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Rapporto Amnesty sui diritti umani in USA. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si trova a questo link. L’uso illegale della forza e la violazione di massa dei diritti umani rappresentano il settimo campanello d’allarme suonato da Amnesty International. Le deportazioni arbitrarie diffondono una narrazione disumanizzante e creano nelle comunità un clima di terrore: le famiglie si chiudono in casa, non mandano più a scuola i bambini, evitano gli ospedali e i servizi di base per paura di essere fermati e sequestrati, poiché gli agenti mascherati pattugliano proprio le zone intorno alle scuole, gli ospedali e i luoghi di fede. “Fin da suo primo giorno” è scritto nel rapporto “l’amministrazione Trump ha portato avanti un’agenda contro i migranti e i rifugiati, con ordini esecutivi razzisti e xenofobi che disumanizzano e criminalizzano i migranti e i richiedenti asilo. Dal gennaio 2025, oltre un milione e mezzo di migranti hanno perso o stanno per perdere il permesso di soggiorno, il che li mette a rischio di deportazione illegale”. Il rifiuto del visto d’ingresso negli Usa è passato da 19 a 39 Paesi. Tra i luoghi di detenzione dei deportati compare il famigerato ‘Alligator Alcatraz’, dove le torture sono prassi abituale. Tra queste la “scatola”, una gabbia di 70 centimetri di lato dove le persone vengono rinchiuse per ore incatenate e senz’acqua. Le persone sono costrette a vivere con cibo e acqua scarsi e scadenti, a dormire tra i liquami e gli insetti, con la luce accesa 24 ore. Negata anche la possibilità di parlare con un avvocato e di sapere se e quando la detenzione illegale avrà fine. La militarizzazione come “nuova normalità” è l’ottavo motivo di allarme indicato da Amnesty. “Quando i soldati sono impiegati nelle comunità o in caso di proteste, i rischi di intimidazione, uso eccessivo della forza e soppressione della libertà di riunirsi aumentano vertiginosamente. Il presidente Trump ha inviato militari con il falso pretesto di affrontare problemi di criminalità. Ma guarda caso sei delle nove città dov’è stata mandata la Guardia Nazionale o persino i Marines hanno un’alta incidenza di persone non bianche o sono governate da sindaci di colore. E gli arresti arbitrari continuano nonostante il fatto che giudici federali di Washington e di Chicago abbiano ordinato agli agenti di non fermare le persone senza mandato a meno che sia probabile la presenza ‘illegale’ nel Paese o il pericolo di fuga imminente. Di fronte a centinaia di generali e ammiragli riuniti dal Segretario della difesa, Trump ha affermato che “le città sono un campo di esercitazione per le forze armate. Noi stiamo subendo un’invasione dall’interno: nessuna differenza rispetto a un nemico straniero, ma più difficile in molti casi perché questo nemico non indossa un’uniforme”. Il caso di studio si riferisce all’omicidio a Minneapolis di Renee Good, definita ‘terrorista interna’ dall’amministrazione subito dopo che un agente dell’ICE  le ha sparato alla testa mentre la donna stava facendo manovra per allontanarsi dagli agenti. Trump ha affermato che la giovane avesse tentato di investire l’agente, ma a smentire questa versione sono i video e la stessa mancanza di referti medici sugli agenti dell’ICE. Amnesty ha richiesto a gran voce un’inchiesta indipendente su quanto avvenuto. A questo omicidio del 7 gennaio si è aggiunto quello di Alex Pretti di pochi giorni fa nella stessa città: dieci colpi esplosi contro un uomo a terra e disarmato (la pistola in suo possesso gli era già stata tolta dagli agenti). Anche in questo caso numerosi video dimostrano che l’azione dell’ICE è stata una vera e propria esecuzione. L’allarme numero nove si riferisce all’uso della tecnologia e in particolare dell’intelligenza artificiale in funzione repressiva e in evidente violazione del diritto alla privacy, alla libertà di espressione, di riunione e associazione e di movimento, al principio di uguaglianza e di non discriminazione. “L’intelligenza artificiale può accelerare e potenziare le pratiche autoritarie aumentando la scala e la velocità della schedatura. I sistemi di IA Babel X e Palantir Immigration Os sono in grado di fornire un costante monitoraggio di massa, sia attraverso l’analisi di quanto pubblicato sui social che del riconoscimento facciale delle persone riprese per esempio in occasione di manifestazioni. Trump usa questi potenti strumenti nell’ambito della campagna “Catch and revoke” per rintracciare migranti, rifugiati e richiedenti asilo e per identificare gli studenti di origini straniere che partecipano alle manifestazioni pro Palestina, creando un “effetto paralizzante” nelle comunità dei migranti e nei campus scolastici e universitari. Gli “Us Citizenship and immigration services” richiedono nell’esame delle pratiche uno “screening sull’antiamericanismo”. Non solo politiche improntate al razzismo e alla xenofobia. Nel mirino dell’amministrazione Trump ci sono le questioni di genere e i diritti sessuali e riproduttivi, e tutto ciò configura il decimo campanello d’allarme. La chiusura forzata di numerose strutture di sostegno alla popolazione Lgbtq e alla salute riproduttiva delle donne ha avuto un forte impatto e conseguenze molto negative soprattutto nei quartieri più poveri. Per non parlare della disparità tra Stati che ammettono o negano il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza. Secondo uno studio del Gender equity policy institute, le donne incinte che vivono in Stati che puniscono il ricorso all’Ivg hanno quasi il doppio di possibilità di morire durante la gravidanza, il parto o il puerperio rispetto a quelle che vivono dove l’aborto è