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La bilancia commerciale USA sprofonda: le importazioni raggiungono livelli record nonostante i dazi
La strategia del presidente Donald Trump basata sui dazi, volta a diminuire il deficit commerciale USA, si sta rivelando – almeno al momento – fallimentare, stando ai dati commerciali disponibili. Secondo il Dipartimento del commercio statunitense, infatti, ad agosto il deficit commerciale della potenza a stelle e strisce è aumentato del 13,7% raggiungendo i 105,6 miliardi di dollari, il livello più alto da marzo 2025. Quando Trump è stato eletto per il secondo mandato, invece, il disavanzo era pari a 79,8 miliardi di dollari: «Le politiche commerciali dell’amministrazione si sono rivelate in gran parte un fallimento; i dazi doganali non hanno fatto nulla per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dall’importazione di beni prodotti all’estero», ha affermato Christopher Rupkey, capo economista di FWDBONDS. Le importazioni USA sono aumentate del 4,3%, raggiungendo il livello record di 420,8 miliardi di dollari, mentre le esportazioni sono cresciute solo dell’1,4 percento raggiungendo i 315,2 miliardi di dollari. In particolare, Washington ha registrato notevoli disavanzi con molti dei Paesi con cui ha ingaggiato una vera e propria guerra commerciale, tra cui Cina, Unione europea e Canada, mentre ha segnato livelli record di deficit nei confronti di Messico, Vietnam e Malesia. Tra le cause dell’insuccesso della strategia trumpiana si possono annoverare un aumento della domanda interna di beni di consumo e un elevato costo del lavoro che non permette una produzione nazionale a prezzi competitivi. «Il costo del lavoro americano è semplicemente troppo elevato per produrre beni qui a prezzi sufficientemente bassi da indurre i consumatori a prenderli in considerazione. Anche se i produttori statunitensi fossero disposti a farlo, non si potrebbero costruire fabbriche qui abbastanza velocemente da produrre i beni da cui i consumatori dipendono», ha aggiunto Christopher Rupkey. In particolare, nel secondo trimestre del 2026, la domanda interna è aumentata al ritmo più sostenuto degli ultimi tre anni e mezzo, soprattutto per quanto riguarda le spese in attrezzature legate all’intelligenza artificiale. La stessa tendenza si è protratta anche nel terzo trimestre: i dati del mese di agosto mostrano, infatti, una forte spesa dei consumatori con ordini e spedizioni di beni strumentali non destinati alla difesa, esclusi gli aeromobili. L’aumento delle importazioni è stato sostenuto in primo luogo da un incremento nelle forniture e materie prime industriali, tra cui il petrolio, pari a 9,1 miliardi di dollari. Le importazioni di petrolio greggio sono aumentate di 3,3 miliardi di dollari, mentre quelle di beni strumentali sono aumentate di 6,2 miliardi di dollari, raggiungendo il livello record di 146,4 miliardi di dollari, trainate da semiconduttori e altri macchinari industriali. Allo stesso tempo, sebbene le importazioni di accessori per computer siano diminuite di 1,6 miliardi di dollari, hanno totalizzato 158,5 miliardi di dollari nei primi otto mesi dell’anno, rispetto agli 89,5 miliardi di dollari dello stesso periodo del 2025. Secondo gli economisti, il disavanzo commerciale statunitense ha ripercussioni negative sul Pil della nazione d’oltreoceano e stimano che potrebbe ridurlo di ben 2,5 punti percentuali nel terzo trimestre, come riferisce l’agenzia di stampa Reuters. Il commercio estero, infatti, ha inciso negativamente sul PIL per tre trimestri consecutivi e gli analisti della banca americana Goldman Sachs hanno rivisto al ribasso la loro stima di crescita del PIL per il terzo trimestre, portandola al 3,1% su base annua, rispetto al 3,4% precedentemente previsto. Il deficit commerciale non ha solo ricadute sul Pil, ma anche sull’inflazione, in quanto è determinato da un eccesso di domanda. Per questo motivo, la Federal Reserve (Fed) potrebbe decidere un nuovo aumento dei tassi d’interesse: «La Fed farebbe bene a prestare molta attenzione a tutta questa questione della domanda eccessiva», ha affermato Carl Weinberg, capo economista di High Frequency Economics, aggiungendo che «Alla base dello shock dei prezzi dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia, c’è una sfida inflazionistica trainata dalla domanda nell’economia statunitense. I prezzi dell’energia sono solo una sovrapposizione a questo fenomeno». Il mese scorso, la banca centrale statunitense ha aumentato il suo tasso di interesse di 25 punti base, portandolo nella fascia compresa tra il 3,75% e il 4 percento, il primo aumento in tre anni, e ha preannunciato ulteriori incrementi dei costi di finanziamento. Mentre, da un lato, la guerra commerciale dell’amministrazione Trump sta indirettamente scardinando i meccanismi della globalizzazione, dall’altro, non sta raggiungendo – almeno per ora – gli obiettivi che si era prefissata. Si evidenzia, infatti, oltre a uno squilibrio della bilancia commerciale, una diminuzione del Pil e un aumento senza precedenti del debito pubblico statunitense. The post La bilancia commerciale USA sprofonda: le importazioni raggiungono livelli record nonostante i dazi appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra
L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative. Da un […] L'articolo UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra su Contropiano.
