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Gaza, MSF: “Situazione catastrofica, c’è urgente bisogno di un afflusso massiccio di aiuti”
Medici Senza Frontiere (MSF) chiede un aumento massiccio degli aiuti salvavita e un accesso umanitario senza ostacoli per far fronte alla catastrofe in corso a Gaza, dove si continua a morire a causa delle violenze incessanti e delle persistenti restrizioni agli aiuti imposte dalle autorità israeliane. Nonostante queste politiche, MSF è determinata a rimanere e a fornire assistenza nei Territori Palestinesi Occupati il più a lungo possibile, operando grazie alla sua registrazione con l’Autorità palestinese. In base al diritto internazionale umanitario, in qualità di potenza occupante, le autorità israeliane sono tenute a garantire la fornitura di assistenza umanitaria. Tuttavia, le nuove norme restrittive, che impongono a 37 ONG di lasciare i Territori Palestinesi Occupati entro il 1° marzo 2026, minacciano di ridurre drasticamente gli aiuti già insufficienti. I governi di tutto il mondo devono garantire il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia, tra cui quella di facilitare la fornitura di assistenza umanitaria. “MSF sta cercando di mantenere i servizi per i pazienti in un contesto sempre più difficile” dichiara Christopher Lockyear, segretario generale di MSF. “I bisogni sono enormi e le drastiche restrizioni hanno conseguenze mortali. Centinaia di migliaia di pazienti hanno bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia di persone necessitano di cure continue e a lungo termine, sia chirurgiche che psicologiche”. Nonostante il piano di pace guidato dagli Stati Uniti, le autorità israeliane continuano a limitare fortemente e persino a negare l’accesso all’acqua, agli alloggi e alle cure mediche. Le condizioni di vita sono ancora degradanti e le violenze continuano a uccidere e ferire palestinesi ogni giorno. Nelle ultime settimane, gli aiuti umanitari che raggiungono Gaza sono diminuiti in modo significativo. In Cisgiordania, i bisogni medico-umanitari continuano ad aumentare in modo allarmante a causa dell’intensificarsi della violenza, degli sfollamenti forzati, degli attacchi armati dei coloni, delle demolizioni di case, dell’espansione degli insediamenti e degli ostacoli all’assistenza sanitaria. La revoca della registrazione di MSF da parte delle autorità israeliane sta già avendo un impatto sull’assistenza ai pazienti, poiché aggrava la pressione su un sistema sanitario devastato negli ultimi 2 anni e limitato da restrizioni persistenti sulle attrezzature e sulle forniture mediche essenziali. Dall’inizio di gennaio, le autorità israeliane hanno impedito a MSF di far entrare personale internazionale e forniture aggiuntive nei Territori Palestinesi Occupati e, dal 1° marzo 2026, tutto il personale internazionale di MSF sarà costretto a lasciare Gaza e la Cisgiordania. I programmi medici di MSF stanno già affrontando una carenza di risorse e i team medici dell’organizzazione sono particolarmente preoccupati per la loro capacità di continuare a fornire cure traumatologiche di emergenza e servizi di riabilitazione ai pazienti, nonché assistenza pediatrica, servizi di salute sessuale e riproduttiva, cure per malattie non trasmissibili e assistenza psicologica. Nel lungo termine, le attività di MSF saranno incerte e potenzialmente impossibili da mantenere in condizioni così restrittive. “I programmi di MSF sono fondamentali per la sopravvivenza delle persone. L’assistenza medica e umanitaria su questa scala non può essere facilmente sostituita” aggiunge Lockyear di MSF. “Nel mezzo di una catastrofe umanitaria, MSF rimarrà nei Territori Palestinesi Occupati il più a lungo possibile, facendo tutto il possibile. Chiediamo alle autorità israeliane di garantire l’aiuto umanitario su larga scala e alla comunità internazionale di assicurare che i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania non siano abbandonati al loro destino”.   Il lavoro di MSF   MSF è attiva nei Territori Palestinesi Occupati dal 1988, fornendo assistenza medica e psicologica e, più recentemente, servizi igienico-sanitari su larga scala. Nel 2025, MSF ha gestito 1 letto ospedaliero su 5 a Gaza, assistito 1 parto su 3, effettuato 913.284 visite ambulatoriali e distribuito oltre 700 milioni di litri d’acqua. Nel gennaio 2026, MSF ha fornito 83.579 visite ambulatoriali, trattato 40.646 casi di emergenza e curato 5.981 pazienti per condizioni legate a traumi. In risposta ai bisogni urgenti, MSF aveva pianificato di espandere i propri programmi nel 2026 con un budget di 130 milioni di euro. Tale supporto è ora avvolto nell’incertezza.   