legale. Per quanto riguarda l’identità di genere, nel mirino di Trump sono in particolare le persone transgender. Il presidente ha vietato le cure che affermano l’identità di genere oltre i 19 anni, la Corte Suprema quelle per i minori. È stato anche chiuso il settore dedicato della linea telefonica per la prevenzione dei suicidi tra i giovani. Le politiche per la diversità, equità e inclusione (Dei) sono state cancellate e i professionisti che se ne occupavano sono stati licenziati in massa. I nomi delle persone trans sono stati riportati a quelli di nascita anche sui documenti, incluso il passaporto, creando caos e difficoltà burocratiche enormi. Mentre le libertà e i diritti umani vengono sempre più spesso violati, l’amministrazione Trump lascia mano libera agli interessi illeciti di aziende e settori statali ad alto rischio di corruzione. L’undicesimo campanello d’allarme riguarda proprio il blocco delle agenzie e delle pratiche di contrasto e prevenzione degli abusi nel privato e nel pubblico. Le nuove linee guida introdotte hanno fatto sì che la metà dei casi giudiziari pendenti venisse archiviata. Si calcola che siano state annullate le cause intentate nei confronti di almeno 160 società, con conseguente blocco delle procedure di risarcimento delle vittime anche quando questo era già stato stabilito. Alcuni casi riguardavano corporations legate al presidente Trump. Particolarmente favoriti sono i giganti della tecnologia. A Meta per esempio l’amministrazione ha consentito di smantellare il programma di fact checking e di ignorare le precedenti norme intese a prevenire persecuzione e denigrazione di minoranze razziali e di genere. Il dodicesimo e ultimo campanello d’allarme si riferisce alle conseguenze dello smantellamento del sistema di supporto ai diritti umani negli Stati Uniti e in tutto il mondo. “Sebbene il governo americano si sia a lungo definito – almeno a parole – come un campione globale dei diritti umani, l’amministrazione Trump ha velocemente portato gli Stati Uniti nella direzione opposta”. Gli Usa si sono ritirati da tutte le organizzazioni internazionali di tutela dei diritti (tra cui l’Human Rights Council dell’Onu) e hanno azzerato il programma UsAid, compromettendo le possibilità di sopravvivenza di milioni di persone in tutto il mondo. Trump ha fatto carta straccia del diritto internazionale, arrivando a sanzionare individui e organizzazioni impegnati nell’International Criminal Court. Si è ritirato dalle strutture internazionali che si occupano di salute e cambiamento climatico, dal Trattato di Parigi all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il disprezzo delle più elementari norme di diritto internazionale è culminato nelle esecuzioni sommarie di almeno 123 persone che viaggiavano su 36 imbarcazioni in acque internazionali o dei Caraibi e nella cattura del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Tutte azioni che rischiano di incoraggiare altri governi a commettere impunemente violazioni dei diritti umani e di sabotare i tentativi della popolazione civile di opporsi non solo in Palestina, ma anche in Afghanistan, Burundi, Costa d’Avorio, Darfur, Repubblica democratica del Congo, Libia, Mali, Myanmar, Nigeria, Filippine, Ucraina e nello stesso Venezuela. Le conclusioni del rapporto mettono in evidenza gli ulteriori rischi per la democrazia nel prossimo futuro. Ci sono per esempio inquietanti segnali che lasciano presagire il tentativo di limitare l’esercizio del diritto di voto in occasione delle decisive elezioni di “Mid term” del novembre prossimo. “Il presidente Trump si è mosso pericolosamente sulla via della negazione dei diritti e del consolidamento del potere. Amnesty sa dove porta questa strada e conosciamo il costo umano se i campanelli d’allarme resteranno inascoltati. In questa congiuntura storica, mentre leggi e pratiche autoritarie si moltiplicano nel mondo nell’interesse dei pochi, governi e società civile devono lavorare con urgenza per riportare l’umanità su un terreno più sicuro”, avverte Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Conclude il rapporto una dettagliata serie di raccomandazioni al governo e al Congresso degli Stati Uniti, alle amministrazioni statali e locali, agli attori internazionali, alle organizzazioni multilaterali e agli altri governi, alle multinazionali della tecnologia e ai grandi imprenditori. “Il disastro non è inevitabile. Con l’impegno di tutti, c’è ancora tempo per fermarlo”. Link al rapporto in inglese: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2026/01/Ringing-the-Alarm-Bells.pdf     Claudia Cangemi
February 3, 2026
Pressenza
Rapporto Amnesty sui diritti umani in USA. Prima parte
Non uno o due, ma ben dodici campanelli d’allarme. A “suonarli” è Amnesty International nel suo rapporto appena pubblicato, intitolato “Ringing the alarm bells: rising authoritarian practices”, un’analisi circostanziata delle numerose violazioni dei diritti umani e dello scivolamento verso un regime antidemocratico negli Stati Uniti. “Nell’ultimo anno – avverte AI – il presidente Trump, attraverso ordini esecutivi e misure amministrative, ha ristretto gli spazi civici e minato lo stato di diritto interno e internazionale, con conseguenze a breve e lungo termine per la salvaguardia dei diritti umani”. Si è creata un’emergenza attraverso azioni che si rinforzano a vicenda, creando un circolo vizioso: “L’intimidazione della stampa rende difficile denunciare gli abusi, le ritorsioni fanno sì che le persone abbiano paura di denunciare, sorveglianza e militarizzazione aumentano il ‘costo’ del dissenso, gli attacchi ai giudici, agli avvocati e agli organi di sorveglianza rendono più difficile dimostrare