October 11, 2026
Contropiano
L’atteso incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping ha avuto luogo la scorsa settimana. Xi è arrivato a Washington DC mercoledì sera per i colloqui di giovedì, l’incontro ha rappresentato la prima visita di Stato di un leader cinese negli Stati Uniti negli ultimi 11 anni, ma è anche la terza volta in meno di un anno che i due si sono incontrati faccia a faccia. A fare da sfondo a tutto c’è la guerra commerciale , sospesa ma ancora latente, tra le due nazioni. Quasi subito dopo l’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, Trump ha imposto dazi doganali sui prodotti cinesi, accusando la Cina di facilitare il flusso di fentanyl, una droga letale, verso gli Stati Uniti. Pechino ha risposto con dazi a sua volta, per poi limitare le esportazioni di preziosi metalli delle terre rare, cruciali per lo sviluppo e la produzione di ogni tipo di tecnologia avanzata, dagli smartphone agli aerei da combattimento. A un certo punto, i dazi hanno raggiunto il 150%, prima di essere sospesi per consentire lo svolgimento di negoziati. Poco dopo che il leader cinese e sua moglie Peng Liyuan sono atterrati all’aeroporto di Andrews – dove ad accoglierli con tutti gli onori c’erano Donald Trump e la consorte Melania Trump – funzionari delle due parti hanno annunciato un’estensione di due mesi della “tregua di Busan”. Stilata in Corea del Sud a ottobre 2025 dopo una breve ma aspra guerra tariffaria, la sosta nell’escalation commerciale tra Pechino e Washington sarebbe dovuta scadere il 10 novembre. La decisione di prorogarla fino al 10 gennaio, ha spiegato il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, “concederà più tempo alle parti per lavorare a un accordo commerciale potenzialmente più ampio sul fronte economico”. L’annuncio è stato fatto dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent dopo i colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng. La proroga dovrebbe consentire di negoziare un accordo commerciale più ampio, evitando per ora una nuova escalation tariffaria. Prima dei colloqui a porte chiuse, iniziati verso mezzogiorno, ci sono state dichiarazioni dalle due parti: Trump ha puntato sul personale, sulla «grande amicizia» tra i due leader, mentre Xi, in linea col personaggio, è stato più sobrio e meno personalista, più attento a un messaggio di cooperazione e stabilità strategica, sottolineando una linea generale della politica estera cinese che si pone come potenza mondiale stabilizzatrice, propensa al dialogo e alla coesistenza pacifica e non allo scontro. Con Sabrina Moles, di China-Files, piattaforma di giornalistə, sinologə ed espertə di comunicazione specializzatə in affari asiatici, andiamo a vedere come sono stati affrontati i vari dossier sul tavolo dei due massimi leader mondiali, mentre le due potenze rimangono in una situazione di competizione sempre più accesa su temi come l’intelligenza artificiale, i metalli delle terre rare, la questione di Taiwan e la guerra contro l’Iran.