I nuovi requisiti restrittivi per la registrazione, utilizzati come pretesto per ostacolare l’assistenza, coincidono con una campagna globale di attacchi online contro MSF, promossa dal governo israeliano. “Una campagna di delegittimazione, basata su accuse false e infondate, è stata ideata per screditare MSF, mettere a tacere la voce dell’organizzazione e ostacolare la fornitura di assistenza sanitaria” conclude Lockyear di MSF. “In un contesto in cui i giornalisti internazionali sono esclusi e quelli palestinesi vengono regolarmente uccisi, ridurre ulteriormente l’accesso delle ONG rischia di privare la popolazione di un’altra fonte di testimonianza della violenza in corso e dei suoi effetti a lungo termine”.   Medecins sans Frontieres
February 27, 2026
Pressenza
Palestina: #NoListeNoBersagli
«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire. Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Haiti: in 4 anni triplicate le violenze sessuali
Lo afferma il rapporto internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF) “Violenza sessuale e di genere a Port-au-Prince, Haiti”. di Medici Senza Frontiere (*) Foto: Msf La violenza sessuale e di genere è aumentata nella capitale di Haiti dal 2021 e viene utilizzata sistematicamente per terrorizzare la popolazione, con un impatto enorme su donne e ragazze. È quanto rivela “Violenza sessuale e di genere a Port-au-Prince,
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Febbraio, mese acceso per i difensori dei diritti umani
Il 6 febbraio 2026 lavoratrici e lavoratori portuali di almeno 21 scali tra Mediterraneo e Nord Europa incroceranno le braccia nello sciopero internazionale “I portuali non lavorano per la guerra”, opponendosi al traffico di armi, alla militarizzazione delle infrastrutture e ai piani di riarmo, intrecciando diritti del lavoro e responsabilità etica delle economie globali. Contemporaneamente, Medici Senza Frontiere (MSF) rischia di dover cessare le proprie attività nella Striscia di Gaza entro il 28 febbraio 2026, per il rifiuto di fornire alle autorità israeliane l’elenco dei propri operatori locali, imposto dalle nuove normative israeliane alle organizzazioni umanitarie. Due eventi diversi per forma e contesto, ma che convergono su più piani: entrambi hanno una dimensione internazionale e vedono come protagonisti difensori dei diritti umani, figure centrali per la tenuta democratica e sempre più esposte a processi di criminalizzazione. Nel mondo globalizzato di oggi, parlare di diritti umani e agire oltre i confini non significa “ficcare il naso negli affari altrui”, ma assumersi un impegno riconosciuto da strumenti giuridici internazionali e da pratiche consolidate di solidarietà transnazionale. Fare rete, agire nel proprio territorio in connessione con movimenti di resistenza altrove, significa rafforzarsi reciprocamente e imparare da chi affronta, in contesti diversi, difficoltà simili. Per difendere i diritti umani, si può sia restare a casa sia spostarsi all’estero: nessuna scelta è meno legittima dell’altra. AGIRE DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI: UNA FALSA DICOTOMIA Questo articolo nasce anche da una discussione accesa, ancora senza accordo, sulla contrapposizione tra chi agisce “dentro” e chi “fuori” dalle istituzioni. Un binomio diffuso, ma fuorviante. L’idea che il progresso dei diritti umani o della giustizia sociale possa essere ottenuto solo dall’interno delle strutture ufficiali o solo attraverso la pressione esterna non regge alla prova dei fatti. La storia mostra che trasformazioni profonde nascono dall’interazione tra azione interna ed esterna alle istituzioni. Nel Sudafrica dell’apartheid, la mobilitazione interna degli studenti di Soweto nel 1976 e le rivolte successive nei quartieri urbani si combinarono con campagne di boicottaggio e divestment promosse da reti civili all’estero, contribuendo a isolare il regime e a preparare la liberazione di Nelson Mandela. Questi esempi evidenziano come la resistenza possa assumere forme diverse — dal gesto