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Caracas: fiori d’amnistia contro i droni dell’impero
Caracas (Venezuela) – Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti. Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta “opposizione di sinistra” per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington. Il grottesco raggiunge l’apice quando questa presunta “critica antiautoritaria” finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa “di sinistra radicale” allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l’invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche. Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla “deriva autoritaria” proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato. Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro “difesa della Costituzione” ignora sistematicamente lo stato di necessità e l’aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di “gestione democratica” interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo – che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l’imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo “transizioni democratiche” proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera. Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell’unità del quadro dirigente e nell’unione civico-militare l’unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l’eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale. Questi critici “critici” non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un’impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il “modello Maduro”. Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l’assedio. Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra (“sovranità”, “diritti dei lavoratori”, persino “comunismo”) per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l’impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader. L’argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell’approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall’angolo mefitico in cui era stata chiusa l’economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari. Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario. Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com’è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari. Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l’unico modo per rompere l’assedio. Washington può sanzionare l’azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani. Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico. Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l’aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo. L’inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington. Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l’audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione. Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com’è ormai evidente, di fronte all’arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo. C’è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all’annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell’estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l’Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all’ergastolo per i crimini commessi. La decisione di trasformare l’Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione. Eppure, c’è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista. Invece, l’atmosfera che si respirava ieri nell’aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C’era un’elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta. Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall’invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore. E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere. Mentre i “critici-critici” si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva. Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l’immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d’avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione. Ha sottolineato come l’aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell’economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono “vittime”, ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale. Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all’amnistia e alla trasformazione dell’Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di “politica della cura” verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest’ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane. Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la “Pachamama” dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela. Ma è stato l’intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell’aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l’impunità di Washington. Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un’eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni. L’annuncio della trasformazione dell’Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l’elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall’ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale. Geraldina Colotti
