Brasile, cavalcare il “momento populista” per capire la vittoria di Lula
La vittoria di Lula con Andrè Janones
In queste settimane l’abbiamo ribadito più volte che la vittoria di Lula in
Brasile segna una speranza per la sinistra antimperialista: per tutta quella
sinistra che non ha paura di definirsi tale; che non ha alcuna intenzione di
rinnegare sè stessa e la propria cultura politica; e che non vuole cedere ad
alcun tipo di trasformismo per deidentificarsi.
La vittoria di Lula è il segno che è possibile sconfiggere l’alt right di Trump
e del Movimento MAGA anche con i loro stessi mezzi: la tecnologia e i social
media.
Dietro dietro la rimonta elettorale di Lula in Brasile, vi è André Janones,
giovane avvocato e deputato federale del PT brasiliano, classe 1984, nonchè
grande esperto di social media. Definito negativamente dalle testate di destra
come il “generale digitale” o provocatoriamente il “pretoriano” di Lula, Janones
è considerato l’artefice della rimonta comunicativa contro la destra. Ha fondato
e coordinato un canale WhatsApp, chiamato appunto L’Exército do Lula, che ha
raggiunto oltre 10 milioni di iscritti, attraverso il quale ha mobilitato gli
utenti-elettori.
Janones ha rivoluzionato la comunicazione della sinistra brasiliana usando le
stesse armi della destra di Bolsonaro: meme taglienti, video brevi, missioni
quotidiane, contrattacchi rapidi e un linguaggio molto pop e accessibile,
aggirando così i filtri degli algoritmi dei social tradizionali ed adottando le
tattiche comunicative della destra bolsonariana. Un successo che solleva
interrogativi sul futuro della democrazia e delle campagne elettorali online.
La grandezza di Janones non è stata “copiare” la destra in questa strategia
comunicativa, ma esattamente il contrario: intercettare il momenti storico che
il mondo sta vivendo, i trend, il ruolo dei social media e la loro capacità di
incidere sul sentire comune in quanto infrastrutture di massa. Janones è stato
in grado di estrapolare la struttura di questa strategia comunicativa,
riempiendola di contenuti completamente diversi da quelli della destra, pur
cavalcando questo momento storico.
Luiz Inácio Lula da Silva e il suo staff hanno accusato Meta (proprietaria di
Facebook, Instagram e WhatsApp) di interferenza algoritmica e censura politica a
favore del rivale Flávio Bolsonaro, ma la loro vittoria ha dimostrato che si può
invertire la rotta dei tecnomiliardari trumpiani statunitensi con i loro stessi
mezzi.
Cavalcare il “momento populista”
A differenza di quello che si possa pensare, la capacità di intercettare le
richieste e il sentire del popolo, empatizzando con esso, è da sempre la
caratteristica principale della sinistra latinoamericana in Nicaragua, in
Venezuela, in Brasile, in Uruguay, a Cuba, in Ecuador, in Argentina, in Cile, in
Bolivia e in Perù. Per questi motivi i grandi volti della sinistra – come Hugo
Chavez, Rafael Correa, lo stesso Lula, i Fernandez in Argentina, Evo Morales in
Bolivia e il governo cubano – per le loro forti politiche sociali sono stati
tacciati di “populismo” (1), come se essere “populisti” fosse un fatto negativo,
di per sè.
Nelle nostre democrazie liberali occidentali la parola populismo è giustamente
diventata quasi una bestemmia proprio perchè la si associa alla strategia
politico-comunicativa delle destre nazionaliste, razziste, xenofobe, neofasciste
o post-fasciste (Trump, Bolsonaro, Milei, Meloni, Salvini, Orban, Farange, Le
Pen, Weidel…) che si rivolge alla “pancia della gente”, aizzando paure
irrazionali e costruendo un “nemico esterno” (Rom, gay, stranieri, africani,
migranti, islamici, ebrei, il comunismo) contro il quale scagliarsi ed affidare
tutte le colpe possibili ed immaginabili, incolpandoli di essere un fattore
patogeno che mina la propria identità, la propria cultura, il proprio senso
comune, la propria stabilità e sicurezza: insomma qualcosa che mette in crisi la
propria “integrità”, la propria “sovranità nazionale”.