quotidiano alla mobilitazione collettiva globale — e che nessuna singola strategia sia sufficiente da sola. L’esperienza storica mostra anche che chi difende diritti universali spesso rischia repressione e criminalizzazione, mentre mantiene aperto uno spazio di responsabilità sociale. Questo stesso principio guida oggi lavoratori portuali e i medici di msf, operatori umanitari, giornalisti come Linda Maggiori e volontari che, in contesti diversi, cercano di proteggere diritti e vite, intrecciando azioni locali e reti internazionali di solidarietà. Al cuore dello sciopero dei portuali c’è la volontà di trasformare i porti europei in spazi civili di pace, non in snodi per il transito di armi. Sui moli di Genova, Bilbao, Tangeri e di molti altri scali, le rivendicazioni salariali e di sicurezza sul lavoro si intrecciano con la richiesta che queste infrastrutture non alimentino il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, dove la popolazione palestinese è lasciata inerme, senza accesso al cibo, all’acqua potabile, alle medicine e ai carburanti, con enormi difficoltà nel sistema sanitario e sotto bombardamenti israeliani. Nel porto di Ravenna cittadini e difensori dei diritti umani, tra cui la giornalista Linda  Maggiori e l’avv. Andrea  Maestri, hanno denunciato la totale mancanza di trasparenza sul transito di armamenti e materiali pericolosi in Romagna, come nel caso della nave New Zealand diretta a Haifa. Esposizioni e accessi agli atti evidenziano che le autorità non forniscono informazioni preventive né controlli successivi, senza chiarire se siano rispettate le norme italiane sulle esportazioni di armamenti (legge 185/1990). Anche il progetto europeo Undersec, che coinvolge il porto di Ravenna e partner israeliani, è stato criticato per scarsa trasparenza. La reazione delle istituzioni resta difensiva, senza risposte né dati verificabili. > Se lo Stato non può garantire quante armi transitano dai porti, come può > garantire la sicurezza della popolazione durante il trasporto di materiali > pericolosi? In questo quadro, tra criminalizzazione del dissenso e mancanza di trasparenza, la pluralità delle forme di azione non è un limite, ma una risorsa. Non si tratta di relativismo o dispersione, ma del riconoscimento che nessuna pratica isolata è sufficiente a difendere diritti, cambiare contesti o mantenere aperto uno spazio di responsabilità collettiva. L’azione sociale non si esaurisce nell’associazionismo formale: attraversa scelte quotidiane, dal lavoro alle relazioni, gesti ordinari. Anche nel campo umanitario questa pluralità è evidente. MSF, una delle principali organizzazioni mondiali di assistenza medico-umanitaria, si trova oggi in una situazione critica a Gaza: la decisione israeliana di porre fine alle sue operazioni, a seguito della mancata presentazione degli elenchi del personale, riflette un uso delle normative denunciato dalle ong internazionali come minaccia alla sicurezza degli operatori e alla continuità dell’assistenza sanitaria. Nel 2025, MSF aveva condotto quasi 800.000 consultazioni ambulatoriali e assistito circa un terzo dei parti nella Striscia, oltre a gestire una quota significativa dei servizi ospedalieri. CHI SONO I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI Quando parlo di difensori dei diritti umani, non mi riferisco a figure mitiche o a “santi civili”, ma a persone comuni: cittadini, sindacalisti, giornalisti, contadini, insegnanti, lavoratori di ogni settore, poeti, popoli indigeni, volontari. Persone che, attraverso pratiche non violente, promuovono diritti fondamentali e rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Questo impegno è riconosciuto e tutelato da strumenti del diritto internazionale come ICCPR (1966), ICESCR (1966), CAT (1984), ICERD (1965), la Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998)¹ e, in Europa, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) con la sua Corte, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE. Esperienze come Operazione Colomba, la Global Sumud Flotilla o la testimonianza di Vittorio Arrigoni mostrano come la protezione civile dal basso e il monitoraggio partecipato, oltre a costruire ponti tra comunità locali e reti internazionali, siano fondamentali per proteggere e salvare vite di innocenti in contesti di conflitto e crisi. Eppure oggi queste