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“La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena
di Geraldina Colotti In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull’organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030. Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un’agenda di lotta? È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l’analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l’agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un’opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l’imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l’imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo. In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere? Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l’imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull’intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l’autodeterminazione e contro l’ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l’anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del “tradimento”, della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua. C’è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l’imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com’è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale? Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l’umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c’è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c’è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è “nostroamericano”, si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione. Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione? Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L’aggressione continuerà perché non c’è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto. Come si sta muovendo l’opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump? L’opposizione che fa vita parlamentare nell’Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell’ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all’unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come “mancanza assoluta” nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall’Assemblea. Non c’è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l’opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione. Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico? L’asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l’Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell’Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale. Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c’è stato un arretramento? Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l’agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l’Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l’economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell’inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l’impero teme di più. Geraldina Colotti
Bakunin messo al bando in Ucraina: “simbolo dell’imperialismo russo”
Per l’AntiDiplomatico Nella sua cella della Fortezza di Pietrogrado o in esilio in Siberia, il rivoluzionario Michail Bakunin non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno sarebbe stato indicato come simbolo dell’”imperialismo russo”. Il padre del movimento anarchico, autore di Stato e Anarchia, il figlio ribelle della nobiltà russa che diede filo da torcere persino a Marx e Engels, è stato incluso nella lista (nera) di «persone ed eventi contenenti simboli della politica imperiale russa», redatta e pubblicata il 7 ottobre scorso dall’Istituto ucraino della memoria nazionale (UINP). La lista è stata redatta sulla base della legge ucraina “Sui principi della politica statale della memoria nazionale del popolo ucraino”, il cui obiettivo è la “decolonializzazione” della cultura ucraina dall’”imperialismo russo”. I nomi delle personalità e degli eventi che compaiono nell’elenco potranno essere cancellati dalla toponomastica ucraina, su iniziativa delle autorità locali. L’elenco copre il periodo fino al 1917. Per le figure del periodo sovietico è prevista la compilazione di una lista separata.   Lista di persone ed eventi contenenti simboli della politica imperiale russa Bakunin è in ottima compagnia. Assieme a lui, sono elencati come simboli dell’”imperialismo russo”: i Decabristi e il loro maggiore rappresentante intellettuale, il sommo poeta padre della lingua russa Aleksandr Puškin; lo scienziato Michail Lomonosov, considerato il Leonardo da Vinci russo; lo scrittore e pittore romantico Michail Lermontov, noto come “poeta del Caucaso”; lo scrittore e drammaturgo Ivan Turgenev ; i compositori  Michail Glinka e Modest Musorgskij (di quest’ultimo è stato vietato il Boris Godunov, opera che elogia l’impero russo ); il drammaturgo Aleksandr Griboedov,  il critico letterario Vissarion Belinskij, il premio nobel per la letteratura Ivan Bunin. L’indice non risparmia neanche i navigatori: la stigma cala anche su Semion Dezhnev, che navigò nello stretto di Bering 80 anni prima della sua scoperta, e Fabien von Bellingshausen, uno dei primi scopritori dell’Antartide. La principale accusa verso i nominati è la “glorificazione dell’Impero Russo”. L’UINP ha inserito nella “lista di persone ed eventi contenenti simboli dell’imperialismo russo” anche i leader delle rivolte antizariste. Come il leggendario tenente Petr Schmidt, che guidò la flotta del Mar Nero durante la prima rivoluzione russa del 1905. Sono menzionati, inoltre, alcuni bolscevichi , come Viktor Kurnatovsky, Petro Zaporozhets, Aleksandr Tsulukidze. Questi ultimi “imperialisti” sarebbero colpevoli di aver “aiutato Lenin”ed essere simbolo della “lotta rivoluzionaria”. Insomma, sembra che il principio che sottende la lista sia quello che un russo è imperialista anche quando ha lottato contro l’impero. Una sorta di gatto di Schrödinger applicato alla russofobia, diffusa dagli apparati di controllo culturale dell’Ucraina sorti dopo l’Euromaidan.   