September 28, 2026
Radio Blackout - Info
Il dazio UE frena i pacchi low cost dalla Cina: -40% di importazioni
Piattaforme come Shein, Temu e AliExpress hanno reso sempre più abituale l’acquisto di prodotti venduti a pochi euro, spesso comprati d’impulso e utilizzati per poco tempo. Dal 1° luglio, con l’entrata in vigore del nuovo dazio europeo sulle spedizioni di basso valore, il numero dei pacchetti low cost arrivati nell’Unione è diminuito di circa il 30-40%. Un calo che interessa un mercato cresciuto fino a raggiungere dimensioni enormi, che solleva problemi legati alla sicurezza dei prodotti, all’impatto ambientale e, in alcuni settori, alle condizioni di lavoro lungo le filiere produttive.  Fino ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Il dazio UE frena i pacchi low cost dalla Cina: -40% di importazioni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 9, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra dei dazi tra Canada e Stati Uniti sta diventando sempre più dura
Nell’ultima settimana, la politica dei dazi degli Stati Uniti è costata a Washington l’apertura di un nuovo fronte di guerra commerciale. Al centro dello scontro c’è il Canada di Mark Carney: nonostante i tentativi di negoziato, lo scorso 22 agosto sono entrati in vigore i nuovi dazi statunitensi sui prodotti canadesi, scatenando la reazione di Ottawa. Carney ha annunciato che il Canada non intende farsi intimidire dai propri vicini di casa e ha promesso una risposta con tariffe di egual valore: Ottawa imporrà dazi su una serie di prodotti statunitensi, per un valore complessivo di circa 27,6 miliardi di dollari canadesi (equivalenti a circa 17,11 miliardi di euro). «Quando vieni attaccato sei in guerra, e noi siamo stati attaccati», ha detto il premier canadese, ribadendo la volontà di rispondere alle tariffe statunitensi con la politica del “dollaro per dollaro”, sul modello già adottato da Pechino. Riavvolgiamo il nastro. Lo scontro commerciale tra Canada e Stati Uniti si è riacceso lo scorso luglio, sulla scia del più ampio ritorno alla politica dei dazi promosso dall’amministrazione Trump. Le nuove tariffe statunitensi avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 agosto, ma due giorni prima Trump ne aveva sospeso l’applicazione, citando i negoziati in corso. Le trattative sono però fallite e, il 22 agosto, sono entrati in vigore i nuovi dazi statunitensi, pari al 50% su circa 27,6 miliardi di dollari canadesi di prodotti. Secondo la controparte canadese, il negoziato si sarebbe interrotto dopo che Washington avrebbe introdotto all’ultimo momento nuove condizioni, giudicate da Ottawa «ingiuste, antieconomiche e tali da mettere in dubbio l’affidabilità di qualsiasi accordo». Il premier Mark Carney ha quindi annunciato una risposta «dollaro per dollaro». Ottawa ha formalizzato le misure di ritorsione il 25 agosto, imponendo dazi proprio su 27,6 miliardi di dollari canadesi di prodotti statunitensi. Le nuove tariffe entreranno in vigore l’8 settembre. Dall’annuncio di Carney, la guerra commerciale con Washington è diventata ogni giorno più intensa. Trump ha rilasciato una dura dichiarazione in cui ha affermato che «il Canada ha derubato gli Stati Uniti d’America per anni», lamentandosi delle tariffe «ridicolmente alte» applicate da Ottawa ai prodotti agricoli statunitensi. Il presidente ha quindi annunciato che, a partire dal 1° gennaio 2027, le tariffe sulle automobili, sui camion, sui componenti automobilistici e sull’acciaio provenienti dal Canada aumenteranno del 50%. Per ora il Canada non ha annunciato nuove contromisure in risposta a quest’ultima minaccia; tuttavia, la ministra dell’Industria Mélanie Joly ha rilanciato la pratica del boicottaggio dei prodotti statunitensi, già particolarmente diffusa in alcune aree e per determinate categorie di beni, come gli alcolici: «Quando scegliete un prodotto canadese, non solo esercitate pressione sugli Stati Uniti, ma proteggete anche i posti di lavoro», ha detto Joly. Ieri, la provocazione: circondato dai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha firmato un ordine per rinominare il Lago Ontario in Lago America. «A pensarci bene, abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ora, tutto