figure sono sempre più criminalizzate. In Italia, proposte legislative come i cosiddetti ddl sicurezza e il ddl antisemitismo rischiano di colpire volontari, giornalisti e movimenti sociali. A livello globale, rapporti delle Nazioni Unite e osservatori indipendenti segnalano un aumento di persecuzioni e arresti arbitrari. In un clima di crescente criminalizzazione mediatica e giudiziaria, i difensori dei diritti umani restano l’ultimo argine contro la deriva autoritaria: sistemi che tradiscono la democrazia e scivolano verso forme di repressione tipiche dei regimi dittatoriali. I difensori dei diritti umani non sostituiscono le istituzioni, ma mantengono aperto uno spazio di responsabilità sociale, segnalano crepe nei sistemi giuridici e politici e riducono il costo umano del cambiamento. Dalla cittadinanza attiva alle reti territoriali, dal consumo critico alle campagne di boicottaggio, queste pratiche mostrano come le ingiustizie raramente derivino dall’assenza di leggi, ma più spesso dalla cattiva applicazione, dalla corruzione, dal conflitto d’interessi e dalla mancanza di trasparenza. Siamo in una fase storica di forti tensioni globali, attraversata da crescenti disuguaglianze economiche e da crisi che mettono a dura prova la tenuta democratica. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene circa tre quarti della ricchezza globale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 2%. Il rapporto di Oxfam Nel baratro della disuguaglianza (gennaio 2026) segnala inoltre che la ricchezza aggregata dei miliardari nel 2025 ha raggiunto livelli record, ampliando ulteriormente il divario tra ricchi e poveri e mettendo a rischio la stabilità delle società e la partecipazione democratica. In questo contesto di crescenti disuguaglianze e tensioni, ogni azione individuale o collettiva contribuisce a costruire il tessuto del cambiamento e del miglioramento sociale, tanto a livello locale quanto internazionale. È in questo tessuto che risiede la forza dei difensori dei diritti umani. E mentre il disaccordo su chi agisce “dentro” e chi “fuori” resta sospeso, la bussola rimane chiara: i diritti umani e la solidarietà guidano le nostre scelte, a prescindere dal punto di partenza e dalla modalità di lotta. Le idee e gli ideali sono immortali: anche quando chi li difende viene incarcerato, criminalizzato o ucciso da un sistema oppressivo, da leggi ingiuste e da un braccio armato che obbedisce ciecamente ai comandi di chi non si sporca le mani, di chi svende e inquina il proprio territorio mentre parla di patriottismo.  Sopravvive l’esempio di chi ha resistito e ciò che hanno seminato: una sete di giustizia che cambia forma, ma non si estingue. MARRICHIWEU! Per il popolo Mapuche significa: “per uno che cade, dieci si alzeranno”. Petizione: Fuori le armi da porti, ferrovie e aeroporti italiani  Campagna promossa da BDS Italia Nota a piè di pagina 1. La Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR, 1966), il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR, 1966), la Convenzione contro la tortura (CAT, 1984) e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (ICERD, 1965) riconoscono la legittimità dell’azione dei difensori dei diritti umani in gran parte del mondo. La CEDU, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE, permette ai singoli di rivolgersi alla Corte contro violazioni dei diritti fondamentali, come è avvenuto in Italia e Spagna per la protezione dalla discriminazione, la libertà religiosa o la tutela delle vittime di traffico umano. In contesti come Russia e Turchia, la Corte ha contribuito a difendere libertà di espressione e protezione dalle discriminazioni, mostrando quanto sia prezioso questo livello aggiuntivo di tutela. La Russia, sospesa dal Consiglio d’Europa dal 2022, non ha più accesso a questo strumento. Valentina Fabbri Valenzuela
February 5, 2026
Pressenza
Gaza: solidarietà a MSF e …
… alle ong che hanno deciso di proteggere chi salva le vite (non chi le toglie). In coda link per chi vuole aderire. Comunicato in difesa dell’azione umanitaria e contro il genocidio in corso a Gaza. Noi operatrici e operatori della Sanità e associazioni che operano per la pace e in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, esprimiamo
February 4, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina e memoria: non dimentichiamo, mai!
