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Palestina: fermiamo il razzismo assassino
aggiornamenti (di Anbamed e Radio Onda d’Urto); articoli di Jalal Abukhater e Hani Al-Salmi; un post-video di Stefania Ascari. E appuntamenti. Genocidio a Gaza – 7 novembre Un ragazzo è stato ucciso ieri, venerdì, dagli spari delle forze di occupazione israeliane nell’area di Mawasi Khan Yunis, a sud della Striscia di Gaza. Un nostro corrispondente ha riferito, citando fonti mediche,
November 7, 2026
La Bottega del Barbieri
MAGA in Italy: Ilyas Abu Safiya, il nostro governo e certa stampa
Quando la propaganda non riesce più a riconoscere neppure il dolore di un figlio C’è un limite alla manipolazione politica, alla disinformazione e alla propaganda. Un limite che dovrebbe essere invalicabile anche per chi ha trasformato l’aggressione all’avversario in un metodo di governo e il vittimismo in una strategia permanente di comunicazione. Ma, a quanto pare, una parte della destra italiana ha deciso di superarlo anche questa volta: strumentalizzare le parole di un ragazzo palestinese che chiedeva soltanto di poter riabbracciare suo padre. La vicenda di Ilyas Abu Safiya è emblematica. Non tanto per le polemiche che ha suscitato, quanto per ciò che rivela sullo stato della nostra democrazia, sul degrado del confronto pubblico e sul funzionamento di un sistema mediatico che troppo spesso sembra aver smarrito persino il confine tra informazione e propaganda. Cominciamo dai fatti, quelli che evidentemente disturbano la narrazione precostituita. Ilyas non è il figlio di un terrorista di Hamas, come qualcuno ha cercato di insinuare. È il figlio del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, un medico che ha continuato a curare bambini anche sotto i bombardamenti e che, dal dicembre 2024, risulta detenuto dalle autorità israeliane senza che sia stato celebrato un processo a suo carico. Una vicenda gravissima, che meriterebbe attenzione, approfondimento e interrogativi da parte di chiunque abbia a cuore i diritti umani. Ma evidentemente, quando il protagonista è palestinese, la presunzione di innocenza diventa un optional e persino un medico può essere trasformato, per associazione, in un sospetto terrorista. È la giustizia sommaria della propaganda: prima si costruisce il colpevole, poi si cercano le parole per giustificarne la condanna. La seconda colpa di Ilyas sarebbe stata quella di parlare in arabo alla Camera dei deputati. Uno scandalo, a quanto pare, per alcuni esponenti della maggioranza e per i megafoni mediatici prontamente mobilitati. Ci sarebbe da chiedersi quale lingua avrebbe dovuto utilizzare un ragazzo palestinese proveniente da Gaza per non turbare la sensibilità di certi patrioti. L’inglese? Il francese? Magari un elegante italiano, possibilmente senza accento e senza ricordare troppo da vicino la sua provenienza? Quando un ospite straniero parla inglese o francese, nessuno si scandalizza. Quando parla arabo, invece, scatta il riflesso condizionato: sospetto, allarme, terrorismo. Non è una questione linguistica. È il pregiudizio che si traveste da indignazione istituzionale. E il problema, evidentemente, non è la lingua di Ilyas, ma l’incapacità di alcuni di ascoltare una persona senza prima classificarla in base alla sua origine. Poi arriva il capolavoro della manipolazione: la presunta minaccia a Giorgia Meloni e a sua figlia. Basta ascoltare le parole pronunciate da Ilyas per rendersi conto dell’enormità della montatura. Nessuna minaccia, nessuna intimidazione. Il ragazzo ha richiamato le Convenzioni di Ginevra, quelle che tutelano i civili e il personale sanitario durante i conflitti armati, e si è rivolto alla presidente del Consiglio con un appello di umanità: «Come lei ama sua figlia e vuole abbracciarla ogni giorno, io vorrei poter riabbracciare mio padre». Tutto qui. Un figlio che parla a una madre. Un ragazzo che prova a far comprendere, attraverso un sentimento universale, il dolore di una separazione che non sa quando finirà. Eppure, nella macchina della propaganda, quella frase viene trasformata in un attacco alla premier e alla sua bambina. Una torsione grottesca del significato, utile a spostare l’attenzione dal contenuto della testimonianza alla presunta aggressione politica. Il meccanismo è fin troppo collaudato: si costruisce un’offesa, si proclama l’indignazione, si mobilitano i giornali e si presenta chi denuncia una tragedia come l’aggressore. La domanda, allora, è inevitabile: chi sta davvero strumentalizzando una bambina? Il ragazzo che ha evocato l’amore di una madre per spiegare il dolore di un figlio lontano dal padre, oppure chi ha trasformato quel riferimento in un’arma di polemica politica? È qui che la vicenda si inserisce in un quadro più ampio e inquietante: quello del sistema della disinformazione che accompagna e protegge il potere. TeleMeloni, il gruppo Mediaset e una parte delle testate riconducibili all’area editoriale di Angelucci