L’Universo emergente da un database citazionale
E se l’origine e l’evoluzione del nostro Universo dipendessero dalle pratiche di
valutazione della ricerca di un’accademia situata in un Oltreuniverso? Partendo
dalla teoria dei causal sets, avanziamo l’ipotesi che il nostro cosmo sarebbe
l’emanazione di un gigantesco grafo citazionale. L’introduzione della
valutazione bibliometrica nell’Oltreuniverso avrebbe provocato un’esplosione
delle citazioni scientifiche, trasmessa al nostro Universo sotto forma di
inflazione cosmica. E che dire dell’entanglement quantistico, delle
autocitazioni, dei grandi modelli linguistici e persino del Big Bang?
Secondo la teoria dei causal sets1 (insiemi causali) la geometria dell’Universo
è completamente determinata dalla relazione di causalità fra eventi. L’evento A
può comparire fra le cause dell’evento B, o viceversa, oppure A e B non sono
collegati da nessun rapporto di causa ed effetto: queste sono le uniche
possibilità. La teoria, inoltre, è essenzialmente discreta: se A e B sono
collegati, c’è solo un numero finito di eventi intermedî fra A e B. Secondo i
sostenitori più radicali, la teoria non determina solo la geometria
dell’Universo, ma, addirittura, determina tutti i fenomeni fisici, senza
eccezioni, anche se quest’ultima branca della teoria è ancora in una fase
preliminare di sviluppo2.
La situazione è del tutto analoga a quella dei cosiddetti grafi citazionali3, in
cui agli eventi corrispondono articoli accademici, e due articoli sono collegati
“causalmente” se uno dei due cita l’altro in bibliografia.
Sì può quindi supporre che l’Universo in cui viviamo sia semplicemente
l’emanazione del grafo citazionale di un database situato in un mastodontico
“oltreuniverso”. Sebbene questa ipotesi possa sembrare alquanto implausibile,
non è negabile a priori, al contrario, vi sono alcune osservazioni che la
renderebbero abbastanza naturale.
Per esempio, la nostra teoria spiega in maniera semplicissima l’espansione
inflazionaria4 del nostro Universo, verificatasi in una fase precoce della sua
esistenza. Questa è la spiegazione che proponiamo: nell’accademia
dell’Oltreuniverso, ad un certo punto, così come è successo da noi5, le ricerche
di uno scienziato, nonché gli scienziati stessi, hanno cominciato ad essere
valutati automaticamente misurando le citazioni ricevute dai loro articoli. Così
come da noi, questo ha causato una vera e propria inflazione del numero di
citazioni dei lavori pubblicati; inflazione, che, se la nostra teoria è
corretta, si è propagata al nostro Universo, emergente dal database citazionale.
Anche l’entanglement (correlazione) quantistica6 può ammettere
un’interpretazione secondo la nostra teoria. Non tutte le citazioni sono sempre
perfettamente univoche. In caso di ambiguità, i lavori A1 e A2 possono essere
entrambi considerati possibili citazioni effettive nel lavoro B, fino ad un
accurato ed appropriato controllo (corrispondente, nella meccanica quantistica,
all’effettuare un processo di misura).
Oltretutto, il sistema informatico che gestisce questo immenso database, per
risparmiare tempo ed energia, potrebbe elencare i lavori usando metodi
probabilistici e non deterministici; questo produrrebbe un aumento drammatico
del fenomeno dell’entanglement. Osserviamo che quest’ultima è un’ipotesi
assolutamente verificabile: se la nostra teoria è corretta, nei primi momenti
dell’universo, quando il database era ancora gestito da esseri viventi, non da
macchine, l’entanglement si doveva presentare molto raramente, solo in caso di
errori materiali o di citazioni effettivamente ambigue. In seguito, con
l’automatizzazione delle procedure e l’avvento di tecniche probabilistiche e
della lazy evaluation, l’entanglement sarebbe diventato praticamente la norma.
Quindi la nostra teoria prevede che, nei primi momenti dell’universo,
l’entanglement si verificava solo molto di rado, e ciò potrà essere confermato o
falsificato da opportuni esperimenti. Questo significa che la nostra teoria
rispetta in pieno i criteri Popperiani di scientificità7!
