Finanziaria per la guerra: la distanza tra il Paese descritto dai media e le piazze delle manifestazioni e delle proteste
Girando per il Paese, attraversando piazze studentesche, di lavoratori e
lavoratrici di ogni possibile comparto pubblico e privato, ascoltando le
proteste di agricoltori e partite iva si percepisce come ogni iniziativa palesi
problematiche sociali, rivendicazioni materiali inascoltate.
Facciamo nostra la questione sociale, perfino nei contesti meno inclini ad
opporsi al Governo Meloni traspare preoccupazione per il presente e il futuro,
la forte critica alla inadeguatezza delle manovre Governative davanti al caro
vita, alla militarizzazione che attira enormi capitali e investimenti.
La risposta alle proteste sociali è l’ennesimo decreto sicurezza; del resto, in
Parlamento pullulano proposte di legge securitarie, c’è solo l’imbarazzo della
scelta tra ricette più o meno repressive. Allo stesso tempo altre proposte di
iniziativa popolare resteranno chiuse nel cassetto, destinate all’oblio. La
risposta repressiva si manifesta sotto molte forme, anche inusuali.
Quanto avvenuto in questi giorni ci riporta indietro di quasi 60 anni, a quel
1969 quando venne sbattuto “il mostro” in prima pagina, l’anarchico Valpreda
ritenuto responsabile della strage di Milano. Senza uno stralcio di prova
Valpreda si trovò sbattuto sui giornali e incarcerato salvo poi dimostrare di
essere vittima di una vera e propria macchinazione per coprire i veri
responsabili e mandante della strage.
Sembra tornare a quei tempi nei quali ogni critica all’operato delle forze
dell’ordine e dei Pubblici Ministeri era considerato disfattismo, noi ricordiamo
ancora le parole usate da Ministri all’indomani del pestaggio subito dagli
studenti medi pisani, ricordiamo la associazione dei movimenti pro palestinesi
con pericolosi ambienti vicini al terrorismo palesatasi su qualche giornale.
Attorno a noi si aggira una svolta autoritaria, accentramento dei poteri,
legislazioni speciali e di emergenza dietro l’angolo, un pressing continuo
sull’operato della Magistratura quando si mostra indipendente dal potere
politico un po’ come avviene con il Parlamento che vorrebbero assoggettato
all’esecutivo. Questo disegno va chiamato con il suo nome ossia modello
neoautoritario, se pensiamo agli apparati statali ritenuti una sorta di
emanazione del governo.
In questa situazione nascono i decreti sicurezza, le deroghe ai Bilanci per
accrescere le spese militari (di cui parleremo più avanti), lo scudo penale
invocato per le forze dell’ordine. Un giustizialismo a senso unico tuttavia si
ritrova in tanti ambiti, dai codici di comportamento nei luoghi di lavoro a
feroci repressioni con centinaia di sanzioni amministrative e denunce per reati
penali frutto degli ultimi decreti.
Esistono numerose analogie con quanto avveniva in Italia sul finire degli anni
Settanta, la differenza è data da un utilizzo ancora più feroce e selvaggio
dell’arma penale, le querele temerarie contro giornalisti, docenti e studiosi,
con i Prefetti concepiti come articolazione del potere centrale in periferia,
del resto il nostro Codice Penale sarebbe anche lo stesso del ventennio
fascista.
Inasprire le pene, rafforzare il potere delle forze dell’ordine, militarizzare
la società a partire dalle scuole è un disegno politico da tempo in atto. È
sufficiente alimentare la paura, oggi per la piccola criminalità domani per
qualche nuovo pericolo sociale costruito ad arte per favorire nell’immaginario
collettivo la urgente necessità di una svolta securitaria. Chi qualche ricordo
conserva della storia passata ha colto delle analogie tra la rivolta del pane di
fine ottocento e il sabato terribile a Milano, quei ragazzini (e lo diciamo
senza enfasi o esaltazione alcuna) sono la manifestazione del disagio sociale
delle periferie, dell’abbandono di interi quartieri densamente abitati, l’Italia
non è attrezzata culturalmente e socialmente a prendere atto di fenomeni come
quelli già verificatisi da anni in Francia o in Inghilterra, per questo cede
alla semplificazione del pericolo islamico che vorrebbe impadronirsi delle
nostre città.
Repressione e intimidazione verso i soggetti sociali e le realtà abitualmente
presenti nelle piazze è la classica risposta di quando la nozione di sicurezza
viene banalizzata e ridotta all’ordine pubblico, quando si cancellano i diritti
sociali, ponendo il legislatore impone procedure agevolate per il risarcimento
danni a carico di soggetti sociali meno abbienti lasciando invece impuniti i
reati commessi dalle elites.
E chiudiamo su quanto scritto sopra a proposito delle deroghe che favoriscono la
crescita delle spese militari. Nei giorni scorsi, in vista della imminente legge
di Bilancio, Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni si sono adoperati per considerare le spese militari al
di fuori del calcolo del deficit assicurando al nostro Paese la possibilità di
una spesa aggiuntiva per il riarmo sottraendosi dall’obbligo di rispettare le
norme vigenti in materia di bilancio. Detto in termini meno tecnici, riarmo e
spese militari non concorreranno al deficit eccessivo per il quale il nostro
paese da qualche anno è sotto osservazione da parte di Bruxelles.
La posizione ufficiale del Governo sembrerebbe guidata da buon senso ossia che
la maggioranza di Palazzo Chigi non intenderebbe assecondare il rigore del
bilancio sacrificando l’aumento massiccio dei costi militari e, al contempo,
sostenere il Riarmo senza sottrarre risorse ad altri capitoli economici. Il
classico gioco delle tre carte per mettere insieme rispetto dei parametri di
Maastricht, feroci detassazioni, aumento delle spese militari, aiuti fiscali
alle imprese. E sullo sfondo dei disinvestimenti sociali l’applicazione delle
classiche ricette securitarie e repressive.
La realtà resta ben altra rispetto alle veline diffuse a mezzo stampa e sovente
a reti unificate, non mancano tensioni elettorali e critiche da sindacati e
società verso i tagli e i mancati finanziamenti a sanità e scuola, dal canto
suo il centro destra difende gli stanziamenti militari ricorrendo alla classica
narrazione: salvaguardia della sicurezza nazionale e della sovranità tecnologica
(con l’industria della difesa italiana giudicata come il comparto strategico per
l’economia e l’occupazione, quando invece i numeri direbbero il contrario).
L’accelerazione delle spese militari in deroga alle regole di Bilancio permette
la sopravvivenza politica del Governo Meloni (e la sua spendibilità a livello
internazionale) e dei suoi interventi per ridurre la tassazione sui redditi, in
questo modo evita che siano i datori ad erogare aumenti in linea con il costo
della vita e impegnano risorse che poi mancheranno al welfare spingendo i
servizi pubblici al depauperamento prima e poi alla privatizzazione. E ancora
una volta i tagli andranno a colpire la scuola la cui normalizzazione sociale
resta tra i principali obiettivi di questo Esecutivo.
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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