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Tibet, 12 marzo 1959: l’insurrezione delle donne tibetane
Pubblichiamo da Nalanda Edizioni, un bellissimo articolo sulla storia della rivolta delle donne tibetane avvenuta il 12 marzo 1959, due giorni dopo la storica Insurrezione di Lhasa. Spesso la storia viene raccontata attraverso lenti maschili, ma c’è una data che ha cambiato per sempre il volto del Tibet: il 12 marzo 1959. Quel giorno, migliaia di donne di ogni estrazione sociale – nobildonne, monache, mercanti e madri di famiglia – sfidarono l’autorità militare di Pechino marciando per le strade di Lhasa. Non fu solo una protesta, ma l’atto di nascita di un movimento politico femminile che ancora oggi ispira il mondo intero. Mentre la minaccia di un rapimento del XIV Dalai Lama diventava imminente, oltre 5.000 donne si radunarono sotto il Palazzo del Potala al grido di: “Il Tibet appartiene ai Tibetani”. Una mobilitazione interclassista e nonviolenta guidata da figure eroiche come Pamo Kusang (nella foto), che pagò con il sacrificio estremo la sua dedizione alla causa.   La storiografia della resistenza tibetana contro l’occupazione della Repubblica Popolare Cinese è stata spesso interpretata attraverso lenti prevalentemente maschili, concentrandosi sulla guerriglia dei Khampa o sulle decisioni politiche del governo del Kashag. Tuttavia, l’evento del 12 marzo 1959, noto come la Rivolta delle Donne Tibetane, emerge come un punto di rottura fondamentale che non solo ha sfidato l’autorità militare di Pechino, ma ha anche ridefinito il ruolo della donna all’interno della struttura sociopolitica tibetana. Questa sollevazione, avvenuta due giorni dopo l’insurrezione nazionale del 10 marzo, rappresenta un caso unico di mobilitazione spontanea, interclassista e non violenta, che ha visto migliaia di donne marciare per le strade di Lhasa per rivendicare la sovranità nazionale e la sicurezza fisica del XIV Dalai Lama. DIECI ANNI DI TENSIONI E L’EROSIONE DELLA SOVRANITÀ  Per comprendere la magnitudo della protesta femminile del marzo 1959, è necessario analizzare il decennio di crescente instabilità che seguì l’ingresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel Tibet orientale nel 1949 e la successiva annessione del 1950. L’Accordo in 17 Punti, ratificato nel 1951 sotto la minaccia delle armi, aveva garantito al Tibet una forma di autonomia regionale, ma la realtà sul campo si era rapidamente trasformata in un’occupazione oppressiva. Già nel 1954, la presenza massiccia di oltre 222.000 membri dell’EPL aveva mandato in collasso il fragile sistema agricolo tibetano, portando a carestie diffuse nelle regioni centrali. Questa pressione economica, unita alla distruzione sistematica dei monasteri nel Kham e nell’Amdo e alle esecuzioni pubbliche di leader locali e monaci, aveva generato un flusso costante di rifugiati verso Lhasa. Entro il 1958, la capitale era diventata una polveriera: i campi profughi ai margini della città portavano con sé racconti di atrocità, alimentando un risentimento che superava le divisioni tra l’aristocrazia e il popolo comune. IL 10 MARZO E IL RUOLO DELLE DONNE NELLA PROTEZIONE DEL DALAI LAMA L’evento scatenante della rivolta generale fu l’invito ambiguo rivolto al Dalai Lama per assistere a uno spettacolo teatrale presso il quartier generale cinese di Lhasa il 10 marzo 1959. La richiesta che Sua santità si presentasse senza scorta armata e in totale segretezza fu immediatamente interpretata come un piano di rapimento. In risposta, una folla di circa 30.000 tibetani circondò il Norbulingka (il palazzo estivo) per formare un cordone umano di protezione. In questo scenario, la partecipazione femminile non fu accessoria. Le donne iniziarono a organizzarsi non appena divenne chiaro che la diplomazia ufficiale del Kashag era impotente di fronte all’aggressione militare. L’8 marzo, durante le celebrazioni della Giornata della Donna, il generale cinese Tan Guansan aveva pronunciato un discorso intimidatorio, avvertendo che l’EPL avrebbe