Eppure non è mai esistito solo un populismo di destra che parla al
popolo-nazione chiuso in se stesso che punta all’orizzontalità del conflitto; ma
anche un populismo di sinistra aperto che parla al popolo-classe, alle classi
subalterne, agli oppressi che, invece di parlare alla “pancia della gente”
aizzando paure irrazionali, lotta sì per i diritti civili contro le
discriminazioni del “divide et impera” e parla ai bisogni e alle necessità
vitali della gente (sovranità popolare, lavoro, salute universale, istruzione,
prevenzione sociale, ammortizzatori sociali, salario minimo garantito, contratti
nazionali, sicurezza sul lavoro, difesa dell’ambiente, riproduzione sociale,
suddivisione del lavoro di cura, redistribuzione delle ricchezze, tassazione
degli ultraricchi, democrazia radicale e più partecipazione diretta del popolo
nelle decisioni politiche, etc…). E’ un populismo che guarda alla verticalità
del conflitto, puntando il dito contro chi impedisce tutto questo, ovvero il
capitalismo finanziario, la grande industria, l’imperialismo e le sue guerre.
Se il populismo di destra punta il dito contro il potenziale vicino di casa
proveniente dal Camerun che fa il nostro stesso lavoro a parità di salario
perchè “potrebbe rubargli il lavoro”; il populismo di sinistra “si scaglia”
contro chi sottopaga entrambi in egual modo impedendogli di arrivare a fine
mese.
Questo è l’esempio che in questi anni è stato seguito da Podemos in Spagna, dai
movimenti indipendentisti catalani di sinistra, in parte anche dal M5S in
Italia, sicuramente da Tsipras in Grecia (prima del fallimento), dalla France
Insoumise di Melenchon in Francia, da Potere al Popolo in Italia, da Corbyn in
Inghilterra, da Die Linke in Germania (ora molto meno), dalla Rivoluzione
Bolivariana in Venezuela, da Lula in Brasile, da Evo Morales in Bolivia e anche
dal progetto di ecodemocrazia radicale e di confederalismo democratico curdo in
Rojava ideato da Abdullah Öcalan.
Sebbene per primi fossero stati il MoVimento 5 Stelle dal 2005 in Italia con i
Meet-up, il Partito Pirata nel 2006 in Germania e Potere al Popolo nel 2018 in
Italia a tentare di attuare una forma di e-democracy (2) sul web, durante le
elezioni del 25 ottobre 2026 in Brasile Andrè Janones ha saputo – per primo –
cavalcare il “momento populista” via social network, incanalando un forte
consenso democratico anti-sistema in una direzione costruttiva portando alla
vittoria.
Per un “populismo di sinistra” con Mouffe, Laclau e Fraser
Il tema quindi non è entrare nello sterile dibattito accademico sulla “vera
natura” dei neopopulismi, non è dare un ulteriore contributo critico al campo
pletorico degli “studi sul populismo”, ma cavalcare il generale “momento
populista”, saperlo incanalare in una direzione costruttiva e lavorare per un
populismo di sinistra che sappia fornire la strategia più adeguata per
recuperare ed estendere gli ideali di uguaglianza e sovranità popolare, che sono
costitutivi di una politica democratica radicale.
A capire questo in anticipo sui tempi sono stati grandissimi volti della
sinistra radicale: i filosofi politici contemporanei Chantal Mouffe, Ernesto
Laclau e Nancy Fraser.