ciò che ci manca è un oceano», ha detto Trump. Il Lago Ontario è uno dei cinque Grandi Laghi del Nord America e si trova tra l’omonima provincia canadese dell’Ontario e lo Stato statunitense di New York. Interrogato sul possibile messaggio dietro all’insolita decisione di cambiare il nome del lago, Trump ha inizialmente affermato che non ve ne fosse alcuno, per poi attaccare il Canada e accusarlo di aver «derubato» gli Stati Uniti per anni sul piano commerciale. L’ordine esecutivo stabilisce il nuovo nome per l’uso da parte del governo federale statunitense, senza vincolare il Canada né gli organismi internazionali. Come ampiamente prevedibile, Carney ha detto che il Canada non accetterà il nuovo nome del lago e continuerà a chiamarlo Lago Ontario. Questo episodio ha un precedente analogo: uno dei primi ordini esecutivi firmati da Trump, il 20 gennaio 2025, aveva infatti disposto di rinominare il Golfo del Messico in Golfo d’America per l’uso ufficiale da parte del governo statunitense. La nuova crisi commerciale con Ottawa si aggiunge alle tensioni aperte da Washington con altri partner commerciali. Per ora, l’unico altro Paese ad avere risposto con dazi di ritorsione alle nuove tariffe statunitensi è la Cina, che nel corso del 2025 ha avviato un lungo botta e risposta tariffario con Washington. Dopo una prima escalation, nel maggio 2025 Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un’intesa a Ginevra che ha ridotto temporaneamente i rispettivi dazi aggiuntivi e ha dato avvio a una serie di successive tregue e negoziati. Il 1° novembre 2025 Washington e Pechino hanno quindi concordato di sospendere la maggior parte delle misure tariffarie e non tariffarie in vigore fino al 10 novembre di quest’anno. The post La guerra dei dazi tra Canada e Stati Uniti sta diventando sempre più dura appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei
Nel secondo trimestre del 2026 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 21,8 miliardi di euro. Le importazioni di beni da Paesi extra-Ue hanno raggiunto 701,8 miliardi di euro, superando le esportazioni, ferme a 680 miliardi. A certificarlo è l’Eurostat, indicando che si tratta del primo deficit commerciale dal […] L'articolo Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei su Contropiano.
August 27, 2026
Contropiano
Il Cile non può umiliarsi di fronte a Trump
Il Cile non può umiliarsi in silenzio di fronte a Trump perché la nostra dignità non è negoziabile. Deve rispondere con saggezza, prudenza e unità. Nel diritto internazionale, i trattati vanno rispettati. I trattati di libero scambio garantiscono certezza giuridica, regole chiare e stabilità per gli investimenti. Il Cile, un piccolo e serio Paese alla fine del mondo, ha costruito la propria politica estera sul rispetto del diritto internazionale. Si tratta di una politica di Stato che va al di là dei singoli governi. Per questo ha firmato un trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, entrato in vigore nel 2004, convinto che entrambe le nazioni avrebbero rispettato le regole concordate. Oggi constatiamo che, per il governo degli Stati Uniti, i trattati sono vincolanti solo finché servono ai propri interessi. La decisione del governo di Donald Trump di imporre dazi del 12,5% sulla maggior parte delle esportazioni cilene costituisce un nuovo colpo a tale principio. Già lo scorso anno aveva imposto dazi del 10%, ma quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che non aveva l’autorità per farlo, ha semplicemente cercato un nuovo fondamento «legale» per arrivare a un dazio ancora più elevato. L’aspetto più rivelatore non è il dazio in sé, bensì la sua selettività. Washington tassa quei prodotti il cui costo per la propria economia è ridotto, ma esclude proprio quelli che considera strategici per il proprio sviluppo industriale e militare, come il rame e il litio. La conclusione è evidente: non si tratta di una politica motivata da una sincera preoccupazione per la violazione dei diritti umani attraverso il lavoro forzato. Si tratta di una politica basata esclusivamente sugli interessi nazionali degli Stati Uniti. Ed è esattamente ciò che il Cile dovrebbe fare: difendere senza complessi