costituiscono, pur con differenze e responsabilità specifiche, un sistema mediatico nel quale troppo spesso la competizione per il consenso prevale sulla verifica dei fatti e l’agenda politica della maggioranza detta il ritmo della polemica. Non si tratta di sostenere che ogni giornalista o ogni testata di quell’area agisca secondo un’unica regia. Il problema è il modello comunicativo che si ripete: amplificare le parole più utili alla propaganda, isolare le frasi dal loro contesto, trasformare le vittime in imputati e gli esponenti del potere in vittime permanenti di complotti, aggressioni e persecuzioni. Una specie di tribunale mediatico a geometria variabile, nel quale la sentenza precede l’istruttoria. Quando si tratta di colpire un avversario politico, il garantismo viene lasciato fuori dalla porta. Quando invece sono coinvolti amici, alleati o protagonisti della destra al potere, improvvisamente si riscoprono il beneficio del dubbio, le garanzie costituzionali, la presunzione di innocenza e la necessità di attendere le sentenze definitive. Un garantismo a intermittenza, insomma: rigorosissimo con gli avversari, indulgentissimo con gli amici. Il garantismo Maga in Italy, versione nazionale del trumpismo: la difesa delle garanzie diventa una bandiera da sventolare soltanto quando serve a proteggere il proprio campo. E così, mentre si pretende di impartire lezioni di civiltà e sicurezza, si alimenta un clima di aggressività verbale contro chiunque osi dissentire. Si invocano rispetto e moderazione per i potenti, ma si riservano discredito, sospetto e delegittimazione agli altri. È una forma di doppio standard che non ha nulla a che vedere con il garantismo e molto con l’uso strumentale delle istituzioni e dell’informazione. La vicenda di Ilyas, tuttavia, mette a nudo qualcosa di ancora più profondo: la disumanizzazione dei palestinesi. Per il nome Ginevra, evocato in un discorso che richiamava le omonime Convenzioni internazionali, si è scatenata una tempesta mediatica. Per la sorte dei bambini di Gaza, per le famiglie distrutte, per gli ospedali devastati e per il personale sanitario colpito o detenuto, l’indignazione di una parte della politica e dell’informazione appare invece molto più selettiva. Le cifre delle vittime minorenni, che le autorità sanitarie di Gaza hanno indicato in decine di migliaia, avrebbero dovuto suscitare ben altra attenzione, approfondimento e mobilitazione. Non si tratta di stabilire graduatorie del dolore. Si tratta di riconoscere che ogni vita umana ha lo stesso valore e che i diritti non cambiano a seconda della nazionalità, della religione o della convenienza politica. Ilyas è un figlio. Ha una famiglia. Ha un padre che vorrebbe poter riabbracciare. Non ha chiesto privilegi, non ha invocato vendette, non ha minacciato nessuno. Ha cercato di raggiungere la coscienza di chi governa il nostro Paese, pensando forse che il richiamo all’amore materno potesse aprire uno spiraglio di comprensione. Ha trovato, invece, una parte della politica pronta a trasformare la sua sofferenza in un caso politico e una parte dell’informazione disposta a fare da cassa di risonanza a una narrazione capovolta. Forse è stato ingenuo. Ha pensato che il dolore di un figlio potesse essere riconosciuto anche da chi non condivide la sua storia, la sua lingua e la sua provenienza. Ha creduto che l’umanità fosse un terreno comune, prima ancora delle appartenenze politiche. È una lezione che, evidentemente, alcuni dovrebbero ancora imparare. Perché il problema non è che Ilyas abbia evocato l’amore di Giorgia Meloni per sua figlia. Il problema è che qualcuno non riesca ad accettare che anche un ragazzo palestinese possa amare suo padre, desiderare di abbracciarlo e chiedere che siano rispettati i suoi diritti. Quando la propaganda arriva a questo punto, non siamo più soltanto davanti a una polemica politica. Siamo davanti a una crisi morale e culturale. E quando l’informazione smette di raccontare i fatti per costruire nemici, non è più un presidio della democrazia: rischia di diventarne uno dei principali fattori di deterioramento. La si può pensare come si vuole, condannare il terrorismo, difendere Israele e pretendere il rispetto del diritto internazionale. Ma non si può chiedere di sospendere l’umanità quando a soffrire sono i palestinesi. La democrazia non si difende manipolando le parole di un ragazzo. Il giornalismo non si esercita trasformando una testimonianza in un’accusa inventata. Il garantismo non consiste nel proteggere gli amici e processare gli avversari sulle prime pagine. E soprattutto, nessuna propaganda dovrebbe riuscire a cancellare una verità elementare: un figlio che chiede di riabbracciare suo padre non è una minaccia alla sicurezza nazionale. È un essere umano che chiede di essere ascoltato. Se persino questo diventa intollerabile, il problema non è Ilyas Abu Safiya. È il Paese che abbiamo davanti.   Aurelio Angelini
November 7, 2026
Pressenza