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Paul McVeigh / Belfast, adolescenza fra cattolici e protestanti
Paul McVeigh avverte subito il lettore che, mentre la maggior parte dei libri sui Troubles – la guerriglia che si è verificata in Irlanda tra cattolici e protestanti – ha tipicamente come protagonista un inglese dell’MI5 che finge di far parte dell’Ira e finisce per innamorarsi di una ragazza cattolica, lui ha scelto di narrare la storia dal punto di vista di un ragazzino di undici anni. Siamo a Belfast nei primi anni ’80, e il protagonista della vicenda si chiama Mickey Donnelly; vive con la sua famiglia in un quartiere cattolico, vorrebbe frequentare una scuola migliore e sogna un futuro in America perché insoddisfatto della sua attuale vita. Mickey è un ragazzino che si sente profondamente diverso dagli altri e sempre fuori posto. È sensibile, attento ai dettagli, incline all’osservazione e alla riflessione, caratteristiche che nel suo ambiente non vengono considerate qualità ma debolezze. “Sono l’unica persona di cui ho sentito parlare che guarda i documentari”. La sua voce non è come quella degli altri ragazzi, ama ancora farsi coccolare dalla madre e passare il tempo a giocare con la Piccola Maggie, la sorella minore. Per questi motivi viene spesso deriso dai compagni di scuola e dagli amici con cui si trova a giocare in strada. Anche il suo modo di muoversi lo rende facile bersaglio per gli altri: al contrario del fratello maggiore Paddy, militante nell’Ira, non ha la camminata da “Uomo Puro” e neppure riesce a emulare quell’atteggiamento duro e aggressivo che nel suo mondo rappresenta un modello di mascolinità cui tutti sembrano dover aspirare. Intorno a lui il conflitto è costantemente presente. Nel suo quartiere non mancano pattuglie di soldati britannici, perquisizioni, esplosioni, regole non scritte che stabiliscono cosa si possa dire e cosa no, in quali posti sia possibile andare e in quali no, quali persone stiano dalla sua parte e quali contro. «Non andare in cima alla strada perché ci sono sempre le rivolte. Non andare in fondo alla strada perché c’è la Terra di Nessuno e ci sono sempre le rivolte. Non andare vicino alla Bray o alle Bone Hills perché conducono all’Oldpark protestante, dove lanciano pietre dal loro lato verso la nostra parte della strada. Non andare nelle vecchie case perché un ragazzino è caduto per le scale in una di quelle e si è rotto tutte e due le gambe. Penso anche il collo. Forse Mà esagera. Oh, e non andare sul campo dell’Eggy perché ci sono gli sniffatori di colla». Questo elenco di divieti e pericoli raccontato con l’apparente ingenuità di un ragazzino, restituisce bene il clima in cui Mickey cresce: un mondo in cui la violenza è talmente presente da diventare quasi normale. La forza del romanzo sta proprio in questa prospettiva infantile. Mickey osserva tutto con grande attenzione e sensibilità, ma spesso, poiché gli adulti parlano per allusioni, nascondono cose e persone, molte situazioni restano per lui confuse e incomprensibili e così, non riuscendo a comprendere fino in fondo ciò che accade intorno a lui, spesso si rifugia nella fantasia confermando che l’immaginazione può non solo diventare una via di fuga, ma anche una forma di resistenza. Mickey è un ragazzino che desidera sopra ogni cosa essere un “bravo figlio”, rendere orgogliosa sua madre, comportarsi nel modo giusto e trovare finalmente il suo posto nel mondo, ma crescere in un contesto così duro, dove la sensibilità è vista come un difetto e la violenza è parte della normalità, rende questo percorso difficile e doloroso. La lettura di questo romanzo in cui le tensioni politiche dell’epoca si intrecciano con i piccoli drammi familiari, mi ha riportato alla mente il film del 2021 di Kennet Branagh Belfast; una pellicola semiautobiografica, in bianco e nero, che narra l’infanzia del regista nella città di Belfast, appunto. Come lo scrittore McVeigh, anche il regista nordirlandese riesce a raccontare i Troubles lasciandoli un po’ sullo sfondo, senza usare toni epici, ma filtrandoli dal punto di vista di un bambino che, con il suo sguardo infantile e fragile, riesce comunque a mostrare come i grandi conflitti politici e sociali finiscano inevitabilmente per riflettersi nella vita quotidiana. L'articolo Paul McVeigh / Belfast, adolescenza fra cattolici e protestanti proviene da Pulp Magazine.