February 3, 2026
Pressenza
“La storia mi assolverà”: Trump rivendica l’assedio a Cuba
di Federica Cresci – Cuba Mambi’ Gruppo di Azione Internazionalista  Trump oggi parla di Cuba senza più maschere. Non usa più soltanto la retorica dei diritti e della democrazia per giustificare la pressione occidentale sull’isola. Dice apertamente ciò che per decenni è stato perseguito con altri linguaggi: piegare Cuba sul piano economico fino a costringerla alla resa. Ed è proprio questo il punto politico. Trump non inventa nulla. Rende esplicito e rivendicabile un metodo che gli Stati Uniti applicano contro Cuba dal trionfo della Rivoluzione e dalla scelta di sovranità compiuta dal popolo cubano. Nel gennaio 2026 questa linea non resta un sottotesto. Diventa una minaccia dichiarata e diventa un messaggio rivolto al mondo. Si è parlato perfino dell’ipotesi di un blocco navale per fermare le importazioni di petrolio a Cuba. Sarebbe un salto di qualità non solo economico ma anche geopolitico e militare. Nel frattempo si è già visto un effetto immediato e concreto. Paesi terzi che iniziano a fare marcia indietro sulle forniture energetiche per paura di ritorsioni statunitensi. In questa storia l’ordine del mondo resta sempre lo stesso. Quando Washington minaccia gli altri si adeguano e chi paga è Cuba. Ma questa storia non nasce oggi e non nasce con Trump. Chi vuole davvero capire la guerra contro Cuba deve partire da un documento statunitense del 1960 e non da un comizio. Il memorandum Mallory del Dipartimento di Stato è una delle prove più importanti perché chiarisce l’obiettivo senza ambiguità. Negare risorse economiche denaro e forniture per creare difficoltà sociali e spingere verso disperazione e cambio di governo. È la logica dello strangolamento economico come strumento politico. Non è una lettura cubana. È scritto nei documenti della politica estera americana. Poi quella strategia diventa legge struttura sistema. Il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba viene formalizzato e reso totale nel febbraio 1962 sotto la presidenza di John F. Kennedy. Kennedy è uno di quei presidenti che nel racconto occidentale anche in Italia viene spesso elevato a simbolo di democrazia modernità e valori liberali. Eppure è proprio quel mito della democrazia che firma un provvedimento di strangolamento economico contro un popolo con l’obiettivo politico di piegarne la sovranità. Da quel momento in poi Cuba vive in un contesto che assomiglia a una condizione permanente di assedio. E non si parla solo di sanzioni. Si parla di terrorismo sabotaggi attentati guerra sporca e destabilizzazione. Anche qui bisogna essere chirurgici. Non serve elencare tutto. Bastano alcuni fatti che nessuno può cancellare. Il 6 ottobre 1976 un aereo di linea cubano il volo Cubana 455 viene distrutto da una bomba. Muoiono 73 persone. Nel 1997 si registra una campagna di bombe contro hotel e luoghi turistici a L’Avana. Muore Fabio Di Celmo cittadino italiano e ci sono feriti. È un caso simbolico perché non colpisce un governo. Colpisce l’economia civile colpisce persone innocenti. La strategia è creare paura colpire il turismo colpire la vita quotidiana e quindi colpire il paese come corpo sociale. Poi c’è l’ossessione storica per eliminare Fidel Castro. Anche qui è inutile romanzare. È una storia di Stato e non una leggenda. Guinness World Records registra un record legato al maggior numero di attentati falliti attribuendo a Castro 638 tentativi sulla base delle dichiarazioni di Fabián Escalante ex capo dei servizi cubani. Chi vuole ridurre questa vicenda a una fantasia tropicale dovrebbe avere il coraggio di guardare cosa è stata davvero la Guerra Fredda nel continente americano. Un campo di battaglia e non un talk show. E per Cuba questa non è mai stata una metafora. È stata una condizione reale di guerra. Se qualcuno pensa che tutto questo appartenga al passato basta guardare il presente. Nelle ultime settimane abbiamo visto un episodio gravissimo. Decine di cubani morti in Venezuela in un’operazione militare statunitense mirata a catturare Nicolás Maduro. Questo fatto racconta qualcosa