Chantal Chouffe, Ernesto Laclau, Nancy Fraser
Forse sono loro i migliori pensatori della sinistra contemporanea, forse coloro
che autenticamente – partendo da Gramsci, dal marxismo e dal socialismo – hanno
capito il periodo storico che stiamo vivendo e come riattualizzare i grandi
ideali di giustizia sociale, eguaglianza socio-economica coniugato con le
libertà civili per la realizzazione di una “democrazia radicale”.
Il primo contributo di Laclau e Mouffe in questo senso è stato il libro Egemonia
e strategia socialista, in cui iniziano ad analizzare il fenomeno, avviando un
dibattito interno di autocomprensione della sinistra e delle rivendicazioni che
si trova a sostenere.
E’ proprio Chantal Mouffe che nel primo capitolo del suo libro Per un populismo
di sinistra ha coniato l’espressione “momento populista”, intendendo il
populismo come un nuovo soggetto politico del XXI secolo che, più che da
criticare, è da constatare. Sarà proprio Mouffe a dire provocatoriamente che
dobbiamo imparare da Margaret Thatcher, solo cavalcando il populismo in un altro
modo.
Mouffe rifiuta l’idea liberale di una politica basata sul puro consenso
razionale e neutrale. Mouffe vede nella polarizzazione popolare non
necessariamente un pericolo, ma la prova che la democrazia vive di passioni e di
alternative reali.
Nel libro La ragione populista, Laclau definisce il populismo come una strategia
discorsiva per la costruzione di una frontiera politica, che opera attraverso la
divisione della società in due campi e chiama alla mobilitazione chi è sfavorito
contro chi è al potere. Il populismo non un regime politico, non è un’ideologia
e non può essere ricondotto a un contenuto programmatico specifico, ma è un modo
di fare politica che assume forme differenti a seconda del momento e del luogo,
ed è compatibile con diverse cornici istituzionali.
Dello stesso parere è Nancy Fraser, filosofa marxista e femminista e sociologa
statunitense, che vede il populismo di sinistra non come un traguardo politico
definitivo, ma come una fase di transizione necessaria e uno strumento retorico
utile a superare la crisi dell’egemonia neoliberista. Fraser ha adottato il
motto “99% contro l’1%” e riadattato il linguaggio emerso con movimenti come
Occupy Wall Street, usando la contrapposizione tra la stragrande maggioranza
della popolazione e una piccola élite finanziaria e corporativa, considerandolo
un modo efficace per costruire un soggetto politico collettivo. Il populismo per
Fraser non è l’obiettivo finale, ma uno strumento tattico, un “programma di
transizione” il cui traguardo a lungo termine deve essere l’emergere di un
socialismo democratico del XXI secolo, capace di rimediare alle ingiustizie
strutturali del capitalismo. Per Fraser, il populismo di sinistra deve essere
anti-capitalista ed egalitario, capace di unire la giustizia economica (la
redistribuzione del reddito) con le lotte femministe e antirazziste e – in
particolare – quella che chiama riproduzione sociale, ovvero il riconoscimento
del valore del lavoro di cura, essenziale per mantenere le relazioni sociali.
Il populismo di sinistra è una critica serrata al sistema, oltre che
un’opposizione sia alla destra liberal-conservatrice, sia alla sinistra
liberal-progressista e al neoliberismo. Fraser critica aspramente la “sinistra
neoliberale” e i tradizionali centro-sinistra moderati, che le chiama
“neoliberismo progressista”, esemplificato da figure come i Clinton negli USA,
accusandolo di aver barattato la critica alla diseguaglianza economica in cambio
di un moralismo superficiale e di un’attenzione formale alla diversità che ha
finito per alienare le classi lavoratrici, spingendole verso il populismo
reazionario o di destra.
Da questo punto di vista, il Lulismo incarna perfettamente i concetti cardine
del loro pensiero. Analizzando storicamente e teoricamente, le vittorie
elettorali di Lula in Brasile (sia i successi storici sia la recente riconferma
contro l’estrema destra di Flávio Bolsonaro) sono esempi fondamentali di
populismo di sinistra ed egemonia democratica.
