L’isola dei tesori
L’avevo chiamato Socrate ed era nato in fabbrica. Sua madre, una cagna aperta
all’ecumenismo, aveva partorito nell’officina meccanica della fabbrica nella
quale lavoravo. In quei tempi non c’erano la video- sorveglianza e i cronometri
per misurare le pause per il caffè e si esercitava perfino lo sciopero del
rendimento. In alcuni fine settimana, nel turno di notte, in certi reparti si
poteva anche arrostire la carne e bersi un bicchier di vino in compagnia. I
guardiani e i padroni sapevano tutto ma c’erano le lotte sindacali e anche spazi
di umana convivenza.
Quello che sarebbe stato chiamato Socrate era l’unico cucciolo nero della
nidiata multicolore custodita, con affezione, dagli operai e capi dell’officina
meccanica dello stabilimento. Socrate, malgrado il nome altisonante, è rimasto
sempre piccolo e nero. Non si dava arie e stava al suo posto accanto al pollaio
sulla riva del torrente. Qualche volta correva con me quando andavo in collina a
zappare le fasce di terra per la semina.
Proprio accanto alla nota Piazza dell’Annunziata a Genova, a destra sulla strada
che sale verso l’Albergo dei Poveri, non passa inosservata la scritta di una
vetrina. Vi si legge ‘ L’isola dei tesori’. Appetibile titolo che gioca sulla
prossimità col titolo del famoso romanzo per ragazzi di Robert Louis Stevenson,
‘L’isola del tesoro’, pubblicato nel 1881 o 1882. Solo che, avvicinandosi, si
nota il disegno di alcuni cani e la minuscola scritta ‘dove gli animali sono
preziosi’.
A Gaza, nel Sudan, in Ucraina, nella Repubblica Democratica del Congo, in vaste
porzioni della Nigeria e nel Sahel questa scritta non sarebbe stata neppure
concepibile. Sono tornato l’anno scorso dal Niger dove, secondo il recente
rapporto del Programma Mondiale dell’Alimentazione, nel 2026 quasi due milioni e
mezzo di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Di queste un
milione e 600mila bambini in stato di malnutrizione acuta. Né il negozio né la
scritta sarebbero stati pensabili nell’altro mondo citato.
Mentre mi trovavo in missione fuori dal Paes, Socrate è morto. E’ stato sepolto
nel greto del fiume dove ha trascorso, con filosofia, la sua vita canina senza
attese e pretese. Vivrà forse coi suoi simili in un paradiso riservato a queste
creature, forse senza padroni o guinzagli, giocando a fare i cani normali. A
Genova se ne possono contare circa 181. 000, registrati all’anagrafe canina
mentre stime locali e regionali recenti suggeriscono all’incirca 90.000
esemplari.
n Italia si spende in media tra i 1.200 e i 1.300 euro all’anno per il
mantenimento del cane. La cifra cambia in base alla taglia dell’animale e alla
cura della salute. Il cibo è la spesa più alta e le visite di base, i vaccini e
altri prodotti hanno un costo importante che può naturalmente variare a seconda
del cane e delle possibilità finanziarie del padrone. Mantenere un gatto,
invece, risulta meno oneroso perché costa in media 767 euro all’anno, fatti
salvi gli imprevisti. Non sono naturalmente contabilizzati i circa 6.000 gatti
randagi recensiti in città (né tutti quelli non recensiti, dei quali si occupano
a migliaia le gattare del nostro Bel Paese, facendosi carico delle spese per
cibo, cure veterinarie, antiparassitari che i Comuni non contribuiscono ad
alleviare, ndR).
Nell’isola dei tesori del negozio di Piazza dell’Annunziata sono preziosi gli
animali mentre, se salite la scalinata che porta alla basilica omonima, accanto
alla porta d’ingresso, noterete una statua di bronzo. Dal 2023, donata dallo
scultore Timothy Schmalz alla comunità di sant’Egidio, essa rappresenta un
mendicante sotto il quale si nasconde il Cristo, nell’atto di chiedere
l’elemosina.
Nella propria vita, in fondo, non si tratta altro che di scegliere tra ciò è
prezioso e ciò che è forse utile ma futile. Soprattutto si tratta di rieducare
il nostro sguardo e di intercettare, nei propri simili, quanto di prezioso si
trova nascosto dietro i pregiudizi e le esclusioni. Il mendicante con la ciotola
e la mano tesa è l’altra isola del tesoro che, raggiunta, può rendere preziosa
la nostra vita.
Natasha, bimba della Sierra Leone giunta a Niamey con la madre durante il mio
soggiorno, aveva un anno quando è morta di fame sulla strada. Nulla di più
prezioso che la sua breve vita rapita dal vento.
Redazione Genova