i propri interessi nazionali nel rispetto del diritto internazionale. Il Canada, le cui esportazioni dipendevano per il 75% dal mercato statunitense, ha compreso rapidamente questa realtà. Sotto la guida di Mark Carney, il governo federale e diverse province hanno promosso campagne per privilegiare il consumo di prodotti canadesi, scoraggiare il turismo verso gli Stati Uniti, ritirare i prodotti statunitensi dai propri mercati e persino discutere restrizioni alle esportazioni strategiche come l’energia elettrica. Non è stata una reazione irrazionale. È stata una dimostrazione di dignità nazionale. E il Cile? Oggi, la nostra classe dirigente sembra convinta che la prudenza consista nell’umiliarsi in silenzio e aspettare che la tempesta passi. Confondono la diplomazia con la rassegnazione e la sottomissione. È ora di reagire e di avviare un dibattito affinché tutto il Cile sia solidale con le decisioni che prenderemo, proprio come è avvenuto in Canada. Potrebbero arrivare momenti ancora più difficili, ma la dignità nazionale viene prima di tutto. Se gli Stati Uniti di fatto ignorano il Trattato di Libero Scambio, anche il Cile ha il diritto di rivedere i propri rapporti economici con quel Paese. Propongo fin da ora di privilegiare il consumo di prodotti cileni o provenienti da Paesi che rispettano i propri impegni internazionali. Smettere di comprare hamburger da McDonald’s, pollo da KFC o pizze da Pizza Hut o Papa John’s. Non fare turismo a Miami o a New York e non utilizzare le loro compagnie aeree commerciali. Ne saremo capaci? E iniziare a studiare meccanismi fiscali o dazi all’esportazione per i minerali strategici destinati al mercato statunitense fintanto che permangono misure che danneggiano le nostre esportazioni. Ogni potenza difende i propri interessi nazionali. Ciò che è incomprensibile è che alcuni pretendano che il Cile sia un paese che rinuncia a difendere i propri. Non si tratta di essere contro gli Stati Uniti. Il Cile e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione che deve continuare. Ma l’amicizia tra nazioni non può essere costruita sull’umiliazione di una di esse. Le grandi potenze rispettano chi rispetta se stesso. Il presidente Ricardo Lagos lo ha dimostrato opponendosi alla guerra in Iraq in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Cile è stato rispettato proprio perché ha difeso le proprie convinzioni. Oggi mi chiedo se la leadership cilena avrà il coraggio di difendere la sovranità nazionale con la stessa convinzione con cui altri paesi difendono la propria. Un paese che accetta di umiliarsi in silenzio di fronte alla violazione di un trattato finisce per inviare il peggiore dei messaggi: che anche la sua sovranità è disponibile per essere rinegoziata. La sovranità non è una parola vuota che si pronuncia nei discorsi del 18 settembre o nel discorso sullo stato della nazione del 1° giugno. È un comportamento quotidiano. Si esercita quando un paese osa difendere i propri interessi e quando i suoi cittadini sono disposti a privilegiare il consumo di prodotti cileni o provenienti da paesi che rispettano i propri impegni internazionali. Il Cile non può umiliarsi in silenzio di fronte a Trump. La nostra dignità non è negoziabile. Deve rispondere con saggezza, prudenza e unità. Marcelo Trivelli
August 1, 2026
Pressenza
Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una […] L'articolo Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta… su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE
È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi. Il 26 giugno, infatti, Donald […] L'articolo Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Eurostat: l’export UE verso gli USA diminuisce, ma è più interessante il caso cinese
I dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump sembrano cominciare a sortire qualche effetto sull’economia europea. Secondo gli ultimi dati rilasciati da Eurostat, nei primi tre mesi del 2026 il valore dei beni scambiati tra la UE e gli USA è crollato di circa il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. […] L'articolo Eurostat: l’export UE verso gli USA diminuisce, ma è più interessante il caso cinese su Contropiano.
June 12, 2026
Contropiano