le responsabilità. Abbiamo già visto dove porta la strada quando il dissenso viene punito, la sorveglianza è smantellata e le persone scompaiono o sono espulse senza poter fare ricorso alla legge. Ma sappiamo anche che questo deriva non è inevitabile”. Il rapporto di Amnesty non si limita a denunciare con prove circostanziate quanto sta avvenendo da un anno a questa parte negli Stati Uniti, ma chiama all’azione tutte le istituzioni federali, statali e locali, la società civile, gli attori privati e le società tecnologiche, invitandole a compiere con urgenza “passi pratici per salvaguardare gli spazi civici, ripristinare le salvaguardie di legge e prevenire la normalizzazione della repressione e delle violazioni dei diritti umani”. Il primo “campanello d’allarme” si riferisce alla libertà di stampa, “elemento critico di salvaguardia dei diritti umani”, dal momento che ha il potere di denunciare abusi, indicare responsabilità e permettere alla popolazione di prendere decisioni consapevoli e di sfidare la corruzione. Amnesty segnala il tentativo dell’amministrazione Trump di controllare la stampa attraverso l’intimidazione dei giornalisti, la restrizione degli accessi, il discredito delle posizioni critiche anche attraverso attacchi personali in pubblico e l’uso del potere per punire i media indipendenti. Due tra i molti esempi di tale comportamento: Trump pretende di decidere quali giornali debbano “coprire” la Casa Bianca e ha ristretto la possibilità di occuparsene dell’Associated Press a causa della decisione editoriale dell’agenzia di non cambiare la definizione “Golfo del Messico” in “Golfo dell’America”. Nell’ottobre 2025, dozzine di reporter hanno abbandonato il Pentagono e i loro badge piuttosto che firmare un documento in cui rinunciavano alle tutele del Primo Emendamento. Il New York Times ha fatto causa all’amministrazione Trump per aver ridotto le possibilità di lavorare dei giornalisti. “La stessa Federal communication commission è stata trasformata da agenzia regolatoria in uno strumento di ritorsione politica: con un ordine esecutivo Trump ha deciso che deve fare riferimento a lui e non più al Congresso”. Un caso particolarmente grave riguarda Mario Guevara, corrispondente salvadoregno dagli Stati Uniti, il primo giornalista arrestato dall’ICE mentre stava seguendo una manifestazione “No kings” a Doraville (Georgia) il 14 giugno scorso. L’ICE ha poi rifiutato il pagamento della cauzione stabilita dal giudice, sostenendo che il suo reportage aveva messo a rischio la sicurezza pubblica. Malgrado la campagna di Amnesty Usa per il suo rilascio, Guevara è stato deportato in El Salvador il 3 ottobre. La repressione della libertà di espressione e di protesta costituisce il secondo campanello d’allarme. “Un classico segnale di pratica autoritaria è l’uso di sorveglianza, sanzioni amministrative e forza militare per far percepire il dissenso come qualcosa di pericoloso”. E Trump ha minacciato e criminalizzato le proteste e la libertà accademica. In particolare ciò è avvenuto in occasione delle manifestazioni di solidarietà alla Palestina. L’amministrazione Trump ha arrestato e deportato centinaia di studenti. “Il Segretario di Stato Marco Rubio ha revocato i visti ad almeno 300 manifestanti, affermando senza alcuna prova che avevano vandalizzato l’università, molestato altri studenti e creato scompiglio. Nelle scorse settimane il Dipartimento di Stato ha annunciato di aver revocato nel corso del 2025 oltre 100mila visti a residenti (ottomila dei quali erano studenti) in base a non meglio precisati legami con ‘attività criminali’”. Il caso più eclatante riguarda Mahmoud Khalil, attivista palestinese laureato di recente alla Columbia University, con un permesso di residenza permanente negli Usa, arrestato in marzo e detenuto illegalmente per il suo impegno pro Palestina. Un giudice ha ordinato il suo rilascio su cauzione in giugno, ma un ricorso ha ribaltato la decisione e Khalil continua la sua battaglia per restare negli Usa con la famiglia. Come lui almeno una decina di altri studenti è stata incarcerata o deportata per la partecipazione a manifestazioni pro palestinesi. Tra loro Leqaa Kordia, una 32enne palestinese arrestata illegalmente il 13 marzo e trasferita in un carcere del Texas, dove ha subito documentate violazioni dei diritti umani. Leqaa ha perso 175 membri della sua famiglia dall’inizio del genocidio in Palestina. Il terzo campanello d’allarme riguarda proprio le università e la società civile. Nei confronti della seconda Trump usa l’arma del sospetto: “Ha gettato una larga rete per individuare le organizzazioni esenti da tassazione che si oppongono alle sue politiche e ha poi firmato un ordine esecutivo teso a smantellare gruppi che definisce ‘terroristi interni’. Il procuratore generale degli Stati Uniti sta implementando un ‘memorandum’ per intensificare le indagini sul ‘terrorismo interno’, incentivando anche a denunciare ‘attività sospette’”. Il Dipartimento di giustizia sta pensando di considerare un atto di terrorismo interno persino la ripresa con il telefono degli arresti di immigrati. Trump ha preso di mira anche alcune organizzazioni filantropiche. Il Congresso sta tentando di evitare che il Segretario del tesoro metta fine all’esenzione dalle tasse delle Ong basandosi sull’accusa di ‘supportare attività terroristiche”. Lo stesso Dipartimento ha emanato un ordine di bloccare il lavoro alle società di orientamento legale per gli immigrati e i programmi destinati a famiglie e bambini, forzando l’immediata cessazione dei servizi di supporto per la casa e il lavoro, con gravissime conseguenze per migliaia di persone. Per quanto riguarda gli atenei, Trump ha