Cosa sappiamo della presunta camera di tortura del Battaglione Azov a Kiev
Denunce di torture, quattro militari feriti trasferiti in ospedale e scontri
davanti a una casa utilizzata da un’unità della Guardia nazionale appartenente
al Battaglione Azov. Il 2 novembre scorso, a Petropavlivska Borshchahivka, alle
porte di Kiev, centinaia di persone si sono radunate dopo la diffusione sui
social di notizie secondo cui circa quaranta uomini sarebbero stati rinchiusi e
seviziati nel seminterrato del palazzo. La folla inferocita ha bloccato l’uscita
e ha tentato di entrare nell’edificio; sono seguiti colluttazioni, lanci di
pietre e petardi. I cronisti hanno riferito di colpi d’arma da fuoco, sparati in
aria dai militari assediati, mentre fuori i dimostranti distruggevano auto della
polizia e un autobus usato dalle pattuglie per la mobilitazione forzata. Sul
posto è arrivato anche Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio presidenziale. Il
giorno dopo, il DBR, l’Ufficio investigativo statale ucraino, ha aperto un
procedimento per possibile abuso di potere da parte di funzionari militari.
Dovrà chiarire le condizioni degli uomini, il possibile ricorso alla coercizione
e le responsabilità negli scontri.
Secondo Azov, la casa era una sede di dislocazione temporanea dell’unità 3121,
dove mobilitati e militari fermati dopo l’allontanamento non autorizzato dai
reparti attendevano l’assegnazione. Lo stesso corpo ha confermato che quattro di
questi ultimi presentavano lesioni e sono stati trasferiti in ospedale per
accertamenti. La polizia ha smentito le notizie di detenzioni illegali e della
morte di un uomo. Azov ha assicurato che, qualora fossero accertate violenze
illegali, i responsabili saranno puniti, invitando al contempo i cittadini a non
ostacolare l’attività dei reparti. Il comando della Guardia nazionale, guidato
dal maggior generale Oleksandr Pivnenko, ha annunciato di aver preso in carico
gli accertamenti insieme alle forze dell’ordine. Il comandante Denys Prokopenko
ha poi evocato un “complotto russo”, sostenendo che la diffusione del caso
favorisce gli interessi russi, screditando i militari e alimentando la divisione
tra esercito e popolazione.
Stando alla ricostruzione di Slidstvo.Info, che cita la polizia, la segnalazione
divenuta virale sui social sarebbe partita dal post del militare Serhiy
Gnezdilov: questi aveva scritto sulla sua pagina Facebook che il 1° novembre gli
erano state inviate informazioni circa una “camera di tortura” a Petropavlivska
Borshchahivka, dove presumibilmente «vengono uccise delle persone e sono tenuti
prigionieri circa quaranta innocenti ucraini, e la polizia si mostra
indifferente a tutto ciò». Alla base di queste informazioni ci sarebbe Valentina
Moloda, infermiera e giornalista investigativa, già titolare della clinica
Med-Prestige, chiusa nel 2023. La donna si sarebbe presentata davanti
all’edificio dell’Azov con un’ambulanza, chiedendo di poter entrare ad assistere
gli uomini ivi detenuti. Da lì si sarebbero poi sviluppati i disordini. Gli
agenti hanno confermato di essere intervenuti dopo la chiamata degli operatori
dell’ambulanza privata, che lamentavano di non poter raggiungere una persona
all’interno della casa. Moloda in una diretta sui social ha poi raccontato di
aver “salvato” quattro soldati e averli riportati a casa: il più giovane avrebbe
solo 14 anni.
Il veterano Maksym Onufriienko, entrato nell’edificio insieme a Budanov, ha
riferito di non aver visto luoghi di tortura e ha sostenuto che alcuni militari
fossero arrivati già feriti. Resta da stabilire come si siano procurati quelle
lesioni, certificate dalle immagini diffuse in rete, in cui si vedono gli uomini
portati via dallo scantinato con ferite multiple e lo sguardo allucinato.
All’esterno, intanto, i giornalisti hanno documentato aggressioni compiute da
uomini incappucciati, non ancora identificati, che avrebbero picchiato i
passanti. I militari del TCC (Centri di reclutamento territoriale) operano,
infatti, con il volto mascherato, spesso in abiti civili, senza identificarsi.
Le difficoltà del reclutamento e i casi di diserzione sono note da tempo e sono
state ammesse dagli stessi vertici ucraini, mentre le proteste contro la
mobilitazione forzata stanno diventando sempre più frequenti. Negli ultimi
tempi, si sono moltiplicate le denunce di violenze all’interno dei reparti, ai
danni di coscritti o di soldati riottosi a obbedire agli ordini. Il 14 gennaio,
prima della nomina a ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov parlò in Parlamento
di due milioni di cittadini ricercati e 200mila militari assenti senza
autorizzazione. Il 28 agosto, Budanov ha indicato almeno trentamila mobilitati
al mese come fabbisogno minimo per mantenere la situazione al fronte. Nella
stessa intervista ha riconosciuto episodi di reclutamento violento mediante
furgoni e condotte illegittime dei centri territoriali di reclutamento. A
giugno, era già emerso il caso del reggimento Skala. L’inchiesta di Babel ha
raccolto testimonianze su diversi tipi di abusi: percosse, isolamento e
interruzioni delle terapie. La redazione ha individuato venticinque decessi nei
centri di addestramento, tra fine 2025 e primavera 2026. Dopo l’inchiesta, sono
partiti gli accertamenti e il comandante Yuriy Harkavyi è stato sospeso durante
le verifiche.
La vicenda di Petropavlivska Borshchahivka riporta l’attenzione non solo sulle
violenze, ma anche sulla riabilitazione occidentale di Azov. Le radici
nell’estrema destra e l’ideologia neonazista di alcuni fondatori erano
documentate ben prima dell’invasione russa del 2022: ne avevamo ricostruito
legami e riferimenti nell’inchiesta sull’Internazionale nera. Con la guerra, una
parte dell’informazione ha relegato questi elementi sullo sfondo, trasformando i
combattenti in figure da celebrare: romantici “nazionalisti”, “patriottici” che
leggono Kant o “partigiani anti-Putin”. Mentre Kiev chiede altri uomini e
ammette abusi nel reclutamento, i governi occidentali continuano a finanziare la
guerra. Senza un impegno concreto per fermarla, la solidarietà proclamata si
riduce alla fornitura di armi, lasciando agli ucraini il compito di combattere e
morire, mentre una spirale di violenza investe anche i rapporti tra militari e
civili e si ritorce contro la stessa popolazione che si dichiara di voler
difendere.
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