Oggi per la Palestina: – corrispondenza da Anbamed del 30 e 31 gennaio; – corrispondenza da Radio Onda d’Urto del 30 gennaio; – da Operazione Colomba sulle aggressioni in Cisgiordania; – da Avvenire riproposto da Anbamded sulle colonie in Cisgiordania; – Altreconomia sulla demolizione degli edifici dell’Unrwa; – da Avvenire sul progetto di ricostruzione di Gaza; – Enrico Vigna raccoglie
January 31, 2026
La Bottega del Barbieri
Con la Palestina nel cuore e nelle lotte
articoli di  Indice. da Anbamed del 23 e 24 gennaio – ultime notizie dalla newsletter di Radio Onda d’Urto – ultime notizie sul Board of Peace dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca una analisi sul “Board of Peace” da Diario Prevenzione sulla maternità a Gaza da Altreconomia su Cnr di Faenza ed Israele da Pressenza assemblea
January 24, 2026
La Bottega del Barbieri
MSF: “Cliniche chiuse, farmaci bloccati nei porti, conseguenze devastanti dello smantellamento di USAID”
Un anno fa, l’amministrazione Trump ha emanato una serie di decreti esecutivi che hanno stravolto i programmi sanitari e umanitari in tutto il mondo, danneggiando gravemente la cooperazione e la solidarietà su questi temi. Le cliniche hanno chiuso i battenti. I farmaci salvavita sono rimasti bloccati nei porti. Gli operatori sanitari hanno perso il lavoro. I costi umani sono stati catastrofici. Nel corso del 2025 Medici Senza Frontiere (MSF), che non accetta finanziamenti dal governo statunitense per mantenere la sua indipendenza, ha assistito alle enormi conseguenze di queste scelte ed oggi esprime la sua vicinanza alle persone che sono state colpite. Le conseguenze devastanti delle misure adottate dall’amministrazione Trump, che ridefiniscono la politica di aiuti esteri degli Stati Uniti, hanno appena iniziato a manifestarsi, avverte MSF. “Mentre il mondo è ancora sotto shock per questi tagli agli aiuti, è ormai chiaro che si è trattato solo della prima mossa dell’amministrazione Trump per ridefinire l’assistenza sanitaria e umanitaria globale” afferma Mihir Mankad, direttore del dipartimento di Advocacy e Policy in tema di salute globale di MSF. “Le diverse amministrazioni hanno sempre avuto priorità e programmi differenti in materia di salute globale, ma quello a cui stiamo assistendo ora è un allontanamento sconcertante dal principio fondamentale secondo cui fornire assistenza umanitaria di base, combattere le epidemie, la malnutrizione e le malattie prevenibili con i vaccini e sostenere le comunità più emarginate del mondo siano cause meritevoli”. In Somalia, l’interruzione degli aiuti ha causato il blocco delle spedizioni di latte terapeutico per mesi. Il numero di bambini gravemente malnutriti ricoverati nelle strutture supportate da MSF è passato da 1.937 nei primi 9 mesi del 2024 a 3.355 nello stesso periodo del 2025. Solo nell’ospedale regionale di Baidoa Bay, i decessi tra i bambini gravemente malnutriti sono aumentati del 44% nella prima metà del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, con il 47% dei decessi avvenuti entro due giorni dall’arrivo del bambino a causa della gravità delle sue condizioni. All’ospedale della contea di Renk, in Sud Sudan, i tagli ai finanziamenti hanno costretto improvvisamente un’organizzazione umanitaria a interrompere il sostegno a 54 membri del personale ospedaliero nel mese di giugno, lasciando gravi lacune nell’assistenza alla maternità. Il reparto pediatrico dell’ospedale, gestito da MSF, ha accolto un numero maggiore di neonati con peso alla nascita criticamente basso e altre patologie dovute alla mancanza di assistenza medica durante la gravidanza e il parto. In risposta a questa situazione, MSF ha iniziato a supportare il reparto maternità nel settembre 2025. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), lo smantellamento di USAID ha portato alla cancellazione di un ordine di 100.000 kit post-stupro, che includevano farmaci per la prevenzione dell’HIV e di altre infezioni sessualmente trasmissibili. I team di MSF hanno riscontrato livelli estremamente elevati di violenza sessuale in RDC – hanno fornito assistenza a 28.000 sopravvissute solo nella prima metà del 2025 – e hanno effettuato acquisti non programmati di profilassi post-esposizione (PEP) per l’HIV in risposta alle carenze di forniture nel Nord Kivu. Questi esempi e innumerevoli altri risalenti all’ultimo anno, significano molto più che semplici tagli al bilancio; rappresentano un cambiamento radicale nel modo in cui gli Stati Uniti interagiscono con il mondo e concepiscono il proprio ruolo nello scenario internazionale. Lo scorso settembre, l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua strategia sanitaria globale America First, che assegna agli Stati Uniti un ruolo notevolmente ridotto. La strategia è limitata e poco lungimirante e orienta la politica statunitense verso un approccio errato e probabilmente inefficace alla risposta alle epidemie. Su aree chiave in cui gli Stati Uniti sono stati a lungo leader globali – salute sessuale e riproduttiva, nutrizione e malattie non trasmissibili – la strategia tace. Per iniziare ad attuare la strategia America First, l’amministrazione ha rapidamente negoziato una serie di accordi bilaterali con i governi che ricevono assistenza sanitaria estera dagli Stati Uniti. Questi accordi costituiranno la spina dorsale di un nuovo approccio alla salute globale, apertamente transazionale e negoziato a porte chiuse, senza il contributo della società civile o delle comunità la cui salute e il cui benessere sono maggiormente a rischio. L’amministrazione sostiene che questo approccio incoraggia la responsabilità e sovranità dei Paesi. Tuttavia, il governo statunitense ha contemporaneamente esercitato pressioni sui governi beneficiari affinché limitassero l’accesso ai servizi in base a criteri ideologici, in particolare per le popolazioni emarginate e nel campo della salute sessuale e riproduttiva. “L’affermazione secondo cui questi accordi promuovono la sovranità nazionale suona falsa quando, allo stesso tempo, i funzionari del Dipartimento di Stato dicono apertamente ai Paesi che l’assistenza sanitaria è subordinata alla loro disponibilità a concludere un accordo sui minerali con gli Stati Uniti” afferma Mankad di MSF. “L’assistenza sanitaria globale dovrebbe essere guidata dalle esigenze di salute pubblica, da solide prove mediche e dall’epidemiologia, non da rozzi calcoli politici, dall’estrazione economica o dalla coercizione ideologica”. I tagli del 2025 sono stati devastanti, ma ciò che sta emergendo ora è un ripensamento totale del perché e del modo in cui gli Stati Uniti forniscono aiuti e si impegnano con il resto del mondo su questioni sanitarie e umanitarie.   Medecins sans Frontieres
January 22, 2026
Pressenza
Haiti, aumento violenze a Port-au-Prince: struttura MSF diventa campo di battaglia, 1 morto
Medici Senza Frontiere (MSF) è profondamente preoccupata per la recente intensificazione degli scontri tra la polizia nazionale haitiana (PNH) e i gruppi armati nel quartiere Bel Air di Port-au-Prince. In questa zona della capitale, dove non sono disponibili altri servizi medici, i team di MSF gestiscono una clinica un giorno alla settimana, mentre volontari locali sono presenti ogni giorno per fornire assistenza di base ai pazienti. Il 6 gennaio l’ex edificio scolastico utilizzato per le attività mediche di MSF è diventato il campo di battaglia di intensi combattimenti tra un gruppo armato e la PNH. 7 volontari locali sono rimasti intrappolati per diverse ore prima di riuscire a fuggire. Questi eventi hanno anche causato la morte di un ex volontario locale che aveva collaborato con MSF nel 2025. Gravemente ferito, è arrivato alla clinica pochi minuti dopo l’evacuazione del personale. Non potendo ricevere le cure di primo soccorso, è morto a causa delle ferite riportate davanti al cancello dell’edificio. Questo non è un caso isolato. L’aumento della violenza sta mettendo seriamente in pericolo la vita di migliaia di civili che vivono in questo quartiere e sta compromettendo in modo allarmante il loro accesso all’assistenza sanitaria. MSF invita tutte le parti a rispettare le strutture mediche, il personale sanitario, i pazienti e i civili. “Gli interventi medici che svolgiamo a Bel Air e Bas Delmas garantiscono cure essenziali a diverse migliaia di pazienti ogni mese. Senza queste cliniche, queste persone sarebbero completamente private dell’accesso all’assistenza sanitaria” afferma Nicholas Tessier, capomissione di MSF ad Haiti. “Oggi, a causa di questo nuovo episodio di violenza, siamo costretti a sospendere tutte le nostre attività a Bel Air fino a nuovo avviso”. Medecins sans Frontieres
January 8, 2026
Pressenza