tagliato i fondi a tutti quelli che rifiutavano il controllo federale su assunzioni e ammissioni e ha revocato l’esenzione dalle tasse all’Università di Harvard, accusandola di supportare ideologie ispirate al terrorismo. Altre cinquanta scuole superiori hanno subìto sanzioni dal Dipartimento dell’educazione per presunte violazioni al “Civil right act” del 1964. In ottobre dodici università sono state informate che avrebbero potuto ricevere fondi federali speciali se avessero accettato di ridurre la libertà d’espressione e insegnamento, impedire ai transgender l’accesso ad alcune parti dei campus e cancellare le identità non binarie. Il 20 ottobre, sei atenei avevano già rifiutato i fondi. La “normalizzazione delle ritorsioni contro i critici e gli informatori” rappresenta il campanello d’allarme numero quattro. Come riportato dalla Reuters, il presidente Trump ha preso di mira almeno 470 persone e gruppi con l’uso di licenziamenti, sospensioni, indagini e revoca delle tutele sociali. “Ha usato numerose leve di governo per vendicarsi, minacciare e costringere all’ubbidienza ufficiali e impiegati federali, procuratori, università e mezzi di comunicazione”. Tra i casi eclatanti di “vendetta” quello contro la general attorney Letitia James e l’ex direttore dell’Fbi James Comey, che in passato avevano indagato rispettivamente su Trump e sulle interferenze russe alle presidenziali del 2016. Trump ha persino minacciato alcuni parlamentari democratici con background militare o d’intelligence, affermando che il reato di sedizione è punibile con la morte, dopo che questi avevano affermato in un video che i militari dovrebbero rifiutarsi di eseguire ordini illegali. Il dipendente di Usaid Nicholas Enrich è stato licenziato per aver sottolineato in alcuni post le gravi conseguenze del definanziamento sui diritti umani. Erez Reuven è stato a sua volta licenziato dal Dipartimento di giustizia per aver testimoniato davanti a un giudice che un uomo era stato deportato dal governo per errore. L’allarme numero cinque si riferisce all’indipendenza e libertà di azione dei giudici e degli avvocati. In risposta a sentenze che bloccavano lo sviluppo delle sue politiche, Trump ha più volte sollecitato l’impeachment dei magistrati coinvolti, evitato di eseguire gli ordini delle corti e punito i procuratori per il loro lavoro sotto le precedenti amministrazioni. Un memorandum presidenziale chiede al procuratore generale di portare avanti indagini e sanzioni contro giudici e studi di avvocati che “si impegnano in frivole, irragionevoli e vessatorie” azioni contro il governo. Nel mirino del presidente anche tutti coloro che si sono opposti al tentativo di sovvertire il risultato elettorale alle elezioni del 2020 e chi rappresenta gli interessi legali di migranti e richiedenti asilo. Il “caso di studio” si riferisce a un atto di ritorsione collettiva, il Dipartimento di giustizia ha citato tutti i 15 giudici federali del Maryland, dopo che il loro capo George L. Russell aveva stabilito che i cittadini non americani avrebbero dovuto restare in custodia prima della deportazione per almeno 48 ore, in modo da permettere loro di presentare ricorso. Il giudice federale della Virginia cui è stato assegnato il caso sui colleghi del Maryland ha rifiutato, ammonendo il governo, “che ha definito i giudici federali sinistrorsi, liberali, attivisti, radicali, squilibrati, truffatori, incostituzionali e peggio”. Rispetto al triennio 2021-24, nel 2025 le minacce ai giudici sono raddoppiate e si sono moltiplicate soprattutto le richieste di empeachement del governo nei confronti di magistrati “colpevoli” di aver emesso sentenze sfavorevoli o sgradite all’amministrazione. Ma nei “democratici” Stati Uniti sono documentati anche moltissimi casi di “sparizione forzata” e di “espulsione illegale”, e ciò costituisce la sostanza del “campanello d’allarme” numero sei. La sparizione forzata è una gravissima violazione dei diritti umani e porta con sé la negazione del diritto a un giusto processo e la violazione del divieto di detenzione illegale e di trattamenti inumani o degradanti, tra i pilastri della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’Onu nel 1948. L’espulsione illegale, inoltre, espone la persona che la subisce al rischio di tortura o esecuzioni sommarie nel Paese di destinazione. “Quando le autorità possono espellere le persone senza avviso, audizione o accesso alla possibilità di difesa, e quando le sentenze dei giudici vengono ignorate” è scritto nel rapporto” lo Stato passa dalla legalità al potere arbitrario”. La deportazione di massa di migranti e richiedenti asilo venezuelani avvenuta il 15 marzo 2025 costituisce per Amnesty una “patente violazione dei diritti umani”. Trump ha invocato in quel caso il ricorso all’Alien Enemy Act, una legge pensata come risposta a un’invasione in tempo di guerra, usata l’ultima volta per l’internamento in campi di prigionia di 120mila giapponesi residenti in Usa durante la seconda guerra mondiale. In caso di sparizione o espulsione le famiglie non ricevono alcuna informazione, né c’è la possibilità di rivolgersi a un avvocato o di sapere dove si trovino le persone “prelevate” in strada, nei luoghi di lavoro, in chiesa o nelle loro abitazioni, poiché l’ICE agisce senza mandato e in forma totalmente arbitraria. Gli stessi ufficiali dell’ICE ammettono che “molti” degli arrestati non avevano alcuna pendenza penale e che alcuni sono stati prelevati perché gli agenti ‘percepivano’ che avrebbero potuto commettere reati in futuro. Eclatante il caso di Andry José Hernandez Romero, un artista e attore venezuelano trentunenne, fuggito negli Stati Uniti dopo essere stato preso di mira in patria per le sue idee politiche e la sua omosessualità. Due giorni prima dell’audizione per la richiesta di asilo, Romero è stato prelevato e deportato a El Salvador senza dargli neppure la possibilità di avvisare la famiglia. Nel marzo 2025 è stato trasferito insieme ad altri 251 connazionali nel carcere di massima sicurezza Cecot, noto per le condizioni terribili di detenzione. In luglio, i deportati sono stati rimandati in Venezuela, L’ordine di un giudice federale di permettere il ritorno negli Usa per esaminare le richieste di asilo è stato ignorato dall’amministrazione Trump. Link al rapporto in inglese: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2026/01/Ringing-the-Alarm-Bells.pdf     Claudia Cangemi