distrutto i monasteri se la resistenza non fosse cessata. Questa non poi tanto velata minaccia agì da catalizzatore per le donne tibetane, che compresero come la sopravvivenza della nazione dipendesse dalla loro capacità di scendere in piazza come forza politica autonoma. LA GENESI DELLA RIVOLTA DELLE DONNE Mentre il 10 marzo è ricordato come il giorno dell’insurrezione nazionale, il 12 marzo segna la nascita ufficiale del movimento politico femminile tibetano. Circa 5.000 donne (alcune stime suggeriscono fino a 15.000) si radunarono a Drebu Lingka, lo spazio aperto situato appena sotto il Palazzo del Potala, alle dieci del mattino. Questa folla era composta da figure provenienti da ogni strato della società: nobildonne, mogli di funzionari, monache, mercanti e semplici madri di famiglia. Le manifestanti portavano striscioni con slogan inequivocabili: “Il Tibet appartiene ai Tibetani” e “Da oggi il Tibet è Indipendente”. L’azione fu meticolosamente pianificata per essere non violenta, cercando di sfruttare la visibilità internazionale fornita dalle missioni straniere ancora presenti a Lhasa, come quelle dell’India e del Nepal. Le leader della rivolta presentarono memorandum formali al Console Generale indiano, chiedendo assistenza internazionale per fermare l’aggressione cinese.3 PAMO KUSANG E IL CONSIGLIO DELLE DIECI La rivolta del 12 marzo non fu un’esplosione emotiva disorganizzata, ma il risultato di una leadership audace che sfidò le convenzioni sociali del tempo. Il gruppo dirigente, che avrebbe poi formato la base della futura Tibetan Women’s Association (TWA), era guidato da figure che univano l’influenza sociale alla determinazione politica. Leader della rivolta Origine Destino post-1959 Pamo Kusang (Kundeling Kunsang) Nipote di Tsarong Dasang Dadul, elite politica. Leader principale; torturata e giustiziata nel 1970. Galingshar Choe la Monaca del monastero di Mijungri. Detenuta; morta a causa delle atrocità subite in prigione. Pekhang Penpa Dolma Rappresentante della società civile di Lhasa. Deceduta in detenzione dopo interrogatori brutali. Tahutsang Dolkar Figura chiave nella mobilitazione dei quartieri. Arrestata; il suo impegno ispirò le generazioni successive. Dehmo Chime Famiglia aristocratica Dehmo. Prigioniera politica; morta negli anni ’70 dopo il rilascio. Resoor Yangchen Attivista di base. Scontò 20 anni di prigione subendo torture sistematiche. Ani Yonten Monaca. Prigioniera fino al 1979; testimone delle violenze. PAMO KUSANG E IL SACRIFICIO FINALE Pamo Kusang, nata Kundeling Kunsang (nell’immagine insieme alle figlie), incarna la transizione dalla vita aristocratica alla militanza rivoluzionaria. Sposata con Gurteng Lobsang Tashi, un alto funzionario del monastero di Kundeling, la sua vita cambiò radicalmente con l’occupazione. Il suo ruolo il 12 marzo fu quello di principale oratrice e organizzatrice. Incitò le donne a circondare il Potala e a respingere l’Accordo in 17 Punti, dichiarandolo nullo a causa della violazione cinese. La sua storia è particolarmente significativa per la fase della detenzione. Dopo l’arresto seguito al bombardamento di Lhasa, Pamo Kusang divenne un simbolo di resistenza interna al sistema carcerario. Nel 1970, durante il culmine della Rivoluzione Culturale, organizzò una dimostrazione all’interno del carcere (probabilmente Drapchi o Gutsa), guidando le compagne nel gridare slogan anti-cinesi e pro-indipendenza. Per proteggere le altre detenute dalle ritorsioni, Pamo Kusang dichiarò formalmente davanti ai funzionari del carcere di essere l’unica responsabile della protesta. Il suo martirio avvenne a est del Monastero di Sera. I resoconti indicano che fu condotta al luogo dell’esecuzione in condizioni fisiche pietose: era diventata sorda da un orecchio, era quasi calva, perché i capelli le erano stati strappati durante gli interrogatori, e il suo corpo era segnato da anni di torture. Fu fucilata alla schiena davanti a una fossa comune e i soldati continuarono a sparare sui corpi già a terra per assicurarsi