La vittoria di Lula si è basata sulla capacità di creare una “frontiera
politica” che unisca le domande dei lavoratori, delle minoranze, degli indigeni
e dei movimenti sociali (il “Noi”, il popolo) contro le élite neoliberiste o le
derive autoritarie (il “Loro”).
Le vittorie di Lula sono state interpretate come una necessaria risonanza della
sovranità popolare e una barriera contro l’apolitica, la depoliticizzazione e la
post-politica, ovvero l’illusione che non esistano più destra e sinistra. Lula
non ha semplicemente unito la sinistra classica, ma è riuscito a tessere una
vasta rete di equivalenze tra gruppi eterogenei, trasformando istanze diverse in
una volontà collettiva capace di conquistare lo Stato e attuare riforme
redistributive senza abbandonare la cornice costituzionale.
(1) talvolta tacciati anche di “giacobinismo”, anche se vi sono differenze tra
questi concetti. La differenza fondamentale tra giacobinismo e populismo risiede
nella struttura della leadership e nel ruolo assegnato al popolo: il
giacobinismo è un’ideologia elitaria e pedagogica in cui un’avanguardia
illuminata guida e “istruisce” il popolo per realizzare una verità politica
assoluta, mentre il populismo è una mentalità o stile politico che esalta la
purezza intrinseca e immediata della “gente comune” in contrapposizione netta
alle élite corrotte. Invece il termine “diciannovismo” è usato per il populismo
di destra in quanto termine storico-politico che indica l’insieme dei fenomeni,
delle tendenze e degli atteggiamenti politici e sociali nati in Italia
all’indomani della Prima guerra mondiale, in particolare a partire dal 1919,
anno di fondazione dei Fasci italiani di Combattimento da parte di Benito
Mussolini.
(2) La e-democracy, o democrazia digitale, è la forma di democrazia
partecipativa e/o diretta, che si avvale delle moderne tecnologie
dell’informazione e della comunicazione nella partecipazione politica e/o nelle
consultazioni popolari.
Ulteriori informazioni:
> Brasile, la vittoria di Lula è una speranza per la sinistra antimperialista
> Italia, PD elogia Lula ma dimentica il suo socialismo e la sua politica estera
> Chantal Mouffe e il populismo di sinistra
Jacques Bidet, Le visioni di Ernesto Laclau e gli stratagemmi di Chantal Mouffe,
Traduzione di Elena Borghetti, pag 311, in La temporalità plurale nel marxismo
latino-americano a cura di Martín Cortés e Vittorio Morfino
Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una
politica democratica radicale
Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, trad. it. di Diego Ferrante,
Roma-Bari, Laterza, 2018.
Chantal Mouffe, La sfida del populismo, a cura di Francesco Saverio Festa, Roma,
Castelvecchi, 2019.
Chantal Mouffe, Costruire popolo. Egemonia e radicalizzazione della democrazia,
con Íñigo Errejón, a cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2020.
Chantal Mouffe, Politica e passioni. Il ruolo degli affetti nella prospettiva
agonistica, a cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2020.
Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008
Populismo e democrazia radicale. In dialogo con Ernesto Laclau, a cura di Marco
Baldassari e Diego Melegari, Verona, Ombre Corte, 2012.
Politica e ideologia nella teoria marxista. Capitalismo, fascismo, populismo, a
cura di Samuele Mazzolini, Roma, Castelvecchi, 2021.
Nancy Fraser, Redistribuzione o riconoscimento? Una controversia
politico-filosofica insieme ad Axel Honneth, Meltemi, 2007
Nancy Fraser, La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo
contemporaneo, Mimesis
Nancy Fraser, Cosa vuol dire socialismo del XXI secolo?, Castelvecchi, 2020
Nancy Fraser, Capitalismo Cannibale. Come il sistema sta divorando la nostra
democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, 2023
Nancy Fraser, Il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Dal neoliberismo
progressista a Trump e oltre, Ombre Corte, 2019
Lorenzo Poli