February 3, 2026
Pressenza
Guantánamo, l’ipocrisia degli Stati Uniti e i diritti umani
Mentre Washington punta il dito contro L’Avana per presunte violazioni dei diritti umani, da oltre due decenni il governo statunitense mantiene una base navale costruita su territorio cubano occupato illegalmente, diventata il simbolo globale della tortura, della detenzione arbitraria e della sistematica negazione dello Stato di diritto. Guantánamo non è semplicemente una base militare. È un progetto di impunità accuratamente studiato per eludere le leggi nazionali e internazionali, uno spazio in cui gli Stati Uniti hanno creduto di poter creare una zona priva di diritti umani proprio nel cortile di casa del Paese che criticano costantemente per la sua storia in materia. L’architettura dell’impunità post-11 settembre Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush ha trovato a Guantánamo il luogo perfetto per attuare la sua “guerra al terrorismo” senza restrizioni legali. L’11 gennaio 2002, i primi detenuti sono arrivati in quello che sarebbe diventato il campo di detenzione più famigerato del mondo contemporaneo, Camp X-Ray. La scelta di Guantánamo non fu casuale. Come spiega Amnesty International, il governo statunitense scelse questo territorio proprio perché riteneva che in questa enclave occupata illegalmente «non si applicassero né le leggi statunitensi né quelle internazionali». Da allora, 780 uomini e bambini musulmani sono passati attraverso le sue celle. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, lo riassume con crudezza: > «Pochissimi di questi uomini sono stati accusati di qualche reato e nessuno di > loro ha avuto un processo equo». Guantánamo è diventata un laboratorio di pratiche di interrogatorio che lo stesso governo statunitense ha finito per riconoscere come tortura. 21 anni di ingiustizia: cifre che fanno vergognare Le cifre parlano da sole: su 780 detenuti, solo sette sono stati condannati. Cinque di loro hanno accettato di dichiararsi colpevoli in cambio di accordi pre-processuali che offrivano loro una possibilità di libertà. Solo uno è stato trasferito negli Stati Uniti continentali per essere processato da un tribunale civile, l’unico luogo in cui sono minimamente garantiti i diritti procedurali. Il caso di Shaker Aamer esemplifica questa ingiustizia: arrestato nel 2002, è rimasto in carcere per 13 anni senza accuse né processo, nonostante il suo trasferimento dalla base fosse stato autorizzato dalle autorità statunitensi già dal 2007. Il suo avvocato sostiene che sia rimasto così a lungo perché è stato testimone di torture perpetrate da agenti statunitensi e britannici, il che sottolinea l’urgente necessità di indagini indipendenti sulla complicità internazionale in questi crimini. Anche il presidente Barack Obama, che nel 2009 aveva promesso di chiudere Guantánamo, ha fallito clamorosamente. La prigione è durata più a lungo sotto il suo mandato che sotto quello di Bush. L’inerzia politica e la macchina della sicurezza nazionale hanno prevalso sui diritti umani. Trump e la nuova era: Guantánamo come campo di detenzione per migranti Con l’amministrazione Trump, l’infamia di Guantánamo ha trovato un nuovo scopo. Nel febbraio 2025, il governo statunitense ha iniziato a trasferire i migranti detenuti alla base navale. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, questi migranti sono stati portati in segreto, rinchiusi in regime di isolamento nel “Campo 6”, in celle di cemento, senza luce naturale, in condizioni insalubri e sottoposti a isolamento prolungato. “Ero così disperato che ho cercato di tagliarmi i polsi con i bordi delle bottiglie di plastica dell’acqua”, ha raccontato uno dei detenuti. Un altro ha descritto: “L’acqua era gialla, parti del lavandino erano arrugginite… Era totalmente insalubre e mi sono ammalato per questo”. Le conseguenze fisiche erano evidenti in uno degli intervistati: “Sono arrivato lì pesando 78 chili e sono tornato in Venezuela con 52”. Veniva loro negata l’informazione legale, i contatti con i familiari e un’adeguata assistenza medica. Queste condizioni, come avverte Human Rights Watch, possono costituire maltrattamenti vietati dal diritto internazionale. La giustificazione di queste detenzioni era tanto debole quanto arbitraria: molti sono stati accusati di appartenere al «Tren de Aragua», un gruppo criminale venezuelano, solo per i loro tatuaggi e la loro nazionalità. Ciò riflette una politica xenofoba e di sicurezza nazionale sfrenata, in cui la presunzione di innocenza e il giusto processo vengono sacrificati sull’altare dello spettacolo politico. La doppia morale imperiale L’ironia più profonda e grottesca è proprio lo scenario in cui si consumano questi crimini. Per decenni Washington ha usato la sua retorica sui diritti umani per attaccare L’Avana, mentre trasformava una parte di Cuba in un moderno campo di concentramento dove quegli stessi diritti vengono sistematicamente violati. Guantánamo è più di una