Notiamo inoltre che un’opportuna estensione della nostra teoria potrebbe
risolvere anche i problemi relativi alla cosiddetta singolarità iniziale (il Big
Bang nel senso classico). Prima dell’avvento delle riviste, gli standard
citazionali erano completamente diversi. Addirittura, prima della stampa o della
scrittura, v’era solo la tradizione orale, in cui l’analogo di una citazione
poteva essere “questo l’ho imparato (o sentito dire) da Tizio”. Quindi la nostra
teoria spiega chiaramente perchè le leggi fisiche valide “prima dell’inizio
dell’Universo” fossero diverse, e fornisce certamente chiare indicazioni su come
scoprirle! Ad esempio, come suggerisce il collega Aldo Cavini, che qui
pubblicamente ringraziamo per il suo contributo fondamentale, nell’epoca
precedente l’invenzione della stampa, esistevano “pilastri testuali” citati
innumerevoli volte, quali, nella cultura occidentale, Fiat lux e In principio
era il Verbo. Quindi la nostra teoria suggerisce che l’Universo avrebbe avuto
origine da un numero finito di topoi primordiali/atomi primigenî. Anche questa
ipotesi sarà sicuramente verificabile o confutabile mediante opportuni
esperimenti!
Alcuni problemi restano comunque aperti. Ad esempio, così come la nostra teoria
fornisce una semplicissima spiegazione per l’avvento dell’inflazione cosmica,
collegata all’insorgenza della valutazione bibliometrica, ci si può porre un
problema analogo in riferimento alle autocitazioni. Si può supporre che, ad un
certo punto, i valutatori e i finanziatori dell’accademia dell’Oltremondo
abbiano giustamente deciso di non considerare più le autocitazioni nel calcolo
degli indici bibliometrici. Come ha modificato, questa decisione, le dinamiche
del grafo citazionale? Come si è ripercossa questa scelta sull’evoluzione del
nostro Universo? E cosa è successo o succederà, poi, qualora gli editori e le
istituzioni dell’Universo Ultramundano affidassero la gestione dei database a un
modello linguistico di grandi dimensioni (large language model), con le sue ben
note e relativamente frequenti allucinazioni8?
Aggiungiamo un paio di osservazioni essenzialmente speculative. Anche noi esseri
umani abbiamo creato universi citazionali, vedi la ricerca di Clough ed Evans9,
che hanno determinato le dimensioni di alcuni di questi universi citazionali da
noi creati, pari, rispettivamente a 2, 3, e 3,5. Si può allora pensare ad una
catena infinita di universi uno contenuto dentro l’altro, ciascuno emergente da
un database citazionale del successivo. Ovviamente, questo sarà difficilmente
verificabile, quindi resta puramente speculativo.
Per finire, va precisato che la nostra teoria gode di illustri precedenti. Mio
nonno diceva sempre: “Affettiamo il salamino!” (salami slicing.) In un ambito
leggermente diverso, il collegamento fra causalità in fisica, da un lato, e
sistemi concorrenti e distribuiti in informatica, dall’altro, era già stato
proposto da P. Panangaden10. Ancor più sorprendentemente, una precedente
intuizione che potrebbe portare alla teoria dell’universo emergente è di certo
presente nel brano I giardini di Marzo scritto da Mogol e Battisti11, quando
afferma L’universo trova spazio dentro me, anche se risulta davvero difficile
immaginare che la voce narrante sia quella di un database citazionale.
Concludiamo con una pura e semplice nota di colore. Abbiamo accennato a questa
teoria in una conversazione con Gemini, il modello di intelligenza artificiale
generativa sviluppato da Google, che ne è apparsa entusiasta e l’ha condita con
metafore e iperboli “alla Umberto Eco12”:
* (L’Universo Calmo, prima dell’Hot Big Bang) I topos primigeni sono “La
Bibliografia allo Stato Zero”. All’inizio, nell’Oltreuniverso, si pubblicava
poco e bene. Gli articoli citavano onestamente solo i pochissimi topoi
primordiali. Il grafo cresceva in modo lento, lineare e armonioso. Lo
spazio-tempo era concentrato, intimo e ordinato.
