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Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase
Questa frase ha cinque parole. Anche questa ne ha cinque. Si potrebbe continuare a lungo. Scrivendo frasi di cinque parole. Ma non sarebbe molto interessante. Leonard Cohen sarebbe stato d’accordo. Lui ne avrebbe tolte quattro: «Vorrei poter dire tutto con una parola sola – scrisse una volta – Odio tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase». Insomma, gli piaceva lavorare per sottrazione. Qualcuno, vicino a lui, lo prese troppo alla lettera. A un certo punto della sua carriera Leonard Cohen si era abbastanza rotto le palle. Bella la musica, bella la fama, bello suonare e vendere dischi, bello sublimare la propria disperazione in qualcosa di bello, ma a sessant’anni aveva deciso che poteva anche bastare. Un giorno è uscito di casa, ha salutato amici e colleghi e se n’è andato, semplicemente, in un posto dove nessuno sarebbe venuto a disturbarlo. È una tentazione che prima o poi viene a tutti. Dopo i quarant’anni, in media, capita sei volte al giorno. Non tutti se lo possono permettere, ma un musicista milionario ha qualche margine di manovra in più. Il posto è un tempio buddista. Il Mount Baldy Zen Center, un gruppo di casette di legno a duemila metri, sulle montagne sopra Los Angeles. Niente riscaldamento, sveglia alle tre del mattino, ore di meditazione e pavimenti da lavare. Cohen ci saliva da più di vent’anni per andare a trovare il suo maestro, Joshu Sasaki, un monaco giapponese che nel 1994 di anni ne ha ottantasette. Adesso gli fa da cuoco, da autista e, la sera, da compagno di sakè. Nel 1996 lo ordinano monaco e gli danno un nome nuovo, Jikan, che vuol dire più o meno «il silenzioso». Un’investitura che suona come un pensionamento anticipato. E infatti Cohen, per diversi anni, alla sua carriera di musicista non ci pensa più. «Il lusso più grande – spiegherà poi – era non dover pensare a cosa fare dopo». A quello, giù a valle, ci sta pensando Kelley Lynch. Kelley Lynch è la manager di Leonard Cohen, alla quale il cantante canadese ha affidato l’intera gestione del suo patrimonio. Si occupa dei contratti, dei diritti e dei soldi, entra ed esce da casa sua come una di famiglia. Cohen intanto se ne sta tranquillo. Lontano dai beni materiali. A contemplare le nuvole sulla cima coppi del buddismo. Senza sapere però che laggiù, tra i comuni mortali, Kelley Lynch gli sta rubando tutto. Leonard Cohen versione monaco zen Nel 1999 Cohen scende dalla montagna. Sul monte Baldy ha smesso di fare il cantante, ma non ha mai smesso di scrivere. Torna a Los Angeles con le tasche piene di versi. Lì ritrova Sharon Robinson, che con lui aveva già scritto alcuni brani e che adesso diventa la sua socia. Lavorano in due garage: quello di lei, tre posti auto trasformati in studio, e quello di lui, con lo studio al piano di sopra. Per quasi due anni le registrazioni fanno avanti e indietro tra un garage e l’altro su un hard disk portatile. Nel 2001 esce il nuovo album, il primo disco di inediti dopo nove anni. Contiene dieci canzoni nuove e si intitola, con una certa coerenza, Ten New Songs. È anche il primo disco di Cohen registrato interamente in digitale e, bisogna ammetterlo, un po’ si sente. Nei crediti si legge che le basi sono arrangiate, programmate e suonate da Sharon Robinson. O meglio, dal computer di Sharon Robinson. Di musicisti in carne e ossa ce ne sono pochissimi: una chitarra nel primo singolo, un arrangiamento d’archi in un altro pezzo. Il resto lo fanno timide tastiere, sintetizzatori esangui e una batteria elettronica che tiene il tempo con l’apatia di un metronomo deluso dalla vita. A tratti il tappeto sonoro sembra quello di un piano bar d’albergo all’una di notte, quando in sala sono rimasti solo il pianista e un cliente che non ha nessuna voglia di salire in camera. Poi attacca la voce di Cohen, più bassa e consumata che mai, e si capisce che il cliente è lui. La settima traccia del disco è Alexandra Leaving. Cohen la ricava da una poesia di Konstantinos Kavafis del 1911, Il dio abbandona Antonio. Antonio è Marco Antonio, il console romano. Una notte, mentre si trova ad Alessandria, assediato da Ottaviano che vuole strappargli il potere, si affaccia alla finestra e sente un corteo attraversare la città. È il dio Dioniso, il suo dio, che lo abbandona. Kavafis gli rivolge una raccomandazione: non lamentarti, non cercare illusioni, non convincerti che sia stato soltanto un sogno. Affacciati alla finestra, ascolta fino in fondo il suono di ciò che se ne va e saluta Alessandria. Perché anche la città, ormai, ti sta lasciando. Cohen prende quella poesia e la trasforma, come sempre, a modo suo. Alessandria diventa una donna, Alexandra. Antonio diventa un uomo che la guarda mentre lei si prepara a lasciarlo. È ancora nel suo letto, ancora vicina a lui, ma entrambi sanno che tutto sta per finire. «D’improvviso la notte si è fatta più fredda – canta Cohen all’inizio del brano – La dea dell’amore si prepara a partire». Lui lo sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Ha visto fallire ogni progetto, ogni tentativo di trattenere ciò che stava andando via. Non gli resta che assistere alla partenza, senza protestare, senza chiedere un’altra possibilità. Dire addio ad Alexandra mentre è ancora lì, e poi dirle addio un’altra volta, quando sarà soltanto un ricordo. È la fine di un amore raccontata come la fine di una civiltà. Perché a volte perdere una persona significa perdere anche tutto il mondo che avevamo costruito intorno a lei. https://www.youtube.com/watch?v=ELGaHaZzwjU Mentre metteva in musica Antonio che, affacciato alla finestra, ascoltava Alessandria andarsene, Cohen avrebbe fatto bene a dare un’occhiata anche fuori dalla sua finestra. Avrebbe visto i suoi soldi fare la stessa fine. Nello stesso anno in cui esce Ten New Songs, una fetta consistente dei diritti sulle sue canzoni viene venduta alla Sony. Prezzo: otto milioni di dollari. I soldi finiscono in una società appena nata, la Traditional Holdings. A Cohen hanno spiegato che sarà intestata ai figli. Non proprio. Sulla carta, il 99,5 per cento è della sua manager. Cohen se ne accorge tre anni dopo. Nel 2004 sta registrando un altro disco, Dear Heather. A ottobre un dipendente della società avvicina sua figlia, Lorca, e le consiglia di dire al padre di dare un’occhiata ai conti. Lorca risponde che tanto il padre sta per andare in pensione: «Non potrà andarci» ribatte gola profonda. Cohen va in banca e scopre di aver appena pagato, senza saperlo, settantacinquemila dollari della carta di credito della sua manager. Il giorno dopo la licenzia e quel pomeriggio lei prova a ritirare altri quarantamila dollari da un’altra filiale. I contabili fanno il resto: dal fondo per la vecchiaia mancano più di cinque milioni. Cohen ha settant’anni, il suo margine di manovra si è ristretto parecchio, e per pagare gli avvocati ipoteca la casa. Nel 2006 un giudice condanna Kelley Lynch a restituirgli nove milioni e mezzo. Lei non si presenta nemmeno e quei soldi non arriveranno mai. Per rifarsi una pensione gli resta una cosa sola da fare: tornare a fare il cantante. Un avvocato, Robert Kory, rinuncia alla parcella e diventa il suo manager. L’11 maggio del 2008, dopo quindici anni lontano dai concerti, Cohen sale sul palco del Playhouse di Fredericton, in Canada. Settecentonove posti. A luglio è alla O2 di Londra davanti a sedicimila persone. Prima di attaccare Ain’t No Cure for Love ricorda che l’ultima volta che aveva suonato lì aveva sessant’anni ed era “solo un ragazzino con un sogno folle”.  La battuta la ripete ogni sera, cambiando soltanto il nome della città. Leonard Cohen in concerto Quasi vent’anni dopo quei concerti, ed esattamente dieci anni dopo la morte di Leonard Cohen, ci sono ancora tanti ragazzi con il “sogno folle” di vivere scrivendo canzoni. E c’è ancora chi prova a fregarli. Questa settimana su L’Indipendente abbiamo raccontato la storia di Riccardo, giovane cantautore napoletano truffato da un manager che prometteva di portarlo in giro a suonare in tutta Italia e che invece si è portato in giro solo i suoi soldi. Cambiano le cifre rispetto a Cohen, e di parecchi zeri, ma il meccanismo è sempre lo stesso. Riccardo, in ogni caso, non si è perso d’animo e ha ricominciato a suonare e a inseguire il suo sogno: «Cerco di muovermi in modo indipendente – ci ha detto – Credo di riuscire tranquillamente a farlo, un mini tour». Leonard Cohen odiava tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase. Figuriamoci quello che può succedere tra l’inizio e la fine di un sogno.  Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Tutto quello che può succedere tra l’inizio e la fine di una frase appeared first on L'Indipendente.
November 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Il “Sistema Altini”, così le band emergenti pagano per suonare (e vengono truffate)
Immaginate di essere un giovane musicista alle prime armi. Avete imparato a suonare uno strumento, scritto i primi pezzi, li avete registrati in camera cantando dentro a un microfono comprato online e caricati sui social, dove qualche centinaio di persone ha cominciato ad ascoltarli. Tutto, o quasi, senza mai uscire di casa. Poi arriva il momento in cui le canzoni chiedono un palco, e un palco non si trova con un post. Bisogna scrivere ai locali, fissare le date, trattare un compenso, far quadrare viaggi e notti fuori: un mestiere con le sue regole e i suoi contatti, che da soli si impara solo a forza di mail senza risposta. Serve qualcuno che stia già dentro il giro, che sappia a chi telefonare e come presentarvi. È in quel momento che si comincia a cercare un’agenzia di booking. Ed è in quel momento che, se si finisce nelle mani sbagliate, si rischia di rimanere fregati. All’inizio del 2024 Riccardo Buono ha vent’anni, vive a Napoli e porta in giro le sue canzoni sotto lo pseudonimo di Goliardo. Qualche concerto lo ha già fatto, nei locali della sua zona. Adesso vuole uscire dal giro di casa e cominciare a muoversi su palchi diversi, per portare la sua musica verso un pubblico che ancora non lo conosce. Decide di rivolgersi a un’agenzia. Ed è così che conosce Antonio Altini. Altini è il titolare di Altini Cose, agenzia di booking che si occupa di fare da tramite tra gli artisti e i locali: propone i nomi, fissa le date, tratta i compensi e trattiene una percentuale. La sua pagina Instagram è fitta di locandine: serate nei club, piccoli festival, rassegne in giro per l’Italia. Anni fa curava la programmazione di un piccolo club bolognese, poi chiuso, e nel tempo ha fatto da intermediario per nomi storici della scena indipendente, dagli Skiantos ai Diaframma. Nell’ambiente lo conoscono in molti. Anche se non tutti, come si vedrà, per buone ragioni. «Se volete suonare scrivetemi», c’è scritto nella sua pagina Facebook. E così Riccardo gli scrive. All’inizio solo per avere qualche informazione: come funzionano i viaggi e i rimborsi, quanto si chiede di cachet, quanto deve durare un concerto per un gruppo spalla. Altini risponde subito con una proposta: un mini tour di sei città, Bologna, Milano, Torino, Firenze, Roma e Napoli, con rimborso viaggio, vitto e alloggio, e la possibilità di vendere il proprio merchandising. Il tutto per 500 euro: 250 subito e 250 a tour finito. Riccardo accetta: il prezzo è buono e l’idea di mettersi in mano a un professionista affermato lo rassicura. Il contratto, una scrittura privata di poche pagine, impegna Altini Cose a organizzare sei concerti entro il 15 novembre 2025, da tenersi entro marzo 2026. C’è anche una clausola di garanzia: se le date non verranno organizzate, l’agenzia restituirà l’intera somma “entro e non oltre” il primo gennaio 2026. Riccardo versa i 250 euro, Altini conferma di averli ricevuti. L’accordo è fatto. Il contratto QUALCOSA NON QUADRA All’inizio le cose sembrano funzionare. Nell’autunno 2025 Altini procura a Riccardo un concerto come spalla al Largo Venue di Roma, poi una data al Mamamu di Napoli. Le serate vanno bene. Poi però il calendario si ferma. Il 15 novembre passa senza concerti, e così il primo gennaio 2026. Per mesi, alle richieste di Riccardo, Altini risponde sempre con le stesse formule: «settimana prossima», «in settimana definiamo», «tranquillo». A inizio aprile Riccardo perde la pazienza: o le date arrivano entro la settimana, scrive, o si rivolgerà a un avvocato. «Questa settimana definiamo», risponde Altini. È l’ultima promessa sul tour. A giugno Riccardo, ormai senza concerti da mesi e senza avere mai ricevuto un rimborso, comincia a scrivere ai locali nei quali avrebbe dovuto suonare, e non solo, per capire con chi ha davvero a che fare. Le risposte su Altini, in moltissimi casi, disegnano lo stesso ritratto: «Anche noi abbiamo subito perdite economiche su date di cui neanche gli artisti erano a conoscenza – gli rispondono da Taranto – e sono anni che lo abbiamo allontanato». A Torino raccontano di aver chiuso con lui dopo pochi eventi, scoprendo che proponeva alle band “finestre” per suonare nel locale in date che il club non aveva mai concesso. A Ferrara sono molto arrabbiati: «Lo abbiamo sfanculato da tempo…, se passa di qui ne prende da andare e venire». Da un centro di quartiere a Milano dove si suona dal vivo il gestore è ancora più diretto: «Ci dispiace molto, ma non siete gli unici che ha imbrogliato». La notizia delle mail ai locali arriva anche ad Altini: «Ha ricominciato a scrivermi dopo mesi di silenzio – racconta Riccardo a L’Indipendente – Mi ha detto che la sua era una strategia e non un inganno e mi ha chiesto di continuare ad avere pazienza. Io gli ho risposto che gli accordi che avevamo fatto erano saltati da un pezzo e che, visto che mi aveva procurato solo 2 delle 6 date concordate, pretendevo di avere indietro i soldi. A quel punto il suo tono è diventato vagamente minaccioso». Alla fine la conversazione si chiude con Altini che promette il rimborso dei soldi entro una settimana. «Passo e chiudo, il prossimo messaggio è la contabile» scrive. «È stato l’ultimo messaggio che ho ricevuto – spiega Riccardo – Era il 24 giugno, i soldi non sono mai arrivati e da allora non si è più fatto vivo». IL SISTEMA ALTINI È a quel punto che Riccardo comincia a cercare prove della malafede di Altini. Non solo scrivendo ai locali, ma contattando altri musicisti che, come lui, si sono affidati negli anni alla sua agenzia. Li contatta uno a uno e ascolta le loro storie. Ne sente più di cinquanta. Scopre che esiste un gruppo WhatsApp dove una quarantina di danneggiati si scambia da tempo racconti e screenshot, e che qualcuno, prima di lui, aveva già provato a mettere ordine. Nell’aprile 2025 Marco Olivotto, manager trentino di grande esperienza, che con Altini aveva avuto a che fare in prima persona, aveva fatto circolare un questionario dettagliato: cifre versate, date promesse, date suonate, rimborsi ottenuti. Riccardo riparte da lì, con una scheda più asciutta in cui chi scrive dichiara che i fatti sono veri e si rende disponibile a testimoniare. Messe una accanto all’altra, quelle storie si somigliano in modo impressionante. Il caso più vecchio risale al novembre 2023: 600 euro, una sola data, poi il nulla. «È da tre anni che chiedo un rimborso – scrive un giovane musicista di Catania – per ora sono riuscito a recuperare circa 120 euro». Una cantautrice ha versato 800 euro per dieci date con un cachet minimo di 150 euro a serata, e per pagarli, racconta, ha dovuto aprire un finanziamento. Ha suonato tre volte senza essere pagata. In trasferta è arrivata in albergo dopo mezzanotte e ha scoperto che la camera non era stata saldata. Poi le è arrivata una lista di cinque concerti per l’autunno: chiamando i locali pochi giorni prima, ha scoperto che nessuno l’aveva in programma. «Una presa in giro colossale, una truffa, uno schema Ponzi – scrive – la decisione più stupida della mia vita». C’è chi ha capito tutto in ventiquattr’ore. Nel marzo 2025 un ragazzo di Fermo firma per quindici date da 250 euro l’una, con un acconto di 600 euro e altrettanti da versare a calendario confermato. Il giorno dopo il bonifico, Altini gli comunica di aver già trovato tutte e quindici le date, e pretende subito il saldo. Le verifiche fatte direttamente con i locali rivelano che diverse serate non esistono. Altini accetta di sciogliere il contratto e promette di restituire l’acconto entro settembre. Nel giugno di quest’anno quei soldi non erano ancora arrivati. Una band torinese, partita per Parma per un concerto fissato da Altini, ha trovato sui social del locale la stessa serata promossa per un gruppo tributo a Lucio Battisti. Un’altra formazione ha pagato 1.500 euro per venticinque date e ne ha suonata una. Un giovane musicista veneto ha avuto lo “sconto amico”: 250 euro per cinque concerti invece di 450, perché conosceva un parente. Poi gli sono stati chiesti altri 100 euro, fuori da qualsiasi contratto, da restituire “la mattina seguente”. «Sono stato stupido io a darglieli. Non sono il tipo che presta soldi a sconosciuti». Quei soldi non li ha più rivisti. Il copione è sempre lo stesso. Il primo contatto, spesso cercato dai musicisti grazie alla pubblicità che Altini si fa tramite i social. Un pacchetto di date con un cachet minimo garantito e qualche nome importante speso come garanzia. Un anticipo da versare in fretta, con bonifico istantaneo o con PayPal. Poi il calendario che slitta, le date che non esistono, le scuse, i piani di rientro che si fermano alla prima rata. Chi minaccia un avvocato, a volte, recupera qualcosa. Gli altri aspettano. È questo che, d’ora in poi, chiameremo ‘il sistema Altini’. Un modus operandi che, tuttavia, non vive solo dell’ingenuità e della buona fede dei musicisti alle prime armi, ma che è riuscito a coinvolgere anche chi, nel mondo della musica, lavora da anni. SALIRE DI LIVELLO Per capire come un meccanismo del genere abbia potuto reggere così a lungo bisogna salire di qualche gradino nella scala gerarchica della musica dal vivo. Marco Olivotto, manager trentino con trent’anni di esperienza alle spalle, nel marzo 2024 affida ad Altini il tour degli Estra, storica band che nel suo territorio porta ai concerti migliaia di persone. A lui Altini non chiede anticipi, e Olivotto capirà presto perché: «Usa due pesi e due misure – spiega a L’Indipendente –. Se sei un artista con un minimo di risonanza non si espone, ti dice che tiene il 20% e via. Se invece non hai visibilità, ti chiede i soldi prima, sapendo che non ti troverà nessuna data, o che quelle che troverà saranno farlocche». La vetrina, però, scricchiolava anche in alto. Olivotto scopre che Altini ha proposto gli Estra a un festival veneto a un terzo del cachet concordato. Poi cominciano a saltare le date perché si scopre che Altini ha debiti in giro per migliaia di euro: «Ho cominciato a chiamare altri promoter dicendo che avevo un problema con un’agenzia – ricorda –. Non riuscivo a finire la frase. Mi rispondevano: “È Altini, vero?”. Lo sapevano tutti, anche i gestori dei locali grossi». Olivotto riesce a sottrargli il tour e a gestirlo da sé, rimettendoci però quasi tutto. Bilancio finale di tutti i concerti: «Un euro e sessanta di guadagno netto – precisa –. Non sto scherzando». Chiediamo a Olivotto perché nessuno sia mai riuscito a fermare Altini, se nell’ambiente il suo nome era così famigerato. «Da una parte c’è un senso di pudore misto a omertà in chi viene truffato – spiega –. Soprattutto negli artisti emergenti, che hanno paura di farsi nemici nell’ambiente». Dall’altra, farsi giustizia per vie legali è tutt’altro che semplice: «Se uno ti truffa per duemila euro a te sembrano tantissimi, ma quando arriva la denuncia spesso poi la procura finisce per archiviare il caso. L’unica possibilità è una class action». Per una class action, però, bisogna essere in tanti. Nel gruppo WhatsApp dei danneggiati c’era una quarantina di musicisti, e al questionario di Olivotto, nonostante la garanzia di anonimato, hanno risposto in sei: «La gente non ne vuole parlare – dice –. Si sta tenendo il danno». E oggi? Gli chiediamo se Altini stia ancora lavorando: «Assolutamente sì. Continuo a sapere di gente che viene contattata da lui e ci casca». Per Olivotto il problema è un ambiente che preferisce lamentarsi in privato piuttosto che esporsi: «La scena italiana è completamente ripiegata in maniera egoistica su se stessa». «Se non gli fai terra bruciata intorno – conclude –, andrà avanti all’infinito». LA RISPOSTA DI ALTINI «Questo ragazzo ha veramente esagerato scrivendo a destra e a manca». Questa è la prima risposta che ci viene data da Altini quando lo raggiungiamo al telefono la sera del 21 ottobre per parlargli delle accuse avanzate da Riccardo Buono. Non si sottrae, anzi: parla a lungo, a tratti a ruota libera. E comincia proprio da Riccardo: «Lui deve ricevere il rimborso, è vero», ammette. Ma sul resto la sua versione è un’altra. Le date, sostiene, non le ha mai promesse: «Ho sempre specificato che avevo mandato una bozza di date da fare». Ricorda di averlo fatto suonare due volte, al Largo Venue prima dei Sierra e al Mamamu di Napoli, e racconta che a un certo punto è stato Riccardo a non volerne più sapere, imponendogli «una scadenza limitatissima per i rimborsi». La scadenza, però, era il primo gennaio 2026, ed è scritta nel contratto che lo stesso Altini ha firmato. Da Riccardo il discorso si allarga a tutti gli altri. Altini racconta di lavorare nell’ambiente da una decina d’anni, con circa tremila concerti organizzati. Dalla fine del 2023 ha cominciato a raccogliere le richieste delle band emergenti, «perché ne vedevo veramente molte», con l’idea di costruire un circuito di locali fidati. «Inizialmente stava girando bene», spiega. Poi qualche locale è venuto meno, e lui si è ritrovato con troppi gruppi e troppo pochi palchi. Alla fine arriva l’ammissione: «È successo un casino, ovviamente per responsabilità mia – dice –. La mia colpa ce l’ho dal momento in cui ho preso un numero di progetti elevato. Però non è mai nato niente in cattiva fede». La parola truffa, però, la respinge. Si dice ferito dagli insulti ricevuti, anche in pubblico: «Mi hanno definito truffatore, il cancro della musica. Molti hanno trovato una sorta di capro espiatorio, quando io dovevo essere un alleato, un collaboratore». Alla fine della telefonata arriva la promessa: «Mi sono preso l’impegno di rimborsare tutti i progetti. Buona parte sono stati rimborsati, e giorno dopo giorno li sto rimborsando tutti». A L’Indipendente garantisce che i bonifici partiranno a breve, a cominciare proprio da quello per Riccardo. Non è la prima volta che Altini prende questo impegno in pubblico. Il 5 aprile 2025, in una diretta sul canale YouTube Parole e Suoni, alcuni membri della band Le cose importanti e lo stesso Marco Olivotto avevano raccontato i loro problemi con l’agenzia. Due settimane dopo, il 19 aprile, Altini era tornato sullo stesso canale per una diretta di replica, ammettendo i propri limiti e promettendo di restituire i soldi a tutti. Da allora, come abbiamo visto, i rimborsi sono arrivati col contagocce, quando sono arrivati. La sera stessa della nostra telefonata, dopo quattro mesi di silenzio, Altini ha riscritto a Riccardo. Gli ha chiesto di nuovo l’IBAN e gli ha assicurato che il rimborso era in arrivo. Poi, di nuovo, silenzio. Ad oggi Riccardo non ha ricevuto nessun bonifico, e Altini non ci ha fornito la prova di nessun rimborso effettuato. E RICCARDO? «Scusatemi se non vi ho più aggiornato, al momento ovviamente non c’è stata risposta». È il messaggio che Riccardo ha mandato alla redazione pochi giorni fa. Quell'”ovviamente” dice molto di come ha imparato a misurare le promesse di Altini. Dopo la telefonata del 21 ottobre e la richiesta dell’IBAN, il bonifico non è mai partito, e dei soldi versati un anno fa per i concerti non è tornato indietro nulla. Riccardo, però, non ha intenzione di lasciar perdere. La class action non è mai decollata, gli altri musicisti si sono tirati indietro uno dopo l’altro, e così ha deciso di andare avanti da solo, con un avvocato penalista che paga di tasca propria, a rate: «Sono una fraccata di soldi – ammette –, ma l’ho voluta fare». Sa bene che agli occhi di un tribunale la cifra in ballo è piccola, e che i tempi saranno lunghi. Ma non è una questione di soldi: «La mia è una battaglia ideologica contro il sistema marcio della musica in Italia – e conclude –. Altini è solo la punta dell’iceberg». Il prezzo più alto, intanto, lo ha già pagato. L’anno che doveva essere quello del primo tour, sei città da Bologna a Napoli, è passato senza concerti, tra un calendario mai arrivato e mesi spesi a ricostruire la rete di Altini. Il 31 ottobre è tornato a esibirsi, a casa sua, a Napoli. Senza versare anticipi. Adesso lavora a un disco che vorrebbe registrare a gennaio e pensa già a un piccolo tour per l’inverno e a uno per l’estate, organizzati da sé. «Cerco di muovermi in modo indipendente. Credo di riuscire tranquillamente a farlo, un mini tour». Alla porta di un’agenzia, per ora, non ha più intenzione di bussare. Le prossime porte proverà ad aprirsele da solo. The post Il “Sistema Altini”, così le band emergenti pagano per suonare (e vengono truffate) appeared first on L'Indipendente.
November 4, 2026
L'INDIPENDENTE