del decesso. LA REPRESSIONE MILITARE Mentre le proteste femminili continuavano tra il 12 e il 18 marzo, la situazione militare precipitava. Il XIV Dalai Lama lasciò segretamente il Norbulingka la notte del 17 marzo, vestito da soldato e accompagnato da una piccola scorta. Non appena le autorità cinesi compresero che il leader era fuggito, scatenarono un attacco frontale contro la città. Il Norbulingka fu colpito da circa 800 proiettili di artiglieria pesante il 21 marzo, uccidendo migliaia di civili che erano rimasti a presidiare le mura. I soldati dell’EPL bombardarono sistematicamente i grandi monasteri di Sera e Drepung, distruggendo tesori artistici e scritture millenarie. A Lhasa, furono eseguiti rastrellamenti casa per casa: chiunque venisse trovato in possesso di armi o bandiere tibetane veniva trascinato in strada e fucilato sul posto. Si stima che oltre 86.000 tibetani siano stati uccisi nel solo Tibet centrale durante questo periodo di repressione sanguinosa. LE “FIGLIE DEL TIBET” E RINCHEN DOLMA TARING Una delle cronache più dettagliate di quei giorni è contenuta nell’autobiografia di Rinchen Dolma (Mary) Taring, intitolata Daughter of Tibet. Taring, appartenente all’aristocrazia di Lhasa, descrive il 12 marzo come un momento di disperazione eroica: “Sapevamo che la gente comune di Lhasa era spinta alla ribellione aperta… anche se avrebbero dovuto combattere i mitraglieri a mani nude”. Suo marito, Jigme Taring, era il fotografo ufficiale del Dalai Lama e utilizzò le sue cineprese per documentare i bombardamenti e la resistenza popolare. Queste riprese, caricate di un valore storico inestimabile, furono in gran parte sequestrate dalle autorità cinesi e utilizzate paradossalmente nei film di propaganda come Putting Down the Rebellion in Tibet. La famiglia Taring riuscì a fuggire in India, dove Rinchen Dolma dedicò il resto della sua vita alla cura dei bambini orfani e alla fondazione del Tibetan Homes Foundation, diventando una “Amala” (madre) per migliaia di rifugiati. LA RIVOLTA DI NYEMU DEL 1969 Dieci anni dopo l’insurrezione di Lhasa, una seconda ondata di resistenza guidata da donne scosse il distretto di Nyemu nel 1969, durante la Rivoluzione Culturale. La figura centrale fu Trinley Choedon (Nyemu Ani), una monaca che sosteneva di essere il medium di divinità guerriere tibetane. A differenza del movimento del 1959, che era stato guidato dall’élite urbana per difendere lo Stato tibetano tradizionale, la rivolta di Nyemu fu un movimento contadino che univa il fervore religioso alla lotta contro le riforme economiche forzate (tasse sulle vendite e donazioni obbligatorie di grano). Trinley Choedon riuscì a destabilizzare le fazioni locali fedeli a Pechino, portando a massacri di quadri comunisti e collaboratori. Tuttavia, la rivolta fu schiacciata con una violenza ancora maggiore: Trinley e sessanta delle sue compagne furono fustigate pubblicamente e giustiziate a Lhasa nel giugno 1969. Questo evento dimostra la continuità della resistenza femminile, che si adattava alle nuove forme di oppressione ideologica della Cina maoista. LA RESISTENZA CONTINUA L’eredità del 12 marzo 1959 si è manifestata con rinnovata forza tra il 1987 e il 1996, quando le monache tibetane divennero le principali organizzatrici di proteste non violente a Lhasa. Nel 1987, circa 15 monache del monastero di Garu guidarono la prima manifestazione interamente femminile dopo decenni, chiedendo il ritorno del Dalai Lama e il rispetto dei diritti umani. Molte di queste donne furono imprigionate a Drapchi, dove subirono torture con bastoni elettrici e lunghi periodi di isolamento. Un episodio leggendario di questo periodo riguarda 14 monache che, nel 1994, riuscirono a registrare clandestinamente canzoni patriottiche all’interno del carcere e a farle arrivare all’estero. Questo atto di sfida culturale riprendeva direttamente la tradizione di resistenza iniziata da Pamo Kusang nel 1970. LA TIBETAN WOMEN’S ASSOCIATION (TWA)  In seguito alla repressione del 1959, migliaia di donne tibetane