* (L’Hot Big Bang Bibliometrico) A un certo punto, il Ministero della Ricerca
dell’Oltreuniverso introduce gli indicatori bibliometrici per decidere i
finanziamenti: l’H-index cosmico, il Citations-per-Event e il fattore
d’impatto delle galassie, creando il panico accademico da Publish or Perish.
* (L’inflazione cosmica) È letteralmente l’effetto collaterale
dell’introduzione della venerata e terribile VQR nell’Oltreuniverso. Il cosmo
non è originato da un’esplosione di materia, bensì da un’improvvisa e
inarrestabile furia bibliografica.
* (L’origine delle leggi fisiche attuali) L’universo è uguale ovunque perché i
ricercatori dell’Oltreuniverso usano tutti lo stesso software di
formattazione automatica delle note e copiano le bibliografie a blocchi! La
velocità della luce è il tempo massimo concesso dai revisori per una
correzione delle bozze. I buchi neri sono le commissioni di concorso, da cui
nulla può sfuggire (e a cui nulla può sfuggire?)
* (La formazione delle galassie) A un certo punto, il database centrale
dell’Oltreuniverso va in crash per sovraccarico quando i server introducono
un algoritmo di controllo anti-plagio. L’energia accumulata da miliardi di
citazioni-spazzatura decade, “riscaldando” il sistema e condensandosi in
materia reale: le galassie altro non sono che i residui fossili di
giganteschi dipartimenti universitari d’eccellenza rimasti intrappolati nel
grafo.
* Questo capitolo sull’inflazione bibliometrica terrà i lettori (soprattutto se
accademici) in bilico tra le risate e i brividi di terrore da trauma
burocratico13.
1 L. Bombelli, J. Lee, D. Meyer, R. Sorkin, Space-time as a causal set, Phys.
Rev. Lett. 59, 521–524 (1987). Vedi anche E. H. Kronheimer, R. Penrose, On the
structure of causal spaces. Proc. Camb. Phil. Soc. 63, 481–501 (1967); D.
Finkelstein, Space-time code, Phys. Rev. 184, 1261–1271 (1969).
2 S. Surya, The Causal Set Approach to Quantum Gravity: An Introduction,
Springer Nature (2025).
3 D. J. de Solla Price, Networks of scientific papers, Science 149 (3683),
510–515 (1965); N. P. Hummon, P. Doreian, Connectivity in a citation network:
the development of DNA theory, Social Networks, 11, 39–63 (1989); F. Radicchi,
S. Fortunato, C. Castellano, Universality of citation distributions: toward an
objective measure of scientific impact, Proc. Natl. Acad. Sci. USA 105,
17268–17272 (2008); R. Todeschini, A. Baccini, Handbook of Bibliometric
Indicators: Quantitative Tools for Studying and Evaluating Research, Wiley-VCH
(2016).
4 A. R. Liddle, D. H. Lyth, Cosmological Inflation and Large-Scale Structure,
Cambridge University Press (2000).
5 F. Sylos Labini, Valutazione, Impact Factor e Gaussiane, Roars, 15 Gennaio
2010, https://www.roars.it/valutazione-impact-factor-e-gaussiane (come si può
inviare un articolo senza citare almeno una volta la rivista o il sito
ospitante?)
6 J. J. Sakurai, J. Napolitano, Modern Quantum Mechanics (3rd ed.), Cambridge
University Press (2020).
7 K Popper, Logik der Forschung: Zur Erkenntnistheorie der modernen
Naturwissenschaft, Julius Springer, 1934.
8 A. T. Kalai, O. Nachum, S. S. Vempala, E. Zhang, Evaluating large language
models for accuracy incentivizes hallucinations, Nature 653, 1047–1051 (2026).
9 J. R. Clough, T. S. Evans, What is the dimension of citation space?, Physica A
448, 235–247 (2016).
10 Causality in physics and computation, Theor. Comput. Sci. 546, 10-16 (2014).
11 Edito da Numero Uno, pubblicato e distribuito dalla RCA SPA (1972).
12 Tutto vero, abbiamo solo riordinato qualche frase; qualche grassetto è
nostro.
13 E non provate a negarlo! (soggiungo io.)
[Immagine di copertina generata da AI]