La legge sulla decolonizzazione La lista è stata redatta in conformità con la legge ucraina del 2023 “Sulla condanna e il divieto della propaganda della politica imperiale russa in Ucraina e sulla decolonizzazione della toponomastica”. La normativa stabilisce i criteri per rimuovere e riattribuire nomi di luoghi, monumenti e altri oggetti pubblici che «contengono simboli della politica imperiale russa». Sulla base di questi, vengono redatte le liste di personalità o eventi storici che devono essere rimossi sia di quelli che possono restare. Paradossalmente, tra le personalità considerate “portatrici della simbologia imperiale” c’è persino lo scrittore dissidente sovietico Michail Bulgakov, autore di capolavori letterari come La Guardia Bianca, Il Maestro e Margherita, Cuore di Cane. La sua colpa sarebbe proprio quella di essere uno scrittore russo nato a Kiev. Ovvero il simbolo incarnato della comune identità storico-linguistica-culturale-spirituale fra popolo russo e ucraino. La decolonizzazione, infatti, si staglia all’interno del più ampio processo di derussificazione, iniziato nel 2014 con la decomunistizzazione (ovvero la rimozione delle statue e dei simboli comunisti – incluso la loro messa al bando, la cancellazione della toponomastica). La rimozione delle statue di Lenin nelle piazze e dei libri di Puskin nelle biblioteche ha avuto come conseguenza concreta la persecuzione dei comunisti e della popolazione russofona. Alla preservazione della “libertà spirituale” ucraina è corrisposta la persecuzione della Chiesa Ortodossa Ucraina, che ha portato alla persecuzione di preti e fedeli e allo sfratto dei monaci dal complesso del Monastero delle grotte di Kiev, il principale tempio dell’ortodossia nel Paese. Biblioteche e librerie sono state territorio della “decolonizzazione” culturale. Nel corso degli ultimi anni, sono stati destinati al macero tonnellate e tonnellate di libri russi di ogni genere e categoria (inclusi testi scolastici e per bambini), libri di scrittori ucraini scritti in russo e persino libri di scrittori ucraini di epoca sovietica (per cancellare il ricordo dell’Ucraina sovietica). La storia stabilirà un giorno, con criteri oggettivi e scientifici, se l’Ucraina fu davvero una colonia dell’Impero Russo o ne fu una colonna portante. Oggi, però, ci avverte che il macero dei libri non riporta alla mente alcun processo di decolonializzazione, ma ben più tetri eventi che si svolsero nella Germania degli anni ’30, a Norimberga. La “speme, ultima Dea, fugge i sepolcri”, la derussificazione no: entra nei cimiteri, sin dentro le tombe. A Leopoli e Chernikov le autorità hanno ordinato di smantellare le fosse comuni dei soldati sovietici (quindi anche ucraini) caduti combattendo il nazismo, riesumare i corpi e trasferirli in altri luoghi. Cancellazione della toponomastica, rimozione dei monumenti, divieti linguistici nei luoghi pubblici, distruzione dei libri e della memoria storica. Emerge chiaramente ciò che è davvero l’Ucraina: come il Cile post golpe fu il laboratorio del neoliberismo, l’Ucraina post maidan è un laboratorio di cancel culture. Il punto è: mentre si epura ogni elemento russo dalla cultura ucraina, qual è l’identità nazionale che questo processo contribuisce a costruire? Bakunin antisemita? L’anarchico Bakunin è stato inserito nella black list dell’UINP per antisemitismo. Nel corso della sua vita, Bakunin espresse idee che contengono dei pregiudizi antiebraici, ad esempio durante la querrelle con Marx. Nell’ottocento, purtroppo, l’antisemitismo era un sentimento comune e molto radicato, soprattutto in Russia. Non saprei se Bakunin si possa definire un antisemita, ma so chi lo fu con ogni certezza: Stepan Bandera, l’eroe nazionale ucraino, soprannominato Batko (padre), padre della Nazione. Bandera non fu un semplice antisemita, ma fu un leader politico di idee fasciste che si pose al servizio della Germania nazista. I suoi uomini furono responsabili dei sanguinosi pogrom antiebraici e antipolacchi di Leopoli, il suo esercito insurrezionalista condusse efferati massacri contro decine di migliaia di ebrei, come quello di Babyn Yar. L’antisemita però è Bakunin, secondo l’UINP, mentre in Ucraina Bandera e l’UPA si celebrano come liberatori. Nelle città ucraine, i nomi dei collaborazionisti sostituiscono quelli degli eroi sovietici, i loro volti quelli di Puskin e altri poeti. A questo punto è chiaro quale sia l’identità che il processo di “decolonializzazione” sta costruendo: la derussificazione dell’Ucraina è la sua nazificazione. Clara Statello
Che cos’è la droga che i palestinesi avrebbero trovato negli “aiuti” di Gaza Humanitarian Foundation??