di essenziale. L’idea che Cuba sia dentro un conflitto regionale permanente non è un’invenzione ideologica. Cuba nel bene e nel male viene trattata come un nemico strategico in una partita continentale. Ed è in questo contesto che le parole di Trump assumono un senso sinistro. Il blocco navale non sarebbe una punizione. Sarebbe l’ennesimo capitolo di un conflitto che prosegue per altre vie. Eppure per anni una parte fondamentale del discorso occidentale ha cercato di coprire questa guerra con un abito presentabile. Il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba e la pressione economica non venivano raccontati come guerra. Venivano raccontati come difesa della libertà sostegno ai diritti umani promozione della democrazia. Questo è il punto dove entra in gioco la responsabilità politica del centrosinistra europeo e italiano. Non perché abbia inventato l’assedio ma perché lo ha reso moralmente accettabile trasformandolo in una narrazione virtuosa. Gli Stati Uniti come esportatori di democrazia e Cuba come dittatura da isolare colpire delegittimare. Per decenni Cuba ha denunciato lo strangolamento economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Ha denunciato i piani di destabilizzazione le interferenze gli attentati e la guerra sporca. Ha denunciato che l’obiettivo non era migliorare i diritti umani ma piegare un paese sovrano fino alla resa farlo collassare dall’interno e imporre un cambio di regime. Eppure ogni volta che Cuba diceva questo una parte del centrosinistra occidentale lo liquidava come propaganda della dittatura castrista. Come se la denuncia dell’assedio fosse solo una narrazione difensiva e non il racconto di una realtà storica. Come se l’aggressione fosse un’invenzione e come se la guerra economica fosse un modo per giustificarsi. Oggi però gli Stati Uniti si tolgono la maschera e lo dicono loro stessi senza più il bisogno di fingere. Lo dicono quando minacciano apertamente di togliere petrolio risorse e ossigeno economico. Lo dicono quando si parla perfino di blocchi navali. E lo dicono adesso che Fidel non c’è più proprio nel momento in cui qualcuno sperava di riscrivere la storia e far sparire le responsabilità. A questo punto la domanda diventa inevitabile. Come si giustifica oggi quel centrosinistra che per anni ha definito menzogna ciò che era un fatto e ha chiamato democrazia ciò che era coercizione. Aveva ragione Fidel quando disse “La storia mi assolverà”. La storia assolve Cuba ma non assolve i traditori. In Italia questa dinamica non è un’impressione. È documentata. Il 26 maggio 2003 nel pieno dello scontro internazionale sull’isola i Democratici di Sinistra promuovono un’iniziativa pubblica dal titolo chiarissimo. La realtà cubana e l’opposizione democratica dentro Cuba. Tra i protagonisti compaiono Marina Sereni e Donato Di Santo figure centrali dell’area DS che poi confluirà nella storia del PD. All’epoca Marina Sereni era una dirigente DS con responsabilità politiche e internazionali. Negli anni successivi sarebbe diventata una figura nazionale del Partito Democratico e anche Vice Ministra agli Affari Esteri nei governi Conte II e Draghi. Donato Di Santo dirigente DS responsabile per l’America Latina avrebbe poi ricoperto ruoli istituzionali come sottosegretario agli Esteri e oggi è segretario generale dell’Organizzazione Internazionale Italo Latino Americana IILA. Non stiamo parlando di commentatori. Stiamo parlando di persone che allora e oggi si muovono tra politica istituzioni e politica estera. Ancora più rilevante è ciò che avviene nelle sedi istituzionali. Il 5 dicembre 2006 alla Camera dei Deputati nel Comitato permanente sui diritti umani della Commissione Esteri vengono auditi esponenti dell’opposizione cubana. Osvaldo Alfonso Valdés Joel Brito e Michele Trotta legato al Movimiento Cristiano de Liberación nell’area di Oswaldo Payá. Non è un dettaglio. Significa portare la dissidenza cubana dentro il Parlamento come fonte privilegiata di verità morale sul paese. Significa costruire l’immagine di una Cuba ridotta a carcere e di un Occidente investito del ruolo salvifico. In quello stesso perimetro politico istituzionale si collocano anche altri nomi e passaggi che mostrano continuità tra DS e PD. Il Comitato sui diritti umani della Commissione Esteri negli anni viene guidato da figure come Pietro Marcenaro e Furio Colombo esponenti riconducibili al campo del centrosinistra. Nel 2009 nella stessa sede parlamentare Valdés viene ascoltato di nuovo con interventi di deputati del Partito Democratico come Mario Barbi e Matteo Mecacci. In parallelo nello spazio pubblico e mediatico l’opposizione