Burin sotto il blocco: la stagione della raccolta rubata
Da quattro giorni Burin, il piccolo villaggio contadino alle porte di Nablus che
i Biellesi hanno imparato a conoscere grazie allo za’atar di Doha, è al centro
di un’operazione militare. Il pretesto, come ci scrive Muna, è stato lo scontro
tra i contadini che raccoglievano le olive e i coloni che hanno tentato di
attaccarli e rubare il raccolto: qualcosa che accade ogni giorno dall’inizio
della stagione di raccolta, e anche prima. La risposta, è una punizione
collettiva.
«Quattro giorni fa è iniziata un’operazione militare nel villaggio di Burin, a
sud di Nablus, dopo lo scontro tra i contadini che raccoglievano le olive e i
coloni che hanno tentato di attaccarli e rubare il raccolto. Questa operazione è
giunta come punizione collettiva al villaggio: tutti gli ingressi e le uscite
sono stati sigillati, è vietato entrare e muoversi, e le scuole del villaggio
hanno sospeso le attività. Tre case sono state svuotate dei loro abitanti, con
la bandiera israeliana issata sopra, e trasformate in caserme per l’esercito.»
«L’esercito fa irruzioni a rotazione nelle case, terrorizzando gli abitanti,
fotografandoli e fotografando le loro case, facendo saltare le porte, lanciando
gas lacrimogeni tra le case. Le irruzioni non si fermano, né di giorno né di
notte, al punto che gli abitanti hanno cominciato ad aspettare il proprio turno,
restando svegli per precauzione, nel caso l’esercito entri di notte. Sono
passati quattro giorni e nelle case il cibo comincia a scarseggiare; chiunque
esca e li incontra viene direttamente bersagliato con fuoco reale. Devo anche
ricordare i villaggi vicini a Burin, che vivono le stesse identiche condizioni:
in particolare Madama, i cui accessi sono chiusi da 18 giorni.»
«Gli attacchi quotidiani dei coloni e le incursioni nei villaggi, di giorno e di
notte, continuano da anni, ma il livello di pericolo è ora salito, insieme alla
sfida e alla criminalità crescente dei coloni, che chiedono la demolizione delle
case dei villaggi e la ripetizione di quello che è successo a Gaza.»
Durante l’operazione, l’esercito ha sparato anche contro l’auto del padre di
Muna: per fortuna non è stato ferito.
Chi ha seguito il nostro racconto ricorda Doha, contadina di Burin che lo scorso
anno è venuta a Biella grazie a Cittadellarte, dove ha raccontato la sua storia
e quella del suo villaggio: tremila persone che vivono di piccoli allevamenti,
verdure, frutta, spezie, e di ulivi, la coltivazione più diffusa di questa
terra. Il timo che diventa za’atar, oggi piantato ai margini degli uliveti più
vicini alle case, proprio per sottrarlo alle incursioni; il sesamo e il sommacco
macinati sulla grande pietra liscia; l’olio d’oliva degli ulivi sui
terrazzamenti che disegnano da secoli questi paesaggi, sempre più spesso
bruciati, sradicati e tagliati.
Quella stessa determinazione, oggi, è messa alla prova ogni giorno: la stagione
della raccolta, che dovrebbe essere la più piena, quest’anno è stata rubata ai
contadini di Burin, e in tutta la Cisgiordania i contadini non riescono ad
accedere ai loro oliveti per paura degli attacchi. La logica è quella di sempre:
rendere la vita impossibile per convincere chi c’è sempre stato ad andarsene,
nella totale impunità.
Ma Burin resiste, come resistono Doha, Muna e le contadine dei villaggi vicini
che preparano lo za’atar con amore e lo condividono con una rete internazionale
di persone che le vogliono bene. E da Biella continueremo a stare dalla loro
parte: portando le loro storie, sostenendo le loro economie e lavorando perché i
legami tra i nostri territori diventino solidarietà concreta.
Perché proteggere una contadina, ancor di più in un contesto di occupazione
militare e di coloni che tentano con ogni mezzo di cacciare i contadini dalle
loro terre, nella totale impunità, significa proteggere la Terra e quindi noi
tutti. Nessuno è libero fino a quando non lo saremo tutti.
Muna e Nazarena
Aggiornato al 28 ottobre 2026.
Nazarena Lanza