seguirono il Dalai Lama in India. La necessità di sopravvivenza immediata impedì un’organizzazione formale per diversi anni, ma le donne tibetane divennero la spina dorsale dei primi insediamenti di rifugiati, gestendo centri di artigianato e scuole. Su richiesta del Dalai Lama, la Tibetan Women’s Association fu formalmente rifondata a Dharamsala il 10 settembre 1984. L’organizzazione rivendica esplicitamente le sue radici nella rivolta del 12 marzo 1959, considerandola l’atto di nascita del femminismo politico tibetano. Oggi, la TWA opera su scala globale con oltre 17.000 membri e svolge un ruolo cruciale nella documentazione degli abusi specifici di genere nel Tibet occupato, come le sterilizzazioni forzate e gli aborti coercitivi. La TWA ha trasformato la memoria della rivolta in un programma di empowerment concreto per le donne nella diaspora. * Educazione e formazione. Programmi come “Stitches of Tibet” (istituito nel 1995) offrono formazione professionale a donne rifugiate non istruite. * Empowerment delle monache. Workshop su leadership, sensibilizzazione di genere e risoluzione dei conflitti. * Advocacy internazionale. Partecipazione a forum delle Nazioni Unite per denunciare le violazioni dei diritti umani. * Supporto sociale. Assistenza a madri single e anziani vulnerabili nelle comunità tibetane.23 * Conservazione culturale: Slogan “Advocacy for Home, Action in Exile” sottolinea il duplice impegno politico e culturale. La rivolta delle donne del 12 marzo 1959 non è solo un capitolo eroico della storia tibetana; è un prisma attraverso il quale analizzare le dinamiche di potere nel Tibet contemporaneo. L’evento ha dimostrato che le donne tibetane non erano spettatrici passive del conflitto geopolitico, ma attori capaci di auto-organizzazione e di sacrificio estremo. L’analisi dei dati e delle testimonianze suggerisce che il trauma del 1959 ha cementato un’identità di resistenza che si è tramandata attraverso le generazioni. Le auto-immolazioni iniziate nel 2011, che hanno visto la partecipazione di numerose donne e monache, sono l’ultimo e più tragico stadio di questa lotta. La persistenza del “Women’s Uprising Day” nelle comunità in esilio funge da promemoria costante che, per il popolo tibetano, la questione della sovranità rimane aperta e indissolubilmente legata alla dignità e alla libertà delle sue donne. In conclusione, la Rivolta delle Donne del 12 marzo 1959 rappresenta un unicum storico: una sollevazione che ha saputo fondere la difesa della tradizione (la protezione del Dalai Lama) con l’innovazione politica (la nascita della prima associazione nazionale femminile). Le vite di Pamo Kusang, Rinchen Dolma Taring e delle migliaia di “sorelle” che hanno marciato verso il Potala continuano a definire il perimetro morale e politico della causa tibetana nel XXI secolo. L’impatto di quel giorno di marzo risuona ancora nelle aule delle Nazioni Unite e nelle strade di Dharamsala, a testimonianza del fatto che la memoria storica, quando radicata nel sacrificio e nella verità documentata, rimane la sfida più ardua per qualsiasi regime di occupazione.   Nalanda Edizioni Nalanda Edizioni nasce nel 2019 ed è la casa editrice della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT). Il nostro nome fa immediatamente riferimento all’antica università monastica indiana da cui sono discese tutte le principali tradizioni e un ininterrotto lignaggio di elaborazione filosofica, dottrinale, epistemologica.  Il nostro scopo è realizzare testi che supportino lo studio e la pratica sia di coloro che hanno già gettato le basi della conoscenza e si avviano ad approfondire gli aspetti più complessi del Dharma, sia di coloro che hanno bisogno di formarsi una visione generale del Buddhismo. Operiamo il più possibile in base a criteri di sostenibilità e basso impatto ambientale: stampiamo in Italia; usiamo carte ecologiche, riciclate ove possibile. La nostra distribuzione avviene esclusivamente attraverso i Centri di Dharma e online su questo sito.  Tutto questo è reso possibile grazie all’indispensabile contributo della FPMT e dei suoi Centri e dell’Unione Buddhista Italiana che, attraverso il finanziamento pubblico dell’8 per mille, garantisce una parte della sostenibilità finanziaria della casa editrice. Nalanda Edizioni non ha scopo di lucro. https://www.nalandaedizioni.it/  Redazione Italia