MSF: “La minaccia di Israele di negare la registrazione alle ONG è un grave attacco all’aiuto umanitario a Gaza e in Cisgiordania”
La minaccia di Israele di negare la registrazione a Medici Senza Frontiere (MSF) e ad altre organizzazioni non governative internazionali è un tentativo cinico e calcolato di impedire a queste organizzazioni di fornire assistenza a Gaza e in Cisgiordania, violando gli obblighi di Israele stabiliti dal diritto internazionale umanitario. Negare l’assistenza medica ai civili è inaccettabile in qualsiasi circostanza ed è scandaloso utilizzare gli aiuti umanitari come strumento politico o punizione collettiva. È ora di agire. Israele sta intensificando il suo grave attacco alla risposta umanitaria, minacciando direttamente l’assistenza medica e gli aiuti umanitari ai civili. MSF rifiuta inequivocabilmente le accuse mosse dalle autorità israeliane nei giorni scorsi. MSF non assumerebbe mai consapevolmente persone coinvolte in attività militari, in quanto ciò è in contrasto con i nostri valori fondamentali e la nostra etica. Se la descrizione di ciò che i nostri team vedono con i propri occhi a Gaza – morte, distruzione e le conseguenze sulla popolazione della violenza genocida – è sgradevole per alcuni, la colpa è di chi commette queste atrocità, non di chi ne parla. MSF nutre legittime preoccupazioni in merito all’obbligo di registrazione che impone di condividere le informazioni personali del nostro personale palestinese con le autorità israeliane, preoccupazioni aggravate dal fatto che 15 membri dello staff di MSF sono stati uccisi dalle forze israeliane. In qualsiasi contesto, specialmente uno in cui gli operatori medici e umanitari sono stati intimiditi, arbitrariamente detenuti, attaccati e uccisi in gran numero, richiedere gli elenchi del personale come condizione per l’accesso al territorio è uno sconfinamento scandaloso. Tale richiesta mina l’indipendenza e la neutralità umanitaria ed è resa ancora più pericolosa dall’assenza di chiarezza su come tali dati sensibili saranno utilizzati, conservati o condivisi. Tuttavia, invece di dialogare con MSF per ascoltare le nostre preoccupazioni, il ministero responsabile del processo di registrazione ha ignorato le nostre ripetute richieste di incontro e ci accusa sui media di ospitare consapevolmente presunti terroristi. Le forze israeliane hanno ucciso e ferito centinaia di migliaia di civili, hanno distrutto deliberatamente infrastrutture essenziali e hanno preso di mira il personale medico, gli operatori umanitari e i giornalisti. Israele ha preso il controllo di oltre la metà della Striscia di Gaza, costringendo la popolazione in un’area sempre più ristretta in cui le condizioni di vita sono disumane e ha provocato una carenza di beni di prima necessità bloccando e ritardando l’ingresso di beni essenziali, comprese le forniture mediche. Attualmente, MSF sostiene 1 letto su 5 negli ospedali di Gaza e assiste 1 madre su 3 durante il parto. Il sostegno che forniamo non è affatto sufficiente a soddisfare le esigenze dei palestinesi, ma la sua sospensione avrebbe un costo terribile. Il fatto che Israele impedisca a MSF e a decine di altre organizzazioni di fornire servizi ai palestinesi, dopo che le forze israeliane hanno distrutto il sistema sanitario di Gaza, rappresenta un’intensificazione degli attacchi compiuti contro i palestinesi negli ultimi due anni. I servizi disponibili per la popolazione di Gaza sono ora molto inferiori al fabbisogno, proprio a causa dei blocchi e delle restrizioni imposti da Israele. Per il terzo inverno consecutivo, la Striscia di Gaza è stata colpita da un abbassamento delle temperature, piogge torrenziali e forti venti. Le condizioni meteorologiche hanno distrutto e allagato i rifugi di fortuna in cui vive la popolazione, mentre Israele continua a bloccare l’ingresso di forniture come tende, teloni e alloggi temporanei. Ora il governo israeliano cerca di vietare anche i pochi aiuti e servizi esistenti. MSF continua a cercare il dialogo con le autorità israeliane per poter mantenere le nostre attività essenziali e sostenere il sistema sanitario di Gaza, ormai decimato. Consentire l’aiuto umanitario non è un favore. È un obbligo previsto dal diritto internazionale. Oggi più che mai, i palestinesi hanno bisogno di più servizi, non di meno.   Medecins sans Frontieres
January 2, 2026
Pressenza