MAGA in Italy: Ilyas Abu Safiya, il nostro governo e certa stampaQuando la propaganda non riesce più a riconoscere neppure il dolore di un figlio
C’è un limite alla manipolazione politica, alla disinformazione e alla
propaganda. Un limite che dovrebbe essere invalicabile anche per chi ha
trasformato l’aggressione all’avversario in un metodo di governo e il vittimismo
in una strategia permanente di comunicazione. Ma, a quanto pare, una parte della
destra italiana ha deciso di superarlo anche questa volta: strumentalizzare le
parole di un ragazzo palestinese che chiedeva soltanto di poter riabbracciare
suo padre.
La vicenda di Ilyas Abu Safiya è emblematica. Non tanto per le polemiche che ha
suscitato, quanto per ciò che rivela sullo stato della nostra democrazia, sul
degrado del confronto pubblico e sul funzionamento di un sistema mediatico che
troppo spesso sembra aver smarrito persino il confine tra informazione e
propaganda.
Cominciamo dai fatti, quelli che evidentemente disturbano la narrazione
precostituita.
Ilyas non è il figlio di un terrorista di Hamas, come qualcuno ha cercato di
insinuare. È il figlio del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore
dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, un medico che ha continuato a curare bambini
anche sotto i bombardamenti e che, dal dicembre 2024, risulta detenuto dalle
autorità israeliane senza che sia stato celebrato un processo a suo carico. Una
vicenda gravissima, che meriterebbe attenzione, approfondimento e interrogativi
da parte di chiunque abbia a cuore i diritti umani.
Ma evidentemente, quando il protagonista è palestinese, la presunzione di
innocenza diventa un optional e persino un medico può essere trasformato, per
associazione, in un sospetto terrorista. È la giustizia sommaria della
propaganda: prima si costruisce il colpevole, poi si cercano le parole per
giustificarne la condanna.
La seconda colpa di Ilyas sarebbe stata quella di parlare in arabo alla Camera
dei deputati. Uno scandalo, a quanto pare, per alcuni esponenti della
maggioranza e per i megafoni mediatici prontamente mobilitati. Ci sarebbe da
chiedersi quale lingua avrebbe dovuto utilizzare un ragazzo palestinese
proveniente da Gaza per non turbare la sensibilità di certi patrioti. L’inglese?
Il francese? Magari un elegante italiano, possibilmente senza accento e senza
ricordare troppo da vicino la sua provenienza?
Quando un ospite straniero parla inglese o francese, nessuno si scandalizza.
Quando parla arabo, invece, scatta il riflesso condizionato: sospetto, allarme,
terrorismo. Non è una questione linguistica. È il pregiudizio che si traveste da
indignazione istituzionale. E il problema, evidentemente, non è la lingua di
Ilyas, ma l’incapacità di alcuni di ascoltare una persona senza prima
classificarla in base alla sua origine.
Poi arriva il capolavoro della manipolazione: la presunta minaccia a Giorgia
Meloni e a sua figlia.
Basta ascoltare le parole pronunciate da Ilyas per rendersi conto dell’enormità
della montatura. Nessuna minaccia, nessuna intimidazione. Il ragazzo ha
richiamato le Convenzioni di Ginevra, quelle che tutelano i civili e il
personale sanitario durante i conflitti armati, e si è rivolto alla presidente
del Consiglio con un appello di umanità: «Come lei ama sua figlia e vuole
abbracciarla ogni giorno, io vorrei poter riabbracciare mio padre».
Tutto qui. Un figlio che parla a una madre. Un ragazzo che prova a far
comprendere, attraverso un sentimento universale, il dolore di una separazione
che non sa quando finirà.
Eppure, nella macchina della propaganda, quella frase viene trasformata in un
attacco alla premier e alla sua bambina. Una torsione grottesca del significato,
utile a spostare l’attenzione dal contenuto della testimonianza alla presunta
aggressione politica. Il meccanismo è fin troppo collaudato: si costruisce
un’offesa, si proclama l’indignazione, si mobilitano i giornali e si presenta
chi denuncia una tragedia come l’aggressore.
La domanda, allora, è inevitabile: chi sta davvero strumentalizzando una
bambina? Il ragazzo che ha evocato l’amore di una madre per spiegare il dolore
di un figlio lontano dal padre, oppure chi ha trasformato quel riferimento in
un’arma di polemica politica?
È qui che la vicenda si inserisce in un quadro più ampio e inquietante: quello
del sistema della disinformazione che accompagna e protegge il potere.
TeleMeloni, il gruppo Mediaset e una parte delle testate riconducibili all’area
editoriale di Angelucci costituiscono, pur con differenze e responsabilità
specifiche, un sistema mediatico nel quale troppo spesso la competizione per il
consenso prevale sulla verifica dei fatti e l’agenda politica della maggioranza
detta il ritmo della polemica.