prigione: è un simbolo dell’arroganza del potere statunitense, del suo disprezzo per il diritto internazionale e della sua doppia morale. L’amministrazione Trump ne ha esteso l’uso alla crisi migratoria, dimostrando che per Washington Guantánamo è uno strumento flessibile di oppressione, sia in nome della «guerra al terrorismo» che della «sicurezza delle frontiere». Mentre uomini come Donald Trump strumentalizzano la paura e il nazionalismo, Guantánamo rimane un triste promemoria: i crimini più gravi contro i diritti umani spesso non vengono commessi da Stati “canaglia”, ma nelle zone d’ombra giuridiche create da quelle potenze che si presentano come fari di libertà. La giustizia esige che queste zone d’ombra vengano dissipate e che il territorio rubato venga restituito. Perché la base militare statunitense di Guantánamo è illegale? Da oltre 120 anni, gli Stati Uniti occupano illegalmente la più grande baia nella parte meridionale dell’isola. A Guantánamo si trova un centro di detenzione tristemente famoso per le violazioni dei diritti umani commesse lì da Washington. Recentemente, il governo di quel paese ha annunciato la decisione di inviare migranti deportati nell’insediamento illegale, come parte della sanguinosa offensiva della nuova amministrazione nordamericana contro i migranti. Alla storica denuncia di Cuba e della comunità internazionale per la restituzione del territorio, si aggiunge ora quella del suo utilizzo per scopi così disonorevoli. Il rifiuto dell’annuncio è stato immediato e categorico. La dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri cubano lo classifica come una “dimostrazione della brutalità con cui quel governo” agisce “presumibilmente per correggere i problemi creati dalle condizioni economiche e sociali di quel paese, dalla sua stessa gestione governativa e dalla sua politica estera, compresa l’ostilità verso i paesi di origine”. Ma perché l’appropriazione forzata di questo spazio è considerata contraria al diritto internazionale? Ecco i motivi. Un affitto imposto L’installazione della base navale avvenne dopo la firma del trattato del 1903 tra l’allora presidente cubano Tomás Estrada Palma e il presidente statunitense Theodore Roosevelt. Questo accordo, frutto della coercizione favorita dall’emendamento Platt, cedeva territorio cubano agli Stati Uniti, il cui utilizzo era presumibilmente destinato a scopi navali e di stoccaggio del carbone. Tuttavia, le circostanze che hanno circondato la firma di questo trattato sono cruciali, poiché sono state realizzate sotto la minaccia di un intervento militare, il che lo rende un accordo viziato fin dalla sua origine. La volontà del popolo cubano Inoltre, il 1° gennaio 1959, dopo il trionfo della Rivoluzione, Cuba ha ripetutamente chiesto la restituzione di Guantánamo in sedi internazionali. A questo proposito, il Comandante in Capo Fidel Castro ha sottolineato: > Guantánamo oggi non serve a nulla agli Stati Uniti dal punto di vista > militare. La mantengono come atto di forza e prepotenza, occupando una parte > del nostro territorio nazionale che oggi, nell’era nucleare, non ha alcun > valore strategico. Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di stare lì, poiché > sono contro la nostra volontà; e credo che non si possa avere una base > militare nel territorio di un paese contro la volontà di quel paese. Gli Stati > Uniti sono lì con la forza. Che diritto hanno gli Stati Uniti di stare a > Guantánamo contro la volontà del nostro popolo? Che diritto hanno di occupare > una parte del nostro territorio contro la volontà del nostro popolo? Questo principio di integrità territoriale è un pilastro della Costituzione della Grande Antille, fondato sulla normativa interna. Allo stesso modo, la Convenzione internazionale sul diritto dei trattati del 1969 stabilisce all’articolo 52 che i trattati ottenuti con la coercizione sono nulli e privi di valore. Pertanto, l’affitto di Guantánamo, dato che non ha un limite temporale chiaro e perpetua l’occupazione senza l’approvazione cubana, è in conflitto con la legalità internazionale. Inoltre, il fatto che il governo cubano non abbia mai accettato il pagamento per questo affitto evidenzia la natura illegittima dell’accordo. Uso improprio del territorio Sebbene l’accordo originale specificasse che la base sarebbe stata utilizzata esclusivamente come stazione navale e carboniera, gli Stati Uniti ne hanno ampliato l’uso a fini militari e di detenzione. La base è stata condannata a livello internazionale per ospitare un centro di detenzione dove sono stati violati in modo flagrante i diritti umani, trattenendo persone senza processo per anni in condizioni disumane. Inoltre, il 29 gennaio, Trump ha annunciato la sua intenzione di inviare 30.000 dei “peggiori criminali” nella parte orientale dell’isola. Oltre il 60% della popolazione locale è contraria a questa misura infame. “La storia degli abusi nella baia di Guantánamo parla da sé”, ha dichiarato in un comunicato Stacy Suh, direttrice dei programmi della Detention Watch Network, “e senza dubbio metterà in pericolo la salute fisica e mentale delle persone”. Questa proposta del governo statunitense è vista come un atto di brutalità e un tentativo di distogliere l’attenzione dai problemi sociali ed economici che affliggono gli Stati Uniti. In questo modo, la base non è solo un simbolo dell’occupazione, ma anche un punto di conflitto nelle relazioni tra i due paesi e una dimostrazione della scarsa considerazione degli Stati Uniti per le garanzie fondamentali. L’opinione universale sostiene la posizione secondo cui la base navale di Guantánamo è illegale. La sua esistenza rappresenta un attacco alla sovranità cubana. Le ripetute richieste di restituzione da parte di Cuba, insieme al rifiuto di un accordo che non è mai stato legittimo, evidenziano la necessità di una soluzione che rispetti la volontà del popolo cubano e i trattati internazionali. Fonte: Razones de Cuba Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
