Lanfranco Caminiti / Riscrivere l’insurrezione dei Fasci siciliani
«Di stu gran casu minni maravigliu»
G.G.Calogero, poeta contadino, Pietraperzia, 1894
In Chistu nun è nu romanzu, Lanfranco Caminiti sembra proporre un banale gioco
di rimandi, ma in realtà l’eco scolastica e enigmatica della pipa di Magritte
colpisce ancora. Fin dal titolo questo libro si configura come una dichiarazione
teorica e politica. Caminiti si muove sul terreno della rappresentazione e della
sua crisi, interpellando direttamente il lettore su cosa sia un racconto, una
storia, un romanzo – e se sia possibile dire un’insurrezione che non ha ancora
trovato un nome, o che è stata rimossa dalla storia ufficiale, come quella dei
Fasci siciliani dei lavoratori del 1892-1894.
Ma se Chistu nun è nu romanzu, allora cos’è? Un atto documentario? Una cronaca?
Un saggio? Un montaggio? Un canto epico interrotto? Come nell’opera di Magritte,
il titolo non spiega ma destabilizza. Crea una sospensione del senso, una
frattura tra segno e significato, tra parola e cosa, tra rappresentazione e
realtà. Caminiti lo ripete in forme diverse: l’insurrezione contadina non è
stata detta, non per caso, ma per una rimozione strutturale, una cancellazione
politica e simbolica. Eppure, tra il 1891 e il 1894, in Sicilia si sollevarono
migliaia di contadini, operai, donne, braccianti, zolfatari, carusi, un
movimento diffuso, organizzato, solidale, che sfidava monarchia, latifondo,
mafia e Stato liberale. Caminiti mostra che non fu solo protesta economica o
proto-sindacale, ma rottura politica ed epistemica: un popolo che prende forma,
parola, organizzazione.
Caminiti non racconta la storia dei Fasci: la compone, giustapponendo atti
parlamentari, verbali, cronache, documenti giudiziari della pesantissima
repressione di cui furono oggetto, fino alle cronache delle vere e proprie
stragi, riservando a se stesso una riflessione sul nesso
narrazione-insurrezione. La memoria ufficiale li ha relegati ai margini:
“ingenui”, “violenti”, “primitivi”, “istintivi”. I socialisti li hanno giudicati
“immaturi”, privi di coscienza di classe, sulla scia di Labriola ed Engels
interpellato in proposito da Anna Kuliscioff. Ma Caminiti insiste: il linguaggio
storico e socialista non ha saputo riconoscere l’insurrezione perché usava
categorie inadatte. I Fasci sono stati messi a tacere non perché indecifrabili,
ma perché intollerabili nella sfida che rappresentavano al potere. Così la
forma-romanzo, la linearità narrativa, la psicologia, la rappresentazione epica
o vittimaria, non bastano, anzi tradiscono. L’autore ci consegna allora un testo
che frammenta la sintassi, sospende la cronologia, usa ripetizione,
interrogazione, poesia, come se ogni parola venisse dal corpo in rivolta.
Non mancano i nomi: Verro, Barbato, De Felice, Bosco. Non mancano i luoghi:
Palermo, Corleone, Piana, Lercara. E le popolazioni – compresa la minoranza
albanese – con le loro donne protagoniste e senza paura. Ma non è una cronaca: è
un’epopea muta, un canto di chi non ha avuto voce. La sua insistenza non è sulla
“storia” ma sull’evento: qualcosa accaduto e che continua ad accadere nel
silenzio. Ogni insurrezione che non si può nominare si ripete come ferita aperta
nella lingua, nella politica, nella giustizia.
Nel volume Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie (DeriveApprodi, 2007),
Caminiti affronta in modo analogo i conflitti degli anni ’70 e degli autonomi,
che sviluppano coscienza del lavoro e dell’alienazione, entrando in conflitto
col PCI, che cerca di governare il cambiamento con logiche di controllo. Quando
la coscienza si sposta interamente fuori dal Partito, nasce lo scontro interno
alla sinistra. Il PCI risponde con l'”autonomia del politico”, l’autonomia
operaia viene repressa e accusata di terrorismo. Nonostante la sconfitta,
rappresenta una frattura irriducibile e “lo ‘stato nascente’ di una nuova classe
del lavoro. Ora è qui”.
Ma torniamo al titolo: usare il dialetto significa parlare dalla Sicilia, non
solo della Sicilia. Caminiti non è osservatore esterno, né narratore accademico:
è dentro la storia che racconta. Il dialetto, dice da dove si scrive e per chi.
È un modo per dire: questa è la mia lingua, quella dei contadini, dei nonni, dei
sovversivi, non quella del potere. Il dialetto siciliano è stato considerato
lingua minore, subalterna, folclorica. Caminiti lo usa come lingua della
rivolta, per decostruire la lingua nazionale, istituzionale, letteraria che ha
addomesticato la storia. Chistu nun è nu romanzu suona come una bestemmia contro
l’italiano “corretto”: è insubordinazione verbale. Usare il dialetto è atto di
rottura e fedeltà insieme. Caminiti rompe con la lingua dominante e resta fedele
alla lingua storica degli insorti, quella mai registrata nei verbali ufficiali
ma gridata, cantata, imprecata nei giorni della rivolta. Ma c’è sottigliezza nel
suo gesto: il dialetto nel titolo è soglia, non maschera. Non finge di essere
altro, né pretende di parlare “come loro”. Non scrive il libro in siciliano, e
questo è significativo. Non si mimetizza, non imita, non si sostituisce. Sa che
quella lingua non è più del tutto sua. Non vuole fare folclore, né etnografia.
Il dialetto solo nel titolo è rispetto, non travestimento. Il titolo in
siciliano è una dedica implicita, una citazione: come se desse voce a qualcuno
che non ha potuto raccontarsi. Caminiti si decentra: non prende la parola al
posto di, ma crea uno spazio perché quella parola possa ancora risuonare.
Non si appropria della lingua dei Fasci, ma la evoca, la chiama sulla soglia.
Dice: “Questa storia, per essere ascoltata, chiede un’altra lingua – quella che
abbiamo perduto o fatto tacere.” Il libro infatti è in italiano, sì, ma un
italiano con l’eco del dialetto: nei ritmi, nei nomi, nei frammenti orali, nei
documenti. Caminiti scrive da una frontiera linguistica dove l’italiano si
misura con ciò che ha escluso. Il dialetto nel titolo è segno di questa
tensione: lingua che non diventa stile perché è memoria viva, scomoda,
resistente.
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