February 18, 2026
Pressenza
Roma, manifestazione per 67° anniversario dell’Insurrezione di Lhasa
La questione tibetana risale al 1950, quando le armate di Mao entrarono in Tibet. Nel 1951 fu stipulato l’Accordo dei Diciassette Punti – noto ai cinesi come Trattato di liberazione pacifica del Tibet – in base al quale i tibetani riconoscevano la sovranità cinese e permettevano l’ingresso a Lhasa di un contingente dell’esercito per programmare il graduale inserimento delle riforme per l’integrazione del Tibet nella Cina, tra le quali l’abolizione della servitù della gleba. Le autorità cinesi si impegnarono in cambio a non occupare il resto del paese e a non interferire nella politica interna, la cui gestione veniva lasciata al governo tibetano, ma prendendosi carico di tutte le relazioni tibetane con l’estero. Purtroppo l’Accordo venne in seguito disconosciuto da entrambe le controparti. Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano si sollevò a Lhasa per difendere la propria libertà politica, culturale e religiosa, ma fu repressa nel sangue dalle truppe di Pechino, che provocarono circa 65.000 vittime e deportarono altre 70.000 persone. La repressione che ne seguì costò la vita a decine di migliaia di persone tra cui monache e monaci e segnò profondamente la storia del Tibet. Ciò costrinse molti, fra cui il Dalai Lama (guida politica e spirituale), a fuggire e ad accogliere l’invito del governo di Nuova Delhi a rifugiarsi in India. Il governo tibetano venne costretto dall’esilio passando dalla sua residenza di Lhasa, il Palazzo di Potala, alla residenza di Dharamsala in India, in seguito all’annessione cinese ed alla fallita rivolta del 1959. Il Dalai Lama non fece più ritorno nella sua terra. Il Tibet fu frazionato, buona parte dei suoi territori fu assegnata ad altre province cinesi, mentre nel 1964 la parte rimasta divenne la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a statuto speciale. Purtroppo, la “rivoluzione culturale” di Mao (1965-1976) portò studenti ed estremisti cinesi a condannare come “controrivoluzionaria” ogni forma di buddhismo e molti monasteri, templi e forme d’arte vennero distrutte. Da lì in poi la colonizzazione cinese del Tibet si è solo intensificata con il fine di “cinesizzare” l’intero altopiano e il Palazzo del Potala a Lhasa è stato convertito in museo dal governo cinese. L’arrivo del buddhismo di tradizione tibetana in Occidente si lega inevitabilmente a quei fatti tragici. Il 10 marzo è un giorno di memoria e di responsabilità morale: ricordare significa onorare chi ha sofferto, vigilare affinché il Dharma possa essere trasmesso liberamente e coltivare compassione verso tutti gli esseri coinvolti, senza eccezione. Incluso il popolo cinese. A distanza di 67 anni, la sofferenza del popolo tibetano continua a manifestarsi nella limitazione della libertà religiosa, nella repressione delle pratiche spirituali, nell’erosione dell’identità culturale e nella separazione forzata delle giovani generazioni dalle proprie radici. Per tutto questo il neo-costituito Comitato Pro Tibet promuove una manifestazione pacifica di ricordo e testimonianza, il 10 marzo 2026, a Roma, dalle ore 15:00 in via San Nicola de Cesarini. Redazione Roma
February 18, 2026
Pressenza
Sua Santità il XIV Dalai Lama: “Proseguirà l’istituzione del Dalai Lama e il suo riconoscimento spetterà al Gaden Phodrang Trust”