cubana viene trattata come simbolo di libertà. E quando negli anni successivi emergono figure come Yoani Sánchez entrano nel circuito politico occidentale come icone non per un confronto reale e complesso con la società cubana ma come strumenti di una narrazione già scritta. La stessa cornice morale viene alimentata e sostenuta da una rete di iniziative e campagne che in Italia hanno avuto un’intersezione evidente con l’area radicale. Il Partito Radicale e figure dell’area radicale hanno storicamente costruito campagne sul tema Cuba in chiave di dissidenza e denuncia del regime. In quel contesto questi temi trovavano spesso una sponda nel mondo del centrosinistra istituzionale che accettava la narrazione e la faceva entrare nei luoghi ufficiali legittimandola. Accanto alla politica istituzionale si sviluppa poi una vera guerra mediatica spesso parallela e spesso più velenosa che accompagna e prepara il terreno culturale su cui quelle scelte diventano naturali. Qui non si parla più solo di governi e Parlamento. Si parla di penne titoli campagne parole che costruiscono senso comune. E in quel contesto non si possono ignorare alcuni nomi che hanno inciso per anni nel racconto italiano su Cuba. Omero Ciai e Angela Nocioni entrambi legati al mondo dell’informazione di area progressista. Ciai è stato a lungo associato a reportage e letture fortemente ostili ai governi rivoluzionari latinoamericani e in ambienti militanti veniva persino soprannominato con sarcasmo Omero Cia, fu inviato de l’Unita’ all’Avana, successivamente passo’ a Repubblica. Nocioni è stata al centro di polemiche durissime per articoli su Cuba e Venezuela che in quell’epoca scatenarono reazioni di rabbia e contestazione in ambienti della sinistra radicale. Un passaggio emblematico riguarda il quotidiano Liberazione storica voce di Rifondazione Comunista quando fu diretto da Piero Sansonetti. In quel periodo proprio per alcuni articoli giudicati ostili a Cuba ci furono proteste pubbliche e contestazioni con militanti filocubani che arrivarono persino a manifestare sotto la sede del giornale. E Piero Sansonetti che allora era direttore di Liberazione oggi risulta direttore de l’Unità. Il punto qui non è negare che a Cuba esistano contraddizioni e problemi. Il punto è la selezione politica di ciò che viene definito diritto umano e ciò che viene cancellato dal discorso. Quando un paese viene strangolato economicamente per decenni quando gli vengono ostacolate transazioni investimenti importazioni carburante servizi quando l’obiettivo dichiarato storicamente è creare disgregazione sociale e collasso allora parlare solo di diritti in astratto è una falsificazione. È un discorso monco. È propaganda. È la costruzione di una morale fittizia che serve a coprire una guerra. E in questa falsificazione entra un altro elemento che non può essere ignorato. I programmi di promozione della democrazia il finanziamento di progetti e media mirati su Cuba la costruzione di un ecosistema di opposizione sostenuto dall’estero. Anche qui bisogna essere precisi. Non serve gridare CIA come slogan. Basta dire quello che è verificabile. Esistono programmi e finanziamenti statunitensi rivolti a iniziative Cuba focused e il governo cubano da decenni li interpreta come una forma di ingerenza e destabilizzazione. Questa non è una questione morale. È una questione geopolitica. Mentre si parla di società civile si esercita potere politico attraverso leve economiche e comunicative. La differenza tra aiuto alla libertà e ingerenza è spesso solo la prospettiva di chi guarda. Ma per Cuba con una storia di attentati sabotaggi bombe e guerra economica quell’ingerenza non è neutra. È un pezzo della stessa aggressione. E qui arriva il nodo. Trump oggi dice ciò che la politica statunitense ha sempre fatto ma lo dice senza più necessità di travestimenti. Dice taglio risorse soffocamento pressione totale. E in questa chiarezza brutale si vede anche la colpa del falso centrosinistra occidentale. Quello che per decenni ha accompagnato queste politiche con parole pulite ha costruito un consenso morale attorno a un’operazione di guerra economica ha trasformato l’assedio in virtù e la resistenza in colpa. Il centrosinistra italiano ed europeo che si è inginocchiato a questa cornice non è ingenuo. È responsabile. Perché la sua funzione storica non è stata opporsi all’impero ma renderlo presentabile. E questa responsabilità non riguarda solo Cuba. È un metodo che il centrosinistra occidentale ripete anche su altri paesi dell’America Latina come il Venezuela. Anche lì si costruisce una narrazione moralista e selettiva dove l’aggressione