VFS Global: l’impero che fa soldi sulla privatizzazione dei visti turistici
La gestione delle frontiere, un tempo prerogativa inalienabile della sovranità
statale, è stata ceduta alle logiche del capitale transnazionale.
L’esternalizzazione dei servizi per il rilascio dei visti non rappresenta una
mera razionalizzazione burocratica, ma si configura come una precisa scelta
politica: quella di erigere una barriera censitaria contro i cittadini del Sud
Globale, trasformando il loro diritto alla mobilità in un asset finanziario ad
alto rendimento. Attraverso l’appalto di queste funzioni a entità private
monopolistiche, i governi risparmiano ed hanno una schermatura dalle persone
troppo povere, nonché da responsabilità legali e morali derivanti dagli abusi
sistemici che tale modello inevitabilmente genera. In questo contesto si colloca
VSF Global.
Per le persone di Africa, Asia e Medio Oriente che intendono viaggiare per
lavoro, studio o per unirsi alla famiglia, VFS Global è spesso il loro primo
incontro con il confine. Si tratta di una corporazione che detiene attualmente
contratti di esternalizzazione con 71 governi a livello mondiale.
Un’approfondita inchiesta transnazionale coordinata dall’organizzazione
giornalistica Lighthouse Reports, in collaborazione con quattordici testate
internazionali, ha scoperchiato le dinamiche strutturali di quello che i
reporter hanno definito un «impero dei visti». L’analisi dei bilanci consolidati
depositati in Lussemburgo evidenzia come l’azienda abbia quadruplicato i propri
profitti tra il 2017 e il 2024, con ricavi che crescono in maniera del tutto
sproporzionata rispetto al mero aumento del volume delle pratiche elaborate. Il
nucleo strategico di questa iper-profitto risiede nell’implementazione massiva
di «servizi a valore aggiunto» (VAS). L’obbligo di passare tramite questi
centri, per chi detiene un “passaporto debole”, viene utilizzato come leva
coercitiva per imporre pacchetti accessori quali notifiche SMS, corrieri per la
restituzione dei documenti e accessi a presunte “sale premium”.
Il modello di business si fonda sull’estrazione capillare di valore da un’utenza
strutturalmente vulnerabile e priva di alternative. L’inchiesta dimostra come la
vendita dei servizi accessori non segua logiche di mercato basate sulla reale
utilità, ma assuma tratti di marcata aggressività, sfociando nell’inganno e
nell’addebito non consensuale. Questa prassi è direttamente incentivata
dall’architettura salariale imposta dall’azienda ai propri dipendenti: gli
stipendi base vengono mantenuti artificialmente a ridosso della soglia di
sussistenza, per poi essere compensati da un sistema di bonus legato al
raggiungimento di stringenti e logoranti target mensili di vendita. Così si
incentivano dei poveri a fregare altri poveri per poter sopravvivere mentre
grossi profitti sono realizzati dal privato. Questa asimmetria contrattuale
genera un incentivo che scarica la pressione economica e psicologica del
lavoratore direttamente sul richiedente, obbligandolo di fatto all’acquisto di
pacchetti non necessari dietro la velata minaccia di presunti ritardi o del
rifiuto della pratica. Da un campione di 2.000 ricevute raccolte in 16 Paesi, è
emerso che i servizi extra pesano ormai per il 30% sui ricavi complessivi
dell’azienda.
L’aspetto politicamente più gravoso della vicenda riguarda il ruolo di avallo
giocato dalle istituzioni pubbliche occidentali. Oltre 150 rapporti di ispezione
interni dell’Unione Europea, ottenuti attraverso decine di richieste di accesso
agli atti (FOIA), rivolte alla Commissione Europea e a undici governi nazionali,
certificano che gli Stati appaltanti sono perfettamente a conoscenza delle
macroscopiche disfunzioni del sistema. I documenti rivelano, ad esempio,
violazioni sistematiche del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati
(GDPR): in India ispezioni consolari hanno confermato il trasferimento di dati
biometrici e documenti sensibili su supporti non crittografati (CD) e la
ritenzione illegale degli stessi all’interno dei sistemi informatici del
provider, ben oltre i termini di legge previsti dal Codice dei Visti Schengen. A
questo si sommano fenomeni endemici di corruzione. Le carte europee hanno
evidenziato la strutturale incapacità (o mancata volontà) di arginare
l’accaparramento degli slot per gli appuntamenti da parte di reti di bot, che
finiscono per rivendere le prenotazioni sul mercato nero a cifre esorbitanti.
Riprese in incognito effettuate nella Repubblica Democratica del Congo hanno
invece smascherato personale del centro visti intento a garantire illegalmente
l’esito positivo delle pratiche in cambio di tangenti.
VFS Global, che oggi ha sede a Dubai, è nata nel 2001 in India. Nel 2003, con un
primo strategico appalto dal governo britannico si struttura e inizia il
processo di fagocitazione del mercato. Nel 2017, sotto la guida del fondo
svedese EQT AB, è stata scorporata dalle originarie attività turistiche
assorbendo agenzie concorrenti come TT Services e consolidando il proprio
monopolio. La definitiva transizione in asset strategico è avvenuta nel 2021 con
l’acquisizione maggioritaria da parte del colosso americano Blackstone, per
culminare nel 2024 con l’ingresso del fondo sovrano di Singapore, Temasek.
Quest’ultimo, acquisendo il 18% delle quote per 950 milioni di dollari, ha
proiettato la valutazione complessiva dell’impresa a 7 miliardi di dollari.
Nonostante la gravità di tali irregolarità comprometta la sicurezza intrinseca
dei dati e dei diritti fondamentali, le cancellerie europee continuano a
tollerare. Il privato fa profitto sulla mobilità dei poveri, confermando che la
mobilità è una questione economica, in ogni senso e direzione, sempre comunque a
svantaggio dei più poveri di ogni nazione.
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