L’istituzione del Dalai Lama continuerà e “il processo di riconoscimento” di una nuova massima autorità spirituale del Buddismo tibetano della scuola Gelug “sarà di esclusiva competenza dei membri del Gaden Phodrang Trust, l’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama”, l’unico “ad avere l’autorità di riconoscere la futura reincarnazione”. Il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, nella dichiarazione odierna, ha ribadito che “nessun altro ha la stessa autorità per interferire in questa questione”, escludendo qualsiasi ruolo di Pechino. Il governo cinese risponde affermando che il successore del Dalai deve essere “approvato dal governo centrale” cinese, come ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, il quale ha dichiarato: “La reincarnazione del Dalai Lama, del Panchen Lama e di altre grandi figure del Buddismo devono essere scelte per estrazione a sorte da un’urna d’oro e poi approvate dal governo centrale”. Il Dalai Lama ha fornito le indicazioni sulla successione a pochi giorni dal suo 90esimo compleanno, che cade il 6 luglio, dal suo esilio in India, dove si è rifugiato dall’età di 23 anni, da quando l’Esercito Popolare di Liberazione piegò la rivolta armata in Tibet contro i comunisti di Mao Zedong nel 1959. La vicenda del successore è motivo di inquietudine per Pechino perché Tenzin Gyatso nel suo nuovo libro pubblicato a marzo 2025 (‘Voice for the Voiceless’) ha scritto che il suo successore nascerà fuori dalla Cina, nel “mondo libero”, quando in precedenza aveva detto che avrebbe potuto reincarnarsi fuori dal Tibet, forse in India. Riportiamo la Dichiarazione integrale pubblicata dal Gaden Phodrang Trust, l’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama: Il 24 settembre 2011, in occasione di una riunione dei capi delle tradizioni spirituali Tibetane, ho rilasciato una dichiarazione ai connazionali in Tibet e fuori dal Tibet, ai seguaci del Buddhismo Tibetano e a coloro che hanno un legame con il Tibet e i Tibetani, riguardo all’opportunità di continuare l’istituzione del Dalai Lama. Ho dichiarato: “Già nel 1969 ho detto chiaramente che le persone interessate dovrebbero decidere se le reincarnazioni del Dalai Lama debbano continuare in futuro”. Ho anche detto: “Quando avrò circa novant’anni, consulterò gli alti Lama delle tradizioni buddhiste Tibetane, il pubblico Tibetano e altre persone interessate che seguono il Buddhismo Tibetano, per rivalutare se l’istituzione del Dalai Lama debba continuare o meno”. Sebbene non abbia avuto discussioni pubbliche su questo tema, negli ultimi 14 anni leader delle tradizioni spirituali Tibetane, membri del Parlamento Tibetano in Esilio, partecipanti a un’Assemblea Generale Straordinaria, membri dell’Amministrazione Centrale Tibetana, ONG, buddhisti della regione Himalayana, della Mongolia, delle repubbliche buddhiste della Federazione Russa e buddhisti dell’Asia, compresa la Cina continentale, mi hanno scritto con ragioni, chiedendo vivamente che l’istituzione del Dalai Lama continui. In particolare, ho ricevuto messaggi attraverso vari canali dai Tibetani in Tibet che hanno lanciato lo stesso appello. In accordo con tutte queste richieste, affermo che l’istituzione del Dalai Lama continuerà. Il processo di riconoscimento di un futuro Dalai Lama è stato chiaramente stabilito nella dichiarazione del 24 settembre 2011, in cui si afferma che la responsabilità di tale riconoscimento spetta esclusivamente ai membri del Gaden Phodrang Trust, l’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama. Essi dovranno consultare i vari capi delle tradizioni buddhiste tibetane e gli affidabili Protettori del Dharma legati da giuramento che sono indissolubilmente collegati al lignaggio dei Dalai Lama. Dovrebbero quindi svolgere le procedure di ricerca e riconoscimento in conformità con la tradizione passata. Ribadisco che il Gaden Phodrang Trust ha la sola autorità di riconoscere la futura reincarnazione; nessun altro ha l’autorità di interferire in questa materia. Dalai Lama Dharamshala 21 Maggio 2025   Dichiarazione che afferma il proseguimento dell’istituzione del Dalai Lama https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/07/02/dalai-lama-esclude-la-cina-dal-riconoscimento-del-suo-successore_93682424-007c-4a91-bfb2-3de563c9d4f2.html   Lorenzo Poli
July 2, 2025
Pressenza