December 16, 2025
Pressenza
Humanity 2, una nuova barca a vela per la ricerca e soccorso nel Mediterraneo
Con la barca a vela Humanity 2, l’organizzazione di ricerca e soccorso SOS Humanity, attiva da dieci anni, sta portando una seconda nave di soccorso nel Mediterraneo centrale. La barca a vela, lunga circa 24 metri, è attualmente in fase di acquisto da parte di SOS Humanity e sarà poi convertita. A partire dalla metà del 2026, la Humanity 2 colmerà un gap letale al largo delle coste tunisine come nave di soccorso e di monitoraggio. “Le rotte migratorie nel Mediterraneo stanno diventando sempre più pericolose perché l’UE paga i Paesi terzi per intercettare i rifugiati. Invece di salvare vite umane, l’Europa si sta isolando a tutti i costi e rendendo il Mediterraneo ancora più letale”, afferma Till Rummenhohl, amministratore delegato di SOS Humanity. “Nella zona marittima al largo della Tunisia si è creato un vuoto di operazioni di soccorso che mette a rischio la vita delle persone ed è caratterizzato da violazioni sistematiche dei diritti umani da parte della Guardia Costiera tunisina. Le imbarcazioni scompaiono senza lasciare traccia perché la Tunisia impedisce la ricognizione aerea e il Centro di coordinamento dei soccorsi tunisino non coordina adeguatamente i soccorsi. Le persone fuggono su imbarcazioni metalliche altamente pericolose che affondano rapidamente. Questa drammatica realtà ci spinge ad agire. Con la barca a vela Humanity 2 salveremo vite umane e documenteremo le violazioni dei diritti umani al largo della Tunisia, dove l’Europa sta fallendo. La nostra barca a vela è perfettamente complementare alla Humanity 1, che opera al largo della Libia. In questo modo saremo in grado di soccorrere più persone in pericolo in mare e aumentare la pressione sui responsabili”. Il veliero è attualmente ancora ormeggiato in un porto sulla costa francese, ma sarà trasferito in Sicilia nel mese di novembre e dovrebbe essere sottoposto a lavori di conversione presso il cantiere navale a partire da dicembre. SOS Humanity sta ora raccogliendo donazioni per finanziare il progetto. “Soprattutto ora che il nuovo governo federale tedesco ha tagliato tutti i finanziamenti statali, abbiamo più che mai bisogno del sostegno della società civile”, sottolinea Till Rummenhohl. “Siamo fermamente convinti che la maggioranza dei cittadini europei non voglia semplicemente lasciare annegare chi cerca protezione nel Mediterraneo. La società civile ci ha permesso di salvare oltre 39.000 persone in dieci anni e continuerà a sostenere il nostro lavoro di soccorso”. Questa solidarietà e umanità in azione dovrebbero servire da esempio ai politici. Dal 2015, l’UE e i suoi Stati membri non sono riusciti a istituire un programma europeo di ricerca e soccorso per porre fine alle morti nel Mediterraneo. Al contrario, sono complici di violazioni dei diritti umani e ostacolano deliberatamente il lavoro delle organizzazioni di soccorso in mare. Ma non ci faremo intimidire; continueremo con una seconda nave!”. Redazione Italia
September 16, 2025
Pressenza
L’aereo di Sea-Watch fermato dall’ENAC per venti giorni
Dopo che la scorsa settimana il nostro aereo da ricognizione Seabird 2 ha documentato l’ennesimo caso di omissione di soccorso, costato la vita a due bambini e una persona adulta, oggi ENAC ci notifica il fermo amministrativo di un altro nostro aereo, Seabird 1, per venti giorni. Nella nota si fa riferimento a violazioni del 30 giugno. Siamo curiosi di saperne di più e di scoprire qual è, questa volta, il pretesto per tenerci lontani da chi ha bisogno di aiuto. Come al solito, non paga chi commette violazioni dei diritti umani, paga chi le denuncia. Non ci scoraggiamo. Stiamo valutando con i nostri legali come opporci a questo ennesimo, pretestuoso provvedimento. Torneremo a volare già nei prossimi giorni con i nostri altri aerei, per documentare ciò che accade nel Mediterraneo centrale. Sea Watch
August 7, 2025
Pressenza
Difendere i diritti umani dalle violazioni e dallo svilimento
L’APPELLO PRESENTATO DA 268 EX ALTI FUNZIONARI DELL’ONU PUÒ ESSERE SOTTOSCRITTO DA TUTTI, OGNI CITTADINO DEL MONDO. La petizione propone di contrassegnare la ricorrenza della promulgazione della Carta istitutiva (Statuto) dell’ONU, sottoscritta il 26 GIUGNO 1945 ed entrata in vigore il successivo 24 ottobre, come una data emblematica. L’80° anniversario celebrato all’insegna del motto Building our future together (Costruire il nostro futuro insieme) infatti rappresenta l’occasione di rinnovare l’impegno a debellare la guerra e a tutelare i diritti umani e a mantenervi fede agendo coerentemente ai patti stabiliti dal trattato internazionale su cui si basa la prevalenza di leggi e norme attuative dei principi proclamati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. In Italia, uno stato membro dell’ONU poiché ha aderito al trattato nel 1955 e lo ha ratificato nel 1957 (Legge n° 848 / 17 agosto 1957), l’iniziativa è promossa dalla Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace, che divulga la petizione evidenziando che è UN APPELLO SENZA PRECEDENTI e nella giornata del 26 GIUGNO coopera all’organizzazione della manifestazione ‘virtuale’ intitolata “L’ONU è indispensabile per impedire la terza guerra mondiale – DIFENDIAMOLA!