March 18, 2026
Pulp Magazine
Colin Walsh / La ferocia e la grandezza dell’adolescenza
Nella magistrale scena di apertura, un gruppo di ragazzini è salito in bicicletta in cima a una collina, appena fuori Kinlough, e sta per lanciarsi senza freni giù per la discesa, che sbocca su una statale trafficata, da attraversare con la velocità della rincorsa, rischiando il tutto per tutto. La tensione è insopportabile, e ce la porteremo dietro per tutto il romanzo. Perché Kala, una ragazzina del gruppo, è scomparsa. Quando ascoltiamo le tre voci narranti, Joe, Helen e Mush, sono passati quasi vent’anni da quando si sono perse le tracce di Kala. E anche se sembra che la vita vada avanti, anche se per molti versi la vita va davvero avanti, per i tre protagonisti, le loro famiglie e le loro relazioni, la scomparsa di Kala ha segnato il destino in modo indelebile. Helen se ne è andata lontano, in Canada, e torna solo ora per il secondo matrimonio del padre; non è sicura che sia una buona idea, ed è combattuta tra il desiderio di trovare delle risposte a un passato da cui è fuggita e quello di continuare a cercare di dimenticare. Mush è rimasto a Kinlough, lavora nel bar della madre, la sera si concede qualche birra nel silenzio e nella solitudine del locale. Si è rassegnato a nascondere il viso devastato dalle cicatrici, e ad avere le gemelle, sorelle minori di Helen, come unico affetto. Joe è diventato un cantante famoso, ossessionato dalla sua immagine e dai like al suo profilo Instagram, consapevole dell’enorme vuoto che ha dentro e di una certa aria di impostura che aleggia sul suo successo. Joe è tornato per fare un concerto, è tornato per rivedere Mush, è tornato per l’ennesimo sforzo di provare ad essere sé stesso. Joe era il ragazzo di Kala, Helen era l’amica di Kala, Mush era l’amico di Kala. Tutti e tre erano affascinati dal suo mistero, dalla sua sfrontatezza e dalla sua fragilità, dal suo disprezzo per le regole, dai suoi slanci, dalla sua energia, dal suo talento per il disegno. E tutti e tre erano legati da un’amicizia fortissima, ruvida e dolcissima. Che cosa terribile, l’adolescenza. Crescere in una cittadina turistica dell’Irlanda, dove tutti conoscono tutti e dove ogni cognome si porta dietro una storia, spesso non detta o dichiarata, ma nondimeno corredata da un giudizio moralistico e definitivo. Sognare la città, Dublino. Immaginare di scappare e diventare grandi altrove. Trasgredire, andare dove è proibito, e trovarsi a scoprire i segreti dei grandi, che sono molto più terribili delle più terribili delle paure. E che vanno mantenuti. I segreti pesano e bloccano, non fanno dormire e un giorno diventeranno fatali. Sotto la superficie di piacevolezza e divertimento estivo, la cittadina di Kinlough, piena di turisti e animazione d’estate, vuota e fredda d’inverno, racchiude il peggio del paese: il troppo bere, le scommesse, i combattimenti clandestini di cani, le relazioni illecite, l’ossessione della famiglia, il cattolicesimo ottuso e bigotto, e naturalmente la corruzione, l’omertà delle forze dell’ordine. Alla fine Kala, o meglio i resti di Kala, compaiono vicinissimo alla casa in cui abitava con la nonna. Molto più vicini di quanto chiunque avrebbe creduto. Ma fare luce sulle circostanze della scomparsa non è semplice. E spesso significa mettere in discussione tutta quell’impalcatura di mezze verità e mezze ammissioni su cui si è costruita la propria vita. C’è molta complessità e molta sottigliezza, in questo romanzo d’esordio (anche se l’autore ha pubblicato numerosi racconti) in cui i personaggi sono pieni di ambiguità e di contraddizioni, di paure e desideri, di forza e debolezza, mescolati in modo disordinato e caotico. C’è sottotraccia tutta la bellezza e tutta la desolazione dell’Irlanda, la sua ricchezza di cultura e tradizioni, la sua antica povertà e il bigottismo della sua religiosità. Qualcuno ha scritto che il romanzo ricorda Dio di illusioni di Donna Tartt, ed è abbastanza vero: lo ricorda nella ferocia e nella grandezza di quell’età orrenda e sempre rimpianta che è l’adolescenza, in cui tutto è possibile ma niente è reale. Una scoperta davvero felice.   L'articolo Colin Walsh / La ferocia e la grandezza dell’adolescenza proviene da Pulp Magazine.
June 20, 2025
Pulp Magazine