economica e la destabilizzazione vengono coperte da parole pulite e da un linguaggio umanitario che in realtà prepara il terreno alla destra e alle sue opzioni più brutali. Anche lì si santificano figure utili alla propaganda del momento e si tace su ciò che non conviene raccontare. Lo si è visto anche con vicende recenti trasformate in operazioni mediatiche e politiche. Si è arrivati a presentare come simboli limpidi persone che in un altro contesto verrebbero trattate con molta più prudenza. Mario Burlò per esempio è rientrato in Italia dopo la detenzione in Venezuela e ad attenderlo non c’era solo l’abbraccio dei media ma anche la realtà dei suoi conti giudiziari. È stato assolto in Cassazione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma era ed è coinvolto in procedimenti legati ad altri reati e a questioni fiscali collegate al fallimento dell’Auxilium Basket. E questo non viene raccontato quando serve costruire un santo da spendere contro un governo nemico. Viene nascosto e rimosso perché rompe la fiaba. La destra imperialista e aggressiva la riconosci subito. È il nemico dichiarato. Ma il centrosinistra che si dice progressista e poi legittima la stessa logica la stessa pressione lo stesso sistema di menzogne e omissioni è più pericoloso perché lavora dall’interno del linguaggio morale. È quello che ti parla di diritti mentre accetta la fame come strumento politico. È quello che ti dice democrazia mentre normalizza il blocco economico commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba. È quello che ti presenta i dissidenti come santi in automatico senza mai chiedersi quale macchina politica li seleziona li premia li amplifica li usa. La verità oggi è che non c’è nulla di nuovo per Cuba. Cuba è in guerra da sempre o meglio è costretta a vivere dentro uno stato di guerra permanente fatto di blocchi economici sabotaggi attentati interferenze pressioni diplomatiche e ora perfino minacce di misure di tipo militare come il blocco navale. Ciò che cambia è solo il grado di ipocrisia con cui l’Occidente si racconta. Trump sta facendo saltare l’ultimo velo. E proprio per questo chi oggi in Europa e in Italia continua a ripetere la stessa narrativa automatica la stessa demonizzazione la stessa propaganda a senso unico dovrebbe provare vergogna. Perché non è solo un errore di analisi. È un contributo concreto alla costruzione di un mondo che scivola sempre più a destra sempre più violento sempre più spudorato. Cuba non ha bisogno di santificazione e nemmeno di silenzi sui suoi problemi. Ma ha il diritto di non essere strangolata. Ha il diritto di non essere piegata con la fame. Ha il diritto di non essere bersaglio di terrorismo e destabilizzazione. E se oggi Trump dice apertamente ciò che è stato fatto per decenni la domanda politica finale è semplice. Chi ha preparato il terreno perché questa brutalità diventasse normale. Non solo la destra. Anche quel centrosinistra che in nome della falsa democrazia americana ha legittimato la guerra contro un popolo trasformandola in lezione morale. E oggi quei nodi arrivano al pettine. L’impero non ha più bisogno di maschere e chi lo ha aiutato a indossarle adesso non può fingere di essere innocente. L'Antidiplomatico
January 30, 2026
Pressenza
“La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena
di Geraldina Colotti In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull’organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030. Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un’agenda di lotta? È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l’analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l’agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un’opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l’imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l’imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo. In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere? Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l’imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull’intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l’autodeterminazione e contro l’ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l’anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del “tradimento”, della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua. C’è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l’imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com’è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale? Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l’umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c’è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c’è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è “nostroamericano”, si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione. Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione? Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L’aggressione continuerà perché non c’è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto. Come si sta muovendo l’opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump? L’opposizione che fa vita parlamentare nell’Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell’ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all’unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come “mancanza assoluta” nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall’Assemblea. Non c’è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l’opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione. Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico? L’asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l’Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell’Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale. Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c’è stato un arretramento? Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l’agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l’Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l’economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell’inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l’impero teme di più. Geraldina Colotti
January 17, 2026
Pressenza
Bakunin messo al bando in Ucraina: “simbolo dell’imperialismo russo”
Per l’AntiDiplomatico Nella sua cella della Fortezza di Pietrogrado o in esilio in Siberia, il rivoluzionario Michail Bakunin non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno sarebbe stato indicato come simbolo dell’”imperialismo russo”. Il padre del movimento anarchico, autore di Stato e Anarchia, il figlio ribelle della nobiltà russa che diede filo da torcere persino a Marx e Engels, è stato incluso nella lista (nera) di «persone ed eventi contenenti simboli della politica imperiale russa», redatta e pubblicata il 7 ottobre scorso dall’Istituto ucraino della memoria nazionale (UINP). La lista è stata redatta sulla base della legge ucraina “Sui principi della politica statale della memoria nazionale del popolo ucraino”, il cui obiettivo è la “decolonializzazione” della cultura ucraina dall’”imperialismo russo”. I nomi delle personalità e degli eventi che compaiono nell’elenco potranno essere cancellati dalla toponomastica ucraina, su iniziativa delle autorità locali. L’elenco copre il periodo fino al 1917. Per le figure del periodo sovietico è prevista la compilazione di una lista separata.   Lista di persone ed eventi contenenti simboli della politica imperiale russa Bakunin è in ottima compagnia. Assieme a lui, sono elencati come simboli dell’”imperialismo russo”: i Decabristi e il loro maggiore rappresentante intellettuale, il sommo poeta padre della lingua russa Aleksandr Puškin; lo scienziato Michail Lomonosov, considerato il Leonardo da Vinci russo; lo scrittore e pittore romantico Michail Lermontov, noto come “poeta del Caucaso”; lo scrittore e drammaturgo Ivan Turgenev ; i compositori  Michail Glinka e Modest Musorgskij (di quest’ultimo è stato vietato il Boris Godunov, opera che elogia l’impero russo ); il drammaturgo Aleksandr Griboedov,  il critico letterario Vissarion Belinskij, il premio nobel per la letteratura Ivan Bunin. L’indice non risparmia neanche i navigatori: la stigma cala anche su Semion Dezhnev, che navigò nello stretto di Bering 80 anni prima della sua scoperta, e Fabien von Bellingshausen, uno dei primi scopritori dell’Antartide. La principale accusa verso i nominati è la “glorificazione dell’Impero Russo”. L’UINP ha inserito nella “lista di persone ed eventi contenenti simboli dell’imperialismo russo” anche i leader delle rivolte antizariste. Come il leggendario tenente Petr Schmidt, che guidò la flotta del Mar Nero durante la prima rivoluzione russa del 1905. Sono menzionati, inoltre, alcuni bolscevichi , come Viktor Kurnatovsky, Petro Zaporozhets, Aleksandr Tsulukidze. Questi ultimi “imperialisti” sarebbero colpevoli di aver “aiutato Lenin”ed essere simbolo della “lotta rivoluzionaria”. Insomma, sembra che il principio che sottende la lista sia quello che un russo è imperialista anche quando ha lottato contro l’impero. Una sorta di gatto di Schrödinger applicato alla russofobia, diffusa dagli apparati di controllo culturale dell’Ucraina sorti dopo l’Euromaidan.   