di Agata Iacono  Cos’è la droga che l’autorità palestinese avrebbe trovato mescolata alla farina dei cosiddetti aiuti umanitari gestiti dai contractors,  (leggi mercenari), della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), una fondazione sostenuta da Israele e USA? Usiamo il condizionale perché al momento non e’ possibile dire se si tratta di un classico esempio di falso positivo della propaganda israeliana. Sì tratterebbe di un oppioide, molto diffuso negli Stati Uniti come farmaco “estremo” per lenire il dolore laddove nessun altro antidolorifico riesce più a fare effetto, quindi destinato ai malati terminali. Ma la sua diffusione nel mercato nero dei narcotici percorre esattamente la stessa road map del fentanyl, il cosiddetto farmaco degli zombi, che continua sempre a mietere vittime sulle strade delle città statunitensi, ma che ha smesso improvvisamente di essere il casus belli di Trump contro la Cina. Come il fentanyl, infatti, l’ossicodone è  stato prima prescritto dalla sanità statunitense e quindi, avendo creato gravissima tossicodipendenza e fatto crescere  la domanda, è stato monopolizzato da bande criminali che lo vendono in nero a pochi dollari. Ha effetti devastanti su chi lo assume. È un oppiaceo molto più potente della morfina e dell’eroina, crea fortissima dipendenza e depressione, fiacca il fisico e il morale, nonostante i primi effetti siano analgesici e anche euforici, ma di brevissima durata. L’ossicodone (commercializzato anche in Italia, e in vari paesi del mondo, come OxyContinTM o  DepalgosTM e negli Stati Uniti come PercocetTM), non è prescrivibile se non a maggiori di 18 anni in gravissimo stato oncologico. E, invece, viene distribuito e mangiato da bambini palestinesi di bassissima età, che riescono a raccogliere un po’ di farina, se hanno  la fortuna di essere risparmiati casualmente dal tranello omicida di chi li fa mettere in fila affamati e assetati, allo stremo delle forze, per ucciderli tutti insieme risparmiando proiettili…. Se avete letto Marx ricorderete che una delle sue gravissime denunce, contro lo sfruttamento della rivoluzione industriale inglese, riguardò la distribuzione di oppio davanti alle fabbriche agli operai delle catene di montaggio. L’oppio non ti fa percepire la fame e agevola uno stato di intorpidimento che impedisce la ribellione. D’altronde la stessa strategia fu tentata in Cina dagli inglesi e, abbastanza recentemente, anche negli anni 80 per disinnescare il potenziale di protesta che aveva contraddistinto le lotte degli anni 60/70 anche in Italia. “Le autorità palestinesi di Gaza hanno dichiarato venerdì 27 giugno 2025 che pillole di droga sono state trovate all’interno di sacchi di farina spediti dagli Stati Uniti nell’enclave assediata da Israele. In una dichiarazione, l’ufficio stampa del governo di Gaza ha detto che l’ossicodone è stato trovato dai palestinesi all’interno di sacchi di farina che hanno ricevuto dai punti di distribuzione degli aiuti gestiti dagli Stati Uniti a Gaza. “È possibile che queste pillole siano state deliberatamente macinate o sciolte all’interno della farina stessa, il che costituisce un attacco diretto alla salute pubblica” L’ufficio stampa ha ritenuto Israele pienamente responsabile di questo “crimine efferato” volto a diffondere la dipendenza e a distruggere il tessuto sociale palestinese dall’interno.” “Questo fa parte del genocidio israeliano in corso contro i palestinesi”, ha detto, definendo l’uso della droga da parte di Israele un'”arma leggera in una guerra sporca contro i civili”. Fonte: Gaza authorities say drugs found inside US-dispatched flour bags https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-authorities-say-drugs-found-inside-us-dispatched-flour-bags/3615641 https://www.middleeasteye.net/news/opioid-pills-discovered-us-backed-food-aid-gaza-authorities-say L'Antidiplomatico