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Tinto Brass, la vecchia censura di Stato e quella nuova dell’algoritmo
Il culo come musa ispiratrice, «più onesto della faccia» nel raccontare miserie e virtù delle vicende umane, osservando il mondo da una serratura che era allo stesso tempo la sua maniera per sfondare la quarta parete del cinema, e mettere in scena l’eros come forza vitale che ci muove nel palcoscenico comune a tutti, quello delle nostre quotidiane miserie. La vera forza di Tinto Brass, mancato ieri a 93 anni, si misurerà, come accade per i grandi, per sottrazione. Oggi che non c’è più, e domani quando lo rimpiangeremo, sarà più facile mettere in fila i confini che questo regista, da solo, è stato in grado di spostare più in là, mostrando vie che il cinema italiano aveva avuto raramente il coraggio di imboccare. L’attrice Serena Grandi in Miranda (1985) Il primo è sicuramente quello della censura, che, in alcuni casi, è possibile registrare con precisione millimetrica. È ad esempio il caso di Miranda, per il quale la commissione per la censura mise a verbale il taglio di un metro e novanta circa di pellicola. Rimanendo sui numeri, fa specie osservare che i suoi film erano stati oggetto di censura in 29 film su 30, come amava raccontare dicendo di aver passato «quasi più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa». Cinque anni fa aveva accolto con poco entusiasmo la notizia che avrebbe dovuto chiudere per sempre la sua guerra con lo Stato. Il 5 aprile 2021, lunedì di Pasquetta, con le sale ancora chiuse per la pandemia, il ministero della Cultura annunciava la nascita della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche con un comunicato che non lasciava spazio a dubbi: «Abolita la censura cinematografica». Tinto Brass, che di anni allora ne aveva ottantotto, rispose che finché ci fosse stata una commissione a decidere sulle opere, anche solo per fasce d’età, nella sostanza sarebbe cambiato poco. Nei mesi successivi divenne evidente che aveva ragione lui: ad agosto Instagram cancellava il manifesto di Madres paralelas di Pedro Almodóvar, colpevole di mostrare un capezzolo da cui scende una goccia di latte, e il 4 ottobre La scuola cattolica di Stefano Mordini, il film sul massacro del Circeo, veniva vietato ai minori di diciotto anni da una commissione che, a sei mesi dall’abolizione, lavorava ancora con le regole di prima. Lo Stato aveva posato le forbici, ma qualcun altro le aveva già raccolte. Ma lui, che conosceva bene il teatrino delle piccolezze umane, la definiva come il suo migliore alleato. Il trucco lo ha svelato lui stesso nel 2023 all’agenzia spagnola Efe: nei suoi film infilava di proposito qualche scena più spinta del necessario, un’esca da dare in pasto ai commissari perché lasciassero in pace le sequenze a cui teneva davvero. Già nel 1991, parlando all’Unità di Così fan tutte, raccontava di una commissione che non si prendeva più nemmeno il disturbo di chiedergli tagli e si limitava ad appiccicare il divieto ai minori di diciotto anni, un bollino che per uno come lui valeva quasi una medaglia. «È stato un premio al merito», ha detto più di trent’anni dopo a Domani, ripensando a una carriera trascorsa tra tagli e divieti, prima di aggiungere una frase che oggi suona come un passaggio di consegne: «Oggi l’eros è sepolto sotto strati di like». Il censore di oggi non firma verbali e raramente si prende la briga di vietare, perché ha scoperto che nascondere è molto più comodo. Instagram rimuove la nudità adulta, ma esclude dai suggerimenti anche i contenuti allusivi, con un esempio che pare uscito da un vecchio verbale ministeriale: le foto di persone con indosso abiti trasparenti. Quei post non vengono cancellati, diventano soltanto più difficili da trovare, e mentre i vertici della piattaforma giurano che lo shadowban non esiste, nelle impostazioni c’è una pagina dove i profili professionali possono controllare se sono ancora degni di essere suggeriti a chi non li segue. Tra le vittime illustri ce n’è una che avrebbe fatto sorridere Brass: a fine 2016 Facebook ha bollato come «esplicitamente sessuale» la foto del Nettuno del Giambologna, il gigante di bronzo che dal Cinquecento domina il centro di Bologna, salvo scusarsi quasi una settimana dopo. Claudia Koll in Così fan tutte (1992) La forbice più efficace, però, è quella che il cinema italiano impugna di sua spontanea volontà: dal 2021 sono i produttori a proporre la classificazione dei propri film, ma un titolo vietato ai minori di diciotto anni non può andare in onda su nessuna televisione, né in chiaro né a pagamento, e chi spera di venderlo ha tutto l’interesse a evitare quel divieto prima ancora che qualcuno glielo imponga. Brass lo aveva capito da tempo, e per i suoi novant’anni lo aveva detto senza giri di parole: «Oggi per me fare un film sarebbe impossibile». Da bambino, raccontava, spiava le domestiche dal buco della serratura, e su quello sguardo ha costruito un’intera carriera. Oggi la serratura è lo schermo di un telefono, da cui spiamo le vite degli altri con la spinta vitale dell’eros sostituita dalla noia e dalla dipendenza dal prossimo reel, e dall’altra parte, a decidere cosa possiamo vedere, resta un algoritmo gelido e imperturbabile. Nel salotto di casa teneva appeso un manifesto con lo slogan che nel 2010 aveva accompagnato la sua candidatura alle regionali del Veneto con la lista Bonino-Pannella: «Meglio un culo che una faccia di culo». Il culo, nel frattempo, lo hanno coperto, mentre le facce di culo sono ancora tutte lì, in prima fila, a raccogliere like. The post Tinto Brass, la vecchia censura di Stato e quella nuova dell’algoritmo appeared first on L'Indipendente.
November 5, 2026
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