La legge sulla decolonizzazione La lista è stata redatta in conformità con la legge ucraina del 2023 “Sulla condanna e il divieto della propaganda della politica imperiale russa in Ucraina e sulla decolonizzazione della toponomastica”. La normativa stabilisce i criteri per rimuovere e riattribuire nomi di luoghi, monumenti e altri oggetti pubblici che «contengono simboli della politica imperiale russa». Sulla base di questi, vengono redatte le liste di personalità o eventi storici che devono essere rimossi sia di quelli che possono restare. Paradossalmente, tra le personalità considerate “portatrici della simbologia imperiale” c’è persino lo scrittore dissidente sovietico Michail Bulgakov, autore di capolavori letterari come La Guardia Bianca, Il Maestro e Margherita, Cuore di Cane. La sua colpa sarebbe proprio quella di essere uno scrittore russo nato a Kiev. Ovvero il simbolo incarnato della comune identità storico-linguistica-culturale-spirituale fra popolo russo e ucraino. La decolonizzazione, infatti, si staglia all’interno del più ampio processo di derussificazione, iniziato nel 2014 con la decomunistizzazione (ovvero la rimozione delle statue e dei simboli comunisti – incluso la loro messa al bando, la cancellazione della toponomastica). La rimozione delle statue di Lenin nelle piazze e dei libri di Puskin nelle biblioteche ha avuto come conseguenza concreta la persecuzione dei comunisti e della popolazione russofona. Alla preservazione della “libertà spirituale” ucraina è corrisposta la persecuzione della Chiesa Ortodossa Ucraina, che ha portato alla persecuzione di preti e fedeli e allo sfratto dei monaci dal complesso del Monastero delle grotte di Kiev, il principale tempio dell’ortodossia nel Paese. Biblioteche e librerie sono state territorio della “decolonizzazione” culturale. Nel corso degli ultimi anni, sono stati destinati al macero tonnellate e tonnellate di libri russi di ogni genere e categoria (inclusi testi scolastici e per bambini), libri di scrittori ucraini scritti in russo e persino libri di scrittori ucraini di epoca sovietica (per cancellare il ricordo dell’Ucraina sovietica). La storia stabilirà un giorno, con criteri oggettivi e scientifici, se l’Ucraina fu davvero una colonia dell’Impero Russo o ne fu una colonna portante. Oggi, però, ci avverte che il macero dei libri non riporta alla mente alcun processo di decolonializzazione, ma ben più tetri eventi che si svolsero nella Germania degli anni ’30, a Norimberga. La “speme, ultima Dea, fugge i sepolcri”, la derussificazione no: entra nei cimiteri, sin dentro le tombe. A Leopoli e Chernikov le autorità hanno ordinato di smantellare le fosse comuni dei soldati sovietici (quindi anche ucraini) caduti combattendo il nazismo, riesumare i corpi e trasferirli in altri luoghi. Cancellazione della toponomastica, rimozione dei monumenti, divieti linguistici nei luoghi pubblici, distruzione dei libri e della memoria storica. Emerge chiaramente ciò che è davvero l’Ucraina: come il Cile post golpe fu il laboratorio del neoliberismo, l’Ucraina post maidan è un laboratorio di cancel culture. Il punto è: mentre si epura ogni elemento russo dalla cultura ucraina, qual è l’identità nazionale che questo processo contribuisce a costruire? Bakunin antisemita? L’anarchico Bakunin è stato inserito nella black list dell’UINP per antisemitismo. Nel corso della sua vita, Bakunin espresse idee che contengono dei pregiudizi antiebraici, ad esempio durante la querrelle con Marx. Nell’ottocento, purtroppo, l’antisemitismo era un sentimento comune e molto radicato, soprattutto in Russia. Non saprei se Bakunin si possa definire un antisemita, ma so chi lo fu con ogni certezza: Stepan Bandera, l’eroe nazionale ucraino, soprannominato Batko (padre), padre della Nazione. Bandera non fu un semplice antisemita, ma fu un leader politico di idee fasciste che si pose al servizio della Germania nazista. I suoi uomini furono responsabili dei sanguinosi pogrom antiebraici e antipolacchi di Leopoli, il suo esercito insurrezionalista condusse efferati massacri contro decine di migliaia di ebrei, come quello di Babyn Yar. L’antisemita però è Bakunin, secondo l’UINP, mentre in Ucraina Bandera e l’UPA si celebrano come liberatori. Nelle città ucraine, i nomi dei collaborazionisti sostituiscono quelli degli eroi sovietici, i loro volti quelli di Puskin e altri poeti. A questo punto è chiaro quale sia l’identità che il processo di “decolonializzazione” sta costruendo: la derussificazione dell’Ucraina è la sua nazificazione. Clara Statello
October 14, 2025
Pressenza
Che cos’è la droga che i palestinesi avrebbero trovato negli “aiuti” di Gaza Humanitarian Foundation??