“. L’iniziativa indetta dal Comitato nazionale per la difesa dell’ONU e della Corte Penale Internazionale e coordinata da Flavio Lotti della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace e Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca (cattedra UNESCO Diritti umani, democrazia e pace) dell’Università di Padova e referente della Rete delle Università per la Pace, consiste nell’incontro online – trasmesso su ZOOM e YOUTUBE – a cui intervengono Jean Fabre dell’UN-SSE (Task Force ONU sull’Economia Sociale e Solidale), Franco Ippolito della Fondazione Lelio e Lisli Basso ed Emiliano Manfredonia dell’ACLI, inoltre l’ex segretario generale della Corte di Cassazione e membro del comitato esecutivo della Costituente Terra, Luigi Marini, e Chantal Meloni, docente di diritto penale internazionale all’Università La Statale di Milano e rappresentante legale delle Vittime in Palestina davanti alla Corte Penale Internazionale. ABERRANTI VIOLAZIONI E INSIDIOSO SVILIMENTO DEI DIRITTI UMANI Contemporaneamente alle celebrazioni per l’80° anniversario della promulgazione della Carta delle Nazioni Unite si svolge la 59ª sessione dell’HCR / Human Rights Council (Consiglio per i diritti umani) che dal 16 giugno scorso fino al 9 luglio prossimo raduna a Ginevra i referenti di agenzie e commissioni dell’ONU insieme ai rappresentanti delle nazioni, dei governi e delle associazioni umanitarie. Il 16 giugno al convegno l’Alto Commissiario dell’HRC, Volker Türk, ha avvertito che, anziché venire promossi, i diritti umani attualmente vengono violati sempre più frequentemente e ha sollecitato a tutelarli con “l’impegno alla più forte possibile difesa dello stato di diritto e del diritto internazionale”, aggrediti in molti modi tanto insidiosi, tra cui la retorica demagogica della propaganda che fomenta le “cosiddette guerre culturali” e rafforza le oligarchie, le plutocrazie e le tirannie. Elencando le molte complesse problematiche e le numerose e terribili emergenze umanitarie che attualmente affliggono la popolazione mondiale, Volker Türk ha rammentato che le vittime delle iniquità e delle guerre sono persone che soffrono, non ‘effetti collaterali’ delle ingiustizie e dei conflitti armati. E il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres lo ha ribadito il successivo 19 giugno ricordandolo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU riunito per discutere di povertà, sottosviluppo e conflitti socio-economici e le loro implicazioni per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale: Inoltre, la funzione e la rilevanza della Carta dell’ONU per la tutela dei diritti umani e per la salvaguardia del diritto umanitario internazionale sono state rammentate nelle numerose iniziative svolte il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato quest’anno focalizzata sul valore di Un impegno condiviso in un mondo dove la solidarietà è in crisi. UN CHARTER AT 80: A CALL TO RECLAIM ITS PURPOSE Con l’appello rivolto ai leader e ai governanti di ogni paese del mondo affinché, in occasione dell’80° anniversario della sua promulgazione, intervengano a riaffermare l’importanza della Carta delle Nazioni Unite, numerosi ex-funzionari dell’ONU proclamano: > Il 26 giugno 1945, le nazioni fondatrici delle Nazioni Unite firmarono la > Carta non mentre erano in pace, bensì sfidando la guerra che le devastava. Fu > un atto di speranza, e convinzione. > > Ottant’anni dopo, quella speranza affronta la sua prova più dura. > > Noi che abbiamo servito le Nazioni Unite e la sua Carta ne abbiamo visto le > prospettive, l’efficacia e la fragilità. > > Oggi, i principi che abbiamo giurato di tutelare sono sistematicamente > attaccati. > > La guerra infuria. L’autoritarismo si diffonde. I fatti vengono ‘affogati’ > dalla propaganda. I giovani subiscono privazioni e patiscono l’angoscia della > disperazione. > > Tutto ciò consegue, oltre che all’ignorare il diritto umanitario > internazionale, al sistematico smantellamento dello stato di diritto, pezzo > per pezzo, norma per norma. > > Le Nazioni Unite sono più che il Consiglio di Sicurezza: sono la base del > sistema di negoziazione, le fondamenta del diritto internazionale e un > baluardo che garantisce l’istruzione e l’assistenza sanitaria, protegge i > lavoratori e impedisce ai conflitti sociali di diventare violenti. Per evitare > massacri le forze di pace intervengono coraggiosamente nei conflitti armati, > ma la vera promessa della Carta sta nell’impegno a prevenire le guerre prima > che inizino. Questi progressi non sono stati facili, e possono svanire da un > giorno all’altro. > > Questo anniversario sollecita una resa dei conti, non un rituale. > > Noi ci appelliamo alla lucidità morale. Peroriamo il ‘ritorno’ ai valori della > Carta: pace, sviluppo, diritti umani, stato di diritto e fede nella dignità > umana. Sollecitiamo un rinnovato impegno per la verità contro la menzogna, > l’onestà contro la corruzione e la solidarietà contro il silenzio. > > Quando questo ordine internazionale crollerà – e se un’azione tempestiva non > eviterà che accada, succederà – la sua ricostruzione richiederà la fatica di > molte generazioni. > > Chiediamo il rafforzamento del diritto internazionale, la prevenzione dei > conflitti violenti e la trasformazione dei sistemi finanziari globali per > creare opportunità per tutti, ovunque, anziché perpetuare le disuguaglianze. > > Ai giovani dobbiamo dare un esempio, non porgere scuse. > > È il momento di agire. Se falliremo, ai posteri lasceremo in eredità la nostra > desolazione, non il nostro coraggio. Chi vuole aderire può apporre la propria firma alla petizione online. TESTO in lingua originale ELENCO dei primi (268) firmatari Maddalena Brunasti
June 23, 2025
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