocuzione col gruppo Romeo già prima della chiusura di luglio, l’imprenditore aveva risposto al gruppo dirigente democratico di poter cedere la testata «ad un prezzo puramente simbolico» per far sì che la testata tornasse alla sua «casa naturale». Il Pd ha preferito interrompere i colloqui in quanto il gruppo editoriale, stando a quanto riportava «Il Sole 24 Ore», avrebbe avuto l’intenzione di mantenere una partecipazione di minoranza e la trattativa per l’eventuale cessione s’era interrotta. Di fatto un nuovo “alt” alle pubblicazioni a cui la testata storica fondata da Antonio Gramsci non è purtroppo nuova. Perdite, dati, vendite Il Gruppo Romeo, ancora citando il comunicato stampa diffuso al momento della sospensione delle pubblicazioni del quotidiano, aveva fatto riferimento alle «ulteriori perdite di esercizio», che avrebbe portato la decisione dell’interruzione obtorto collo, sebbene i dati aggregati non siano noti. I quotidiani del gruppo, infatti, non sono monitorati da Accertamenti diffusione stampa, cioè la società che si occupa di certificare e monitorare i dati relativi alla tiratura e diffusione della stampa quotidiana e periodica italiana. Giornale… La fenice sembra non riuscire a rinascere: da una parte il gruppo editoriale che mette le mani avanti sulla possibile interlocuzione saltata con il Partito democratico, dall’altra un’organizzazione politica che vorrebbe a tutti i costi recuperare un’immagine non solo nei confronti di un elettorato che sta mutando pelle, ma anche nei confronti di chi ha deciso di orientare altrove il proprio voto. Eppure commentatori e opinionisti, nonché l’implacabilità dei dati, raccontano di un mondo che procede velocemente sui binari della connessione e della atomizzazione. Più gli utenti generano connessioni virtuali, meno ne generano nel mondo virtuale, finendo così per fare in modo che internet viva di bolle alimentate dalle reti sociali, di comunicazione rapida e sensazionalistica senza contribuire ad un’analisi o ad una elaborazione critica dei fatti. Ma allora cosa se ne fa il Partito democratico di un giornale? Uno slancio naif o una volontà concreta? …o scontro tra fazioni? Forse la segreteria ha davvero un piano per il futuro a lungo termine de «l’Unità» o forse la vicenda che c’è stata del ritorno di «Rinascita» ad opera di Goffredo Bettini e del gruppo romano Smeriglio-Zingaretti ha proverbialmente messo i bastoni fra le ruote dell’iniziativa del Partito, riportando il tutto ad una lotta fra correnti. Certo è che in un presente in cui i quotidiani soffrono le vendite delle singole copie, per cui il saldo è sempre al negativo, sarebbe stato interessante capire in cosa si fosse sostanziata la proposta democratica, al di là della riacquisizione del quotidiano del fu Pci. Cosa sarà de «l’Unità» lo scopriremo. Di certo ora rimane un sito fermo al 7 luglio 2026 (in cui sovente refusi ed errori non venivano corretti, come accadde quando si scambiò il giornalista Giancarlo Siani col comico Alessandro Siani) e un silenzio spettrale sul futuro di una testata che non si è limitata a parlare ad una parte politica ma ha avuto il pregio di raccontare un Paese intero. Ora scomparso. Marco Piccinelli
September 7, 2026
Pressenza
Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata
“Cronaca di una morte annunciata: potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo”: sono le dichiarazioni a caldo dei componenti l’esecutivo nazionale di Usb Francesco Rizzo e Sasha Colautti dopo l’annuncio del presidente di Aigi Nicola Convertino che ha comunicato la partenza delle lettere di licenziamento […] L'articolo Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano