Ingiusta detenzione: dopo 10 anni persona senza dimora ottiene il risarcimento
DOPO DIECI ANNI IN STRADA, RICEVE I 109 MILA EURO CHE LE SPETTAVANO. IL
RISARCIMENTO ERA STATO RICONOSCIUTO NEL 2016 DALLA CORTE D’APPELLO DI VENEZIA,
MA UN ERRORE NEL NOME LO AVEVA BLOCCATO. LO HANNO SBLOCCATO I VOLONTARI DI
AVVOCATO DI STRADA TREVISO:
Bologna, 30 ottobre 2026 – Quasi un anno e mezzo di carcere da innocente. Poi un
risarcimento riconosciuto dallo Stato e mai pagato, per un errore
nell’indicazione del nome. In mezzo, dieci anni vissuti in strada, senza
documenti, senza lavoro e senza mezzi per ricominciare. Oggi quella somma,
109.000 euro per ingiusta detenzione, è finalmente arrivata a chi ne aveva
diritto, grazie al lavoro dei volontari di Avvocato di strada Treviso.
LA VICENDA – L’uomo aveva trascorso quasi un anno e mezzo in carcere prima di
essere scarcerato. Nel 2016 la Corte d’appello di Venezia gli aveva riconosciuto
un risarcimento di 109.000 euro per ingiusta detenzione. Quella somma, però, non
gli è mai stata erogata: nel provvedimento di liquidazione il suo nome era
indicato in modo errato.
Un cavillo burocratico che, per dieci anni, ha bloccato tutto: senza documenti,
senza la possibilità di lavorare e senza risorse, l’uomo è rimasto in strada,
sostenuto solo dalle associazioni di volontariato del territorio. Quando si è
rivolto allo sportello di Avvocato di strada Treviso, i volontari hanno
ricostruito la vicenda, individuato l’errore e presentato un’istanza di
correzione. Il provvedimento è stato rettificato e il risarcimento è stato
finalmente pagato.
«Quando abbiamo letto le carte non riuscivamo a crederci», racconta l’avvocata
Isabella Arena, coordinatrice di Avvocato di strada Treviso, che ha seguito il
caso.
«Il diritto era stato riconosciuto da un giudice dieci anni fa. Mancava solo che
il nome fosse scritto correttamente. Per un errore materiale, che si poteva
correggere con un’istanza, una persona ha perso dieci anni della sua vita».
«Non è stato un lavoro difficile dal punto di vista giuridico – prosegue Arena –
È stato difficile accorgersene. Chi vive in strada spesso non ha copia dei
propri atti, non sa a chi chiedere, non ha nessuno che segua la sua pratica.
Basta un intoppo e tutto si ferma. Il nostro compito è stato semplicemente
rimettere in moto un diritto che era già suo».
«Ci dispiace profondamente che abbia dovuto aspettare così a lungo – conclude
l’avvocata – Ma oggi siamo felici. Questa somma, non gli restituisce il tempo
perduto, ma gli dà finalmente la possibilità di riprendere in mano la propria
vita: una casa, i documenti, un lavoro.»
IL COMMENTO DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE
Quelli del carcere e della strada sono mondi comunicanti. Lo ricorda Antonio
Mumolo, presidente dell’Associazione Avvocato di strada: “Chi esce dal carcere
senza una rete familiare, senza un lavoro e senza una casa ad attenderlo rischia
di finire in strada nel giro di pochi giorni. E dalla strada è molto più
difficile uscire che entrare”.
“La vicenda di Treviso ci ha toccato molto – aggiunge Mumolo – Un lungo periodo
passato in carcere incide in modo devastante sulla vita di una persona. Anche
solo pochi mesi di carcere bastano a perdere il lavoro, la casa, spesso anche
gli affetti. Quando esci non hai più niente da cui ripartire, e ti porti addosso
un sospetto che non si cancella con una sentenza. Poi c’è la salute, fisica e
psicologica: il carcere segna chiunque, figurarsi chi sa di non doverci stare».
“Quello che colpisce della vicenda è quanto poco sarebbe bastato per non far
vivere dieci anni in strada una persona. D’altra parte tante delle vicende di
cui ci occupiamo ogni giorno sono così: quello che per una persona comune può
essere un piccolo ostacolo per chi vive in strada diventa una montagna da
scalare: non possiamo far altro che chiedere a tutte le istituzioni maggiore
attenzione e maggiore rispetto. Da parte nostra – conclude Mumolo – continueremo
a batterci come sempre per i diritti degli ultimi”.
Maddalena Brunasti