Non si tratta di sostenere che ogni giornalista o ogni testata di quell’area
agisca secondo un’unica regia. Il problema è il modello comunicativo che si
ripete: amplificare le parole più utili alla propaganda, isolare le frasi dal
loro contesto, trasformare le vittime in imputati e gli esponenti del potere in
vittime permanenti di complotti, aggressioni e persecuzioni.
Una specie di tribunale mediatico a geometria variabile, nel quale la sentenza
precede l’istruttoria. Quando si tratta di colpire un avversario politico, il
garantismo viene lasciato fuori dalla porta. Quando invece sono coinvolti amici,
alleati o protagonisti della destra al potere, improvvisamente si riscoprono il
beneficio del dubbio, le garanzie costituzionali, la presunzione di innocenza e
la necessità di attendere le sentenze definitive.
Un garantismo a intermittenza, insomma: rigorosissimo con gli avversari,
indulgentissimo con gli amici. Il garantismo Maga in Italy, versione nazionale
del trumpismo: la difesa delle garanzie diventa una bandiera da sventolare
soltanto quando serve a proteggere il proprio campo.
E così, mentre si pretende di impartire lezioni di civiltà e sicurezza, si
alimenta un clima di aggressività verbale contro chiunque osi dissentire. Si
invocano rispetto e moderazione per i potenti, ma si riservano discredito,
sospetto e delegittimazione agli altri. È una forma di doppio standard che non
ha nulla a che vedere con il garantismo e molto con l’uso strumentale delle
istituzioni e dell’informazione.
La vicenda di Ilyas, tuttavia, mette a nudo qualcosa di ancora più profondo: la
disumanizzazione dei palestinesi.
Per il nome Ginevra, evocato in un discorso che richiamava le omonime
Convenzioni internazionali, si è scatenata una tempesta mediatica. Per la sorte
dei bambini di Gaza, per le famiglie distrutte, per gli ospedali devastati e per
il personale sanitario colpito o detenuto, l’indignazione di una parte della
politica e dell’informazione appare invece molto più selettiva. Le cifre delle
vittime minorenni, che le autorità sanitarie di Gaza hanno indicato in decine di
migliaia, avrebbero dovuto suscitare ben altra attenzione, approfondimento e
mobilitazione.
Non si tratta di stabilire graduatorie del dolore. Si tratta di riconoscere che
ogni vita umana ha lo stesso valore e che i diritti non cambiano a seconda della
nazionalità, della religione o della convenienza politica.
Ilyas è un figlio. Ha una famiglia. Ha un padre che vorrebbe poter
riabbracciare. Non ha chiesto privilegi, non ha invocato vendette, non ha
minacciato nessuno. Ha cercato di raggiungere la coscienza di chi governa il
nostro Paese, pensando forse che il richiamo all’amore materno potesse aprire
uno spiraglio di comprensione.
Ha trovato, invece, una parte della politica pronta a trasformare la sua
sofferenza in un caso politico e una parte dell’informazione disposta a fare da
cassa di risonanza a una narrazione capovolta.
Forse è stato ingenuo. Ha pensato che il dolore di un figlio potesse essere
riconosciuto anche da chi non condivide la sua storia, la sua lingua e la sua
provenienza. Ha creduto che l’umanità fosse un terreno comune, prima ancora
delle appartenenze politiche.
È una lezione che, evidentemente, alcuni dovrebbero ancora imparare.
Perché il problema non è che Ilyas abbia evocato l’amore di Giorgia Meloni per
sua figlia. Il problema è che qualcuno non riesca ad accettare che anche un
ragazzo palestinese possa amare suo padre, desiderare di abbracciarlo e chiedere
che siano rispettati i suoi diritti.
Quando la propaganda arriva a questo punto, non siamo più soltanto davanti a una
polemica politica. Siamo davanti a una crisi morale e culturale. E quando
l’informazione smette di raccontare i fatti per costruire nemici, non è più un
presidio della democrazia: rischia di diventarne uno dei principali fattori di
deterioramento.
La si può pensare come si vuole, condannare il terrorismo, difendere Israele e
pretendere il rispetto del diritto internazionale. Ma non si può chiedere di
sospendere l’umanità quando a soffrire sono i palestinesi.
La democrazia non si difende manipolando le parole di un ragazzo. Il giornalismo
non si esercita trasformando una testimonianza in un’accusa inventata. Il
garantismo non consiste nel proteggere gli amici e processare gli avversari
sulle prime pagine.
E soprattutto, nessuna propaganda dovrebbe riuscire a cancellare una verità
elementare: un figlio che chiede di riabbracciare suo padre non è una minaccia
alla sicurezza nazionale. È un essere umano che chiede di essere ascoltato.
Se persino questo diventa intollerabile, il problema non è Ilyas Abu Safiya. È
il Paese che abbiamo davanti.
Aurelio Angelini