di Agata Iacono  Cos’è la droga che l’autorità palestinese avrebbe trovato mescolata alla farina dei cosiddetti aiuti umanitari gestiti dai contractors,  (leggi mercenari), della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), una fondazione sostenuta da Israele e USA? Usiamo il condizionale perché al momento non e’ possibile dire se si tratta di un classico esempio di falso positivo della propaganda israeliana. Sì tratterebbe di un oppioide, molto diffuso negli Stati Uniti come farmaco “estremo” per lenire il dolore laddove nessun altro antidolorifico riesce più a fare effetto, quindi destinato ai malati terminali. Ma la sua diffusione nel mercato nero dei narcotici percorre esattamente la stessa road map del fentanyl, il cosiddetto farmaco degli zombi, che continua sempre a mietere vittime sulle strade delle città statunitensi, ma che ha smesso improvvisamente di essere il casus belli di Trump contro la Cina. Come il fentanyl, infatti, l’ossicodone è  stato prima prescritto dalla sanità statunitense e quindi, avendo creato gravissima tossicodipendenza e fatto crescere  la domanda, è stato monopolizzato da bande criminali che lo vendono in nero a pochi dollari. Ha effetti devastanti su chi lo assume. È un oppiaceo molto più potente della morfina e dell’eroina, crea fortissima dipendenza e depressione, fiacca il fisico e il morale, nonostante i primi effetti siano analgesici e anche euforici, ma di brevissima durata. L’ossicodone (commercializzato anche in Italia, e in vari paesi del mondo, come OxyContinTM o  DepalgosTM e negli Stati Uniti come PercocetTM), non è prescrivibile se non a maggiori di 18 anni in gravissimo stato oncologico. E, invece, viene distribuito e mangiato da bambini palestinesi di bassissima età, che riescono a raccogliere un po’ di farina, se hanno  la fortuna di essere risparmiati casualmente dal tranello omicida di chi li fa mettere in fila affamati e assetati, allo stremo delle forze, per ucciderli tutti insieme risparmiando proiettili…. Se avete letto Marx ricorderete che una delle sue gravissime denunce, contro lo sfruttamento della rivoluzione industriale inglese, riguardò la distribuzione di oppio davanti alle fabbriche agli operai delle catene di montaggio. L’oppio non ti fa percepire la fame e agevola uno stato di intorpidimento che impedisce la ribellione. D’altronde la stessa strategia fu tentata in Cina dagli inglesi e, abbastanza recentemente, anche negli anni 80 per disinnescare il potenziale di protesta che aveva contraddistinto le lotte degli anni 60/70 anche in Italia. “Le autorità palestinesi di Gaza hanno dichiarato venerdì 27 giugno 2025 che pillole di droga sono state trovate all’interno di sacchi di farina spediti dagli Stati Uniti nell’enclave assediata da Israele. In una dichiarazione, l’ufficio stampa del governo di Gaza ha detto che l’ossicodone è stato trovato dai palestinesi all’interno di sacchi di farina che hanno ricevuto dai punti di distribuzione degli aiuti gestiti dagli Stati Uniti a Gaza. “È possibile che queste pillole siano state deliberatamente macinate o sciolte all’interno della farina stessa, il che costituisce un attacco diretto alla salute pubblica” L’ufficio stampa ha ritenuto Israele pienamente responsabile di questo “crimine efferato” volto a diffondere la dipendenza e a distruggere il tessuto sociale palestinese dall’interno.” “Questo fa parte del genocidio israeliano in corso contro i palestinesi”, ha detto, definendo l’uso della droga da parte di Israele un'”arma leggera in una guerra sporca contro i civili”. Fonte: Gaza authorities say drugs found inside US-dispatched flour bags https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-authorities-say-drugs-found-inside-us-dispatched-flour-bags/3615641 https://www.middleeasteye.net/news/opioid-pills-discovered-us-backed-food-aid-gaza-authorities-say L'Antidiplomatico
June 30, 2025
Pressenza